Prima di cominciare questo lungo capitolo sull’edificazione simbolica che il centro sinistra ha utilizzato per garantire un’economia del mattone basata sul consumo di suolo due  dati, tratti dal recente Marco Pietrolucci, Verso la realizzazione delle micro città di Roma, Skira, 2017, che chiariscono al meglio l’esenzione dello scempio.

Dati che testimoniano il tipico fenomeno dello Sprawl urbano ovvero la diffusione della città e del suo suburbio su una quantità sempre maggiore di terreni agricoli alla periferia di un’area urbana :

Roma vs  Parigi

Roma estensione: 1290 Kmq Popolazione 2,9 milioni

Parigi metropoli estensione: 762 Kmq Popolazione 6,7 milioni

Roma e la densità abitativa

Roma città storica: 126 abitanti per ettaro, Roma città consolidata 114 abitanti per ettaro, Roma Veltroniana fuori dal raccordo o intorno ad essa da 25 a 55 abitanti per ettaro.

E ciò corrisponde ad una precisa idea di città:

  • Smantellamento del piano regolatore del 1965 e della sua struttura chiave lo Sdo come luogo moderno e distaccato della centralità amministrativa (Ministeri);
  • Sostituzione dello Sdo, una sola centralità periferica, con 18 centralità periferiche che nulla hanno a che vedere con l’idea di decentramento amministrativo. Nessun legame tra le singole centralità periferiche che sono così sparse a raggiera sul territorio;
  • Collocamento delle 18 centralità su terreni di proprietà dei costruttori: venuta meno della sinergia pubblico/privato;
  • Cambio dell’idea culturale di commercio: in dieci anni, infatti, grazie alla disinvoltura dell’urbanistica romana, indotta anche nei comuni limitrofi, sono stati costruiti 28 giganteschi centri commerciali diffusi in ogni quadrante. Chiusura di tremila attività commerciali di vicinato e nessuna politica di sostenibilità di botteghe storiche;
  • Distruzione del modello ecologico che il commercio di prossimità comporta: per fare la spesa nei centri commerciali ci si arriva sempre e solo in macchina;
  • Museificazione del centro storico;
  •  Sprawl urbano: cementificazione delle zone rurali e delocalizzazione del conflitto sociale in queste aree;

 

 

Ma come costruire un’ideologia comunicativa  che possa sorreggere questi cambiamenti strutturali e irreversibili?

Come cioè edificare un conflitto simbolico tra il vecchio vs il nuovo, il progresso vs il passatismo, l’astrazione vs la concretezza che possano cementare atti così radicali e ingiustificabili?

Pianificazione ideologica del linguaggio

1- Tecnica del vecchio saggio: intellettuali di area di comprovata fede partitica in ruoli di rappresentanza che possano legittimare scelte scellerate, ruoli declinati secondo tre figure chiave: il Presidente, Il Presidente onorario, il Comitato dei saggi.

Il vertice dell’Istituto nazionale di urbanistica è quello ad assumere la guida dell’urbanistica romana. Il nuovo corso urbanistico romano ha avuto come indiscusso protagonista il suo presidente onorario, Giuseppe Campos Venuti.

Ed ecco il suo discorso di pura ed edificante ideologia con sottolineate le parole chiave della costruzione semantica della stessa:

Volendo essere schematici ma concreti, credo che per l’urbanistica italiana ci siano soltanto tre strade da percorrere. La prima è la più vecchia e nota, quella che abbiamo finora percorso e che oggi, però, non sembra avere sbocchi. E’ la strada scelta dai custodi delle regole del passato, secondo i quali l’unico piano possibile è quello rigido….. Questa è la strada di un piano che non è un piano, ma un’astrazione ideologica. La seconda via è, in fondo, uguale e contraria alla precedente; è la soluzione del rifiuto ideologico delle regole….La terza via d’uscita per l’urbanistica italiana è, invece, caratterizzata dalla coraggiosa serietà del riformismo: ed è quella scelta per il piano di Roma

 

2- Tecnica del claim o della benzina ma verde: battezzare con nomi accattivanti atti formali radicali.

L’atto formale e legislativo, che stravolge comportamenti virtuosi precedenti, diventa così claim, diventa digestivo e affascinante e mattone di una propaganda progressista.

1- La variante al piano regolatore diventa sempre di salvaguardia;

2- Il piano regolatore nuovo che stravolge il precedente diventa: piano delle certezze presupponendo incertezze precedenti;

3- la concessione di speculare sul territorio si trasforma in diritti: i diritti edificatori;

4- “la colpa” dello Stato, cioè aver esercitato il suo diritto ad ostacolare processi speculativi sul territorio,  diventa necessità di compensazioni nei confronti del soggetto privato, cioè i costruttori;

5- Si afferma il concetto (messo nel piano regolatore) del pianificar facendo: La capitale istituisce addirittura un assessorato ad hoc, unico comune italiano in cui oltre ad un assessorato alla pianificazione si crea un assessorato alla deroga, quello ai grandi eventi;

6- ogni opera di speculazione su cubature esistenti, cioè ogni tentativo di aumentare i volumi diventa: riqualificazione.

Il piano regolatore non esiste più, con l’accordo di programma si può edificare dappertutto, su aree destinate a verde, a servizi pubblici o all’agricoltura.

L’altro soggetto in campo sono i costruttori, cioè privati interessati a favorire il processo e giustamente interessati alla massimizzazione del guadagno. ma per massimizzare bisogna avere pochi inciampi e ostacoli.

Come ottenere la massimizzazione degli utili ?

Per prima cosa creando un ambiante comunicativo adatto.

I costruttori infatti si preoccupano di controllare in primo luogo la stampa.

Perché all’epoca, 2006, era un mezzo con ancora un potere d’influenza e non come oggi che un editorialista  politico ha un’influenza certificata su circa 1500 persone del suo ambiente (politici e giornalisti)   ovvero il nulla.

Nella piazza romana dell’epoca: il più diffuso quotidiano locale, Il Messaggero, è di proprietà di Francesco Gaetano Caltagirone. Il quotidiano locale di destra, Il Tempo, è anch’esso di proprietà di un soggetto con rilevanti interessi immobiliari, Domenico Bonifaci. Nel consiglio di amministrazione del gruppo Rcs-Corriere della Sera, infine, siede Pier Luigi Toti, importante e autorevole costruttore romano.

La storia esemplare: 

Caltagirone e l’utilizzo della stampa locale, controllo dell’agenda setting e rilevanza dei temi nei momenti caldi della politica ( elezioni)

Chi è?

Nel 2008 Francesco Gaetano Caltagirone secondo Forbes è piazzato al posto 446 tra gli uomini più ricchi del mondo, è il decimo uomo più ricco d’Italia ed è il più “liquido ” in assoluto. Caltagirone non dipende dalla banche e non dipende dalla principale banca romana che non c’è più: Capitalia.

Caltagirone è editore solo nei luoghi dove deve investire.

L’imprenditore ha un controllo sistematico dell’informazione locale e sulla piazza del centro Italia  può contare su 12 redazioni del suo giornale distribuite su tutto il territorio. Nessun giornale ha questa potenza di fuoco. Il Messaggero ha redazioni ovunque: una a Roma, una a Ostia litorale, una a Viterbo, una a Civitavecchia, una a Frosinone, una a Latina, una a Rieti, una ad’Ancona, una nelle Marche, una in Abruzzo e una in Umbria.

Caltagirone decide come e quando appoggiare un politico.

Ad esempio quando a fine legislatura Mario di Carlo  denunciò il gravissimo e inquietante ritardo dei lavori sulla metropolitana C di Roma  (come  45 varianti sul progetto originario, 692 milioni di euro in più rispetto alle previsioni iniziali) il cui appalto era stato vinto da una serie di imprese capeggiate proprio dalla Vianini di Caltagirone,  fu attaccato pesantemente dal Messaggero.

Caltagirone è trasversale. La sua  carriera come editore comincia alla fine degli anni 80 quando salva il quotidiano edito dal partito comunista “Paese Sera”.

Poi continua sempre a livello locale con la sinergia stampa-interessi economici:

1- sponsorizza  la squadra di basket di Siena nel 2006 in occasione della sua nomina alla vicepresidenza di Monte dei Paschi con la sua free press “Leggo”;

2- In Friuli Venezia Giulia, quando decide di comprare quote della società più importante della Regione (le Generali) conta sull’appoggio di “Gazzettino di Venezia” che è quotidiano più letto dell’area;

3- Controlla “Il Mattino di Napoli”, il Corriere Adriatico, il Nuovo Quotidiano di Puglia.

4- Nel 2007 è il proprietario di una delle televisioni locali più seguite del Lazio: tele Roma 56.

Esempio: decisione e pianificazione dell’agenda setting.

Avere l’appoggio del Messaggero che è il giornale più venduto della città di Roma, significa poter decidere l’agenda dei temi da trattare sotto elezioni e delle emergenze sociali su cui costruire la macchina propagandistica di una campagna elettorale.

Le emergenze sociali quindi possono o sparire o diventare notizia da prima pagina.

La violenza percepita (mai reale Roma è una città tranquilla)  e la paura possono aumentare.

A nove giorni dal ballottaggio del 2008 una ragazza viene violentata in periferia, la notizia la si racconta con sei colonne di cronaca in prima pagina. Ma a quattro giorni dalle elezioni europee una donna di 42 anni viene stuprata alle porte della città e la notizia viene relegata a pagina 11

È Caltagirone quindi, con il controllo sistematico della stampa locale, a decidere i temi del dibattito politico in occasione delle campagne elettorali, i topics emotivi con cui ricattare i candidati.

E come tutti gli editori italiani la finalità non è fare profitti attraverso il lavoro di editore ma fare profitti attraverso gli affari correlati in altri ambiti imprenditoriali e cioè principalmente l’edilizia.

Questo modello salta completamente stravolto con l’avvento dei nuovi media e dei social. Che infatti terrorizzano questo tipo di poteri.

(Su Caltagirone: Claudio Cerasa, La presa di Roma, Bur Rizzoli)

I Toti, gli amici di Walter.

Il rapporto tra Veltroni e i Toti segue la logica duale e strutturale del capitalismo senza capitali e senza rischio e cioè all’italiana.

1- Da una parte socializzare le perdite. Ad esempio il mancato rispetto delle opere accessorie, dei vincoli ambientali ed ecologici e avere al contempo un accesso privilegiato al credito bancario senza garanzie e con debiti venduti ai correntisti.

2- Dall’altra  privatizzare i guadagni.  Ad esempio quelli di un’economia a leva in cui un terreno rurale diventa edificabile e quel terreno appartiene proprio a chi ci vuole costruire sopra.

Cominciamo da un vicenda che riguarda l’araldo della cultura pubblica Walter Veltroni: la concessione di spazi in deroga al piano regolatore per l’edificazione di un’università privata: la Luiss della Confidustra.

Dalla trasmissione  Report: ” Il complesso che era di proprietà delle suore dell’Assunzione, poi è stato comprato dai fratelli Toti della Lamaro Costruzioni che lo hanno dato in affitto alla Luiss. La delibera non è ancora approvata dal consiglio comunale eppure i lavori sono iniziati. Come mai? Ce lo spiega questa comunicazione dei vigili urbani del secondo municipio. Leggiamo che la Lamaro ha presentato al municipio una Dia, dichiarazione di inizio attività, in cui dichiara l’esecuzione di opere di restauro conservativo. E invece i vigili urbani si accorgono di lavori abusivi di ristrutturazione. Insomma, il secondo municipio autorizza solo lavori di conservazione e nessun ampliamento, il Comune invece sì ma in una proposta di delibera non ancora approvata.

Guarda caso, la Lamaro l’ampliamento lo ha già iniziato. Questa è una zona assolutamente vincolata a tutela integrale, è una zona G1 Parco storico vincolato anche se privato, è un’area che ricade nella valle del Tevere 15/08 ed ha anche un vincolo paesaggistico specifico apposto con decreto ministeriale.

La Lamaro ha deciso di stanziare 8 milioni di euro di contributo straordinario volontario a favore del Comune di Roma visto che non riuscirà a garantire gli standard di verde e parcheggi fissati per legge. Ci guadagna il Comune in questo scambio?  Quel di più che gli concede il Comune in termini edificatori renderà 150 milioni di euro alla Lamaro appalti a fronte degli 8 milioni che loro daranno qualora loro non si atterrano agli standard urbanistici.

Voi investiresti 8 milioni di euro per averne indietro 150?

Quindi riassumendo:

Il Comune guadagna, a compensazione del mancato adeguamento agli standard urbanistici che il Comune stesso dovrebbe controllare, 8 milioni concedendo diritti edificatori ai Toti che valgono 150 milioni di euro.

Dichiara Morassut intervistato da Report sulla vicenda: ” Francamente i cognomi Toti, questo, quell’altro interessa poco, torno al concetto. L’amministrazione dà delle norme, dà delle regole, dà degli indirizzi poi il mercato si muove. Indipendentemente. Io difendo il progetto di creare in quel luogo un campus universitario della Luiss, perché Roma è la capitale d’Italia, la Luiss è una grande università, benché privata, che forma una parte importante della classe dirigente e deve avere una sede degna. ”

Questo signore, laureato in lettere con nessun lavoro mai svolto in vita sua che non sia quello politico, è figura apicale del Pd:  segretario regionale del Pd del Lazio,  inizia il suo rapporto con i costruttori quando viene nominato da Rutelli vicepresidente del comitato Olimpico nel 2004 con personaggi raccomandabili del calibro di  Pescante, Ranucci, Nebiolo (cioè i protagonisti di decenni di scandali del Coni  qui la trasmissione di Report su questa simpatica compagnia http://www.rai.it/dl/Report/news/ContentItem-145e0ee9-86dd-4180-9bec-0942b4949fa7.html)

E’ il coordinatore sotto Veltroni  di tutti i progetti megalomani del nostro, tra cui il Museo della Shoa, progetto donato alla città dalla ditta Lamaro  ovvero i Toti ma fallito nonostante resti ancora in piedi una fantomatica fondazione, il recupero e l’ampliamento delle strutture del Centro Sperimentale di Cinematografia a Cinecittà, progetto fallito e disastro economico ora socializzato cioè ritornato in mano alla Stato con tutti i debiti (http://www.bookciakmagazine.it/cinecitta-indietro-tutta-gli-studios-tornano-allo/),

Morassut diventa poi membro, non si sa a quale titolo, dell’Istituto Nazionale di Urbanistica ( INU ) .

In Parlamento si occupa di riforma della legislazione urbanistica.

E beffa finale: nel mese di novembre 2016 è eletto Vice Presidente della Commissione Parlamentare di inchiesta sul degrado delle periferie italiane.

Magari quelle impresentabili che da Assessore all’urbanistica ha creato lui stesso e legittimato sotto la giunta Veltroni?

Semplici domande giornalistiche:

1-E’ mai stata fatta un’indagine patrimoniale ( quelle ad esempio fatte dal giornalismo di inchiesta su Grillo)  su Morassut dal 2004 ad oggi?

2- Chi ha finanziato negli anni le campagne elettorali di Morassut?

3- Morassut è la testa di legno dei costruttori in Parlamento?

Ma torniamo ai Toti e al loro capolavoro: il raddoppio di una struttura per attrarre attività economiche per un’economia che però non esiste: le due Fiere di Roma.

Il progetto porterà a due risultati: l’ex fiera di Roma è un letamaio abbandonato.

La Nuova fiera di Roma lo sta per diventare e appena inaugurata è in parte crollata.

Dove è stata costruita la Nuova Fiera di Roma e quanto è costata?

1-Costata 355 milioni di euro;

2- Edificata su terreni a rischio idrogeologico;

Indovinate di chi erano i terreni? Esatto: i Toti.  Il piano regolatore non prevedeva affatto la nuova fiera eppure su questi 300 ettari i Toti ottengono di poter realizzare tre milioni di metri cubi, di cui la fiera è solo una parte, a cavallo delle due giunte, di Francesco Rutelli e di Walter Veltroni, sempre attraverso lo strumento dell’accordo di programma.

Il gruppo Lamaro propone al comune di fare qui la Fiera di Roma e il Comune di Roma fa una variante attraverso un accordo di programma e questa zona da auto-porto diventa Fiera di Roma.

Oggi la fiera di Roma è sull’orlo del fallimento economico e, come se non bastasse la desertificazione economica della città,  sta anche crollando.

Dei 14 padiglioni, 10 sono agibili: quattro sono chiusi da diversi anni: crepe profonde nei muri, pavimenti dissestati, percorsi pedonali diroccati, e porte scardinate, risultato del progressivo sprofondamento dei terreni. Da quando sono iniziati questi fenomeni di diffuso dissesto? “Immediatamente, dalla consegna del cantiere”  spiega Mannocchi intervistato da IlFattoQuotidiano.it

Il sogno Veltroniano, un investimento di 355 milioni di euro per il polo espositivo della Capitale che doveva competere con le maggiori realtà fieristiche europee crolla sotto il peso dei debiti – arrivati a 200 milioni, di cui 70 milioni d’interessi con Banca Unicredit – e dei pesanti danni strutturali dei padiglioni.

Ma come finanziare questo scempio?

Il progetto del nuovo polo fieristico, detenuto al cento per cento dalla holding Investimenti Spa, società i cui soci sono Camera di Commercio di Roma (58,5%), Comune di Roma (21,7%) e Regione Lazio (9,8%), doveva finanziarsi con la vendita della vecchia Fiera di Roma, chiusa da oltre dieci anni e in stato di abbandono.

E ora infatti la parola magica per terminare il tutto è riqualificazione. Cioè aumentare le cubature della vecchia Fiera ed edificarci sopra.

La plusvalenza per i Toti sulla nuova Fiera? Inimmaginabile.

Finisce qui?

No.

La giunta Veltroni, e nel prossimo capitolo vedremo perché,  continua ad approvare varianti a favore di questo gruppo imprenditoriale:

1- il cambio di destinazione d’uso del quartiere la Buffalotta ( un’aria di 2.750.000 metri cubi alle porte della città) e cioè trasformare 1 milione di metri cubi da non residenziali a residenziali guarda caso proprio su un’area agricola comprata molti anni prima dai Toti.

2- Aumento della cubatura per la realizzazione alla Magliana della nuova torre Alitalia. Il tutto senza bando.

3- Demolizione delle cosiddette “torri delle finanze” nel quartiere Eur.

L’unico ad opporsi in maniera veemente a questi favori ricorrenti è proprio Caltagirone che riesce a far bloccare l’operazione e comincia a sentirsi escluso dai favori della giunta pur avendo ottenuto l’approvazione  per la costruzione sull’area residenziale di Tor pagnotta.

Ma Caltagirone rimane comunque organico alla politica di Veltroni anche perché riesce a portare a casa il più ambito appalto d’Italia dopo il ponte sullo Stretto: la terza linea della metropolitana di Roma (la linea C) nell’ottobre del 2006. Vedi sopra i dati del disastro di quest’opera.

Caltagirone in realtà è già stato il protagonista assoluto di Roma e  il costruttore preferito dalla giunta Rutelli. Sotto Rutelli infatti ha creato il quartiere satellite più grande che sia mai esistito a Roma: 12.000 abitazioni, 167 ettari e appartamenti da 65 m² a € 220.000. Ponte di Nona.

Anche qui solito metodo: acquistare dei terreni agricoli e farli diventare poi edificabili promettendo al Comune opere di urbanizzazione primaria e secondaria: ad esempio l’elettricità,  le strade, le fogne e persino le scuole e il verde pubblico.

Ma non si capisce mai cosa ci guadagni il Comune e la cosiddetta società civile.

La situazione oggi è da ghetto: allo  stato attuale Ponte di Nona non ha una filiale bancaria, perché le banche non aprono dove c’è miseria. Nel quartiere è tutto un moltiplicarsi di compro oro e di  agenzie di scommesse sportive. La zona nel momento del lancio è pomposamente chiamata “Mondo Nuovo”. Dovevano essere aperti tre asili nido che sono stati effettivamente edificati e mai inaugurati. Nel 2015 la scuola Ciriello di via Oscar Romero e l’istituto comprensivo di via Gastinelli sono stati chiusi perché mandrie di topi vi scorrazzavano felicemente. Interi non luoghi della zona sono diventate discariche. È nata un’associazione di quartiere la Caop che organizza delle ronde notturne di volontari. Il nemico numero uno, in una tipica strategia di lotta tra poveri, è l’immenso campo nomadi di via di Salone, secondo alcuni il più grande campo nomadi d’Europa con continue risse (l’ultima delle quali il 23 gennaio del 2017) e incendi.

Cioè Ponte di Nona è da anni l’incubatore di politiche e ideologie di destra dove nulla è integrazione e tutto è lasciato al volontarismo anarcoide dei residenti.

A completare lo scempio l’immenso centro commerciale di Roma Est che chiude il quartiere, uno dei più grandi d’Europa  di cui abbiamo già parlato nel primo capitolo e luogo incredibile di furti, comparse di cadaveri da cumuli di terra e raggiungibile solo in macchina con i suoi accoglienti 7000 posti di parcheggi.

Nel prossimo capitolo la rutilante storia del Canottieri Aniene e l’imperdibile figura di  Sergio Scarpellini, er fornaretto,  l’uomo che affitta gli uffici al Parlamento, ora sfortunatamente in carcere. Come l’affittacamere usa un ex Pci,  Giovanni Mazza,  per fare pressione sulla giunta Veltroni e creare il capolavoro dello scempio:  un milione e ottocentomila metri cubi di cemento chiamati Romanina.

 

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...