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I tossici di borgata sono infelici, si sa. E destinati all’infelicità in quanto infelici e tossici e tali perché di borgata.

Nessuno che si sia chiesto: sarà vero?

Farsi acidi e cocaina rende i protagonisti del racconto un sacco perduti, punteggiati nella loro perdizione.

E la cosa davvero consolante, anche se assurda, è che questi tossici non godono mai.

Viene da chiedersi: perché si fanno come cavalli se non godono mai?

Risposta: non sia mai signora mia!

Allo spettator non far sapere quanto è buono il formaggio con le pere. Pere in senso lato.

Non sia mai che si diverta senza pentirsi ed empatizzi davvero facendosi poi più di quanto si fa già.

Non sarà che questo film, necessario e educativo come una visita anestetizzata al luna park nella casa del terrore, è in realtà  il tema svolto dal potere nei confronti della povertà?

Se ti droghi non godi e vedrai…

Pare vero!

Lo spettatore, sempre in colpa perché è lì a vedere un film invece di stare 24 ore a riflettere in periferia su quanto è brutta la periferia, ricattato da tutte le periferie del mondo che sono, a prescindere,  anche e sempre colpa sua, commosso dagli orsi di peluche e asfaltato dalla tristezza a palate dei registi necessari ma morti, dalla liturgia degli eroismi delle produzioni necessarie e dall’urgenza di tutto il grande dibattito sulla Cultura colta e al tempo stesso tanto umana, è pronto.

A cosa?

A flagellarsi  con un safari innocuo a sette euro per partecipare “sgomento” allo sguardo ” non giudicante” e all’ampio sospiro affranto del coro piagnucolante di : “C’è anche questo nel mondo. Signora mia”.

Invece il tossico vero sa benissimo che gode davvero, basta vedere Trainspotting per un rapido ripassino.

Ma nel cinema italiano pieno di autocensure, moralismi e distinguo, cultura parrocchiale e “raffinati” non detti, a trionfare è, come sempre, il meraviglioso pathos da melodramma, da opera lirica.

Così tutte le scene da strafatti sono punteggiate da un richiamo all’ordine , anche quelle meglio recitate.

Un pedante tossico, tossico a sprazzi e redento in cantiere, schiaffeggia l’amico irrecuperabile.

Fai vedere le mani, teppistello! Franti, Lucignolo e Pierino Porcospino finiscono male, lo sai?

Una pippata in due,certo, ma solo e sempre “per dimenticare” e stordirsi fino a “perdersi per sempre” . Ah quanta sofferenza! E quanta ingiustizia di noi nati ai bordi di periferia! Signora mia.

In  una scena onirica e delirante, che definire orribile è davvero poco, ci si cala un acido.

Godranno allora?

Manco per niente.

Ecco che parte subito il rimosso e una visione da infanzia infranta. Quanti traumi e quanto inconscio che riemerge ! Il circo, in cui però persino la sirena è uccisa con un colpo in testa.

Hai da morì Sirena! E con lei il bambino che è stato e ora non è più. Forse.

Che dire poi del background da Mario Merola del tossico più convinto e simpatico del film che, non a caso, muore punito da implacabile moralismo melò?

Un tambureggiare di scalogne ma in fondo , come in ogni film reazionario che si rispetti, giuste, sane.

Sante.

Che riscattano persino il vizietto del tossico:  così amabile da zio, così cristologico da dannato, così necessario da vittima e agnello sacrificale.

Zietto vive con la madre anziana, una vera sventurata che si muove dai fornelli al lavabo e esce solo per andare dalla strozzino.

Scolpita dal dolore, nonna coraggio e madre messaggio, nasconde nell’armadio la figliola e il suo altarino, lei macilenta madre piegata dalle calde lagrime, l’altra morta ma tanto bella in foto.

Com’era bella! Come sarebbe stata contenta se…

E invece niente, morta senza neppure farsi un po’, nemmeno una pera ogni tanto, punita dall’amore di un uomo sbagliato, lui sì tossico, in un mondo sbagliato dove i tram non vanno avanti più.

E la nipote? Povero agnellino! La pargola emaciata, la sofferta morticina di periferia che allunga la pargoletta mano verso lo zio sulle sponde del grigio mare di Ostia.

Lei è lì per poche pose, prima che un simpatico Aids, che si è portato via mammina, passi anche da lei.

Amen.

Resta però l’orso, il dono da risonanza narrativa, che è stato trafugato per amore e che ricorda il palloncino dell’Ultima neve di primavera.

Quanta commossa infanzia c’è in quell’orso!  Quanta umanità! E tristezza a palate di cuore.

Quindi crocefisso pure lui!

Zio strafatto ma protettore del focolare è un garrulo monello.

E se osa divertirsi con qualche tiretto a pallone ecco che, ZAC, bussa amico Aids alla sua porta e si infilza la mano con in una siringa.

E ha anche il vizio di calarsi le pasticche!

“E te credo!” Direbbe lui e anche noi.

Anche perché il destino, sordo ad ogni pietà, il destino infame, si accanisce proprio tanto.

Così sfortunati, signora mia, e così buoni questi ragazzi. O quanto meno così emarginati!

Santi?

No, uno è tossico, ma lo è soprattutto per il degrado morale in cui vive e le sfighe fantozziane che lo piagano.

Ecco il Motivo!  Ecco la Psicologia! Ecco la Sociologia! Ecco quello che il Cinema ci offre se e quando è Cinema  necessario! Sane Risposte.

Forse.

E anche quando si fa di robaccia, monellaccio, cerca in fondo all’anima sua il vero riscatto: il focolare e la casa con l’amata, la donna che redime. C’è posta per te.

Quante scuse ho inventato io pur di fare sempre a modo mio, evitare così  una storia importante, non volevo così  ritrovarmi già grande .

E mura che proteggono tra una pippata e l’altra.

Quando c’è una pista c’è casa e ci sei adesso tu.

Casa orribile, certo,  ma certo meglio di niente e molto meglio di stare a casa propria con il trittico de la morta in foto, la moribonda e la penitente mammina.

Da un pezzo si tacquero i gridi:là sola una casa bisbiglia. Sotto l’ali dormono i nidi,come gli occhi sotto le ciglia.

E’ già famiglia!

Unico porto di un futuro di nuovo possibile se non ci fosse un trans a turbarne i commerci.

Insomma uno scenario da romanzo di appendice pestilenziale e film di Nino D’angelo, ma pure pieno di tristi e implacabili Verità.

Di uggiosità madornale, scambiata per affiancamento narrativo composto e discreto al popolo: non sia mai che si manipolino i poveri e il loro mondo marginale quando li si racconta!

Già raccontarli è in qualche modo Colpa o , meglio, sordida pornografia, raglia la critica.

Ci vuole rispetto e composta contrizione, soffriamo con loro e diamogli voce. Anche se è tutto scritto e tutto recitato e quindi non è un documentario? Anche.

Tu chiamale se vuoi emozioni. Ma educate e  innocenti.

Il povero va sfiorato, è un insetto da entomologo e, per non disturbare, è sempre senza libero arbitrio.

Se si ribella muore. Se gode non è nel cinema italiano. Imbalsamato dal cinema-pruderie e dalle censure della parrocchia,  si lascia osservare asfittico anche se ben recitato. Ed è credibile, signora mia, perché in fondo è vittima, tanto.

Almeno finché nessuno ci darà una terra promessa e un mondo diverso. 

Rivoluzione?

E soprattutto si piange, oh quanto si piange al cinema, anche quello impegnato ma dei sentimenti che non giudicano!

Il poco viene dopo il tanto ; come là nella capanna: un pianto ancora, un po’ di pianto, dopo tanta ninnananna.

Ed allora chiudiamo, sbadigliando, sul primo piano del pasciuto infante idrocefalo, forse per eccesso di zoom o troppa periferia. E giù lacrime.

Periferia  dove l’aria è popolare ed è più facile sognare che guardare in faccia la realtà.

https://www.youtube.com/watch?v=Wx3R0vUDG68

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