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Oltre alla evidente buona fede degli occupanti, che li rende non migliori ma anzi doppiamente colpevoli, l’essenza ideologica dell’occupazione del cinema America è l’infantilizzazione delle vittime.

Questo processo che è la base per cementare un rapporto solido tra carnefici e vittime sembra dato ormai per scontato e dovuto.

Un suggello e timbro di acquisita nobiltà della lotta e delle sue ragioni grazie al placet di un consiglio di vecchi saggi che rivede in quei barriti una giovinezza andata e una ragione per non dedicarsi solo a cure termali.

Vittime e carnefici sono naturalmente inconsapevoli dei loro ruoli.

Nonostante i primi, vista la situazione sociale, dovrebbero essere mossi e morsi da rabbie intestine,  feconde.

E non assopiti da teatrini di bonomia, languido zelo e finto missionario fervore su cause spanate che sono solo un brulichio di minuscoli destini personali e piccoli opportunismi da narcisi.

Insomma dovrebbero essere incazzati questi giovani e non sono nulla, ma anzi, peggio, complici perfetti.

Ma incazzati per cosa?

Le vittime sacrificali sono appunto i giovani, categoria sociale volutamente sbrindellata nei suoi confini proprio dai vecchi.

Un’età che ormai è  un rimandare continuamente l’epoca della  responsabilità e cioè dell’autonomia e del lavoro.

Nella categoria dei giovani in Italia rientrano tutti,  ma soprattutto  tromboni cinquantenni, ben pasciuti, eterni cultori di una perpetua e lugubre festa delle medie: la loro festa.

L’appuntamento con ciò che conta davvero, il lavoro e una critica sul perché questa necessità sia ormai impossibile grazie a poteri ben definiti e da combattere, sono temi esclusi e marginali.

Come se non esistessero.

Esiste invece il nemico di quartiere, il piccolo ladruncolo imprenditore che è ladro a prescindere e proprio perché imprenditore.

Esiste cioè la logica fascista e televisiva con cui questi ameboidi si sono davvero formati del Divide et impera , ovvero quella logica di Striscia la Notizia e delle Iene: forti con i deboli , deboli con i forti.

Il  problema del lavoro e del tempo sociale per trovarlo e coltivarlo e garantirsi una pensione,  l’unico vero problema che dovrebbe ricompattare tre generazioni di infanti e fargli occupare ministeri, minacciare i politici, andare a cercare una generazione di padri irresponsabili, non esiste.

A questo si sostituisce un mondo di santuari e cardinali che trova il suo altare e la sua cattedrale nel culto feticistico e immondo della cultura ormai un fantasma che ha logorato la sua ombra.

Una cultura mai intesa come processo , come cioè risultato di una microfisica dei poteri e in cui si cristallizzano sclerosi, campi e ipocrisie.

In cui ad esempio non si contesta mai l’Università come fabbrica di disoccupati che serve solo a chi ci insegna.

Una cultura che non serve a fare l’unico scopo per cui vale la pena  leggere e formarsi: criticare e dubitare.

Una cultura  in cui sarebbe facilissimo scegliersi i veri nemici e combatterli se la cultura stessa avesse fornito strumenti di lucidità critica e non etichette.

Ma è invece una cultura intesa come campo di battaglia che ripropone il linguaggio tragico di generazioni rapaci , che hanno colonizzato anche la lingua di questa gente  nel suo essere completamente svuotata di fecondità e presa.

Ecco allora un esercito di crociati bamboleggianti che blaterano retoriche balbe: ” i giovani come protagonisti e non fruitori della cultura” , hanno “l’urgenza ” e ” la necessità” di risolvere la sempre  ” difficile trattativa” per la finalità nobile di “sbloccare gli spazi culturali” al fine di rappresentare “la soluzione al disagio giovanile, alla violenza, ai problemi di integrazione, e quanto ciò  sia molto più efficace della militarizzazione dei territori”.

E via discorrendo con tutto un sproloquio funesto di “vertenze sociali e culturali dei territori”.

Tutto cioè un plumbeo vocabolario di tristezze infinite nella lingua dei loro comunicati ufficiali, lingua  contratta e vetusta come i loro pensieri, eloquio che scivola nello sproloquio, minato dalla noia che declassa qualunque spirito critico, lo disarticola in una recita dovuta che risuona come un muggito innocente.

Dove vedano i giovani frotte di militari a Trastevere non è dato sapere.

Ma dall’alto del loro nido, la cameretta rifugio che tutti  ci costruivamo nell’infanzia e che ora è diventata il tetto di un cinema inutile e di una Trastevere pasciuta, queste comparse vanno al macello della loro vita con il sorriso sulle labbra e il pugno chiuso.

Innocui, appagati dalle  lasagne materne, senza alcun pensiero acido e critico che si insinui nelle cose per disgregarle, senza i nemici evidenti e certi,  ma anzi compartecipi dell’igiene che li vuole eterni giovani da fanfara, da dibattito, da istanza critica.

In un carnevale senza gioie con funesti eroi di cartapesta di altre generazioni ad infiammarne gli sbadigli, contratti in scadenze, urgenze,mozioni, spasmi barricadieri , senza la passionalità nei loro sofismi  che non sia quella dovuta .

Esattamente come il riflusso automatico di un ruttino digestivo.

 

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