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Non esiste compiacimento narcisistico in questo ultimo film di Pietro, non esiste cioè l’esclusività dell’artista che ribadisce il suo margine, quasi sempre insincero, come feticistico culto dell’arte vera .

Non esiste mai questo compiacimento vittimistico che pure l’autore stesso e il suo gruppo di lavoro potrebbero a buon diritto rivendicare.

Rivendicare in quanto marginali non certo per sdegnoso ritirarsi, miracolosamente marginali e coerenti, e, forse proprio per questo, ancora in grado di fottersene delle logiche, le grammatiche e le retoriche, di un cinema di imitatori balbettanti, autori necessari e cancheri malvissuti dell’Italia di oggi con la sua estetica e etica consolanti  o con le sue metropoli noir inesistenti o povere che dovrebbero perturbarci e risultano invece sempre scalzate dalla realtà.

Esiste invece una lezione di stupore in Bella e Perduta. E di sincerità.

Lo stupore di chi si imbatte e si immerge, di chi cerca rapsodicamente, guarda e quindi trova, si sporca e si rotola, e lo fa nel territorio di mezzo più complesso da raccontare.

Quello tra il sogno e la realtà, tra l’arcaico e il contemporaneo, il territorio del caso, dell’accumulo e dello sciupio, delle maschere e dei volti di carne, della stratificazione di giustizie e orrori, quello che, meglio di ogni altro, racconta questo paese.

L’Italia che sopravvive ad ogni protocollo o ipotesi redentiva, Italia barbarica, crudele,  ma abitata da angeli.

Il territorio dove ancora i vivi e i morti convivono, dove la natura guarda all’uomo e non viceversa, il bufalo ha un’anima, l’ultimo dei contadini è il custode di una reggia.

Dove il piacere è quello di vivere finché si può e nonostante quello che c’è e ci sarà, un piacere che scalda e rianima lo scandalo del sacro come vero paesaggio collettivo.

Esiste cioè in Pietro Marcello un realismo feroce che si stempera in fiaba, l’unicità autoriale di indagare le ombre e renderle carne, riesumare le anime che si annidano negli oggetti e negli alberi , nella natura abbandonata che torna a cercarci, animata e parlante.

Natura come cerimonia funebre degli ultimi, come occhio che rende il bufalo che piange uguale all’uomo che muore, come reggia che rimane viva e  in piedi, coccolata proprio da chi, invece, ci muore dentro.

E la parola che sintetizza questa ricerca artistica, di Pietro e delle sue due colonne di montaggio e scrittura, ricerca unica e bella,  è speranza.

Speranza come disciplina per mantenere in vita la presenza di un’assenza, un desiderio di futuro che non vuole sentire ragioni, un bene incerto e negato dall’evidenza delle cose più preziose e tangibili, il paesaggio e la natura e la memoria devastate.

Un bene futuro con convinzione atteso, nella speranza, appunto, di sperare contro ogni speranza, nella speranza di un animale che va alla morte cantando la vita.

Grazie Pietro.