Con-The-Reluctant-Fundamentalist-si-apre-il-Festival-di-Venezia

Il Festival di Venezia  tra le varie funzioni che svolge, riassumibili nella parola buffet, è anche e sempre più la camera ardente per le esequie rammaricate ai film di interesse culturale.

Quei film che hanno ottenuto una denominazione di origine controllata farlocca che generalmente distingue il nostro cinema più retrivo, esangue e infecondo.

Un cinema prodotto e finanziato, visto la difficoltà a trovare un pubblico per storie così necessarie e colte, seguendo una logica economica stringente.

Quella della fallacia della selezione avversa.

Il Mibact, l’organo statale deputato all’attribuzione del bollino “interesse culturale” considera di interesse culturale solo film destinati al fallimento commerciale nel 90% dei casi. Ci sono i dati a provarlo.

Come se un’assicurazione stipulasse contratti di copertura su incidenti solo con ciechi o alcolizzati.

Perché lo fa? Perché applica alla lettera un’idea retriva e datata di cultura.

E così facendo rispetta a pieno il principio antieconomico della selezione avversa.

Anche quest’anno l’elenco degli “interessi culturali” presenti a Venezia è impressionante, confermando la funzione che questo festival, sequestrato da un tribù indiana di trecento persone pontificanti e pensose, vestali del fuoco sacro della Cultura, ormai svolge: riconoscere ombelichi amici e accompagnarli alla tomba.

Inumazione finale di una filiera che inizia proprio con il il bollino doc di “interesse culturale”, questo cinema risente a pieno di un apparato ideologico fatto di obbedienze bovine che pochi intellettuali e registi si sognano di contestare.

Contestare almeno in nome della cultura.

Ma cosa c’è che non va nella denominazione di  interesse culturale?

Il bollino “Interesse culturale” nasconde un’idea di valore e di legittimità culturale delegata a commissioni di Stato che operano su basi discrezionali.

Niente di più conservatore e niente di più lontano dalla cultura contemporanea.

Interesse culturale presuppone  un concetto di cultura statico e gerarchico, concetto che non esiste più da anni in nessun contesto di cultural studies.  La cultura vista come Pantheon di santi o reliquiario da conservare e preservare non si sa bene da cosa e perché.

La capacità di fare cultura ovvero 1- produrre senso 2- di attivare processi di negoziazione identitaria 3-  esprimere un valore simbolico,  sono cose che nel resto del mondo sono riconosciute tanto ai Teletubbies quanto ai libri di Umberto Eco.

Inutile soffermarsi sulle trame di questi film.

Per essere di interesse culturale devono rispettare consolidate retoriche e latrati dovuti e penitenziali, talmente banali da essere ormai codificabili.

A quando infatti un bel master universitario in interesse culturale ?

Si rimanda per future slide a Mibact for dummies in questo blog.

In sintesi : se avete scritto e avete nel cassetto qualcosa di simile ad Hungher games, statene certi in Italia non sarà mai interesse culturale e non verrà mai prodotto o co prodotto.

Tutti i film italiani in concorso a Venezia sono di “interesse culturale”: il busto del Pincio  Bellocchio, l’estetizzante e soporifero Luca Guadagnino, l’outlet di Sorrentino Piero Messina e il ruspante cultore di arcadie e primitivismi e esotismi sempre a sud, Giuseppe Gaudino.

Si potrebbe già ora scriverne una recensione elogiativa o una stroncatura senza averli visti. Usciranno in sala? Alcuni. Resisteranno al mercato? No. Che pubblico hanno? Donne di cultura medio alta intorno ai settant’anni e buon reddito. Con rispettivi mariti, se ancora vivi e non deceduti durante la visione.

Fuori concorso abbiamo invece altri interessi culturali imperdibili: Non essere cattivo di Claudio Caligari ( forse eccezione salvifica ma purtroppo testamentaria), I ricordi del fiume di Gianluca e Massimo De Serio.

E anche nella sezione Orizzonti un’opera prima realizzata con il contributo under 35 dal promettente titolo agreste: Pecore in Erba.

Che dire poi del “mercato”? Ovvero la sezione pomposamente e pateticamente intitolata: Mercato del film e il Venice European Gap ?

Anche qui selva di prodotti nostrani ma sempre “interessi culturali” con titoli evocativi:  Bianco, Children of the night e The Whale, rispettivamente del bravo Vicari, Andrea De Sica e Pallaoro, lanciato dal festival di Venezia  e autore dell’imperdibile ma perso (complotto della distribuzione?) Medeas la cui trama, scoppiettante, era: ” Nella provincia rurale americana Ennis è un allevatore alle prese con la siccità con la moglie sorda Christina, che lo tradisce, e con i cinque figli.”

Auguri.

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2 pensieri su “Festival di Venezia: esequie dell’interesse anche se culturale.

  1. Ahahah preciso preciso. Obbedienze bevine degli intellettuali di area, a comandanti in capo di area, in diniego patologico della realtà mafiosa da loro mantenuta in vita.

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