imgres

Molto difficile definire  un film come Perfetti Sconosciuti.

Sicuramente appartiene anche ad un genere che possiamo definire il “grande tiepido all’italiana”: quaranta-cinquantenni laschi e frolli, anestetizzati e senza contesto sociale che non sia quello pensoso e inesistente di sceneggiatori borghesi, si confrontano su languori e problemi sfiorati,  posseduti dalla nevrosi di esprimersi , confessarsi , essere se stessi ma senza personalità e in un’eterna seduta di gruppo cameratesca e patologica ma purtroppo sincera.

Un passato mitico inventato, la maturità, il liceo,il gruppo di amici,  gli amori intensi e unici ma solo perché vissuti da giovani.

Veri incubi per chiunque li ricordi davvero ma qui edulcorati come oasi cui in fondo tornare, una nostalgia fondativa da ritrovare come verità e conferma identitaria di un presente abulico, tra lo sbadiglio e il coma.

Chi siamo? Dove andiamo? Un fiorino.

Questo film però sposta il confine della banalità, come se tutta quest’autocoscienza spalmata su anni di editing, tormentose e infinite riunioni di scaletta, appelli alla qualità e c’è posta per te, abbiano alla fine partorito la consapevolezza che il pubblico, ente metafisico da evocare in sedute spiritiche sempre di sceneggiatura, non possa più andare avanti così.

Merita di più, merita i “contenuti” importanti, merita lo spessore, merita la Psicologia, merita il sapore vero come l’amaro.

C’è insomma uno spasmo di colpa e autocoscienza: non saremo stati fino ad ora troppo superficiali nel raccontarci? E la qualità? E l’ipocrisia degli adulti che non siamo?

E soprattutto una certezza: il pubblico è pronto per qualcosa d’altro. Qualcosa di profondo, francese, che parli a tutti la lingua del sentimento e  con almeno un grande tema tipo  le corna.

Uno sproloquio di ronfi che se non fosse diventato una moda e non avesse formato petulanti geometri dello storytelling, cioè della propaganda, nelle varie declinazioni che ne moltiplicano le possibilità di disoccupazione e corsi (editor, dialoghista, script analyst e altre cose americane nella società del “buona la prima”) sarebbe forse scomparso .

Invece si è  finalmente sedimentato un metodo, dopo anni di anticamere, confronti accesi con pingue funzionariame ministeriale, cardinalizio nella sua bonomia di concedere lavoro come dono ma non proprio di qualità, dirigenze, consulenti, linee editoriali e appelli, confronti accesi in lunghissime sessioni di sceneggiatura, confronti accessi in sindacati di categoria, in centinaia di scalette, scaloni, androni,  con una gestazione lunghissima per ogni cosa, film serie soggetto,  tipica del grave ritardo più mentale che sociale e dei mille passaggi.

Confronti accesi mentre tutto intorno si spegne.

E si è solo ora palesata la verità: gli sceneggiatori cinquantenni della mia generazione hanno capito i tre atti, sanno cos’è una risonanza e azzardano persino un turning point in una bella storia di corna.

Un territorio professionale abitato da un solo soggetto forte: il numinoso, il terrifico palesarsi della demenza scambiata per metodo. E con poca autoironia che salverebbe tutti.

Una gaussiana al confronto è la scalata dell’Everest, si sa,  ma qui, per tutti, c’è un ricettario che funziona per raccontare o almeno per famo a capisse.

E funziona davvero.

Di sicuro sconosciuti i personaggi di questo film  lo sono davvero. Chi ha mai incontrato, se non nelle fantasie di questi sceneggiatori isolati dal mondo, un tassista che frequenta un chirurgo plastico?

Chi ha mai visto un concentrato di donne così insignificanti e  raccontate in maniera così misogina, tutte nella stessa cena che si lamentano pure di essere cornute quando è un miracolo che siano anche solo accoppiate?

C’è Alba al suo meglio, che recita in umbro, angelo tradito da priapesco marito, che sembra uscita da un romanzo di Amalia Liana Negretti Odescalchi: purezza, candore verginale ma in versione post moderna di musa cornuta che si ribella, sempre e solo sul finale e quando tutti la speravano suicida, a colpi di rossetto.

La tapina vorrebbe partorire il frutto dell’amore e il baffone che fa? Insemina, implacabile, altrove, come la porcona del radio taxi ma anche, in un sussulto di democrazia spermante, l’ascetica e impenetrabile psicologa.

C’è appunto anche la psicologa, sfingea e ombrosa, un tronco, che guarda con olimpico e sadico distacco il dispiegarsi della “tragedia” che lei ha scatenato. Se telefonando io potessi dirti amore mio.

Isterica e invidiosa delle galoppate giovanili della figlia, ancora vergine, la censura sul sesso ( ma se è vergine?), sulle uscite col fidanzatino e sulle notti fuori. Folli notti di piacere? Mah… Le piacerebbe anche a lei?

Non è dato sapere, ma quanti problemi con questi giovani signora mia…

Evidentemente il baffo a tassametro non consola abbastanza e l’assenza del marito, catarroso mentore da chirurgia low cost, dispensatore di ricette da baci Perugina e frasi in stile Battiato frutto di lunghi confronti tra scrittori come ” la cura degli affetti”, rimane esattamente il noioso e mortifero pantofolaio che è, anche tra le lenzuola.

Eppure sembra l’unico normale. Va anche in analisi e giustamente non da lei, l’introspettivo. Difficile sperare in turgori salvifici, rapinose analità e poco mentali ammucchi. Meglio il baffone, imprenditore maneggione.

L’implacabile Rottermaier, ucci ucci i peccatucci, si consola altrove ma non molto lontano.

E pur rimanendo un totem piena di tabù, è sempre sua la presenza inquisitoria e castratrice che invita a riflettere.  Gelo dell’est, cui è concesso solo un desiderio, rifarsi le tette (?): maggiorata e emancipata. Da cosa? Chissà.

Che dire poi dell’alcolista smutandata? Colpa e peccato ad ogni sorsata? Controlla se l’ormai alopecico marito e bravissimo Mastrandrea, arreso a guardare goloso qualche culo e qualche tetta sul telefonino ogni sera alle stessa ora del giorno che muore con una costanza impiegatizia da vero disperato, la stia controllando mentre sgargarozza.

La mutanda si toglie solo per l’amico virtuale per evitare fraintendimenti. In alto i calici e in basso niente. E quando il vino embè? Niente anche allora.

Lei è in colpa prima ancora di iniziare , c’è infatti sempre nei film ben scritti il “non detto”.

Colpa feroce e da motorizzazione, ha arrotato un poveraccio per quel suo “vizietto” da scuola guida malfatta e fiasca svuotata.

Ah che giornata!

In questo scenario di pestiferi a salvarsi è solo il frrocio, come dicono loro.

Ha istinti redentivi a colpi di squat e flessioni ma soprattutto, e sembra incredibile in questa slavina confessionale, non rompe i coglioni.

Almeno fino alla fine in cui purtroppo si apre pure lui e confessa tutta la sua omosessualità poco gaia: professore di ginnastica obeso non ha neanche più il lavoro perché è frocio inconfessabile. Oggi? Nella casa borghese di un chirurgo plastico? Ipocriti altro che amici, neanche al calcetto ce lo vogliono e senza neanche sapere che è frocio che poi nelle docce non sia mai…

L’eclissi è finita, vanno a riposare, hanno bevuto profondamente ai fonti poco alpestri, se telefonando io, si è fatta una certa.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...