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Cominciamo questa storia con un genocidio.

E’ la notte del 2 dicembre del 1984 quando una fabbrica di pesticidi della multinazionale americana Union Cardibe  prende fuoco. Sono esposte al veleno circa mezzo milione di persone, più di duemila muoiono subito, 8000 mila persone muoiono nelle due settimane successive  e nei vent’anni successivi al disastro  circa 550 mila persone rimangono intossicate.

Il disastro è stato dovuto in massima parte a sistemi di sicurezza inadeguati per risparmiare nel processo di produzione e abbattere i costi. Nessuna formazione degli operai,pochissimi supervisori interni,  i sistemi di sicurezza spenti, i corpi macchina moribondi e invecchiati, un cigolio sinistro trascurato e bulloni non sostituiti. Una classica storia di sfruttamento capitalistico intensivo dove si produce con i costi inesistenti degli schiavi e li si lascia anche morire.

La casa madre americana cerca  un esperto di comunicazione per gestire la costruzione di un frasario adatto all’occidente e rimandare qualunque problema legale. Una sorta di mantra da far ripetere a tutti gli attori coinvolti  in modo da negare l’evidenza e cercare di non pagare nulla.

Per farlo, per costruire un grumo semantico che servisse da muro chiamano  Peter Hargitay.

Ecco come quest’esperto di comunicazione ha risolto il problema:

“Noi accettiamo la responsabilità morale” fu la frase ripetuta da una trasmissione televisiva quando migliaia di persone morirono nell’incidente terrificante. Con quella dicitura, noi creammo una frase cui si potevano benissimo adattare anche gli avvocati delle più grandi società, perché esprimeva dolore ma respingeva le responsabilità prima facie, societarie ed economiche”.

Marc Rich è stato negli anni il più grande commerciante di materie prime con i paesi in via di sviluppo o  sottoposti ad embargo: in Iran Libia Cuba e nel sud Africa dell’apartheid ci voleva qualcuno che l’embargo lo saltasse e quel qualcuno era lui.

Ebreo ungherese e in fuga negli Stati Uniti. In trent’anni ha nascosto al fisco americano praticamente tutti i suoi guadagni con una società in Svizzera .

La società ha cominciato a guadagnare più di 100 milioni di dollari ogni anno dal 1985.

La genialità dell’uomo sta nell’aver inventato non una piccola truffa ma  un mercato tutto suo: lo spot market. Grazie alla sua amicizia personale con l’ayatollah Khomeyni e amicizie nel sud Africa in pieno  apartheid, grazie all’embargo di questi due paesi, fu proprio lui a diventare il principale trader delle materie che l’uomo riusciva a piazzare ovunque con un tecnica molto semplice : venderlo prima di acquistarlo.

Mai comprare barili se non si ha già il cliente e poi gestire tutta la filiera del greggio, e cioè la distribuzione attraverso le navi.  Controllando le navi si riesce a decidere quando farle arrivare in porto e quando no.

E gestire così il livello dell’acqua, fare salire o scendere la diga e di conseguenza il prezzo: aumentare il fabbisogno quando la temperatura è alta  tenendo le navi in mare e approfittare dei prezzi bassi dell’offerta perché materia prima proveniente da paesi con l’embargo.

Ma le cose cominciano ad andare male quando Rich diventa un ricercato, anzi il ricercato numero Fbi. Nessuna tassa dichiarata in Usa e conseguente fuga dal paese. Era il momento di chiamare qualcuno che lo aiutasse con la comunicazione, il creatore di un frasario operativo e di una rispettabilità civile, quantomeno in Svizzera, andava conservata.

Rich chiamò Peter Hargitay. Sempre lui. Fu lui a consigliargli di difendersi sottolineando che l’evasione fiscale è sì un reato negli Usa ma non lo è in Svizzera. Semplice no? Rilasciò interviste costernate mentre i suoi affari galoppavano: “Ho compiuto un errore, penso che la mia reputazione non verrà più recuperata e sono stato dipinto in un modo orribile come un workaholic, una macchina da soldi. Ma non è vero. Sono un uomo modesto, una persona calma che non ha fatto nulla di illegale” . Attraverso una serie di scatole societarie riuscì a distribuire il suo debito personale, mai pagato, e pagò una somma irrisoria come società.

Le uniche due parole da non pronunciare mai erano: evasione fiscale. Il suo sogno in fondo rimaneva quello di tornare in America per “riabbracciare mia madre”. Tra il 1985 il 1986 il suo amico Peter gli confezionò 30 interviste con giornali svizzeri riviste e stazioni televisive. Molte volte Peter interveniva a rispondere al posto suo, e quasi sempre rivedeva le interviste finite. L’immagine che ne venne fuori fu quella di un uomo da intervistare continuamente in quanto guru ed esperto mondiale di petrolio senza che apparentemente nessuno si accorgesse che il mercato del petrolio era, per un pezzo consistente, lui stesso.

Come dire, chiedere previsioni di mercato ad un uomo che era il mercato stesso.

Peter organizzò poi una sequela di donazioni ad artisti, scienziati e organizzazioni umanitarie in Svizzera. Detraibili naturalmente. Solo nel novembre di quell’anno la fondazione del suo datore di lavoro  donò $ 150.000 a un’orchestra da camera di Zurigo, altrettanti soldi ad un’associazione che si occupava di usare i cani per trovare le persone sotterrate nei terremoti. Sua moglie intanto poteva cantare la sua hit “Don’t look back”.

Il ricercato numero uno dell’FBI era diventato un santo anche se solo in Svizzera, Peter aveva fatto il suo. Fu Peter a confezionargli la risposta pronta che dava a tutti i petulanti giornalisti d’inchiesta: ”Oil? Isn’t that the stuff you pack sardines in?”

Bill Clinton il 20 gennaio del 2001, l’ultimo giorno del suo mandato e poche ore prima di lasciare la Casa Bianca, concesse la grazia a Rich come suo ultimo atto presidenziale. Tra tutte le cose che aveva da fare , svuotare i cassetti della Casa Bianca, staccare le foto e riassettare la scrivania, Bill trovò il tempo di pensare a lui. Chissà perché. Forse perché la  moglie di Rich era stata una munifica sostenitrice del presidente?

Peter Hargitay dove altro poteva finire dopo aver servito così bene in territori di confine tra la criminalità e i grandi affari?

Naturalmente la sua collocazione ideale a quel punto e con quella esperienza non poteva che  essere una: il calcio. E servire la persona che il calcio lo incarna, lo gestisce, lo comanda da vent’anni: Blatter, presidente e incontrastato e padrone della Fifa.

Non prima però di avere arricchito il suo curriculum con un ulteriori competenza indispensabile nel mondo delle PR : la droga, il musical,e infine il cinema.

La droga lo aveva portato in carcere anni prima perché nella 1995 i poliziotti curiosi giamaicani sequestrarono qualche chilo di cocaina su una nave della sua compagnia. Anche lui le navi quindi. Ma passò solo  qualche giorno sotto chiave ma ne uscì dichiarandosi diplomatico dell’esercito Svizzero (?) .

Poi era diventato di spettacolo ma nessuno sa come: produttore ad esempio di The King un musical su Martin Luther King a Broadway e, sotto la sponsorizzazione della Fifa,  una trilogia cinematografica intitolata Goal.

Blatter voleva assolutamente un uomo come lui.

Peter infatti deve trattare queste grane tirate fuori dai cronisti del Daily Telegraph, del Guardian, e del Daily Mail. Lo può fare perché  è stato assunto come special advisor, una sorta di spin doctor, da Blatter in persona , che si fida ciecamente dei servizi della sua società la European Consultancy Network – ECN che è il punto di arrivo di una vasta attività imprenditoriale di Hargitay a Londra: l’uomo infatti aveva prima fondato una società investigativa in grado di promettere ai suoi clienti di fornire dati sensibile dei competitor e di tenere le società dei clienti fuori dall’occhio del ciclone in caso di guai:

” Offrendo un atteggiamento nuovo questa la chiave, come lo sono i “mezzi non ufficiali” grazie ai quali si possono ottenere informazioni importanti. Si possono ottenere, e vengono ottenute, quotidianamente di ora in ora, di minuto in minuto… Si possono invadere le faccende più private di un cittadino, di ogni cittadino, basta inserire un numero della social security in un modulo”

Blatter ha un particolarità: se non riesce ad avere il potere per vie legali, le votazioni,  lo compra, se non riesce a convincere i giornalisti, li mette a libro paga, se vede qualche elettore deluso nelle periferia del mondo Fifa lo rimpinza di soldi per iniziative sportive fittizie e opinabili.

Ma nella periferia del mondo non tutti sono disposti a farsi comprare. Uno di questi era l’haitaino Jean- marie Kyss che invitato nel 1998 a prendere parte al Congresso Fifa per l’elezione del presidente viene bloccato all’aeroporto di Port au Prince e rimandato indietro dai “gangster del suo governo” che gli impedirono di prendere il volo per recarsi a quella votazione. Kyss chiamò il collaboratore più stretto di Blatter. Telefonò a Jack Warner, e lo pregò di far notare l’assenza e la sedia vuota del suo paese, Haiti. Warner si preoccupò invece di mettere su quel posto un suo aiutante che potesse votare per Blatter, Neville Ferguson della federazione di  Trinidad e Tobago fedele a Blatter perché da lui rimpinzato di soldi. Ma la sostituzione del dottor Kyss non fu la prima, due anni prima nel 1996, la sua assenza fu comunque colmata: al suo posto fu messa a votare la fidanzata di uno degli amici di Blatter, il capitano Horance Burrell presidente della lega calcio giamaicana.

La commissione messa insieme poi dallo stesso Blatter per indagare sul voto del 1998 che aveva rieletto Blatter e ora avrebbe dovuto disarcionarlo, concluse le indagini con un “rimprovero ufficiale ” per Neville Ferguson. Quindi nulla di fatto.

Blatter  è inarrestabile e vuole utilizzare il cinema per tentare di nuovo di penetrare il mercato americano attraverso gli immigrati di origine sud americana dopo il fiasco dei mondiali USA del 1994.

Peter è il produttore giusto anche se non ha mai prodotto un film ma qui gli si affida una trilogia.

Il film, una stucchevole e ignobile melassa miliardaria creata per raccontare la  parabola di un ragazzino americano di origini messicane, Santiago Muñez,  in grado, nonostante l’asma e un padre iracondo e tradizionalista, di giocare nel Newcastle e di portare la squadra in Champion è un papocchio propagandistico che unisce un sentimentalismo da telenovelas, resta nella memoria solo per la presenza nel cast del supporter Brian Johnson, il cantante degli ac dc vestito da tifoso,  che invece di sbraitare la sua arte assiste mellifluo alla gioia del padre del ragazzo messicano che assiste per caso in un pub inglese e prima di morire, all’esordio del figlio e anche , alcuni mesi dopo e sempre nello stesso pub, alla presenza della madre del ragazzino che viene così a sapere dal rocker che il capo famiglia ha potuto assistere all’esordio dell’orgoglio di mamma e del fu papà.

Peter non sembra fermarsi davanti agli insuccessi ed è inarrestabile: da una parte crea una specie di agenzia investigativa, dall’altra si vende come lobbista in grado di indirizzare l’assegnazione di un mondiale.

A cascarci sono gli australiani e la FFA che scucirono a Hargitay diversi milioni di dollari australiani.

Ma il mondiale finisce in Qatar e Hargitay, licenziato dalla Fifa nel 2007, si sposta a lavorare nel 2009 per Mohamed bin Hammam, presidente dell’Asian Football Confederation per nove anni e quindi squalificato a vita dalla Fifa perché colpevole di aver sfidato Blatter nell’elezione a presidente  nel 2011 e aver provato a comprarsi, anche lui come Blatter,  i voti della federazione Caraibica.

Di Peter non si sa quasi più nulla tranne che tiene lezioni universitarie nei maggiori campus europei, compresa la Bocconi. Sulla droga in Giamaica? Su come far sparire le responsabilità di un disastro ambientale? Su come produrre film con la Fifa o spettacoli a Broadway?

Nessuno lo sa.

Tranne lui.

 

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