nico-la-dolce-vita

 

Nello spirito gregario delle mandrie tipico della Roma anti godona e moralista e motteggiante della “società civile”, quella cioè che decide la distribuzione di fondi pubblici e prebende perché si è autoeletta concilio cardinalizio di colti,  la punta più alta degli ultimi sussulti corporativi, il barrito da film europeo e da rinascita esemplare, si è alzato nell’esaltare l’opera vincitrice di Orizzonti, Nico 1988.

Come tutti i film italiani veramente brutti e che piacciono alle “minoranze avvertite”, è l’armamentario ideologico e patologico che ormai contraddistingue questo mondo catacombale e che cementa un’economia dell’interesse culturale che va cercato qui dentro.

 

Vanno cercati cioè gli stilemi moralistici degli ultimi rantoli francofortesi: educare un pubblico che non va consolato.

Anemia e mancato godimento sono le  basi del moralismo ortopedico di un gruppo di afasici, critici e registi,  cresciuti senza alcun talento e passione, le cui opere, artistiche e critiche, cementano miti languidi e diafani.

Tutte ragioni sufficienti per attivare il potere economico che mantiene in vita questo limaccioso stagno di sbadigli e processo culturale.  Una perpetua Bacchelli da pensionanti di Stato, interesse culturale-Mibact -Rai, che i “giovani registi ” ( tutti verso i cinquanta) di un cinema da decubito e da patrimonio Unesco, un cinema panda, ottengono con gli automatismi della cooptazione: non possiamo non dirci veltroniani e moriremo esemplari e fofiani.

Testimoniali tra di loro e mantenuti da tutti.

E persino il rock diventa, nelle mani perverse di questi stitici gendarmi, un’agonia della storia.

Il risultato è, quando va bene, una statuaria da monumento equestre e gita scolastica a visitare Arte e Cimeli e Coccarde che ci aiutino a riflettere. Ma quando va male, cioè quasi sempre,  sono comunque sette euro e cinquanta.

Un  cinema e una letteratura che non sono mai carotaggio nelle  viscere più succulente di questa città fantastica nella sua decadenza, stimolante miniera di gemme narrative come solo i periodi di febbrile vacuità offrono.

Ma sono solo un ultimo rantolo  di ciò che resta delle occupazioni da palingenesi di quattro ciabattoni quarantenni ex Mamiani, impegnati a forgiare un sistema di errori e orrori  da quando sono diventati classe dirigente di Stato nel doppio ruolo di scopritori di nullità e nullità scoperte.

Stanchi, petulanti, tristi e finanziati per automatismo e crampo, senza alcuna apertura al pubblico che detestano e considerano carne da pedagogia, le loro opere li rivelano per quelli che sono: la noia di una convalescenza incurabile.

La Nico emaciata e tossica, vittima, tra le tante, del carisma  del sommo coatto Andy Warhol ovvero colui che ” Non potendo ispirarsi ad un passato storico, si ispirò a un passato di verdura, quello della Campbell’s” ( Tommaso Labranca)  nel film è  sostituita da una birraia dell’ Oktoberfest che canta e si pera ma anche motteggia e spera.

Senza godere mai!

La regista, fin dalle prime interviste, si smarca dalla pesantezza del genere: il biopic.

Una volta che il mediocre spettatore medio, cioè io, si aspettava un onesto lavoro didascalico su questa sfigata del rock per  sapere qualcosa della povera tapina, la regista ci riporta all’ordine e ci informa che nel biopic ” le vite finiscono per assomigliarsi tutte“.

Mortacci!

Effettivamente il puntellare la trama di spiegoni messi in bocca a questa matrona che si lascia intervistare nel film, potrebbe educarmi.

Effettivamente le continue omelie sul senso dell’arte e delle scelte eroiche e uniche, gli americani ovunque, e i lunghi sermoni motteggianti di lei che bacchetta i concetti di successo e di passato “glorioso” e dove snocciola  anatemi, potrebbero educarmi.

Anatemi  ripresi anche nel trailer del film con un istinto suicidale e un marketing amatoriale per fare scappare anche gli affezionati familiari e i parenti prossimi più qualche cariatide di Monteverde sopravvissuta alle serate villa arzilla dell’Eden.

Tutto questo impegno merita attenzione.

E infatti ero  lì a vedermelo nel vento di una sala gelida e vuota come il Sacher, scomoda e orrenda e già addobbata con scenari da Soviet a camera ardente per i funerali di Stato di un grande comico che in questi anni si è pervertito, a sua insaputa, diventando intellettuale di riferimento.

Come scrivevo qui https://ilvedovo.com/2015/04/18/caronte-moretti-e-la-sua-geografia/

 

La  pasciuta protagonista rivendica nel film un “donne donne oltre la gonna c’è di più“.

E per farlo ogni tanto si buca ma le riesce meglio tutto quando non lo fa.

Se sei pulita canti meglio. Nel rock succede da sempre  il contrario ma qui lei si scatena proprio quando è tutta un candore.

Massimo una bella pastasciuttata notturna.

Ecchetelodicoaffà?

No pera, sì party. In qualche posto dell’est.

E invece di cantare i ritmati e gaudenti sussulti di Jo Squillo ci fracassa i timpani con gli organacci vibrati di Janitor of Lunacy, pestilenziale muggito doloroso arrangiato pure con chilometri di delay  che sembrano il latrato di un Gjallarhorn.

La rubiconda ulula dolore e le esce un suono da corno vichingo.

I brani “non scontati” direbbero i critici impegnati  e “mai reediani” direbbero sempre loro. Cioè, in due parole, i brani brutti e infatti dimenticati

Tranne in un cedimento con All Tomorrow ‘s parties

Tanto il minutaggio.

Ed è subito Pascoli

Più su, più su: già come un punto brilla lassù, lassù… Ma ecco una ventata di sbieco, ecco uno strillo alto… – Chi strilla?.

Lei.

Ma non solo. C’è anche il figlio, garrulo monello con la tendenza a sbudellarsi. Che permette di alzare la posta in gioco e rimpolpare la sottotrama.

Va dove ti porta il fatal flaw!

Il background, il non detto, il trauma, la colpa ? Forse,  di sicuro anche nel rigore elitario del film Mibact i figli so’ pezzi ‘e core.

In una scena che mina senza saperlo tutto il film , la donna in vampe da core e amore,  esorta lo stordito citrullo a partecipare ai suoi spettacoli con le sue foto e uscire così dal manicomio dove l’hanno giustamente rinchiuso.

Lui la guarda e in un raro sussulto di consapevolezza sembra dirle, con lo sguardo sparuto che solo i figli da amare possono avere:

” Ma che cazzo stai a dì?”

Il  pazzerellone ha un’eziologia dei suoi turbamenti da psicoanalisi in edicola a dispense settimanali: lo vediamo fanciullino mentre la madre si agita in feste rutilanti e lui, solo, si aggira tra le strobo a sgargarozzare avanzi.

Meglio se gin pochissimo il tonic.

E in un totale  da ultima neve di primavera il bambino guarda in macchina  presagendo futuri macelli poi realizzati nella scena tra il pulp e la passione di Cristo, dove la nostra lo abbraccia, moribondo ma sempre inspiegabilmente sopravvissuto.

E’ nei picchi in cui lei non canta i suoi strazi che il film rivela i suoi modelli e si dà per quello che è : una sommatoria sadica dei momenti morti di una puntata di Derrick . Scenari da livide muffe, interni da baita, fotografia catarrosa.

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Un Derrick minore: tutto  è persino più brutto, posticcio, come nell’edificio di Nettuno, bellissimo, che, per renderlo anni ottanta e incassare la film Commission Lazio (da tutto ciò avrà mirabolanti ricadute occupazionali)  viene condito con due macchine d’epoca all’esterno, due Fiat da cinema poverello, per farci urlare: la cura dei particolari.

Il finale è un cancello aperto nel senso letterale che c’è un cancello che rimane aperto. Finale aperto?

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