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Quello che colpisce nelle recensioni sull’ultimo film di P. T. Anderson, Inherent Vice,  è l’unanimità del giudizio che va dal capolavoro al capolavoro.

E’  invece possibile leggere, secondo me, questa ennesima prova certamente ricca e indigesta di un grande regista, come un campionario perfetto di consolazioni  kitsch per esegeti colti, armamentario e frasario per ogni recensione possibile.

Una vera miniera di sussulti e rimandi per chi è goloso di complessità da sviscerare .

Il dubbio è : non  sarà che chi produce questo tipo di prodotto e scrive queste cose conosce benissimo il suo riferimento concreto? Il suo target? Non sarà cioè che questo kitsch sofisticato sia possibile e fecondo perché basato sul culto della cultura (Garboli) e quindi sia finalizzato e costruito esattamente come il kitsch dell’analfabeta?

Cioè con la stessa finalità di suscitare emozioni e retoriche apparentemente complesse ma in realtà ovvie, codificabili  e condivise nel proprio campo di appartenenza e scambiate per profondità esegetica e sentimentale quando sono invece prevedibilissimi crampi.

Una  miniera piena di spunti per costrizioni sofferte e stipsi  analitiche in cui riconoscersi reciprocamente?

Ecco allora tutto un armamentario generico da convegno dei giusti. In primo luogo la retorica della purezza dell’intento da attribuire sempre al “regista-autore™ ”  che, proprio in quanto tale, si  carica di croci e fardelli da flagellante per noi tutti e ” non strizza l’occhio ™ ” , ” non  si compiace mai di™”, ” non  cede al ricatto ™ “,  “non cerca facili vie di fuga™”.

P.T. Anderson?

E lo può fare solo in quanto è : “in America uno dei pochi registi rimasti  ™“.

Ma anche  altrove. Per carità. Ovunque.

Ecco poi un terreno fertile per le più varie ramificazioni mentali, vista la complessità ostentata di questo papocchio.

Ramificazioni   per scatenare le care vecchie solfe della critica nostrana, possibili solo a patto di rinfocolare lo sdegno aristocratico delle elitarie “minoranze avvertite ™” .

Minoranze sempre “per scelta ™”,  assise in uno sdegnoso aventino pontificante e ruminante, spesso riuniti attorno al focolare di qualche santone ancora imperterrito e temuto, maestro di privazioni e dispensatore di patenti e anatemi a colpi di etichette che inceneriscono come :  “fascista”.

Minoranze, quindi,  ancora capaci di “resistere™” e “intuire™” i messaggi dell’America e dei suoi sabotatori interni: gli artisti.

Ma solo quelli veri,  verissimi,  artisti doc . Che però , strano, l’America manipolatrice produce e coltiva evidentemente come metastasi impazzite o senza accorgersene.

Questo film è  pieno di possibili retoriche ready made da saccheggiare anche perché del film vero e proprio, della storia,  non si capisce quasi mai un cazzo e quindi qualunque aggiunta pindarica e spericolata è ben accetta e possibile. Anzi auspicabile.

Ecco allora la sempre verde  ” fine del sogno americano ™”  (che invece si cementerà come ideologia proprio negli anni ottanta ma la nostra critica ha un sogno americano diverso per ogni decennio).  Il  “simbolico ™”  e “sintomatico ™” arrivo di “Ronald Reagan” ( solo di sfuggita  citato nel film)  come risultato maturo dell’epoca di Nixon secondo una continuità tutta inventata possibile solo rimuovendo Carter e i suoi disastri (come quello ad esempio di affamare la mai abbastanza rimpianta Unione Sovietica con embarghi odiosi sul grano).

Tutto fatto e creato per spiegare cosa?  Ma certo!  “La fine di un’epoca ™

Epoca, in realtà, mai cominciata e inventata del tutto, usata come memoria posticcia e passato affettivo  del tutto  identitario e consolante (Appadurai). Inventato  proprio dallo stesso regista che è nato negli anni settanta e che ricostruisce l’epoca come sfida di stile spendaccione e arzigogolo manierista più che come ricognizione nella “memoria storica di un paese “.

Chissà cosa ritrova poi di se stesso un italiano negli anni settanta americani. Mistero.

Come farsi mancare l’amatissimo cinema del passato, feticcio e amuleto, simbolo di stagionatura e qualità? Anche qui la chiave commerciale nostalgica e di consumo. La “New Hollywood ” da ritrovare in  Anderson secondo un percorso teleologico  da ” vero cineasta ” in nome di un “cinema che non muore mai,  nonostante tutto™”

A nulla vale il fatto che il regista si sia interamente formato con l’immaginario della televisione  e che solo in un lavoro di vero e proprio design industriale e di staff, reso possibile dalla professionalità e ricchezza del cinema americano, possa ricreare,  ad esempio, alcune estetiche di Altman funzionali al racconto e spacciarle poi, come marketing della nostalgia, come scelte di riconoscenza e passaggio del testimone.

(Infatti senza il fotografo Robert Elswit   non ci sarebbe l’estetica di Anderson http://blogs.indiewire.com/thompsononhollywood/how-inherent-vice-nightcrawler-dp-robert-elswit-captures-the-pulse-of-la-20141031).

Una  critica piena di turgori e rancori ma anche lasca e innocua, spasmodica nelle sue schiume come pure nel  suo spiaggiarsi in languori peace and love, trova qui succulento approdo per eccitarsi a comando.

Il film è infatti “vertiginoso “, ” azzardo rizomatico” , ” complessa stratificazione” e sempre “postmoderno” .

Ma vertiginoso perché?  Vertiginoso perché  il romanzo da cui è tratto, è di Thomas Pynchon  il misterioso cantore dell’entropia contemporanea e,  in parte e forse meno chiaramente di altri  come Wallace,  Ballard, Don DeLillo, cantore  della paranoia come matrice che alimenta questa stessa entropia.

Ma soprattutto autore fondamentalmente illeggibile, distante e  le cui uniche cose sensate perché intelligibili per umani non votati all’autocombustione,  sono i racconti giovanili.  Quindi fertile luogo di deriva mentale su cui poter dire tutto e il suo contrario soprattutto da parte di coloro che, pochissimi e davvero eroi penitenti, sono riusciti a finire i suoi libri.

Ecco allora la  sempre utile patente di aristocratica purezza. Nel  film garantita dalla mancata premiazione all’Oscar  e nello scrittore dal mancato premio Nobel .

I premi del “sistema” escludono sempre i migliori, espulsi dai custodi dell’industria mainstream, e cioè da grifagni e luciferini funzionari uniti nel complotto delle scelte.

Come se Anderson fosse un regista indie.

Ecco poi il rimando nostalgico e feticista all’uso di una pellicola scaduta, immaginando in questo feticcio vintage e ammuffito, un ritorno all’artigianato da bottega e paesello di menestrelli del cinema dei mestieri   contro il corrotto ” post cinema”, persino, orrore,  digitale!

Non capendo invece che si tratta , anche, di una sapiente e orchestrata strategia di marketing e lancio del film pensata proprio per quel target specifico : critico cinematografico da quotidiano cinquantenne privo di competenze ma gravido di nostalgie e giovane cinefilo brufoloso a caccia di amenità.

Il risultato è un film di fatto incomprensibile dove ci si può riconoscere nell’indolenza  “poetica” (sarà questo l’intento di Anderson? ) di un protagonista slabbrato  che ci riporta alla letargia dei sedati o, meglio ancora, al ronfo che riscatta  o, peggio, alla riscoperta   di valori “naturali” corrotti dal contemporaneo.

Come quelli dell'”Amicizia ” e dell'”Amore ”  per ” salvarci dal disastro™”  (http://www.internazionale.it/opinione/goffredo-fofi/2015/03/04/vizio-di-forma-paul-thomas-anderson-2)

A noi comuni mortali resta il dubbio però che nessuno in realtà ci abbia mai impedito di coltivarli entrambi questi valori  e soprattutto a prescindere dal polpettone di P. T. Anderson.

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2 pensieri su “P.T Anderson: manuale di kitsch per retoriche colte.

  1. Eroi penitenti, solo quella vale la recensione 🙂 Sarebbe anche curioso sapere se il grafomane medio italiano, allucinato popsofico amante dei tarantini, vede queste pellicole in originale o smarronate dai “bravissimi doppiatori italiani” esperti nel livellare tutto all’hey di Arnold e Willis Drumond. Applauso al vedovo.

  2. “critico cinematografico da quotidiano cinquantenne privo di competenze ma gravido di nostalgie e giovane cinefilo brufoloso a caccia di amenità.”.

    Aggiungi “nostalgico del vintage ad ogni costo, e affascinato dal mondo psichedelico ma senza coraggio di buttarcisi dentro”.

    Un film inutile, pretenzioso, presuntuoso. Ma la peggior colpa: è profondamente noioso.

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