Gabriele-Muccino-cinemaL’ultimo film di Muccino può essere derubricato come l’ennesima banalità di un regista che, come Moretti, non ha più nulla da dire da anni. Se non raccontare se stesso.

E in realtà, come Moretti, proprio per questo è sintomatico di molto altro ed è per questo importante.

Muccino intanto ha dei meriti enormi. E’ infatti stato il primo della sua generazione, nel pestilenziale clima romano di bonaccia, ad avere un sussulto di noia contro il suo stesso mondo.

Un sussulto mutilato già all’origine dai suoi scarsi strumenti culturali e di analisi, ma comunque un sussulto di pancia sicuramente sincero.

Una pancia che si rifletteva nella sua regia che all’epoca pareva persino qualcosa di vivo: piena di movimenti di macchina, talento, innervata di vita e ritmo alla faccia di tutte le prediche curiali e bressoniane e di tutte le solfe del ricettario del cinema di sottrazione. Muccino andava contro al cinema museale e monacale del rigore formale come stitico stigma di alta cultura.

Non avendo le rabbie e lo spessore intellettuale di Bellocchio e Moretti, il risultato rimaneva precario. Ma era comunque uno stile, il suo, e un cinema allora diverso, un Dolan anestetizzato, senza alcun dolore ma solo con una nevrosi evidente che però era già qualcosa nell’Italia dei Peter del Monte, dei Calopresti, delle Comencini e di vario funzionariame da Centro Sperimentale e opera prima.

Una boccata d’aria fresca proprio perché basico, emotivo, primario.

E infatti subito stroncato dalla sua stessa genia per colpe che non ha mai avuto e cioè raccontare ciò che pensa di conoscere meglio, il suo mondo.

Raccontare la borghesia romana per quello che in parte è: una massa informe e senza identità di privilegiati, annoiati dalla vita, sotto la consolazione di vaghissimi valori di sinistra e sempre alla ricerca di uno scenario di fuga nevrotica verso altro.

E cioè fondamentalmente scopare in giro ma con una famiglia purtroppo ancora a carico.

Nobilitando questi problemi pelvici con il pensiero vittimario della crisi della coppia o, peggio, della crisi generazionale. Quando invece la crisi è solo la loro e di noia.

Questi difetti o pregi culturali, i suoi stilemi, si sono poi cristallizzati per vent’anni senza nessuna catarsi davvero patologica.  Più Muccino si ammalava nella vita reale più il suo cinema diventava un arrocco di nostalgie e canzonette. Un’eterna adolescenza.

Una nostalgia fondativa e reazionaria su tutte: l’arcadia di una famiglia ideale e inesistente cui il nostro Ulisse di Roma Prati vorrebbe sempre tornare senza riuscirci mai.

E per cementare  questo scenario sempre di più è  fondamentale in lui la misogina.

La donna nei suoi film italiani è legata al focolare domestico: accudisce, protegge e perdona. Isterica e cornuta, penitente e angelicata. Mamma mammina e mammetta, tutte insieme.

O buona e santa, seria,  o erinni castratrice da buttare giù dalla scogliera, come nell’ultimo film. O con vampe di gelosia o cornacchia giudicante del malaugurio come nelle due recenti varianti della bionda, la Crescentini, e della mora, il mascherone arcaico e giudicante, quasi sempre muto, della mascellona Solarino.

Più altre figure femminili paradigmatiche della misogina galoppante: Sabrina Impacciatore che, in quanto bruttina e senza molte alternative, non può però non amare almeno l’Amore ideale e perdonare le inevitabili corna coniugali. Che dire dell’improponibile infermiera alto borghese, ex famolo strano, vestale del marito malato, che lancia sguardi al botox con l’espressività di una carpa e grida tra i cactus la sua voglia di clinica dove internare il bravissimo Ghini nel suo ruolo migliore di sempre , il rincoglionito?

Che dire dei sussulti uterini della cugina del priapesco scrittore di ritorno da fughe sudamericane, un Accorsi muto e capitato nel film forse per caso? Ogni volta che lei lo incrocia, tra saloni, divani, cactus e piscine, lei ansima recitando con sfiati da orgasmo in scenari quotidiani. Così tanta voglia? O è la bronchite?

Lo dice alla figliola, la tapina innocente, che li scopre a pomiciare: papà non c’è e qui abbiamo Accorsi cara, cerca di capire. Poi il papà arriva però al molo e si riprende tutto.

Per queste donne,  sempre e solo alla fine del film e come compensazione di sceneggiatura, è concessa una fuga ipotetica nel peccato che non si sa mai come andrà a finire perché il film si chiude lì.

All’uomo invece, un minchione da liceo classico che nei film di Muccino è quasi sempre liberato da qualunque problema materiale di sussistenza, è destinato il resto dell’universo. Fuggire, spaziare, liberarsi.

Amare e ripensarci. L’uomo, si sa, è un pirata ed è un signore. A Roma Prati  di più.

Così gli uomini del suo ultimo film sono tutti Muccino stesso. Un orrore svolto, una moltiplicazione paradossale e di varie età. Persino il bambino è Muccino quando si aggrappa impaurito a mamma.

Essere cioè Muccino nelle sue varie declinazioni nevrotiche ed esangui: nostalgico di mamma, uomo in fuga, voglioso predatore, genitore assente,represso.

Un citrullo bambacione agitato e agitatore, canterino e urlante.

Un tarantolato dalla sua stessa stupidità paradigmatica e senza oggetto.

Ma il difetto fatale di questo ultimo suo film, che è uguale a vent’anni fa pur essendo ormai testamentario, non è nemmeno questo. La vera presunzione imperdonabile di Muccino è legare queste amebe, i vari Muccini dei suoi personaggi, alla parola crisi.

E’ davvero un insulto a qualunque forma di autocoscienza che preveda, appunto, una coscienza, pensarli in crisi.

Di tutto sembrano capaci gli amiconi del suo film tranne che di una crisi che non sia quella di un’afasia originaria e primitiva: gridare, cantare, fuggire e pomiciare non sapendo perché.

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3 pensieri su “A casa tutti Muccino.

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