Maccio liberaci dal male!

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Sono anni che lo spettatore italiano da una parte è flagellato dai pensieri austeri dei monaci della Cultura,tutti finanziati dallo Stato e sclerotici registi pensosi, scolastici e generazionali, costretti, non si sa da chi, a pagare l’obolo de “i conti con il proprio passato“.

Un passato rievocato se va bene.

Ma di solito quasi sempre inventato come un sussidiario nostalgico con l’effetto straniante di un album di figurine, un ricettario, un’antologia a cui i “giovani” devono ” guardare” per capire i Veri Valori Veri ( come direbbe Maccio) dell’immaginario midcult più retrivo di questi vecchi rottami e tromboni di sinistra e dei loro allievi cooptati.

Ovvero ripetitori balbi di una liturgia fatta di provincie meccaniche, famiglie in crisi, lutti, psicotiche che si struggono mangiando poco, monaci, mutazione antropologiche mal padroneggiate e pasolinismi da cinema delle purezze e delle arcadie.

Sempre perdute.

Dall’altra lo spettatore tapino ha come alternativa quella di abbassare il livello minimo di segnali di vita cerebrale e abbandonarsi al “sogno” in  consolanti paesaggi Divani e Divani di un sud solare e tropicale (la Puglia) e di una montagna da decubito e acque termali e sciacqui ortopedici in torrenti incantevoli  e biciclettate (il Trentino) dove famiglie “spiritosone” o gruppi di amici “simpaticoni” ammiccano a tutti noi la loro assoluta inutilità e recitano un’adolescenza perpetua e imbarazzante.

Maccio, consacrato dalla televisione per cui ha auto prodotto, in cantine e ambientazioni miserabili, centinaia di ore di programmazione arrangiandosi, formatosi cioè con la gavetta vera e con un immaginario e competenze tecniche ( è un bravo montatore) al passo con i tempi, oggi è lui il solo vero idraulico liquido del cinema italiano.

L’uomo che ci libera, dissacrandoli,  di tutti i crampi estetici, dati ormai per scontati e dovuti, della nostra cinematografia.

Dal tempo estatico della sospensione  meditabonda di faccioni pensanti, all’anticapitalismo fatto di panoramiche e totali su pecore o miserabili e correlato di pauperismo e scenari naturali con suburre, primati e stalle medioevali e sud di cavernicoli taglia gole criminali o capre in luce caravaggesca, fino all’ostentato vittimismo recitato sullo schermo da attori un sacco introspettivi o, peggio e a comando, in convegni di arraffoni senza un soldo in cui, prima di sbranare buffet, si piange miseria tutti insieme sperando nell’obolo del vassallaggio Mibact e Rai.

I due enti rimasti con qualche spicciolo per oliare la gestione ministeriale dei poteri, burocratica polverosa e politica del cinema e sempre censoria persino a loro insaputa.

Fedele al suo motto salvifico” Machecazzomenefregaame“Maccio ci spurga e salva da tutto questo.

Nel suo film si  elimina subito uno degli ostacoli maggiori alla resa narrativa e cioè gli attori, tutti equamente pessimi, del cinema italiano “alto” e di Stato.

Si pensi solo alla follia estetica ed etica di usare Scamarcio  in tutti i filmoni dovuti e memorialistici dell’epoca delle ideologie scolastiche, tutti lautamente finanziati da noi, in cui il nostro recita tutto e il suo contrario ed è costretto, in un crampo da stipsi e un’avida ansia da idrovora,  a impersonare un campionario di tipi umani anni settanta con le espressioni plastiche, due, che la natura gli ha concesso: il giovane militante in Mio fratello è figlio unico, lo stragista nero in  Romanzo Criminale, il terrorista rosso in La prima linea, e il poliziotto infiltrato e poi contestatore nel Il grande sogno.

Poveraccio, tutta la Storia di un’altra generazione sulle sue spalle in un golgota penitenziale a cui Scamarcio, ovvero un manichino Oviesse, si sottopone con impegno indigesto.

Per non parlare degli inumabili attori medi e di massa, igienici e sottovuoto, mascheroni consolatori come Bova e Argentero e Leo, capitati per caso e per sbaglio davanti alla macchina da presa, relegati alla consolante funzione di peluche dell’immaginario femminile, fatto, secondo questo cinema , di risatelle fiacche, ammicchi romantici, sguardi in lounge bar e abbracci al tramonto su scogliere.

Un  immaginario peraltro che nel cinema italiano è sempre in realtà maschile, lolitesco e tipico di guardoni  golosi e terrorizzati dall’altro sesso dove le donne al cinema sono mamme e mogli castratrici o depresse da ora del tè e reading o appunto lolite provocanti che traviano trentacinquenni spiaggiati e pingui, bellocci e impigriti come un Moncicì e fondamentalmente anche loro asessuati anche se fingono di non pensare ad altro mentre danno di gomito ai compagnoni che le trame da asilo nido gli mettono a fianco.

Maccio non usa mai gli attori dovuti e di accademia e ci risparmia la purga dell’ossessiva presenza di monumenti da altare della patria e calchi da reference system per sostituirli con maschere mostruose e bravissime, tutte scelte e scoperte da lui. Anche qui talento puro.

E si può finalmente respirare liberi perché non oberati dagli sfiati da moribondi degli psicologismi da scrivania, isterie ostentate come Verità, depressioni malinconiche ma tutte finte , scritte, baloccate e recitate e viste come Profondità di Spirito e resi poi invece come languori da recita delle medie che in Italia si chiamano attorialità:  https://www.youtube.com/watch?v=WMVgw-2lbsk

 

Ci libera cioè di tutto questo orrore puro tirando semplicemente lo sciacquone e regalandoci l’afasia iconica di Herbert Ballerina, la crudeltà neo realista di Rupert Sciamenna, la bruttezza isterica e sempre urlata della bravissima Anna Pannocchia che seppellisce, con le sue grida da erinne obesa e inferocita, il cinguettare cacofonico delle nostre meste attrici da  metodo lexotan  o urlatrici e urlatori di professione in grado di recitare come se fossero in un spot di Mariottide ma sicuri invece di incarnare il Grande Dolore non rendendosi conto dello straniante effetto kitsch  https://www.youtube.com/watch?v=NxqaIH_z_no.

Spariti i mostri dell’impegno Mibact e il loro cinema memorialistico e nostalgico e , solo per loro, dovuto.

Spariti i sermoncini da espiazione sulla “necessità” di questo o quel racconto.

Spariti i grupponi di adolescenti quarantenni incastrati nell’ambra della loro nullità.

Sostituiti tutti da questi mostri crudeli e dall’estrema libertà di Maccio che incenerisce tutto.

In Capatonda grazie a Dio la Storia non esiste, il paese e il suo passato sono stati rasi al suolo dal cemento e dalla demenza diffusa, la memoria non ha senso, la recita politica appare per quello che è realmente: affari di rapaci approfittatori o sussulti di impresentabili moralisti senza nessuna presa.

Il mondo è manicheo: o grigio se visto con gli occhi di un patetico attivista o a colori se visto dalle budella petomani di un lurido mentecatto. In entrambi i casi non c’è da fare i conti con nulla che non sia la pesantezza davvero struggente del presente, di oggi.

L’italiano medio di Maccio è del tutto neorealista, altro che surreale, perché viene dalla televisione ed è plasmato sull’ossessione del claim, incastrato in un linguaggio claustrofobico e pubblicitario e ad alta memorabilità. Le semantiche scivolano una nell’altra in un pasticcio scimmiesco e la lingua e le sue ossessive ripetizioni non devono fare solo ridere ma permettere anche richiami primari, ripetere in maniera nevrotica perché senza alcun oggetto, mantra di psicologie spaesate  e folli, frasi insensate che destrutturano tutto un apparato di senso ormai completamente avariato e lo rendono comico nella sua verità disvelata.

Anche qui la spanata critica italiana, che ha giudicato il film con il solito prontuario di banalità pronte all’uso tipo ” è televisione” ( come se esistesse ancora la distinzione) è un sketch prolungato ( come se non fosse così anche il nostro quotidiano in cui siamo tutti attori involontari di Friends)  ha visto un “tradimento” di non si capisce bene quali dovute costruzioni più ardite e più comiche.

E invece Maccio fa ridere proprio perché non cerca un fondamento, un messaggio. Incarna un personaggio crudele e reale come non si vedeva da anni nel censorio cinema italiano: misogino, petomane, bigamo, nevrotico, erotomane, mammone, retore, cocainomane che ama scopare e anche farsi inculare, che non ha un’identità che non siano i soldi e il consumo e che trova un se stesso accessorio solo quando si convince di essere Gullit.

Milano poi non è né la Puglia né il Trentino da realismo magico e da cinema Pro loco della nostra industria reazionaria dell’immaginario.

Ma è invece un luogo orribile quale effettivamente oggi è, con colate di cemento ovunque, spazi televisivi che sono gli unici concessi per costruirsi un’identità sociale e luoghi di divertimento dove il nostro eroe, scambiato per un calciatore che non gli assomiglia affatto da un popolo di lobotomizzati, trova se stesso ovvero il nulla medio che rappresenta.

E lo riesce a fare per ragioni semplici: ha coraggio, ha esperienza, ha la televisione e il web che in caso lo aspettano  per riprenderselo. E ha, caso raro, persino un pubblico. Noi italiani medi.

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