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Nella ricerca spasmodica di colpevoli che ne assolvano altri, niente è così inutile come il moralismo contro gli assenteisti .

Il pubblico impiego , lo dice la definizione stessa, presuppone due cose che in Italia e forse altrove non esistono:  una res publica e un impiego.

La sua natura ontologica è la totale inutilità, un’eccedenza metastatica e perpetua di ruoli, un moltiplicarsi di gradi, una stratificazione di sigle impiegatizie per dare qualche appiglio identitario a spaesati esseri una volta umani e qualche vaga speranza di scatti quasi sempre per anzianità ovvero consunzione.  Carriere verso mete remote sempre più soggette all’arbitrio e al caso, all’estrazione fortunosa, al culo: la dirigenza.

In concreto il nulla ma istituzionale,  una volta almeno macchina oliata di consenso ma ora baraccone lacunoso  e vendicativo, punch ball per iracondi precari o disoccupati, esclusi e schiumanti, vogliosi di siesta statale stipendiata , sfogatoio per politici in vena di sfoderare piume di efficienza  e  sempre incubatore di terribili depressioni, luogo di perdizione mentale per assecondare la soddisfazione sempre più grama di un assegno mensile che paghi e certifichi la propria inutilità.

Unica possibilità di salvezza è dunque almeno non assecondare questa clinica carceraria.

Cercare in tutti i modi di assentarsi, sfoderando ciò che resta di un’intelligente propensione alla truffa, talento italico naturale e genetico, certificati finti, ferite dell’anima forse vere ma sempre eterne, semestri di convalescenza che diventano quinquenni , mattinate e mesi spesi a fare la spesa e svezzare pargoli invece che inchiodati ad una scrivania, perimetro inutile della propria gabbia.

Voi e la formica, voi e il laminato plastico, voi e la pianta di ficus polverosa, voi e il mouse vetusto o peggio voi e il collega, i colleghi tutti, invadenti, lamentosi, malvagi e malati e, se andate in ufficio, sempre presenti.

Quindi l’unica libertà oceanica che evita i cimiteriali ritrovi , luoghi battezzati secondo le più inutili definizioni burocratiche, ministero, municipio, comune regione provincia e enti tutti e partecipate varie,  sarebbe minata non poco se venisse meno l’unica possibilità di fuga e salvezza degli assunti: assentarsi.

Immaginare infatti la perfetta presenza di tutti loro nel luogo di “lavoro”, tutti insieme e senza assenti, vorrebbe dire immaginare gli uffici stipati di gente mai vista prima, gli spazi saturati da assunti di cui però si era persa la memoria e la traccia, ritrovarseli di fronte, tornati dalla loro vera vita che è ormai altrove.

Una riesumazione di masse insoddisfatte, alienate si diceva un tempo.

Per fargli fare cosa poi? Ci sarebbe cioè l’esigenza di una coreografia dirigenziale che movimenti queste persone incattivite e recintate. Ma verso qualche scopo? Qualche compito?

Addirittura lavoro?

Il dirigente dovrebbe cioè persino dirigere, funzione che non gli si può mai chiedere se non a patto di accettare le conseguenze funeste e imprevedibili tipiche di un capo pragmatico e manager credulone.

Miglioramenti che non migliorano, riforme che non riformano, manie di protocollo e nuove regole incomprensibili che inceppano consuetudini consolidate per fare peggio lo stesso nulla che si faceva prima.

Inimmaginabili i costi sociali per le depressioni risorgenti in coloro che abituati ad una vita smeralda e libera dal lavoro, si ritrovino improvvisamente a dover rispettare orari e regole dimenticate e del tutto inutili, si ritrovino cioè davvero costretti a non fare nulla tutti i giorni e pure in presenza.

Offensivo poi questo ritorno al lavoro in massa.

Sarebbe visto come invasione soprattutto da chi in quell’ufficio c’è rimasto sempre, mummificato e inchiavardato al sogno dello straordinario, del compenso maggiorato.

Colui cioè che, con il suo esempio, ha costruito la sua moralità statuaria e sdegnosa, l’impiegato modello, una perversione inspiegabile e masochistica che però esiste ancora.

Custode e vestale patologica della propria inutilità, testardamente convinto del suo valore testimoniale e demenziale: io , impiegato in qualcosa che non ricordo e  che però sto qui tutti i giorni !

Come spiegargli che anche gli assenti che lui accusava di tutto sono ora tornati?

Meglio assentarsi sempre quindi. La cosa migliore sarebbe non andare mai dall’origine, fin dal primo giorno, mostrando malattie mutilanti e definitive.

Ma in caso si sia deciso di curiosare almeno una volta ogni tanto nel proprio ufficio, necessario e sano sarebbe procurarsi al più presto le ragioni e le strategie per la cosa più umana: sparire.

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