LAZZARO-FELICE-di-Alice-Rohrwacher-_-nella-foto-Adriano-Tardiolo-700x430

Lazzaro felice , l’ultima fatica da circuito arthouse della più brava regista italiana che abbiamo , un nostro prodotto tipico, la Bigelow delle sagre, è un capolavoro di evidenza.

Sebbene tradisca in maniera indelebile l’ebetismo delle tesi esposte con tutto l’armamentario sclerotico della lagna  dovuta, no capitalismo, corruzione di cuori puri , caduta rovinosa dall’arcadia con possibile fine delle lucciole, lupi da collina e lupi da città, i volti dei poveri come alterità, brutti ma tanto puri perché  pre mutazione antropologica, natura come ritorno all’origine e turismo emotivo più profondo e intellettuale di un semplice slowfood, “ah signora mia la bella fame dei tempi andati!”  e altre banalità da anatema parrocchiale della scolastica fofiana, il film si conferma come paradigma di cinema da nobile intrattenimento.

E cioè una poetica catechetica, burocratica e dovuta che dovrebbe dirci qualcosa di pionieristico sulla profondità dell’arte e attiva invece un’economia di coscienze pensose.

Coscienze stordite per eccesso di profondità e risvegliate dal “vero cinema vero” , etico e necessario, il cinema dei festival e dei critici e la teoretica del buffet che non disdegna, tra  tartine e prosecchi, la vertigine ermeneutica di un fondo ministeriale.

Il tutto basato su una tautologia moralistica: l’uomo è umano. Ricordiamocelo sempre.

Lazzaro , il protagonista del film , è in tutta evidenza un ebete già dalla fisiognomica: guarda, con la purezza presunta dell’ameba, il mondo corrotto e noi spettatori con il duro monito del suo volto fanciullino.

I suoi bicipiti morali , il suo occhio languido tra il bove e il lobotomico, il suo dannarsi nel dono di dare amore  senza nulla in cambio  ci danno un personaggio che “non solo ha brividi ma lagrime ancora e tripudi suoi“.

Un orrendo zombie  pascoliano uscito da qualche antologia liceale o ancora Totò il buono di Zavattini fuori tempo massimo.

Vive tra spighe, ruscelletti e parenti cavernicoli, pettorute compagne di adolescenze poco inquiete che lo compatiscono, colline, lupi  e tanta Umbria.

Zero sesso.

Che sarebbe almeno un riscatto per questi galeotti dei campi costretti alla perpetua quotidianità della pannocchia e a qualche sporadico cappone se non viene sequestrato dal fattore della padrona o accoppato dalle circostanze avverse.

E’ sfruttato, come tutta la sua comunità, da un’arcigna Nicoletta Braschi che interpreta il capitalismo in salsa matrigna.

Ma anche con gli stilemi, purtroppo mancati o forse rimandati, del porno bdsm: la marchesa.

«Gli esseri umani sono come bestie, come animali. Liberarli significa renderli consapevoli della loro condizione di schiavitù» recita la marchesa, rimirando distese di tabacco, il suo, e immaginando, si spera, ammucchi sadiani tra balle di fieno con i bifolchi da aratro.

Più hard che art.

Ma il nome del posto non lascia presagire nulla di erotico: l’inviolata di nome e di fatto.

Appare però una suggestione omosessuale: il marchesino Tancredi , tinto come un marinaretto camp e vestito come il cantante dei Kolors che compra le giacche glam rock da Oviesse.

Meteora che lega subito con l’ingenuo  contadinello, traviabilissimo anche perché scimunito.

Ci sarebbe la grotta in cui si rifugiano, il bestiame che scalda e il pagliericcio, i panorami da Brokeback Mountain ma il marchesino è ancora nella fase “mammetta è cattiva” e pensa a come indispettirla, sparendo.

the-kolors

Che mi hai portato a fare fino in collina se non mi vuoi più bene? Sembra chiedersi il Lazzaro tradito mentre precipita sfracellandosi.

Finito? No

Seconda parte: la città e la dove c’era l’erba ora c’è…

Lazzaro risorge ma, maledetto dalla scalogna, invece che l’alba di una vita nuova , invece del marchesino froufrou,  trova Alba Rohrwacher vestita con un turbante di stracci in testa che vive in una specie di casetta-ovulo di Barbapapà ai margini di una ferrovia.

Sta con gli altri sopravvissuti dell’inviolata e tutti insieme sembrano il Gruppo Tnt: vecchie cariatidi, incattivite e incartapecorite, giovani ladruncoli, la sempre intangibile Alba e una specie di gitano che parla come Zlatan Ibrahimović.

tnt

La micragna vera ?

Sì.

A cementare il tutto, e a rendere più art il film, gli sfiati e i sussurri di non detto della recitazione umbro/esistenzialista dell’attrice grimaldello che apre a possibili premi di interesse culturale e a coproduzioni con la Francia. Nelle misteriose vie antieconomiche del cinema art.

Lazzaro intanto ritrova il marchesino invecchiato, un bravissimo Tommaso Ragno, ma ora ha la fisiognomica di un Sandy Marton oversize.

E’ rovinato pure lui.  Dal vizio, dall’amore, dal gioco?

Dalla banca in cui, come scopre Lazzaro a sue spese, si aggira in fila anche una clientela vampiresca di picchiatori che appena vedono l’imbelle fanciullino, troppo risorto per i loro gusti, lo massacrano a mazzate per rimandarlo nell’altro mondo e liberare il pubblico di sala.

Non può mancare il lupo, tra parcheggi e strisce pedonali, con una fotografia da autovelox che ci ricorda quanto sia bella la Los Angeles di Michael Mann e cosa sia il cinema.

Cioè non questo.

Premio per la migliore sceneggiatura a Cannes che ci obbliga a rivalutare gli script e i monologhi di Adriano Celentano, il Mamet incompreso della via gluck.

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