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L’immensa ricchezza narrativa di questo paese avanguardista, folle e slabbrato, vero laboratorio sperimentale di scenari futuribili da terzo mondo con velleità,  l’eccezionalità e unicità  surrealista dell’Italia di oggi, selvaggia , tribale, arcaica, primitiva,  non sono temi che interessano il  cinema di  “interesse culturale”,  ma sono i luoghi prediletti della poetica di un maestro suo malgrado:  Franco Maresco.

La sua è una vita artistica corsara, necessariamente in esilio, ma proprio per questo  liberata dalle traiettorie di  un cinema catastale, ministeriale, le cui funzioni sono ormai  o rivendicare ad oltranza un ruolo, sempre sedato e innocuo, nel girello bambinesco della recita politica della vita culturale  o piangere nella nostalgia di una “tradizione tradita”, il grande cinema di una volta,  o chiudersi a riccio nella denuncia tanto necessaria e finanziabile di complotti e nemici.

Un cinema morto da anni che si dibatte in dinamiche psichiatriche, un circolo di mutuo soccorso anche economico  in cui si recitano grandi tradizioni ormai mummificate:  Morettifici, Pasolinifici, Bellocchifici,Olmifici, tra il didascalico e il pontificante.

Talmente integrati nell’ecosistema autoreferenziale che ormai non c’è più nemmeno la necessità del pubblico e dove persino i loro santi e sacerdoti più acuti, Moretti  e Bellocchio su tutti, sono ormai delle reliquie museali a cui si invidiano capacità predittive e di cui si aspettano i vaticini nel prossimo film.

Un cinema assolutamente incapace di raccontare la sua essenza, la sua intima e forse salvifica, se fosse sfiorata da un dubbio ironico e di rabbia, inutilità.

Maresco è invece un autore colto che vive di stratificazioni, Pirandello, anni di cinefilia coltivata come ossessione, la parabola evangelica di Pasolini e Buñuel, il jazz, la fantascienza, la Sicilia e i suoi grandi letterati cinefili come Gesualdo Bufalino, la mafia.

Ma invece di paralizzarsi in pose pensose da statua di Rodin, con corollario di derive morali da evocare in ogni situazione anestetizzata,  Maresco si sporca da sempre le mani.

Ecco la differenza: Maresco vive.

Si estenua,  si esaurisce, rivendica la possibilità di stravolgere tutto, di fare cinema denunciandone continuamente la morte. Perdersi nell’accumulo delle proprie nevrosi come la vera essenza e matrice del suo atto creativo.

Ricomporre le prove di un delitto che viene però ripetuto e rifatto ogni volta e a cui partecipa proprio colui che dovrebbe scoprirlo.

Maresco accumula una visione del mondo che non è. Non è  catastrofica perché è oltre la catastrofe, non è giudicante perché è raccontata dagli ultimi che non hanno alcuna capacità di giudizio, non rientra nelle categorie del sociologico e antropologico perché entrambe inutili rispetto  all’immersione nel sottoproletariato di questo  “gladiatore della suburra” , non segue dinamiche storicistiche, non aspira a nessun progresso o rifugio nostalgico, non è politica e non è neppure più tragica.

Eppure, in questo ultimo film,  racconta esattamente ciò che resta di importante e fondativo oggi in Italia: lo Spettacolo, la società dello spettacolo come chiave per capire chi siamo diventati e perché.

Il paradosso del suo ultimo film, Belluscone,  in cui la cosa più difficile è tenere insieme un materiale metastatico e un pensiero ramificato e una gestione già fallimentare prima ancora di cominciare,  è paradossalmente il suo rigore tematico.

La maestria di Maresco sta infatti tutta nel padroneggiare sempre due livelli.

Da una parte il film, tutti i suoi film, si perdono in mille rivoli.

Che sono i rivoli del cinema inteso come nostalgia, quando va bene, e come putrescenza quando va male.

Putrefazione cinefila che pervade ogni racconto lineare e lo mina per ricomporlo in una forma jazzata tra standard e improvvisazioni .

Dall’altra rimane  la logica stringente del progetto. Una logica apparentemente delirante ma invece coerente che racconta la storia d’Italia degli ultimi venti anni ripercorrendo il filo rosso che tiene insieme il sottoproletario di Palermo e l’uomo più potente d’Italia. E lo fa alla luce di un concetto che tutto livella e rivela: lo spettacolo appunto.

Ciccio Mira è Berlusconi e viceversa.

Entrambi simboli di  una mutazione antropologica di cui si ignora l’origine e le cause,  con due destini inversi eppure paralleli.  Uno il votante l’altro il votato, uno il miliardario anche grazie alla mafia, l’altro l’impresario locale grazie sempre alla mafia.

Di chi è la colpa di questo avvicinamento paradossale tra “classe dirigente” e suburra ? Di questo sfracello antropologico? Dove comincia e attecchisce la possibilità, ormai non più remota, di sovrapporre Ciccio e Silvio e addirittura renderli intercambiabili?

A Maresco di tutta questa pomposa necessità di risposte rivelative in cui incagliarsi e consolarsi, di tutta la retorica della denuncia condita con il vittimismo delle lagnanze politiche, con la necessità, indimostrabile,  di fare “un cinema necessario” che renda anche benissimo quando si passa all’incasso Mibac e all’esame per avere l’ “interesse culturale” , di tutto questo cinema che è controparte mortifera e reazionaria del giacobinismo vendicativo  alla Travaglio, a Maresco di tutti i miasmi di questa asfissia  mefitica, non frega assolutamente nulla.

A Maresco interessano gli uomini e la loro storia destinale sempre marchiata a fuoco dalla morte.

E non è un caso che entrambi i suoi film finiscano su una tomba.

Quello  che indaga questo film è appunto una vertigine  che è al tempo stesso divertente e terrorizzante. Un tipo di racconto che è concesso solo se si ha coraggio e una precisa visione autoriale.

Se si è, in parole semplici, dei maestri.

Fare, oggi in Italia, cinema d’arte per Maresco significa mentire, giocare,  perdersi volontariamente nel proprio stesso lavoro mettendo fuori campo proprio quello che invece ci si aspetta di vedere: la denuncia, il piagnisteo, la vendetta, la sclerosi dei sorrisi dovuti.

Chi vuole  un paesaggio ordinato tra buoni e cattivi  si ritrova invece i volti imperscrutabili di Ciccio Mira, personaggio liminare ed estinto,  Dell’Utri, sfinge del potere più sibillino ed estinto anche lui , Erik e la sua canzone di speranza condannata, Berlusconi e il suo apparire solo in immagini televisive e iconiche che ne rivelano l’essenza fantasmatica e sacra.

E poi il contorno del pubblico festante delle piazze che adora i movimenti pelvici del mesciato cantante neo melodico che però non sa di esserlo, non sa cosa sono i neo melodici cioè lui stesso.

Fantasmi inafferrabili.

Persone, mostri, che incarnano  al meglio un dubbio che il film ci suggerisce: questi uomini, seguiti e adorati dalla loro scuderia di altri mostri, non saranno in realtà una parte essenziale di noi?

Che cosa siamo? Mi domandasti una settimana o un anno dopo, formiche, api, cifre sbagliate
nella gran zuppa putrefatta del caso?

Siamo esseri umani, figlio mio, quasi uccelli,
eroi pubblici e segreti

(Roberto Bolaño, Godzilla in Messico)

 

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