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Nei film fino a Palombella Rossa, Moretti ci racconta anche un’archeologia del presente.

I suoi quartieri sono quelli di una Roma borghese proprio dove però la borghesia non è mai esistita o è morta e sepolta e sopravvive solo nelle prassi dell’arraffo partitico e clientelare e nei gangli di una giurisprudenza kafkiana e avvocatizia: Flaminio, Monteverde, Prati.

Difficilmente il regista si spinge in questo primo periodo oltre questa toponomastica.

Quando esce lo fa per trovare luoghi metafisici in cui inserire i vertici del suo cinema: una scorrazzata a Garbatella, una remata in panama bianco sulla barchetta di Villa Borghese, la scuola di Monte Mario, la piscina , la parrocchia e il mare, come luoghi della mente e della nostalgia. E persino il bellissimo ex drive in di Casal Palocco diventa un simbolo nostalgico e un rifugio .

Più approdi e oasi mentali che vere e proprie tessiture di racconto che rimane invece legato a pochi spazi, sempre quelli.

Forte  è  lo straniamento nel vivere quei luoghi e l’ adesione feticistica a questi spazi ricostruiti, vera cifra del suo stile controllato e nevrotico di allora. Spazi che trovano una sintesi nel lavoro di set per rendere, ad esempio,  la piscina di Palombella Rossa quello che è nel film: antichizzarla, toglierle ogni patina di contemporaneità.

Tutto va depurato dagli spigoli, anche quelli  delle periferie e dei quartieri medi o del centro storico, la contemporaneità è sempre rimandata.

Una costruzione maniacale dei luoghi, soprattutto le case riprese con ansia voyeuristica, per creare il proprio acquario consolante di stanze e solitudini borghesi ai limiti della follia sciolta solo dalle canzoni popolari o dal ballo.

Poi in Caro Diario una liberazione, uno scorrazzamento selvaggio e  liberato a tal punto da fare in vespa le strade del disastro speculativo e urbanistico degli anni sessanta .

Orizzonti che, in questo artista ossessionato e tremebondo, risultano essere davvero un altrove da giungla: Spinaceto e giù fino  all’idroscalo di Ostia.

Da qualche film invece il movimento espansivo si  è invertito e si è incistato in un ritorno alla placenta senza alcuna ironia.

Moretti non ha più nulla da dire che prescinda dalle sue paure e  contrae Roma e la sua ricchezza in un dedalo di ombre e poche strade .

Gli interni, le camere e i corridoi, tutti i suoi ambienti, rimangono frugali, da ceto medio onesto e penitente, da rifugio nelle piccole cose importanti come ad esempio i libri.

Ma questi appartamenti diventano culle per morti o moribondi.

Il set diventa un parcheggio perpetuo, di attori, anime, comprimari, macchinari, camion e  il cinema non finge un racconto ma lo spolpa per rettificarne la fine.

Nessuna eresia e ironia, solo facce ortodosse, spente. Persino il Papa non esce da Roma Prati.

L’unico spasmo di vita in questo ultimo zombie movie è John Turturro che almeno ha una fisicità esplosiva ed è persino vivo e  balla. Ma anche lui  è visto con sospetto e avvertito come uno screzio nelle esigenze del copione a grande tema: che sia troppo allegro e che respiri persino in un momento di lutto?

Continuamente richiamato all’ordine dalle emicranie della motteggiante suora laica, la petulante regista, deve scontare l’aridità esangue dell’anti retorica di questi stitici intellettuali romani, il lutto della megera  e i toni in sordina di un cinema di contenuti: i disoccupati e il lavoro.

E giustamente non ricorda nessuna delle battute orribili e da messa cantata di sinistra.

Gli operai non piacciono alla regista perché si tagliano le sopracciglia e non hanno facce operaie come quelle immaginate da questi entomologi di Monteverde, lombrosiani da apericena.

Moriamo tutti insieme con mamma, sembra dirgli il fratello, e lei, la figlia  e sorella affranta  che poi è in realtà lui, si adegua nel lutto dell’ attesa.

Hai da morì mammina!

La gioia, anche quella di un’adolescente in sella al suo primo motorino, è riportata all’ordine dalla morale anti consumistica della contrattura: pure il motorino è usato e fa veramente schifo e viene provato sotto casa in una cerimonia di indugi e patemi con una scena da Kitano della municipale.

I genitori zompettano ebeti, la povera e bella lolita già pensa a come tornare al latino con nonna.

Pare vero e forse lo è a Monteverde tra ragazzini asmatici e frustrati da genitori nevrotici.

E’ dal Caimano e ancora di più da Habemus papam che la Roma morettiana è una cartografia di ombelichi raggrinziti, rughe brutali, sipari.

Spazi claustrofobici, neri, che vanno a tombare prima di tutto l’autore.

Sempre più vittima delle proprie campionature ossessive e della proprio autoanalisi  che vuole spacciarci come universali.

Privo in quest’ultimo lavoro persino di quella ironia geniale e forse  involontaria che lo ha sempre tanto disturbato e che a noi spettatori ci ha sempre invece deliziato.

Forse questo film è il frutto più maturo della vera vita di Moretti e dei suoi amici, tutti reclusi in una toponomastica che raccoglie la borghesia intellettuale romana penitente ed emotiva, ricca e perseguitata di paure.

E cioè il quartiere cimiteriale di Monteverde dove i volti esangui e atoni di questi amici, esistenzialisti a gettone, compagnoni appassiti, si incontrano ogni giorno per lavorare insieme in un incubo bunueliano senza alcuna possibilità di uscita nel reale.

Il reale però resiste a questi esegeti, resiste a loro e ai loro tormentosi soliloqui e per questo quando raccontano ad esempio il lutto, diventano ridicoli.

Roma e il suo orrore di crisi conclamata ogni volta disarmano il discorso di Moretti e dei suoi sceneggiatori.

La realtà li rende balbi, muti,  spanati e pretenziosi.

Ma loro e il loro mondo di finzione verosimile e finanziata, visti anche  i successi meritati delle loro opere tra vedovanze colte e cateteri da festival, non lo sanno.

E anche la fuga sognata dell’anziana madre nel marasma del traffico  romano per scappare a quei due mostruosi figli,  è solo fantasia. Sogno.

Il suo destino è la morte a casa. A Monteverde mentre Moretti e la Buy-Moretti la guardano schiattare.

Un incubo.

E a nulla vale il suo tentativo comprensibilissimo di rimanere in ospedale ” Almeno fino a lunedì”  di fronte agli inviti di un figlio grifagno e appollaiato alla base del letto come una sorta di Caronte in attesa.

Hai da morì mammina ma a casa con noi !

E, anche da morta,  lei rimane rinchiusa in questa scenografia claustrofobica, fatta di ortopedie sanitarie, flebo, decubiti, pitali, parcheggi e strade sotto casa (quella del regista) oggetti feticcio che vanno dalle credenze piene di vocabolari (quelli veri della vera madre del regista) alle montature di occhiali, fino ai libri polverosi ( sempre quelli veri della vera madre del regista) , dai centro tavola alle sveglie in ottone su comodini con tristi luminarie a perimetrare letti matrimoniali a sepolcro.

Tutto il cinema di Moretti  ricorda ormai gli enormi androni del rigattiere per eccellenza delle nostre periferie romane  e della nostra crisi.

La catena  “Mercatino dell’usato”  cioè i garage pieni di muffe distribuiti in varie zone di Roma che accumulano  e rivendono arredi , divani e cucine, sedie e cassapanche,  e paccottiglia degli anziani, anche le scarpe e i vestiti,  morti o in rovina economica.

A Mercatino si trova una stratificazione di memorie, un’archeologia di valori ed estetiche andate, un mondo che ci opprime con la sua presenza e il suo rimpianto di un’opulenza sbeccata e ormai insostenibile perché andata.

Per sempre.

Tutto un universo che implode in un movimento di  contrattura, quella tipica del falso benessere ridotto a polveri.

Quanto ti ho amato caro Nanni, tu e la tua forza eversiva e dissacrante della giovinezza,  ma le merendine di quand’eri bambino e i pomeriggi di maggio non torneranno più.

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3 pensieri su “Caronte Moretti e la sua geografia.

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