La resa del cinefilo

te-atreves-a-resolver-el-alfabeto-cinefilo

 

Come affrontare il  festival del cinema di Torino a quarantadue anni quando la soglia di attenzione si abbassa e si stempera in una perpetua resa postprandiale senza nemmeno più bisogno del pranzo?

Dove si rischia di russare senza accorgersene e già prima di entrare in sala. Dove  dopo poche righe fitte di romanzo corposo e necessario o dopo poche immagini di trame che non decollino subito con squillanti richiami primari, violenza, sesso, musica, duelli eroici, amori, si rischia di tracollare comatosi .

Per quale motivo praticare questo sforzo titanico di restare vigili?  La risposta è semplice: per godere.

Un  consumo bulimico di immagini, come se non bastassero quelle che ci pervadono quotidianamente, è il modo migliore per ribadire con forza che il consumo, qualunque esso sia, è un atto dotato di senso e non un travaso passivo.

Smentire cioè le ovvietà di una litania costante, un racconto tanto spanato quanto ideologico, dove il consumatore è un tapino manipolabile da oscure forze.

Nell’esperienza dell’ accumulo di immagini del festival, tutta la passività di chi guarda e tutta l’ansia irrazionale di totalità e completezza che lo pervade, vedere tutto, è non solo un atteggiamento auspicabile ma anche un’esperienza estetica autentica.

Una resa impegnata,  un consapevole disimpegno: essere per almeno una settimana al centro di una corrente impetuosa di storie e farlo contro la necessità dell’interpretazione delle stesse, della coerenza, della tassonomia.

Per sedare per una volta, invece di acuire e coltivare, l’ipertrofia vendicativa dell’intelletto che ridurrebbe tutto ciò, questa esperienza estetica,  a ragioni cristallizzate o peggio cronologie scolastiche.

I festival di cinema non quindi solo e soltanto come occasione culturale per ricostruire linearità storiche, per formarsi e scambiare toponomastiche di ricorrenze di genere, stili, epoche, filmografie. Non solo soltanto luoghi per   cementare le proprie convinzioni e rafforzare il proprio piumaggio narcisistico da dotti monaci del cinema tra adepti generalmente brutti e  tristi.  Ma come occasione salvifica per  perdersi.

Perdersi  intanto nel proprio sonnambulismo da sala come condizione necessaria per godere a pieno i sette film al giorno di media. Perdersi nelle ellissi della propria memoria frantumata, nelle trame che si sovrappongono una sull’altra, nei generi che sconfinano in altri generi, perdersi in una landa, un sostrato  di malinconie e gioie, insensatezza e programmazione, luoghi deserti e metropoli,  anime perse e ritrovate, destini segnati e fughe possibili, che rendono a pieno il senso del godimento di quest’arte.

Spezzare per qualche giorno la consolazione di  procedure ortopediche,  una ricostruzione del senso che voglia anche imbrigliarlo,un dubbio perturbante ricondotto all’alveo dell’interpretazione.  Lasciare tutto altrove, lasciare andare il “filisteismo interpretativo” ( Susan Sontag).

Il vecchio soccorso nel deserto del Nevada ( Melvin and Howard)  sarà davvero Howard Huges e sarà andato  davvero a Desert Inn di Las Vegas a fare acquietare i suoi fantasmi  o avrà finito i suoi giorni in una spiaggia dell’isola di Amity in fermento per l’imminente festa del 4 luglio ( Jaws)?

E quell’anziano catorcio umano di detective di Los Angeles, rabbioso, catarroso e malato, ritroverà il gatto di un’entusiasta e irrazionale Lily Tomlin (The Late Show) o dovrà scappare rincorso da un’autocisterna posseduta dai demoni della contemporaneità a bordo della sua Plymouth (The duel)?

Le formiche ci uccideranno tutti , buoni e cattivi (Phase IV) o c’è la possibilità di sedarle al suono di un sassofono in un appartamento divelto e desolato culla della propria solitudine ( The Conversation)?

E’ bello tornare da un festival con queste domande insensate e lasciarle senza risposta.

Annunci

Roma: provare a spiegare la logica di un disastro.

images

 

 

 

Come si arriva al disastro attuale  di Roma? Quale logica lo rende possibile?

Le ragioni sono fondamentalmente di carattere economico e di riforma strutturale dell’amministrazione della città per renderla plasmabile alle esigenze elettorali di un’oligarchia di gerarchi impresentabili, bulimici, classe dirigente da terzo mondo che però ha bisogno del consenso capillare e controllato e che struttura questo sistema in vent’anni di sfacelo.

Qual è il settore che meglio di tutti può garantire un afflusso costante di voti e al tempo stesso una sconcertante mancanza di controllo? L’amministrazione pubblica. Ma come riformarla e piegarla ai voleri di questa pletora di incapaci? Smantellando il pubblico, lo Stato, e creando un parastato del tutto impresentabile ma venduto secondo l’ideologia dell’efficientismo privato e in realtà più fallimentare del pubblico stesso.

I dipendenti comunali sono 25 mila (dei quali 6 mila vigili) e prendono uno stipendio medio netto di 1.300 euro al mese . Sembrano troppi ma in realtà in quasi tutti i settori sono pochi. Carenze che vengono “colmate” con le esternalizzazioni dei servizi, creando una giungla di aziende partecipate che impiegano 32 mila dipendenti (75% fra Ama, Atac e Acea), del cui stipendio medio non si sa nulla perché ogni azienda ha un suo contratto.

Da una parte così il Comune si preoccupa di tagliare e bloccare le assunzioni mantenendo un personale vecchio inefficiente e soprattutto insufficiente.

Dall’altra in vent’anni questa classe politica crea un vero e proprio parastato regalando fondi e competenze ad aziende partecipate di cui si sa poco o nulla tranne i costi che gravano sulla società esattamente come realtà statali ma senza alcun controllo.

Ecco allora che viene creato un sistema di centinaia di società che forniscono esattamente quello che una volta forniva il Comune, con una giungla di contratti e ricche retribuzioni, assunzioni a chiamata diretta e del tutto fuori controllo, rinuncia di gestione in interi settori che dovrebbero essere il punto di forza e di eccellenza delle politiche di sinistra: il welfare, l’accoglienza degli immigrati e il reinserimento sociale degli emarginati.

La sinistra champagne e la destra fascista possono così occuparsi dei due rispettivi ambiti di propaganda.

Da una parte la cultura, intesa come mangiatoia pubblica e moltiplicazione di spazi insensati ad imitazione di realtà europee, senza gli stessi soldi e le stesse competenze, moltiplicando i poli museali  e riducendoli a greppie e mangiatoie per famigli senza alcuna politica culturale coerente. Parcheggio per dame e i loro sospiri.

Dall’altra la gestione della paura dell’immigrato attraverso fondi dati ad amici trasversali (Buzzi) e al tempo stesso oggetto di propaganda razzista per fomentare, con richiami pavloviani, l’estrema destra e i suoi ragli da bestiame.

Il tutto in una recita sconcertante il cui unico scopo è alimentare la propria cerchia a turno, facendo ricadere i costi della stessa sulla società, sui cittadini.

Oggi il capolavoro di un’inchiesta talmente sviante e spuntata ma in fondo forse indispensabile come un conato.

Si parla di 60 milioni di euro su un budget comunale di 6,5 miliardi di euro, si parla di persone che tutti conoscevano da 25 anni, si parla cioè del classico crampo di restaurazione a breve termine e fomento per iracondi e schiumanti “puri” manipolabili dal richiamo del sangue sperato, la vendetta e la forca, e in realtà classici protagonisti possibili di future  abbuffate.

Un paese e una città governati da tribù di affamati perenni e inetti,  chiusi nel proprio bozzolo come se non esistesse la globalizzazione, ma furbi nel talento innato di piegare ciò che resta dello Stato alle proprie esigenze intestinali e rapaci.

La scomparsa della sinistra, per chi si è mai vagamente riconosciuto nelle politiche di welfare e di accoglienza di quella parte, nell’idea cioè di una società progressista governata secondo i dettami di giuste politiche sociali e inclusiva, è talmente cocente e sconcertante che sarebbe ora di chiedere una seria commissione parlamentare d’inchiesta sulla gestione delegata dello Stato da parte di una struttura come la lega delle cooperative, vero motore economico di una banda di oligarchi predoni.

The courage of life is a magnificent mixture of triumph and tragedy diceva Kennedy.

Per questo rimanendo oggi solo molte rovine senza alcun trionfo è molto difficile essere coraggiosi in questa città.