Limiti dell’antifascismo al Chiringuito di Ponte Milvio.

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A- La presenza di immigrati in Italia scatena i fascisti;

B- I fascisti sono la causa delle violenze contro gli immigrati;

C- Un governo di destra è la causa del fascismo in Italia e delle violenza agli immigrati.

A è causa di B

B è causa di A

C è causa di A e B

L’ultima però è una correlazione spuria cioè falsa.

 

A che serve una correlazione spuria nell’antifascismo di noi partigiani doc del Chiringuito di Ponte Milvio, noi fucilieri dell’Appenino di sabbia di Maccarese?

1- Ricompatta politicamente la ricerca identitaria della sinistra che ritrova un credo pavloviano intorno a cui pensare di esistere. Una sorta di consolazione comunitaria fuori tempo massimo in cui riscoprire alcuni crampi fondativi dell’essere di sinistra in Italia: pedagogismo dei profeti, teleologia della storia, eterno ritorno e patenti morali.

Un’emergenza perpetua, un allarmismo postprandiale per nemici sempre diversi e sempre uguali che permettano di rimandare tutto e cioè una riflessione minima sul fallimento politico e il disastro culturale, una nuova modalità di comunicare. Tutta invece un’emozione, un ringalluzzirsi su possibili movimentismi tra parenti e conoscenti, una massa da assemblea condominiale che dovrebbe svolgere il suo ruolo illuminante e avanguardista tra una forchettata e l’altra.

Ma soprattutto tutto un agitarsi per  possibili, queste davvero nobili,  rendite di posizione, sanissime e gustose,  ghiotte prebende da veggente, messianico cantore  previdente e cardinale doc dell’antifascismo.

Come se l’antifascismo, in caso di vero fascismo, fosse davvero qualcosa di altro dall’essere una prassi semplicissima in cui, vista la situazione, si mena o persino si spara e in cui si rischia comunque sempre anche la pelle, la reputazione, la carriera e l’esclusione sociale.

Ma rischiare le penne nei post di facebook è molto difficile.

“Ve l’avevo detto io signora mia che erano dei fascisti! Ora però c’è qualche assessorato, ente, festival,  per me? E’ arrivato il buffet? ”

2- Assolve “l’italiano brava gente” infatti presuppone che senza un governo di destra, in questa visione perfettistica ed ecumenica, sparirebbe automaticamente, per catarsi teleologica, il razzismo in Italia.

L’italiano è sempre un puro che viene corrotto da forze estranee a lui: il famoso sociale, o meglio ancora “l’allarmante situazione socio-politica”. Persino, anche se non si capisce bene come, dal governo che lo stesso italiano ha votato.

Eliminare il governo di destra significa far rinascere la purezza antifascista di un popolo. E così per i fascisti all’opposizione è vero il contrario.

Ma la logica tra uno sbadiglio , una crema solare e un convegno necessario, è sempre la stessa…

Inoltre (ad esempio Nozick  Anarchia, Stato e Utopia) mentre il capitalismo, con tutti i suoi disastrosi difetti,  ammette la reciprocità, e cioè il fatto che non siano proibiti atti di socialismo tra individui motivati dal libero arbitrio e da spinte morali, e quindi il capitalismo non lede il mio diritto ad essere egoista, il socialismo mi obbligherebbe invece ad essere sempre altruista ledendo continuamente i miei diritti tra cui quello di essere uno spietato capitalista limitato nei suoi appetiti dal dibattito pubblico e dalle leggi nella realizzazione del proprio spirito animale.

Quindi per quanto possa apparire orrendo, non vorrei mai vivere in uno Stato socialista che mi costringesse ad essere antifascista per decreto perché sarebbe uno Stato fascista.

 

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L’inviolata, la marchesa, Lazzaro e il cinema art.

 

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Lazzaro felice , l’ultima fatica da circuito arthouse della più brava regista italiana che abbiamo , un nostro prodotto tipico, la Bigelow delle sagre, è un capolavoro di evidenza.

Sebbene tradisca in maniera indelebile l’ebetismo delle tesi esposte con tutto l’armamentario sclerotico della lagna  dovuta, no capitalismo, corruzione di cuori puri , caduta rovinosa dall’arcadia con possibile fine delle lucciole, lupi da collina e lupi da città, i volti dei poveri come alterità, brutti ma tanto puri perché  pre mutazione antropologica, natura come ritorno all’origine e turismo emotivo più profondo e intellettuale di un semplice slowfood, “ah signora mia la bella fame dei tempi andati!”  e altre banalità da anatema parrocchiale della scolastica fofiana, il film si conferma come paradigma di cinema da nobile intrattenimento.

E cioè una poetica catechetica, burocratica e dovuta che dovrebbe dirci qualcosa di pionieristico sulla profondità dell’arte e attiva invece un’economia di coscienze pensose.

Coscienze stordite per eccesso di profondità e risvegliate dal “vero cinema vero” , etico e necessario, il cinema dei festival e dei critici e la teoretica del buffet che non disdegna, tra  tartine e prosecchi, la vertigine ermeneutica di un fondo ministeriale.

Il tutto basato su una tautologia moralistica: l’uomo è umano. Ricordiamocelo sempre.

Lazzaro , il protagonista del film , è in tutta evidenza un ebete già dalla fisiognomica: guarda, con la purezza presunta dell’ameba, il mondo corrotto e noi spettatori con il duro monito del suo volto fanciullino.

I suoi bicipiti morali , il suo occhio languido tra il bove e il lobotomico, il suo dannarsi nel dono di dare amore  senza nulla in cambio  ci danno un personaggio che “non solo ha brividi ma lagrime ancora e tripudi suoi“.

Un orrendo zombie  pascoliano uscito da qualche antologia liceale o ancora Totò il buono di Zavattini fuori tempo massimo.

Vive tra spighe, ruscelletti e parenti cavernicoli, pettorute compagne di adolescenze poco inquiete che lo compatiscono, colline, lupi  e tanta Umbria.

Zero sesso.

Che sarebbe almeno un riscatto per questi galeotti dei campi costretti alla perpetua quotidianità della pannocchia e a qualche sporadico cappone se non viene sequestrato dal fattore della padrona o accoppato dalle circostanze avverse.

E’ sfruttato, come tutta la sua comunità, da un’arcigna Nicoletta Braschi che interpreta il capitalismo in salsa matrigna.

Ma anche con gli stilemi, purtroppo mancati o forse rimandati, del porno bdsm: la marchesa.

«Gli esseri umani sono come bestie, come animali. Liberarli significa renderli consapevoli della loro condizione di schiavitù» recita la marchesa, rimirando distese di tabacco, il suo, e immaginando, si spera, ammucchi sadiani tra balle di fieno con i bifolchi da aratro.

Più hard che art.

Ma il nome del posto non lascia presagire nulla di erotico: l’inviolata di nome e di fatto.

Appare però una suggestione omosessuale: il marchesino Tancredi , tinto come un marinaretto camp e vestito come il cantante dei Kolors che compra le giacche glam rock da Oviesse.

Meteora che lega subito con l’ingenuo  contadinello, traviabilissimo anche perché scimunito.

Ci sarebbe la grotta in cui si rifugiano, il bestiame che scalda e il pagliericcio, i panorami da Brokeback Mountain ma il marchesino è ancora nella fase “mammetta è cattiva” e pensa a come indispettirla, sparendo.

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Che mi hai portato a fare fino in collina se non mi vuoi più bene? Sembra chiedersi il Lazzaro tradito mentre precipita sfracellandosi.

Finito? No

Seconda parte: la città e la dove c’era l’erba ora c’è…

Lazzaro risorge ma, maledetto dalla scalogna, invece che l’alba di una vita nuova , invece del marchesino froufrou,  trova Alba Rohrwacher vestita con un turbante di stracci in testa che vive in una specie di casetta-ovulo di Barbapapà ai margini di una ferrovia.

Sta con gli altri sopravvissuti dell’inviolata e tutti insieme sembrano il Gruppo Tnt: vecchie cariatidi, incattivite e incartapecorite, giovani ladruncoli, la sempre intangibile Alba e una specie di gitano che parla come Zlatan Ibrahimović.

tnt

La micragna vera ?

Sì.

A cementare il tutto, e a rendere più art il film, gli sfiati e i sussurri di non detto della recitazione umbro/esistenzialista dell’attrice grimaldello che apre a possibili premi di interesse culturale e a coproduzioni con la Francia. Nelle misteriose vie antieconomiche del cinema art.

Lazzaro intanto ritrova il marchesino invecchiato, un bravissimo Tommaso Ragno, ma ora ha la fisiognomica di un Sandy Marton oversize.

E’ rovinato pure lui.  Dal vizio, dall’amore, dal gioco?

Dalla banca in cui, come scopre Lazzaro a sue spese, si aggira in fila anche una clientela vampiresca di picchiatori che appena vedono l’imbelle fanciullino, troppo risorto per i loro gusti, lo massacrano a mazzate per rimandarlo nell’altro mondo e liberare il pubblico di sala.

Non può mancare il lupo, tra parcheggi e strisce pedonali, con una fotografia da autovelox che ci ricorda quanto sia bella la Los Angeles di Michael Mann e cosa sia il cinema.

Cioè non questo.

Premio per la migliore sceneggiatura a Cannes che ci obbliga a rivalutare gli script e i monologhi di Adriano Celentano, il Mamet incompreso della via gluck.