Amico David Foster Wallace

DavidFosterWallace1Non ho la pretesa di esaurire il mio rapporto da lettore con un autore così complesso nelle poche righe di un articolo per un blog.

Quello che mi resta dopo aver letto qualunque cosa di Foster Wallace, sia un saggio sia un romanzo sia un racconto, è la sensazione di spaesamento che ritrovo non tanto in me lettore quanto in lui scrittore. Ed è legittimo leggere Foster Wallace come se fossimo noi a scrivere perché è proprio lui a dirci che lettura e scrittura sono la stessa cosa.

Senza ricorrere alle facili scorciatoie biografiche, per le quali il suicidio dell’autore sarebbe la prova provata di tutta l’angoscia della sua scrittura, scorciatoie che lui stesso avrebbe odiato nella disamina dell’opera di un autore , è però davvero inutile leggerlo cercando sempre di rimuovere il fatto che si sia suicidato. E allora diciamolo subito: Foster Wallace fu trovato impiccato dalla moglie alle nove e mezza di sera nella sua casa di Claremont , California.

Per dirla alla Wallace, lo scrittore si trasferì in questa casa nel 2002, costruita nel 1956, la casa ha due garage dove Wallace ha costruito il suo ufficio, un sistema di energia solare sul tetto e persino tre grandi aree giardino ma deserte. Wallace si impicca nel patio, a settembre 2008 e Green mette in vendita la casa nel gennaio del 2009 per la cifra di 575.000 dollari. Eccetera. Qui Wallace avrebbe inserito note sulle diverse tipologie degli impianti solari, sulle tipologie di costruzione e sulla storia del patio in California, sull’andamento del mercato immobiliare americano nel 2009 e sulla tempistica dell’asfissia nella morte da soffocamento e da strangolamento, sulle teorie psicoanalitiche delle famiglie disfunzionali in cui una madre vedova abbia trovato il marito impiccato e lo debba raccontare al figlio.

Avrebbe cioè tentato di arginare la complessità delle mille sfaccettature possibili e dei mille punti di vista anche solo di un microcosmo, un caso isolato e di cronaca, la morte di uno scrittore, la sua morte.

Ma il “problema Wallace”  è proprio in questa ricchezza poliedrica: quei mille punti di vista possibili si incarnano e trovano parole scritte in una persona sola, lui. Un universo sulle spalle di uno scrittore solo.

Ogni volta che mi metto a leggere Foster Wallace me lo immagino nel suo patio a cercare quiete e argini e limiti e perimetri e metterli poi in nota e accorgersi che non basta mai.

Di Foster Wallace a sorprendermi sempre è la sua razionalità e lucidità analitiche, fino alla sfinimento delle cose. Arrivare ai simboli che le possiedono senza esaurirne il battito,  in un tentativo sempre disperato di tenere il mondo nei confini delle proprie parole ma parlate da altri: personaggi luoghi e teorie. E al tempo stesso ragionare sul senso delle parole stesse, le proprie, guardandosi dall’esterno.

Un lavorio costante sulla propria scissione.

Un tentativo filosofico prima ancora che artistico.

Usando un autore che lui amava molto, si può dire che Foster Wallace tenti di essere in ogni pagina della sua scrittura nevrotica il primo e il secondo Wittgenstein ma contemporaneamente.

Immergersi fino in fondo nel ” problema Wittgenstein” ( leggere in proposito Il plenum vuoto in Di Carne e di nulla) fino a inabissarsi con lui. Ma inabissarsi dove di preciso e perché?

Essere cioè il Wittgenstein “robotico” del Tractatus in cui linguaggio e il mondo hanno una logica comune che ne rende possibile il rapporto a patto che proprio la logica che innerva le cose sia solo mostrata nel linguaggio stesso che a sua volta esprime un mondo come insieme di dati inermi.

E al tempo stesso essere il Wittgenstein “umano” delle Ricerche Filosofiche, in cui i giochi linguistici rendono giustizia alle sfaccettature del mondo, alla sua complessità irriducibile in consolanti tassonomie.

Ora alla base di questo approccio al mondo c’è l’idea che Wallace ha dell’arte: l’arte come trasfigurazione della realtà, come capacità di costruire un percorso di senso all’interno di un materiale infinito e inerte: animare la galassia della complessità e creare vie e villaggi.

Quello che sorprende, che piega tutto il suo lavoro verso un dolore estremo, è la sensazione di leggere in Foster Wallace l’impossibilità di filtrare davvero le cose del mondo, di dimenticarle e lasciarle andare  e soprattutto di preservarsene, schiacciato sia come lettore che come scrittore da uno strabordare continuo di fantasmi, un’eccedenza di senso e di sentimento, marchingegni che girano a vuoto nell’insensatezza e spiegano però tutto.

Un’invasione aliena di un esercito di simboli della cultura scientifica e  pop e della televisione, dello sport e della pubblicità, un esercito muto che avanza con il proprio carico sentimentale e di consumo e con la violenza di uno scopo ma intangibile, di uno starnuto direbbe Wallace. Cultura popolare o scientifica che avanza dal sottoterra della semantica per invadere ogni possibile utopia anche quella  risolta e strutturata, ogni spiegazione chiusa.

Al centro di tutto lui, un argine che sobbalza in digressioni spaziali e temporali e si crepa di continuo, espandendo il testo in note e note delle note, una rincorsa alla definizione, alla bellezza della matematica sbeccata dai percorsi di senso inventati dalla sua, unica, arte, crepaccio per tuffarsi in una vertigine liminare.

L’incapacità di dimenticare, accantonare, lasciar andare, che si accompagna sempre con il suo opposto: un’esuberanza che cerca la morte, una roccia che cerca la sabbia, un’ironia che denuncia chi ride.

Verso Occidente l’Impero dirige il suo corso e a percorrerlo e abitarlo, una serie di personaggi fumettistici ma reali, raccontati da un fantasma che si scopre tale solo se compie il gesto che, paradossalmente, lo incarna e rende presente a se stesso: scrivere.

“Che tu possa cavalcare felice e beato sul dorso del più maestoso eccetera” amico Wallace, anche per tutti noi, me per primo.

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Grazie ancora, Woody.


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Scrive Woody Allen: “Volevo scrivere per il teatro non pensavo assolutamente di fare l’autore comico. La spiegazione, così mi sembrava, era di scrivere quello che aveva scritto Ibsen  o quello che aveva scritto Cechov. Certo sapevo di avere un talento comico perché mi guadagnavo  da vivere con quello ma, pur continuando ad aver successo in quell’ambito, desideravo fare il gran salto verso territori più impegnati”

Anche nell’ ultimo film Woody Allen  c’è riuscito,  costruendo un personaggio di donna  marchiata dalla più acuta e intima menzogna. Non tanto un essere per apparire quanto un più radicale non essere per apparire in cui la protagonista continua a  negarsi ogni ipotesi di sconfitta per rimanere a dialogare, per sempre,  con il fantasma dei propri pensieri che la abitano e la vengono a  trovare senza andarsene più.

Raramente al cinema si riescono a vedere delineati così bene dei personaggi tanto sfarinati e che si danno a noi spettatori proprio nel momento in cui si perdono a se stessi. La difficoltà di scrittura di questo tipo di personaggio sta proprio nel fatto che continuamente, mentre lo si scrive, lo si mina, lo si ama  per sabotarlo, lo si costruisce per smontarlo.

La filosofia della protagonista è di tipo pragmatico ma senza più alcun pragma, un’idea calvinista del fare  impiantata  su un frasario ideologico come “i soldi creano i soldi”, una cantilena irreale e favolistica che è la base per il dramma dell’illusione e del sogno perpetuo, un dramma sempre e solo mentale: la completa mancanza di resa , la completa rinuncia al dolore, la negazione paradossale del limite, la volontà bacata che precede sempre la verità dell’evidenza.

Woody Allen ci regala un personaggio immenso, che sembra il risultato di tutte le ideologie consumistiche di salvazione che hanno nella manualistica  di guru faccendieri, più che nel calvinismo , i propri testi di riferimento: uno psicologo come Wayne W. Dyer o il tarantolato e miliardario Anthony Robbins, motivatori  e coach  della seconda possibilità ad oltranza , che diventa poi terza e quarta e poi così all’infinito, un bulimico rilancio nel futuro della speranza di sperare.

La protagonista del film è tragica non tanto per le sue dipendenze, non tanto per le  sue debolezze mentali da alcolista e sedata perenne, non perché subisce un destino, quanto piuttosto perché il suo destino è sempre un destino di domani mai un accumulo di fatti dati. Quel destino che è marchiato dalla memoria negata, è però salmodiato continuamente in una parola fantasmatica e muta, tragica perché rivolta a nessuno: ricominciare di nuovo a ricostruire la propria menzogna fino all’ingorgo, all’inceppo, fino all’ingranaggio strangolato.

In questo senso la forza del personaggio è proprio nei suoi gesti, una continua ricomposizione formale e fisiognomica per ricompattare un ordine che non esiste più: rimettere a posto la borsetta sul braccio, aggiustare la gonna, vestirsi come quando c’era l’opulenza data dal furto.

La ricomposizione del copro può fare da corazza all’invasione del presente e del passato, alla sua verità,  di lei che, come si capisce dal finale,  ha sempre saputo tutto, tutti i furti del principe azzurro.

Scrive Robbins nel suo “Manuale del successo nella vita nel lavoro” dal titolo “Come ottenere il meglio da sé e dagli altri”: “ll segreto del vivere bene è di istituire un equilibrio tra tutte le cose, ivi compresi i filtri percettivi di associazione dissociazione. Possiamo creare un’associazione e una dissociazione con qualsiasi cosa vogliamo. Il segreto consiste nel creare associazioni inconsce, cosa questa che c’è di aiuto in quanto possiamo controllare ogni rappresentazione che facciamo sorgere nel nostro cervello.”

Il controllo totale che ci cura mentendoci. Questa farsa ha proprio il suo punto focale nel potere delle credenze, non da smontare ma da alimentare, nell’uomo che si manipola da solo, realizzazione perfetta del consumatore che non va più nemmeno manipolato:  lo fa da sé e se ne compiace perché ne ricava un’identità consolata e fittizia.

Una nevrosi risolta, cercata, vista e accudita.

Solo così si sfarina l’identità che non è mai memoria. I luoghi dell’affetto sono i luoghi del consumo anche se non c’è più, la nostalgia non esiste perché non c’è nulla da rimpiangere ma tutto da sperare.

Non entrare mai in intimo contatto con il  proprio dolore non per negazione dello stesso ma per la sua inutilità in un cammino da redenti o redimibili.  Rimandarlo ad oltranza finché non ci ha piegato per sempre, come nell’ultima scena del film.

Piegati in un dialogo verso il vuoto, in una nostalgia di punti cardinali scardinati su una panchina dove chi ci sta accanto solo per caso e mai per affetto, pur di non ascoltarci, scappa.

Manipolazione secondo Chomsky

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Sebbene alcuni passaggi di questo prontuario presentino i classici errori della teoria informazionale e anche il limite della teoria critica di Adorno, primo fra tutti l’assoluta semplificazione e riduzione a pura passività dell’utente-spettatore e l’assoluta sopravvalutazione delle elite e della loro volontà  manipolatoria, alcuni punti di questo grande intellettuale sono essenziali  per capire le logiche manipolatorie non solo per finalità di consumo ma soprattutto per finalità di imposizione di temi all’agenda setting della politica e dell’economia. E cioè discutere di cose che si vuole vengano discusse per dimenticarsi di altre.

Il tutto attraverso una lenta e inesorabile capacità di fare abbassare la guardia e una semplificazione scambiata per pragmatismo che è invece ideologia pura . Come ad esempio l’infatilismo del linguaggio nel dibattito pubblico e la sua riduzione all’emotività  che corrisponde ad un infantilismo di pensiero che rende più facile ogni manipolazione.

1) La strategia della distrazione, fondamentale, per le grandi lobby di potere, al fine di mantenere l’attenzione del pubblico concentrata su argomenti poco importanti, così da portare il comune cittadino ad interessarsi a fatti in realtà insignificanti. Per esempio, l’esasperata concentrazione su alcuni fatti di cronaca

2) Il principio del problema-soluzione-problema: si inventa a tavolino un problema, per causare una certa reazione da parte del pubblico, con lo scopo che sia questo il mandante delle misure che si desiderano far accettare. Un esempio? Mettere in ansia la popolazione dando risalto all’esistenza di epidemie, come la febbre aviaria creando ingiustificato allarmismo, con l’obiettivo di vendere farmaci che altrimenti resterebbero inutilizzati.

3) La strategia della gradualità. Per far accettare una misura inaccettabile, basta applicarla gradualmente, a contagocce, per anni consecutivi. E’ in questo modo che condizioni socio-economiche radicalmente nuove (neoliberismo) furono imposte durante i decenni degli anni 80 e 90: stato minimo, privatizzazioni, precarietà, flessibilità, disoccupazione in massa, salari che non garantivano più redditi dignitosi, tanti cambiamenti che avrebbero provocato una rivoluzione se fossero stati applicati in una sola volta.

4) La strategia del differimento. Un altro modo per far accettare una decisione impopolare è quella di presentarla come “dolorosa e necessaria”, ottenendo l’accettazione pubblica, al momento, per un’applicazione futura. Parlare continuamente dello spread per far accettare le “necessarie” misure di austerità come se non esistesse una politica economica diversa.

5) Rivolgersi al pubblico come se si parlasse ad un bambino. Più si cerca di ingannare lo spettatore, più si tende ad usare un tono infantile. Per esempio, diversi programmi delle trasmissioni generaliste. Il motivo? Se qualcuno si rivolge ad una persona come se avesse 12 anni, in base alla suggestionabilità, lei tenderà ad una risposta probabilmente sprovvista di senso critico, come un bambino di 12 anni appunto.

6) Puntare sull’aspetto emotivo molto più che sulla riflessione. L’emozione, infatti, spesso manda in tilt la parte razionale dell’individuo, rendendolo più facilmente influenzabile.

7) Mantenere il pubblico nell’ignoranza e nella mediocrità. Pochi, per esempio, conoscono cosa sia il gruppo di Bilderberg e la Commissione Trilaterale. E molti continueranno ad ignorarlo, a meno che non si rivolgano direttamente ad Internet.

8) Imporre modelli di comportamento. Controllare individui omologati é molto più facile che gestire individui pensanti. I modelli imposti dalla pubblicità sono funzionali a questo progetto.

9) L’autocolpevolizzazione. Si tende, in pratica, a far credere all’individuo che egli stesso sia l’unica causa dei propri insuccessi e della propria disgrazia. Così invece di suscitare la ribellione contro un sistema economico che l’ha ridotto ai margini, l’individuo si sottostima, si svaluta e addirittura, si autoflagella. I giovani, per esempio, che non trovano lavoro sono stati definiti di volta in volta, “sfigati”, choosy”, bamboccioni”. In pratica, é colpa loro se non trovano lavoro, non del sistema.

10) I media puntano a conoscere gli individui (mediante sondaggi, studi comportamentali, operazioni di feed back scientificamente programmate senza che l’utente-lettore-spettatore ne sappia nulla) più di quanto essi stessi si conoscano, e questo significa che, nella maggior parte dei casi, il sistema esercita un gran potere sul pubblico, maggiore di quello che lo stesso cittadino esercita su sé stesso.

Nessuno dei tre, la moda in bocca.

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Dovendo aprire la partita d’una legittimità nuova, scoperchiare cioè il sarcofago putrescente di un verminaio  di potenti incapaci di amministrare alcunché, in primo luogo il loro potere non avendo più soldi per comprarselo, questo trittico di contorni, offerti alle libagioni di un elettore illuso di nuovo di stare a tavola anche lui, mira solo alla conservazione di se stessi.

Conservazione di sé che però è impossibile per il campo di battaglia in cui si è scelto di apparire.

Il PD ha deciso, per la prima volta, di affrontare delle vere primarie rinunciando a quello che era il suo unico punto di forza: la coesione partitica, il silenzio assenso, la mostruosità della disciplina di partito che ha sempre garantito, a questa Chiesa, una permanenza almeno liturgica, con espulsi esclusi ed esiliati, una presenza museale  nel mercato della politica italiana:  moralizzatori fino a quando c’è stato il male, Berlusconi, o  sacerdoti  di un’ipotesi sempre più remota e nebbiosa,  la Rivoluzione, diventata poi “responsabilità di governo”, ovvero assaporare il potere  take away vista l’incapacità di conservarlo.

Le primarie quindi sono la follia finale di una Cosa informe che celebra il suo funerale negando anche la sua storia di rigore e di disciplina, il travaso di un immaginario televisivo che esige giovani fotogenici e il loro consumo mediale, rapido e indolore.

Naturalmente questo guazzabuglio sublime, troppo profondo e radicato, questo guazzabuglio che siamo noi, privi di una storia che non sia nostalgia parcellizzata in frammenti mediali di Drive in o di film, oggetti e mode, un guazzabuglio che ci dà un’identità poliedrica e frolla radicata più in Starsky e Hutch che in Gramsci ,  è troppo profondo per avere delle ragioni reali, delle prassi condivise, e per durare.

E’ solo nostalgia di frattaglie senza una ricostruzione lineare.

Come avere cioè un linguaggio che resista, che vada oltre l’inerzia dello slogan, la follia del repertorio che ognuno di questi ci propone ogni volta corredato di claim: Rottamare, Generazione Erasmus,  Meritocrazia, Libertà, Giovani?

Ha infatti una logica spietata questo linguaggio,  visto che vi accondiscende e può esistere solo al suo interno: il consumo.

Ha  cioè le trasmissioni contate,  massimo tre eventi televisivi e un biennio. E poi la caducità delle mode diventa la caducità di un’identità collettiva, politica.

Chi si ricorderà più di Renzi tra cinque anni?   O chi ricorderà ciò che dice e promette oggi?

Il Pd diventa ogni giorno più insipido nel suo trapasso e preferisce al funerale sontuoso ed eroico, in nome almeno di una storia che i troppi cambi di nome hanno sepolto,  una mesta dipartita come se anche il suo ricettacolo di singhiozzi, le sue mille evidenze sempre sconsolate, il suo moralismo piccolo borghese interessato a mantenere costante l’accumulo di un potere sfarinato ammantandolo di valori,  primo fra tutti la cultura con i propri famigli ad amministrarla, come se tutto questo fosse venuto a noia persino a loro, ai potenti.

Che infatti si suicidano esponendosi sempre di più al carosello mediale, piazzandosi sullo scaffale di un discount in fallimento, avariati appena consegnati.

I loro precetti irritano gli stessi attori che li pronunciano: non solo perché sono costretti a crederci ma perché ne intuiscono l’infondatezza e la caducità mentre li pronunciano.

Il passaggio della moda in bocca.

Recite che vanno dalle salmodianti parodie di un comunista, alle squisite interpretazioni da paninaro anni 80 spogliato della pesantezza del Moncler e reso simpatico dalla sua parlantina e dal suo agitarsi spasmodico, da raptus, travaso e scavallo di idiozia cristallina che supera la diga, venduta per impegno, volontà, analisi e soprattutto entusiasmo e futuro.

Come non sperare in un momento in cui non ci sarà più bisogno del PD?

Come non sperare in un tempo in cui cioè l’uomo della strada, turlupinato da questi furbi sciacalli, sfruttato per  la sua deprivazione culturale e esistenziale che nessuna Rivoluzione ha mai minimamente intaccato, sfruttato e ripiegato sulle sue ansie ormai economiche e rabbie per il non trovare mai la sua parola e  bisognoso almeno di un sogno, di una prospettiva, di un lavoro, di un posto nel mondo e anche solo di una consolazione o, come dicono loro,  di “una narrazione”, trovi finalmente una parola, la sua,  per designare i suoi abissi?

Come non sperare che  accetti l’ignoto per quello che è, ovvero scialbo come il noto? Senza il bisogno dell’inquietante trittico di marionette zelanti, con il ricettario pronto per ipotecargli il futuro prossimo almeno fino al voto?

Non esiste infatti insoddisfazione più profonda di quella di natura politica: i nostri fallimenti da elettori derivano proprio dalla nostra incapacità di concepire una scena diversa senza  ombre irrisolte, ameboidi, arrivisti senza arrivo.

Tutta la nostra pigrizia per adorarli è un’ insania a cui la ragione dovrebbe ribellarsi o arrendersi del tutto.

Farlo provando a conservare valori che sono assolutamente diversi da loro e, a differenza loro, sempre più incerti, più claudicanti. Ma ancora vivi. I valori dei diritti, dei doveri, della democrazia.

Riprendiamoci la volontà democratica e la dignità di non votarli.

Facciamolo almeno come consumatori non convinti dal sorriso smagliante , poco propensi a comprare da loro un’ auto usata che non ha i documenti in ordine, non ha una storia precisa, non ha le ruote per andare in una direzione.

Non saliamoci sopra. Sfracelliamoci altrove.

Volevamo essere: le cover band.

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Abbacinato dal contesto, la Locanda Blues, baita alpina sorta tra forre della Giustiniana, mi sono appollaiato sotto al palco a sentire il mio gruppo preferito: gli U2.

Ma non erano loro , ma imitatori malsani, afflitti dagli anni , simpatici signori di mezza età che nel dopo lavoro ci dichiarano: volevamo essere gli U2 ed eccoci qui.

Questi signori ad esempio suonano meglio dell’originale, il chitarrista è più tecnico e ha meno mezzi di the Edge, il cantante potrebbe sostituire Bono Vox se non fosse evidente la sua fisicità, il suo corpo non truccato e non abbigliato dai brand, con uno stile suo ovvero di tutti, un mix di Oviesse e alopecia: tutto l’insieme risulta patetico, assurdo e posticcio. C’è un sentore di muffa e di morte in ogni loro mossetta, in ogni nota. Sono la versione hard discount del mito, una sorta di Lumberjack al posto delle Timberland: ma non basta.

Nella cover band si riassumono molti motivi dell’arte e della vita in genere: la fortuna, il feticcio, lo star system, il camp.

E’ proprio nel camp chesi trova un motivo , il sangue e la vita della cover band. Se aveva ragione la Sontag a dirci che c’è un’estetica dell’orribile che è bella proprio in quanto orribile e che esiste un buon gusto del cattivo gusto, loro ne sono senz’altro l’incarnazione. Non per ribaltamento ma per straniamento, non quindi il kitsch ma la radicalizzazione dello spaesamento in cui imitatori sono a volte più bravi dell’originale eppure persi per sempre nell’iperuranio della dimenticanza o nell’esaltazione locale: i fan degli U2 che decidono di suonarli per partecipare alla loro grandezza e sono seguiti da un nutrito gruppo di fan dei fan degli U2.

Un’estetizzazione del quotidiano che diventa parcheggio di feticci, di ombre che imitano ombre.

Fenomeno che possiamo giudicare come mortifero o vitale a seconda del nostro grado di apocalitticità. Per me è vitalissimo e angosciante, come la visione feticistica di una reliquia in una chiesa barocca.

Non che gli originali, i veri U2, fossero dei veri paladini del buon gusto, ma sicuramente l’effetto aura di cui ci parla Benjamin e il loro tradimento in copie-feticcio, rendono tutto ciò mostruoso e affascinante insieme. Un’effrazione, un’apertura di campo, un gesto provocatorio di gusto proprio che scardina il gusto altrui amandolo.

La cover band è un’esplicitazione del costruttivismo strutturalista di Bourdieu: da una parte i musicisti si costruiscono un’identità propria che li riaffermi in quanto musicisti, originali artisti e unici, investire cioè il contesto di una valenza personale, le proprie facce ad esempio e il proprio incedere e suonare, il proprio abbigliamento e corpo, le proprie miserie umane; dall’altra sono condizionati e imbrigliati da una struttura, gli U2, il modello autonomo, la condanna e il mito. Condanna ribadita dall’entusiasmo della loro nicchia di fan: “siete meglio dell’originale”.

E in questo scarto tra il mito e l’evidenza di panze sfatte di quarantenni che zompano sul palco credendosi gli U2 , c’è tutta la vita di una possibilità mancata, di un sogno infranto che però la cover band ci permette di rivivere, loro e noi, in un diorama feticistico ricostruito qui, allo sprofondo della Locanda Blues.

Di nuovo e ancora, volevamo essere gli U2 o il loro pubblico e, sparendo nell’imitazione, li siamo.

Biblioteca nazionale.

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Nella sala Spettacolo della Biblioteca Nazionale c’è un grande pianoforte nero.  Sarebbe  naturale che suonasse, anche da solo e  ogni tanto,  in questa grande sala che è l’androne sconfinato di un condominio sovietico dove una volta, anche solo dieci anni fa,  spadroneggiava il bibliotecario meglio detto bibliotecaro, anfibio essere alieno, potentissimo e statuario nei suoi silenzi e nelle sue angherie. Oggi lui , lei, anestetizzati  dal silenzio, rinchiusi in un cataclisma di attese, appollaiati allo scoglio del loro bancone, svuotano solo carrelli elettrici, trasportatori di volumi dalle viscere, code di una macchina meccanica che sferraglia. Altrove, un mondo sotterraneo fumoso e pieno di fiamme ed energie a scoppio, dovrebbe avere persino un motore. Ma il motore non sono più loro.

A loro resta la nostalgia degli abusi, la libertà vissuta da sgherri, le ingiustizie e i sadismi che compensavano abbondantemente uno stipendio da fame e una condizione da portierato senza ruolo e forma, senza guardiola, ombre senza corpo.

Il loro sguardo acquoso ci ricorda un passato mitico, sospeso tra la contemplazione estatica degli spazi e il consumo di un tempo pesante e spesso, immobile, quello della loro giornata lavorativa, ripreso, salvato, rianimato da sporadiche richieste di ritiro volumi.

Il pianoforte vuole arredare il titolo della sala, incarnarne un senso , precisare l’apparato semantico, svelare un’ anima: Spettacolo.  E parte della commedia erano senz’altro loro, compagnia di giro formata da grandi interpreti del rimando, del cavillo, del distinguo, cesellatori spasmodici del particolare che intoppa, ricercatori certosini del granello di sabbia che schianta l’edificio.Loro, ex esegeti della scheda di richiesta.

Androne aperto e spaziato oltre misura, casuale hangar, dove il mutismo dei gesti è rotto dalle chiacchiere su ricette ed eventi sportivi non degli ingobbiti lettori ma  dei gestori. Unico segno di una vita che fu.

L’informatizzazione ha tolto l’arbitrio sadico di non capire mai calligrafie evidenti, puerili e gigantesche, leggibili anche da un primate addestrato, ha tolto la gioia di rimandare la richiesta nel gorgo dell ‘attesa, nel limbo davvero kafkiano  della dimenticanza dove c’era sempre viva una pur vaga speranza, ma solo per frustrarla meglio e dopo , la speranza del poi, la sospensione senza tempi precisi  nell’attesa. I libri non arrivavano mai, gli appelli e i desideri dell’utente, voglioso e curioso di ficcare lo sguardo in chissà quali storie e ricerche, rimanevano tali . Restano però loro, reduci:  fossili in ciabatte, alcuni centenari o quarantenni sfasciati e sfarinati , neo assunti solo perché  sciancati, sordi o ciechi, pazzi veri o simulati, percossi dal miracolo di un lavoro dopo tutti gli sforzi per averlo: lo zio amico del vescovo, il concorso per categorie protette, il sottosegretario dello stesso  paese dei genitori, le pannocchie e i prosciutti e le cornucopie grasse di  brilli, frutta e verdure, bestiame, damigiane  e fiaschi e contanti risparmiati da generazioni e riesumati da crepe mattoni e materassi e  spesi in un attimo per comprarselo il posto e inchiavardarsi, lì.

Una volta potenti di arbitrare ora  appendici robotiche di qualche carrello, scheda e tastiera, ora rami.

Il libro nun c’è , dicevano , nun se trova , forse è annato perduto. Il libro, nello sfacelo di cui erano i custodi, acquisiva gambe proprie, libero di fuggire dalla pietrificata collocazione.  Ed erano loro a deciderne le rotte e  i destini, rubato, mangiato dai topi, eroso  dall’incuria .

In realtà non gli andava semplicemente di cercarlo,  perché non era l’ora giusta per chiederlo, perché i postumi postprandiali di qualche abbuffata invitavano ad una siesta prolungata fino all’imbrunire, perché il volto spigoloso e puntiglioso di qualche insipido intellettuali, così odioso e preciso e petulante,  li aveva indispettiti, indisposti. Impegnati e scomparsi per ore agli sguardi, imbucati nel sottosuolo o pertugio o corridoio o interstizio o catacomba, sempre assiepati a grappoli in crocicchi ignoti a raccontarsi il quotidiano trapasso.

Allora, lo ricordo bene, il pianoforte non c’era, la sala Spettacolo si chiamava sala e pochi ma cattivi erano lì per noi.

Soldi a catinelle, il Mibact meglio di Checco Zalone

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Leggere la lista dei contributi dati dal Mibact per le attività di promozione cinematografica in Italia è un’ esperienza antropologica e  comica, un romanzo in miniatura sull’Italia di oggi  che fa sembrare un film di Checco Zalone  un funerale. Non c’è molto da commentare tranne l’apoteosi comica delle iniziative finanziate, dei nomi delle associazioni coinvolte e delle piccole o grandi marchette paesane. Davvero un documento memorabile e imperdibile.

Cominciamo dalla malattia. Come trascurala? Ecco allora un  Festival Internazionale del cinema Patologico, promosso dall’associazione, non certo in salute, del Teatro Patologico, per una cifra che rimetterebbe in piedi almeno un malato: 12 mila euro.  Ma se la patologia non bastasse come non dare qualcosa alla Coop sociale senza barriere Onlus per “La cineteca audio per i ciechi italiani adulti e bambini” di Scurelle in provincia di Trento? 35 mila euro  per adulti e  soprattutto per bambini ciechi e cinefili che a Scurelle ( 1400 abitanti) evidentemente abbondano.

Poi ecco le gloriose  panoramiche alpine.

La Fondazione Gran Paradiso ha istituito l’ambitissimo Premio Lo Stambecco D’oro (18.000 euro ) di Cogne, ridente paesino di masi e bimbi sbudellati ma sempre attento ai balzi  cinefili dell’alpino mammifero.  Vista l’importanza delle alpi nel cinema non poteva mancare il Festival Internazionale Film Della Montagna Esplorazione Avventura “citta’ di Trento. Che però non ha convinto la commissione più propensa a località di mare e ad alte vette . Solo 8000 euro, meno dello stambecco.

A risollevare le sorti delle catene alpine ecco allora Courmayeur Noir in  Festival  che si guadagna un piccolo obolo di 175.000 euro. Come recitava il poeta :  “Per ghiacciai, rupi, burroni, ogni picco ha i suoi moschetti, ogni monte i suoi cannoni, ogni varco i nostri petti”

Al Mibact amano anche  il mare e infatti per rimanere nella indubitabile cinefilia delle isole, ecco l’ “Ischia global film and music fest”. C’è il global, c’è il cinema, c’è la music, come non dargli 55.000 euro?

Come direbbe Antonio De Curtis in arte Totò: Ischia, paraviso ‘e giuventù, Ischia, chistu mare è sempre blu!

Ma questa isola minore  non regge certo il confronto  con la splendida e mai abbastanza celebrata, dai cineasti letterati e cantanti e navigatori tutti, Capri.

Isola dove effluvi di gelsomino e aromi di aneto e limone percorrono l’aria e carezzano i sensi e dove l’internazionalità è sempre stata di casa.  Ecco allora che il prestigioso Istituto Capri nel mondo ( dove altrimenti ?) mantiene in vita la sempiterna cinefilia degli isolani con il festival “Capri Hollywood w il cinema europeo” che non sarà proprio il mondo ma almeno l’Europa sì.  Alla modesta cifra di 160.000 euro.

Viva il cinema europeo davvero.

Come cantava Peppino di Capri: io chiedo da bere a una fonte asciugata dal sole, il Mibact appunto.

C’è poi una geografia di piccole comunità colte e cinefile.

Il comune di Sturno, ad esempio, si sa, è onirico ma economo. Per questo il suo festival “ Sturno sogna” è un incubo passeggero che ci costa solo 5000 euro, come d’altronde il Santa Marinella film festival che per ora  non è ancora internazionale ma lo diventerà presto tra pinne ombrelloni occhiali e tanto cinema. Come pure l’Efesto d’oro della rassegna Eolie in Video con 5000 euro, poca roba.

Per non essere da meno il comune di Bobbio per la diciassettesima edizione dell’immancabile  Bobbio film festival, fiore all’occhiello della “ridente” Bobbio, si accontenta di 18.000 euro. Come rinunciare al Festival delle cerase del Laboratorio  Onlus di Palombara Sabina? Non si può e infatti con 8000 euro verrà finanziato anche quest’anno.  Il Fondi film Festival (5000 euri ), il Maremetraggio di Trieste (7000) Il Molise cinema di Casacalenda (18.000 euri ), Il Flaiano film festival di Pescara (65.000 euri), tutti indispensabili.

E come non pensare alla famiglia con il Fiuggi Family festival di Alatri ( e Fiuggi?) con soli 30.000 euro nonostante l’importanza del tema internazionale:  la family. Maratea? Certo anche lì un bel Maratea festival a 20.000 euro. Capalbio? 18.000 euri. Viareggio con il suo indispensabile Viareggio Europacinema? 10.000. L’Italia dei campanili  non può non finanziare anche la patria del partito del campanile l’Udeur: ecco allora 5000 euro per l’associazione  Libero Teatro, perchè si sa c’è sempre quello incarcerato e servo, del prestigioso Artelesia Festival di Telese Benevento

Amate i trailers in quanto espressione dell’arte del cinema in potenza e come piccoli interstizi di senso che precedono seguono e esemplificano l’essenza pubblicitaria di un film e della sua trama ? Per voi allora c’è il necessario e indispensabile Trailers Filmfest. Alla undicesima edizione e  alla modica cifra di 25.000 euro.

Se non vi basta potete ricercare invece le nostre radici e andare direttamente all’origine, partecipando al magno e altisonante Magna Grecia  Film Festival  dell’associazione Magna Grecia eventi di Catanzaro che modestamente, tra le tremole foglie d’argento sugli ulivi antichi e di storia e di splendore e allo stormir di arcaici motivi,  ci chiede solo 15.000 euro.

Come fare a meno poi delle Muse che tanto hanno ispirato i poeti tutti? Ecco infatti l’associazione molto culturale Decima Musa, da non confondersi con la meno colta Decima Mas, che ci propone il “Musicals, Movies & Co festival del cinema umoristico e musicale” . Dove, ai sempre musicali rumori con mano e ascella da avanspettacolo ma  umoristici , si alternano, forse, rock band locali: per ridere e suonare e riflettere  al prezzo di 5000 euro. Ma anche & Co.

Ed ecco poi la rassegna di Efebi e Afroditi: il prestigioso e prezioso Efebo d’oro  del notissimo Centro Ricerca  Narrativa e Cinema, premio questa volta internazionale, che forse prevede anche il giuramento della commissione al tempio di Aglauro tra imberbi giovinetti, viaggio, sicuramente finanziabile per tutti, con i 12.000 euro di contributo.

E poi il sempre necessario premio di genere a nome e per conto dell’associazione Donne nell’audivisivo promotion che hanno istituito il prestigioso Afrodite, perché sono donne dentro l’audio ed il visivo con un occhio esterofilo alla promotion. Afrodite, trono adorno, immortale, figlia di Zeus, che le reti intessi, ti prego: l’animo non piegarmi, o signora. E infatti ecco pronti 5000 euro.

Sempre per il cinema di genere come fare a meno del Sicilia Queer Festival ? Un modesto 10.000 euro e passa la paura.

C’è poi un cospicuo contributo pansindacale: come scordarsi dei diritti dei lavoratori? Alla parola lavoro e alla fanfara diritti sempre una furtiva lacrima scende sulla rugosa guancia ed ecco dal cilindro due belle fette di torta per due indispensabili realtà, indispensabili  minimo per la democrazia.

Il notissimo SNCCI – Sindacato  Nazionale Critici Cinematografici a cui va la fetta piccola, solo 100.000 euro, e il prestigioso SNGCI Sindacato Naz.Giornalisti Cinemat.Italiani a cui spettano di diritto, vista la qualità dei giornalisti e la loro comprovata fedeltà cinefila, da giuramento direi, 175 .000 euro. Coscienza di classe e sindacato a soli 275 mila euro.

E i ragazzi? I bimbi , i pargoli , il nostro futuro? Come dimenticarli?  Ecco l’ Ente Autonomo Festival Internazionale Cinema per  ragazzi del prestigioso Giffoni Film Festival – 43° Ed. che in un paese che non produce  più animazione suona come una beffa ma come dice la sigla è Autonomo.   Come recitava il poeta : ” Un bimbo piange, il piccol dito in bocca, canta una vecchia, il mento sulla man” e l’altra sui 300.000 euro di finanziamento.

Che dire poi dei viaggi internazionali per promuovere il cinema italiano nel mondo e finanziati dallo stesso Mibact? Il convegno formativo sugli esercenti del digitale in Polonia a 25.000 euro ? L’iniziativa dell’ Associazione Controluce di Roma che si chiama “Presenza italiana a Rio de Janeiro” finanziata con 30.000 euro e poi altri 5000 per la “ Presenza italiana a Miami” sempre dei Controluce?

Presenze glocal !

Tutto questa sembra confermare  quello che diceva Humphrey   Bogart : la differenza tra la vita e un copione cinematografico è che il copione deve avere un senso.

Una mamma imperfetta: Ikea si è fatta carne.

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Una mamma imperfetta e il suo successo hanno una funzione pedagogica irrinunciabile: ci insegnano ad arrenderci.

Arrenderci alla mancanza di un minimo di acume sapido, arrenderci alla fuga dell’ ironia nella costruzione di un personaggio e delle sue relazione, arrenderci al fatto che non si possa e non si debba, mai,  fare ridere ma vendere invece  un modello.  Predicare cioè una lagnanza soporifera e sempre asessuata, rinnovare un vittimismo irreale e proporlo come paradigma di neo famiglia: donna infelice ma anche sprint, eterna pila energetica ma con, pochi,  ripensamenti,  scambiata  per contemporanea ma aggiornamento ristrutturato dei consigli di Donna Letizia , senza la pesantezza dei doveri formali e di prassi sociali vetuste, senza un’identità e un’epoca, senza una memoria.

Pura merce quindi.

Dalla necessità del sottobicchiere di feltro si è passati così alla mamma tenera perché incespicante, che si dibatte  in un recinto  Divani e Divani, esposta come oggetto e corollario di un armadio Ikea, come sua incarnazione.

L’ambientazione infatti, la scenografia , è di gran lunga più significante degli umani che abitano la serie. Un’ atroce evidenza da campionario.

La protagonista del racconto è una  mamma  condannata dal  suo ruolo merceologico, immolata ai cambi dell’armadio, oppressa dai sussulti di un dubitare alieno, subito sedato dal fare .

Una mamma penitenziale, cristologica nel suo ruolo di capro espiatorio e tappezzeria, condannata, dalla crudeltà dell’autore, ad  una doppia tortura: portare la croce ma con leggerezza.

Una mamma media in cui tutte le mamme consumatrici ed “emancipate” possano riconoscersi , una in cui tutte debbano  ritrovare qualcosa di sé e perdere le cose che ancora le renderebbero invece uniche e umane: il dubbio, la crepa, il contrasto, il paradosso, il sorriso, la crudeltà. Sesso, religione, politica, desiderio? Oggetti alieni.

Tranquilli,  la mamma di questa serie non li pensa mai.

Resta però il divano EKTORP fondale di verità nella storia e acquario per i veri intrusi: gli umani e la loro dimenticata unicità.

Unicità di storia, di racconto e in fondo di vita, tutta diserbata con un’ansia potatoria degna di una bomba H.

Anche per questo il volto slavato e amorfo della protagonista di Una mamma imperfetta, è perfetto.

Buona e indomabile.  I figli e i mariti , si sa , sono pezzi di cuore anche quando sono pezzi di merda.  Una mamma imperfetta lo sa.

Il  suo volto  ne è la testimonianza: così iconico da sembrare un incrocio tra una lampada di design, un teletubbies e una mozzarella al banco frigor, un volto tra l’infanzia, mai del tutto dimenticata, con il suo corollario di spontaneità e gioia nostalgica, signora mia quanti bei ricordi !,  e il rigor mortis del proprio nuovo ruolo sociale:  la salma che risolve i problemi.

Le amiche, erinni incarognite e avvizzite, solcate da occhiaie e povere infelici,  sono l’incarnazione merceologica di una canzone di Baldan Bembo con qualche sfumatura freudiana: “l’amica è qualcosa che”.

Inconscio collettivo di controparti  moralizzatrici, confessionale laico: un coro che si trasforma  in un tribunale inquisitorio di cagacazzi paradigmatiche,  in cui la poveretta ricasca ogni mattina.

Anche per questo il suo tono piagnucolante, un rumore bianco senza alcuna vertigine comica e  anzi  con lo sforzo vittimistico da cinto ernario del “signora mia quanto si soffre!”, è un tono sempre assolutorio e insopportabile.

Il tema è “alto”, è il tema dei propri limiti ma come limiti di un umano liofilizzato, un umano Mattel, sintetizzato in laboratorio  dalla “squisita leggerezza” e “sensibilità” dell’autore del testo, chiaramente un misogino .

I tormenti del cuore di mamma, simili al Cuore di Panna, di cui sono la controparte viva e il target.  Un cuore che rivela i suoi contrasti da laboratorio pavloviano, rendendo questo personaggio perfetto e terribile insieme.

Una specie di mostruoso sangue vivo per mobilio Ikea, carne per rendere il consumo  animato. Tutto ciò che manca in vendita all’Ikea, e cioè il suo consumatore ideale,  diventa incarnazione in una donna spigolante e lamentosa i cui problemi esperienziali , la sua asessualità e il suo funesto destino carcerario , invece di riscattarla in un salvifico suicido o in una strage o in una bestemmia contro una famiglia che l’ha ridotta così, reclusa in una costruzione di rapporti sadici e in tutta evidenza schizofrenici ( Bateson), la rendono una statuaria presenza: la santa postmoderna.

Icona del possibile e dell’auspicabile, essere ed esistere come una merce, come incubo ma con la leggiadria del sorriso da paresi e l’ansia del senso di colpa che non condanna mai e invece consola: essere mamme oggi, che impegno!

Non si ride mai in “Una mamma imperfetta”, non ci sono i requisiti minimi per ridere,  a meno che non ci si sclerotizzi nel ghigno  e non ci si senta partecipi della cronaca scolastica della storia e  di  tutti i suoi temini dovuti e svolti. Il collante è lo Stress come moloch del quotidiano sincopato, i cui ritmi sembrano però gli spasmi da Pronto Soccorso; il narrato quotidiano è un obbrobrio terrificante, con bambini recriminanti e petulanti, amiche che sproloquiano geremiadi, un marito afasico e ciavattone, forse  petomane, ma nel backstage e lontano da occhi indiscreti: un’ecologia domestica di mostri sdentati e anestetizzati, vendibili.

Qualcosa di archeologico persino per le logiche del marketing contemporaneo, qualcosa che ricorda  gli anni cinquanta, ma con un campo santo di piccole furberie tra morti, una competizione merceologica al ribasso tra gli scaffali dell’umano.

Certo, è inutile dubitarne, una mamma imperfetta è un prodotto perfetto, che forse aiuta tutto il settore,  sia dal punto di vista del marketing, ovvero il target, sia da un punto di vista economico e gestionale.

Richiede però una cosa che ormai ci pare naturale ma non la è: la dimenticanza e l’oblio di se stessi immersi in una salvifica placenta che consumi e rimastichi e digerisca, per noi spettatori, storie potenziali di veri personaggi, ammorbidendole, con un processo di regressione verso la media che semplifichi ogni unicità, pialli ogni spigolo,  ogni vitalità esemplare, ogni dialogo e recitazione che ci salvino con il dubbio.

Viaggio al termine della notte – Louis-Ferdinand Celine (estratto)

La roba da scrivere Alcide la teneva in una piccola scatola di biscotti proprio come quella che avevo visto a Branledore, proprio la stessa.
Tutti i sergenti raffermati avevano dunque le stesse abitudini.
Ma quando mi vide aprire la sua scatola Alcide, ebbe un gesto che mi sorprese per impedirmelo.
Ero imbarazzato.
Non sapevo perché me lo proibiva, la rimisi sul tavolo. « Ah! aprila va’! ha detto infine lui.
Va’ che non fa niente! » Sùbito sul rovescio del coperchio era incollata la foto di una ragazzina.
Solo la testa, un volto proprio dolce davvero con lunghi boccoli, come si portavano a quel tempo.
Presi carta e penna e rinchiusi in fretta la scatola.
Ero molto imbarazzato dalla mia indiscrezione, ma mi chiedevo tuttavia perché la cosa l’aveva tanto sconvolto.
Immaginai sùbito che si doveva trattare di una creatura sua, di cui aveva evitato di parlarmi fin lì.
Non chiedevo altro, ma lo sentivo alle mie spalle che cercava di raccontarmi qualcosa su quella foto, con una strana voce che non gli conoscevo ancora.
Farfugliava.

 

Non sapevo più dove mettermi, io.
Dovevo proprio aiutarlo a farmi le sue confidenze.
Per superare il momento non sapevo più da che parte prenderla.
Sarebbe stata una confidenza penosissima da ascoltare, ero sicuro.
Non ci tenevo per niente.
« E’ niente! lo sentii alla fine.
E la figlia di mio fratello…Sono morti tutti e due…
– I genitori? – Sì, i genitori…
– Chi la tira su allora? Tua madre? gli ho chiesto io, così, per manifestargli il mio interesse.
– Mia madre, ce l’ho più neanche lei…
– Allora chi? – Eh ben io! » Sogghignava, l’Alcide cremisi, come se avesse appena fatto qualcosa di assolutamente sconveniente.
Si riprese in fretta: « Cioè adesso ti spiego…
La faccio educare a Bordeaux dalle Suore…
Ma non le Suore dei poveri, mi capisci eh!…Dalle Suore “bene”…
Siccome sono io che me ne occupo puoi stare tranquillo.
Voglio che le manchi niente! Ginette, si chiama…
E una ragazzina molto carina…
Come sua madre d’altronde…
Lei mi scrive, fa progressi, solo che, sai, una retta così, è cara…
Soprattutto adesso che ha dieci anni…
Mi piacerebbe che imparasse anche il piano…Cosa ne dici te del piano?…
Va bene il piano, eh, per le ragazze?…
Credi mica?…
E l’inglese? E’utile anche l’inglese?…
Sai l’inglese te?… » Mi son messo a guardarlo molto più da vicino l’Alcide via via che confessava la colpa di non essere abbastanza generoso, con i suoi baffetti impomatati, le sopracciglia da eccentrico, la pelle calcinata.
Il pudico Alcide! Quante ne aveva dovuto fare di economie sulla sua paga striminzita… sui suoi premi d’arruolamento da fame e il piccolo commercio clandestino… per mesi, per anni, in quell’infernale Topo!…
Non sapevo cosa rispondergli io, non ero molto competente, ma mi superava talmente in fatto di cuore che diventai tutto rosso…
In confronto all’Alcide, non ero che un cafone impotente io, grossolano e fatuo ero…
Non si poteva smarronare.
Era chiaro.
Non osavo più parlargli, mi sentivo all’improvviso totalmente indegno di parlargli.
Io che ancora ieri lo trascuravo e perfino lo disprezzavo un po’, Alcide.
« Non ho avuto fortuna, proseguiva lui, senza rendersi conto che mi imbarazzava con le sue confidenze.
Immàginati che due anni fa, lei ha avuto la paralisi infantile…
Figùrati…
Tu sai cos’è la paralisi infantile? » Mi spiegò allora che la gamba sinistra della bambina continuava a essere atrofizzata e che seguiva una cura con l’elettricità a Bordeaux, da uno specialista.
« E una cosa che si guarisce, tu credi?… » si inquietava lui.
Gli assicurai che si aggiustava benissimo, proprio completamente col tempo e l’elettricità.
Parlava della madre che era morta e della malattia della piccola con molte precauzioni.
Aveva paura, anche di lontano, di farle del male.
« Sei stato a vederla dopo la malattia? – No… ero qui.
– Ci andrai presto? – Credo che non potrò prima di tre anni…
Tu capisci qui, faccio un po’ di commercio…
Allora questo l’aiuta un po’…
Se prendo un congedo adesso, al ritorno il posto sarebbe preso… soprattutto con quell’altra carogna…» Così, Alcide aveva fatto domanda per raddoppiare il soggiorno, per farsi sei anni di fila a Topo, invece dei tre, per la nipotina di cui non possedeva che qualche lettera e il ritrattino. « Quel che mi dispiace, riprese lui quando ci coricammo, è che lei laggiù non ha nessuno per le vacanze…
E dura per una bambina… » Evidentemente Alcide faceva evoluzioni nel sublime come se fosse casa sua, per così dire con familiarità, dava del tu agli angeli, ‘sto ragazzo, e aveva l’aria di niente.
Aveva offerto quasi senza un dubbio a una ragazzina vagamente apparentata anni di tortura, l’annichilimento della sua povera vita in quella torrida monotonia, senza condizioni, senza mercanteggiare, senz’altro interesse che quello del suo buon cuore.
Offriva a quella ragazzina lontana tanta tenerezza da rifare il mondo intero e questo non si vedeva.
S’addormentò di colpo, alla luce della candela.
Finì che mi alzai per guardare bene i suoi tratti alla luce.
Dormiva come tutti.
Aveva l’aria proprio normale.
Però non sarebbe poi tanto male se ci fosse qualcosa per distinguere i buoni dai cattivi.

Vendemmia cinema e potere.

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La vittoria di un documentario al festival del cinema di Venezia ha scatenato nel mondo del cinema stesso la giusta rivalsa dei margini, coloro esclusi cioè dalla spartizione cannibale e ormai conclusa alimentata  dal gigantismo statale e statalista tipica degli anni di nascita di istituzioni nate per dopare il cinema e rilanciarlo in un’industria dell’immaginario che avrebbe dovuto fare , con molti soldi, le stesse cose che riusciva a fare prima con pochi.

Luoghi istituzionali deputati ad immettere denari pubblici , rilanciare un settore rendendolo “industriale” attraverso la mano per nulla illuminata e per nulla da mecenati di burocrati di Stato nobili nei cognomi e i loro circoli di  comprimari, piccoli famigli raccomandati e raccomandatori ed una pletora di parassiti tra il miracolato e il piagnisteo subito propensi, non trovando realtà simili in Europa in cui fosse così facile arraffare, ad abbeverarsi alla fonte.

Naturalmente nessuno scatto in avanti è stato fatto soprattutto dal punto di vista economico e industriale. Nessuna industria è stata creata e nessun rilancio del cinema italiano è stato almeno iniziato: solo una moltiplicazione di buffet in luoghi alla moda ( da Cannes a New York a Toronto) dove ritrovarsi per condividere sbadigli, allenare le ganasce a tartine , rimediare prebende e affittare suite distribuendo briciole ad un mondo del cinema sempre complice perché debole e schiacciato, parrocchiale nella sua devozione alla politica o alle idiozie e retoriche dei vari distributori di patenti etiche ovvero i critici cinematografici .

Risultato? Scomparsa di Cinecittà come polo industriale, disoccupazione diffusa, scomparsa dell’industria dell’animazione, creazione artificiale di un mondo ancillare e placentale che vive o muore di finanziamenti e dipende dall’arbitrio di  umorali potenti o dai favori di faine.

Dal punto di vista cinematografico poi  la creazione di una serie di prototipi di film invendibili, l’esaltazione dei difetti classici di un cinema intimamente di destra  anche se da sinistra (l’autorialità come moloch e la commedia come balsamo consolatorio oltre alla scomparsa della palestra del genere considerato inadatto)   e la ricerca ossessiva di annullamento della sua forza originaria ( l’artigianalità delle professioni e l’originalità delle idee) hanno completato il disarmo.

Miracolosamente però a sopravvivere è stato il cinema senza soldi, senza cioè il compromettente debito nei confronti di distributori di asfissie , date a mani basse per arricchire un medagliere di vite grame e noiose in cui il potere deve trovare un packaging nella cultura o peggio nell’arte, comprandosela.

Molti di coloro che da questo tracollo sono stati esclusi, coloro cioè che né hanno creato arte né sono riusciti a mettersi in fila alla mangiatoia,  hanno ripiegato sulla rivendicazione di un loro  presunto eroismo  sintetizzabile nel dogma di : “fare cinema nonostante”.

Impegnati a controllarsi su chi abbia tra di loro le stigmate più purulente e chi porti meglio la croce e le croste, si sono consolati a vicenda sentendosi parte di un disastro  frutto di macumbe e complotti istituzionali o peggio ancora vittime di concetti generalissimi e marginali ad un disastro sostanziale ( la mancata educazione scolastica all’audiovisivo (sigh!)) che ha portato loro ad una marginalizzazione “esemplare”. Nel Golgota della cultura possono così salmodiare litanie e in futuro rimediare prebende. Speriamo  almeno quelle.

Tra questi, i maestri di lagnanze sono sempre stati i documentaristi e i produttori di documentari, ripetitori di ricettine e toponomastiche nostalgiche, con segnali stradali da Italia in miniatura dove a destra c’era il Dittatore e a sinistra un pantheon di santi sensibili al cinema come “valore culturale” , espressione tipica per rinforzare il  solo interesse della politica per le arti  e cioè la propaganda.

Tarantolati per spasmo più che per scelta da un ossessivo copia e incolla di cataclismi, meglio se migratori e col morto a galla, superati a destra dalle politiche di finta integrazione e dalla finta opposizione di sinistra, molti documentaristi italiani hanno perso così il loro alveo di riferimento ideologico e invece di sentirsi liberati finalmente dalla pesantezza di dogmi funesti e ospitate recitanti,  hanno continuato a complicare la loro possibile ingenuità di sguardo e purezza e libertà  con l’obolo dei temi dovuti: sociali, antropologici ed esistenziali.  Per una nostalgia di palingenesi  quando va bene ma più generalmente per una sclerosi di comportamenti automatici.

Provando a rispettare  i dogmi della “compostezza austera” e del  “rigore”, tipici concetti valigia, riempibili cioè di ogni contenuto e valore per giustificare selezioni e carriere, hanno troppo spesso riportato  così la gioiosa e anarcoide possibilità di un digitale a zero euro, quindi definitivamente liberato, alle messe cantate e alla natura fossile della critica cinematografica italiana e dei selezionatori da festival,  “temibili” cardinali inquisitori la cui mancanza di fantasia e di umorismo e la cui assoluta mancanza di competenza sul campo, anche minima, che li porta a confondere una focale con un falò,  avrebbe ucciso in culla qualunque Michael Moore nostrano.

Tutti improvvisamente dimentichi, per paure e autocensure, di una componente essenziale del cinema come arte ovvero la menzogna.

E tutti attenti a non “sfruttare” il proprio oggetto, un’umanità scelta e seguita che proprio per questo è sempre  interpretata  dall’occhio di un autore. E’ sempre inevitabilmente “sfruttata” se c’è un autore.

Quando c’è e anche se lui non lo sa.

Per non cadere in una “pornografia”, parola che usano troppo spesso generando sospetti,  sono in realtà caduti in un’ onesta grafia da compitino.

Un biascichio curiale e auto censorio, sempre attento a salvaguardare i confini di un genere,il documentario,  che, se non si trasla in uno sguardo  d’arte e non si lascia contaminare, crea solo sonnambuli  fuori tempo massimo.  Noiosissimi  polpettoni di soli 52 minuti con gente che cade da navi, materiali di archivio sgranato e orrende e infauste interviste con fondale a sofferenti, supplici, miracolati o più generici poveri. All’insegna di una purezza dei cuori, di una poesia dell’umano date sempre per scontate e di un ritorno alla Natura contro uno sfruttamento capitalista degli altri e delle cose mai discusso capito e analizzato davvero.

Mai interpretato.

A questi falliti per mancanza di coraggio e acume,  risponde da tempo la speranza di un cinema marginale, sia come luoghi di creazione e di analisi sia come temi trattati e modalità di trattarli, sia come modalità di finanziamento.  Un cinema cioè d’arte.

Cinema che è già consolidato nel suo sguardo autoriale e maturo perché unico di , ad esempio,  Frammartino e Pietro Marcello. E ora anche, così pare ma non ci giurerei, del vincitore del leone d’oro.

Il rischio però che questi artisti, dopo essere stati considerati degli eretici appestati,  siano oggi utilizzati come grimaldello per sdoganare una pletora di pantofolai da dibattito pieni di progetti nei cassetti ,  è una quasi certezza.

Prepariamoci dunque ad un prolasso  di pastori ripresi nella purezza del loro lavoro di pascolare pecuri e di impastare caciotte, un’orgia di migranti piagnoni ripresi mentre rovistano mondezze e infiammano pneumatici, un sud sempre puro e schiacciato da cattivi intangibili, lunghi sermoni pontificanti su infibulazioni, bombe, umanità lasciata a fermentare in botti troppo piccole e senza spiragli di luce e di sguardo.

Botti claustrofobiche e asfissianti perché prive di fantasia.

Bomba o non bomba?

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L’italiano di ritorno dalla vacanze , oberato da un’ ulteriore pinguedine, schiacciato da una rassegnata ansietà per tasse e tracolli imminenti e obbligato a ritornare nella sua scrivania di noia, luogo che in famiglia è ancora costretto a chiamare lavoro per giustificare fughe e assenze, non può esimersi da mobilitarsi pro o contro, sopra e sotto, la Siria. Tutta.

Per farlo meglio si informa ed ecco sorgere in lui una bulimia da notizia e un prolasso dialogico, che si perde in mille rivoli: si perde tra i nomi delle varie etnie in lotta nell’esotica distanza e, se legge i titoli dell’Internazionale a cui è abbonato, sintetizza con un più semplice frasario da pragmatico la complessità della situazione: “in Siria c’è un casino”; si perde quando accenna invece a misteriose “tribù” se il suo pragmatismo è radicato in una sanissima ignoranza prescolare mai intaccata da ore di geografia persino politica e da indottrinamenti pro o contro, tipici danni di un liceo mai, per fortuna, frequentato da vigile.

C’è poi chi, supportato da esperti televisivi nel campo delle alabarde e dei cannoni tutti, si sofferma con precisione chirurgica sulle varie bombarde possibili: missili intelligenti, panzer, esplosioni, gas , ora per dimostrare l’inevitabile genocidio, meglio se di bimbi, in atto in procinto o che fu, ora per confermare “la precisione chirurgica “ di petardoni che in tutta evidenza esplodono comunque. Un pantheon di frizzi lazzi e morti da esibire come tombale finale per un pranzo luculliano e prima delle diapositive estive.

” Che bello! Dove siete qui?”

In prima fila e golosissimi di esserci, i sempre eticamente ineccepibili documentaristi ma per ora disoccupati perché non nati né espatriati in Francia. Ah la Francia!

C’è chi tra loro già si prepara a partire verso la Siria o nei dintorni per primi piani  esaustivi e necessari, supportato nel viaggio da pianti e risparmi di mamma e speranze paterne, perché forse stavolta non torna proprio; altri che si mobilitano incalzando produttori ruspati e sempre militanti ma meglio se a gettone e quindi poco propensi a muoversi nella richiesta fondi prima di una mattanza tonante; altri ancora che, inaciditi per la stasi che li inchioda al baretto, parlano di quando in Siria c’erano stati con Avventure nel mondo. Per provare che dicono il vero mostrano un profluvio di foto, perché sono laureati e pure masterizzati in foto antropologia. E, tra le migliaia di scatti di indicibile ovvietà, qualcuna davvero bella c’è: macerie, primi piani piangenti, linee di fuga su stradoni di povertà calabra.

Ma in Siria. O era la Giordania?

Nelle ultime calure estive trovare rinfresco, un refolo di brezza ristoratrice, è possibile solo a patto di un corposo dibattito serale. Tra griglie fumanti di salsicce rosolate e all’aperto, viene invitato l’unico siriano rimasto in Agosto all’interno del raccordo anulare, amico di amici e militante, siriano doc dicono ma senza specifiche ulteriori, e fondatore di plurime associazioni da sempre perseguitate, ora da destra ora da sinistra, ora in Italia ora in Siria, con equanime distribuzione di scalogne subito curate dal balsamo di qualche fondo pubblico italico, di certo regionale o ancora più ignoto in quanto provinciale.

In platea c’è già chi affronta un discorso corredato da questioni e domande calzanti al siriano per nulla spaesato. Discorso tanto generale da sembrare acuto che slitta dalla civiltà del petrolio , alla geografia dei gas nel mondo compresi i propri, agli americani imperialisti fascisti ma pure Obama anche se negro , alla futurologia. Un pandemonio di profondità.

Una vertigine che ricorda l’oroscopo.

Il siriano è sempre introdotto da una vestale sociopolitica e ricercatrice di sirianate che i compagni kefiati e per nulla misogini chiamano la cinghialessa: lei snocciola un pantheon di reati sempre “internazionali” e che quindi ci riguardano tutti anche se non lo sapevamo e termina con un richiamo forte alla Storia che si ripete.

Il dibattito stesso ne è la prova.

Il siriano parla a lungo mentre in platea i riflussi gastroesofagei e i borbotii inurbani, gridano bisogni essenziali e, perché no, internazionali: salsicce.

Casaleggio: l’uomo senza nuvole.

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La prima intervista di Casaleggio al Corriere della Sera , guru  temuto e odiato dell’Italia contemporanea, non è significativa per il potere reale di uno sciamano che padroneggia la tecnica in un paese di imbelli umanisti sradicati  e  ne surclassa le pigrizie e i languori da oscurantisti quali sono, ma è significativa invece per un’idea di Storia di chi umanista non è mai stato e che ripete l’errore classico dei filosofi del progresso: nostalgia  e necessità dell’uscita dalla contemporaneità  per riappropriarsi di un passato mitico ma nel futuro, tornare ad un’origine di uomini uguali, liberi e fraterni.

“ Un progetto politico di Rete deve avere un respiro più ampio che non la sola soluzione di problemi contingenti, vanno ripensate le istituzioni e la società nel medio termine. Tutto cambierà. Il cittadino deve diventare istituzione. Le regole del gioco stanno cambiando. In futuro sarà normale interagire con gli oggetti che ci circondano collegati in Rete. Lo stesso MoVimento 5 Stelle è nato dai cosidetti Meetup, attraverso un’applicazione di Rete di una società di New York che permette di incontrarsi in luoghi fisici sul territorio in ogni luogo del mondo e, allo stesso tempo, di condividere pensieri, documenti, filmati nel mondo digitale. Web e realtà sono destinati a fondersi».

Alla base di queste affermazioni, sul cui contenuto è del tutto inutile soffermarsi perché inverificabili esattamente come il  vaticinio di un mago, c’è,   a rafforzarle e renderle pervicaci e convincenti, una precisa tradizione, che i giornalisti non gli contestano perché non la conoscono. Una precisa idea di  Storia e di realtà:  Storia e  realtà come il risultato di un  processo lineare,  dotato di senso e di leggi, teleologia sia religiosa radicata sulla Divina Provvidenza (Agostino e Vico) sia “laica” radicata sul concetto di ragione (Comte, Hegel, Spengler).

Una linearità che prevede il suo superamento in una fase “nuova”, in un ulteriore anello della catena che porta al Paradiso.

L’epoca attuale è una tappa di una catena di superamenti, il presente e il  paradigma che lo fa funzionare è inevitabile che vengano superati.  Il presente è dato una volta per tutte  e contenuto in confini non sfumati ma identificabili e può essere perciò schivato e superato, conteggiato, analizzato e risolto.

Ogni epoca avrebbe  un suo paradigma fondativo, nel caso di Casaleggio l’idea di un potere gerarchizzato e oligarchico che manipola l’informazione e stravolge il senso della democrazia vera. Ogni epoca non sarebbe quindi  il risultato di un’accumulazione archeologica di strati e di complessità  a volte indistinguibili e non databili, un grumo di problemi e di sfide e una pluralità di discorsi, di casualità, di intrecci e dimenticanze.

Ma invece sarebbe il frutto di un complotto all’origine, un moloch da abbattere per accedere alla terra promessa dove sono seminate  la Libertà, l’Uguaglianza e la Fraternità.

Chi l’ha creduto e ha provato a scavalcare quella collina che cela il sole dell’avvenire, lo ha sempre fatto a prezzo di una radicale semplificazione. Dimenticandosi cioè e rimuovendo gli anfratti dei boschi, le toponomastiche incerte, gli animali sepolti tra gli aghi di pino, le anime dei morti nelle grotte,  i funghi che nascono dove nessuno può trovarli, la memoria degli alberi, i crepacci abitati dai gufi e l’infinita complessità anche solo di una semplice collina.

Chi ha saltato tutta questa varietà  pensando che fossero solo rocce da superare con un sforzo eroico ci ha portato di solito all’inferno.  Per Casaleggio il sole è invece vicino, dietro l’angolo.

A insegnarci che la civiltà e la sua Storia non è un ingorgo definito, un sasso piantato in mezzo ad una strada altrimenti libera di portarci in fondo alla rinascita,  è la letteratura.

Ad esempio Musil, e il suo raccontarci la Storia attraverso la metafora di una nuvola, nel 1930 : “ Il cammino della storia non è quello di una palla da biliardo, che segue  una inflessibile legge causale; somiglia piuttosto a quello di una nuvola, a quello di chi va bighellonando per le strade, e qui è sviato da un’ombra, là da un gruppo di persone o dallo spettacolo di una piazza barocca, e infine giunge in un luogo che non conosceva e dove non desiderava andare

Buon appetito

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Nell’ultima pagina delle mia guida turistica leggo: “Certainly next time you plan to get lost in the woods, I recommend bringing along a speaker of Kuuk Thaayorre or Guugu Yimithirr rather than, say, Dutch or English.”

Ora che mi trovo in una tundra sperduta ai limiti delle montagne innevate ma con tre tacche di segnale e ben aldilà dei miei limiti, dove posso trovare qui un esperto parlatore di Kuuk Thaayorre che mi aiuti a tornare a casa? Posso ordinarlo in rete?

Sto morendo e loro se la ridono mentre preparano il fuoco per la pira.

La mia?

Sono arrivato fin qui per imparare da loro a costruire una casa di soli spazi secondari: corridori, sgabuzzini, tinelli e bagni e niente saloni e camere da letto.

Avevo letto  che la caratteristica di questo popolo era vivere in case del genere, che loro ci erano riusciti e che bisognava studiarli in loco per capirli davvero.

In realtà hanno solo betulle e non dormono mai, sempre in piedi, dritti come soldati  e con il sorriso , armati sì, ma troppo impegnati a spolpare carcasse per ascoltarti davvero. Provviste per l’inverno?

Mi allungano fette bianche e scivolose.

E poi?

Poi mi sono perso per cercarli. Ma  questi a cui parlo con gesti concitati, smorfie e grugniti, non hanno la parola per dire “perso”, non la pensano, non hanno l’altrove.

Come potrebbero perdersi se sono da sempre  solo qui? E nessuno li viene a trovare tranne io che volevo le loro case e che ho scoperto che non esistono affatto. Non abitano.

Betulle. Tante betulle, disabitate. E loro.

Mi sorridono , vestiti di pellicce e squame di non si sa quali animali, forse il patagone avvistato da  Magellano  mentre le sue navi andavano alla deriva e mezzo equipaggio moriva di scorbuto. Tutti a terra per provare a salvarsi in quella terra di venti e piogge e gelo,  Patagonia.

Era una grossa foca quella che i marinai assaltarono per prima, uccidendola a bastonate per poi  spolpata eviscerarla e  starci dentro, tra le budella calde per  non morire di freddo. Da allora la Patagonia. Così si era salvato Magellano, così forse si salvano loro adesso.

E io?

Mi accerchiano e mi toccano i capelli lunghi con le  dita affusolate e mi fiutano per vedere se sulle ossa del cranio c’è attaccato  qualche lembo di carne da spolpare, vogliono che regali loro la mia felpa e il mio zaino e le braghe in materiale sintetico ultra tecnico. Mangeranno anche questo, bolliranno gli scarponcini da trekking in goretex o li addenteranno così, duri e stopposi?

Per rimanere nudo e poi valutarmi meglio, per scegliere la ricetta giusta o forse solo per umiliarmi e poi portarmi, salvo, nelle loro case nascoste sottoterra e  fatte solo di sgabuzzini.

Prego si accomodi questo è il corridoio degli ospiti.

Quelli  dietro, quelli più lontani, accumulano fascine, li vedo,  stanno accendendo il fuoco. Vedo lo sfarfallio delle prime fiamme, sento schioppettare i nodi del legno che si infiammano nonostante il gelo, le scintille scompaiono nel profondo del cielo ghiacciato, volando verso l’alto per scappare.

Loro, le scintille che sanno, scappano.

Il legno che brucia fa lo stesso rumore sordo di un osso che cede, di una costola che si apre, di una mascella che morde. Buon appetito.

Martin e il rattusone: come Heidegger aiuta a rimorchiare su Facebook

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Per i laureati in filosofia che vivono una frustrazione perpetua nel loro ruolo sociale sempre ignoto, senza una collocazione e all’insegna della precarietà del perpetuo riciclo, una consolazione è   assecondare un desiderio sincero nella loro agorà virtuale:  rimorchiare su Facebook.

L’autore che meglio si presta a questo scopo è Martin Heidegger. Il grande filosofo, soprattutto la parte più nostalgica del suo pensiero quella del dopoguerra,  è una forma mentis da adottare subito, non per “abitare l’Essere” come lui avrebbe voluto costringendoci pure a  questo, ma per rimediare spasimanti e affetti anche solo ipotetici, metafisici, virtuali.

Per costruirci un altro da sé meno fallimentare dell’originale e libero dalle catene della realtà.

È lui il primo a sfruttare le potenzialità di una verità che non si dà nel ragionamento ma nella disvelatezza. Cioè non allargando il concetto specifico di verità, troppo sforzo, ma dando allo stesso un altro senso. Quale? Fate voi, la sua è la forza  di fornire un kit pensoso di concetti per costruirsi il proprio monumento internettiano: tra il predicatore e l’oppositore ma sempre ad oltranza.

Un metodo linguistico che abbia come base ipnotica un senso di intangibilità. Dove cioè ogni parola è  giocata contro se stessa e non significa mai quello che sembra ma annuncia un altrove. Dove? Non importa.

Il territorio da andare ad abitare è quello dell’ orizzonte di senso, un territorio ignoto ai più e inesistente ma  senza confini precisi e in cui abita la meraviglia di colui che coltiva una saggia pacatezza, sempre  finta e sotto sotto  livorosa e fetida.

Saggia pacatezza recitata come elemento sostanziale della sua convalescenza perpetua.

Una dimensione talmente vasta, un orizzonte appunto, da poter contenere tanto. Un orizzonte talmente adattabile che più o meno vi si  ritrovano i desideri di tutti e talmente profondo nella sua retorica  da respingere fin da subito ogni critica possibile: come osate criticare chi la sa lunga e discetta quasi di tutto con tale forza?

Il rattusone sistemico di Facebook, monade maniacale davanti al suo schermo in cui si intrecciano i più disparati stimoli erotici quasi sempre riportabili però alla categoria del porno più che del pensiero puro, lancia azzardi per cementare le propria unicità, come ami: freddure, iperboli, condanne, anatemi, sentimenti.

Meglio se ha almeno un romanzetto alle spalle a cui rimandare l’ignara fanciulla o ancora meglio se simula di essere quello che non è : un vip, uno scrittore affermato del panorama midcult, un sogno irraggiungibile ora disceso nella terra dei semplici.

Qui viene il difficile dal punto di vista linguistico:  trovare uno stile che unisca un pensiero poetante( Denken- Dichten) ad un pensiero rimembrante ( Andenken). Uno stile e un ragionamento che unisca cioè evocazione e saperla lunga, sapere l’origine come ci ha insegnato Martin.

Il buon Martin ci offre un campionario imitabile di frasi da cui riprendere la logica come :”Arriviamo a capire che cosa significa pensare quando noi stessi pensiamo. Perché un tale tentativo riesca, dobbiamo essere preparati ad imparare a pensare”

Bisogna cioè giocare il  doppio livello. La vaghezza della poesia come sentimento  e orizzonte e la certezza di ricordare, anche per gli altri, qualcosa di essenziale. L’essenziale e il principio, una sapienza unica di cui diventare i cantori, un sapere originario che tramite la nostra tuttologia possa esplicitarsi. E bisogna essere costanti in questo.

D’altronde è proprio Martin a dirci che : la grandezza dell’uomo si misura in base a quel che cerca e all’insistenza con cui egli resta alla ricerca.

A questo scopo, da Sisifo del rimorchio, serve un  fake. Una  maschera che ci permetta di avere fin da subito e senza fatica l’identità di un vip e la sua aura. Salire in cattedra senza alcuno scalino fatto.

Fabio Volgo, il mio  fake su facebook, un Fabio Volo spiegato al popolo, viene spesso scambiato per l’originale e riceve ricordi che lo riguardano quasi sempre memorabili: Ti ricordi quella notte a Siena?  Io e te…

Come potrei  dimenticarla?

E confessioni sentimentali e poetiche squisite: “Ogni volta che ti vedo in Tv ti succhierei il cazzo anche davanti a mio marito. Ci staresti?”

Al rattusone rinato in fake arriveranno poi anche domande esistenziali, vera porta d’accesso al cuore: come hai fatto a capirmi così?  A cui rispondere piccati: pensi che io scriva i miei romanzi a caso?

Sottinteso: abito col pensiero l’origine cara, mica un posto qualunque.

Il tutto seguito da un richiamo alla propria reciproca, del fake e di lei,  eccezionalità:  se il mondo è superficiale nessuno ci costringe ad esserlo. Per poi chiudere citando  qualche  poeta noto (Neruda è perfetto) anche nelle lande di qualche salsamenteria.

Un  rapido ctrl+ c + ctrl+v.

Se la metafisica è giunta al suo compimento, se la storia è finita, se soprattutto la cultura umanistica non ha più nulla da dire ma attira frotte di non sempre meravigliose  poetesse, scrittrici della provincia più inimmaginabile,  se tutto questo è vero, il ruolo nel mondo virtuale è assecondare aspettative. Le proprie prima di tutto.

In questo senso, per dare ancora più forza al proprio Heidegger, bisogna coltivare una dose sempre molto alta di apocalissi possibili. Status categorici in cui si annuncia la fine imminente vi doneranno un’aura di profetismo tipica di chi sa che la verità è disvelatezza, non nascondimento. Come sapeva benissimo il buon vecchio Martin .

Una visione cospiratoria  della realtà, una considerazione elitaria e aristocratica del sapere senza specificare mai quale. Accenni ad esperienze di pathos e di carisma, condite da un’inaccessibilità coltivata per tutto quello che è trasparenza intellettuale.

Predicatore più oppositore e la formula della seduzione è pronta al decollo.

Holz è un’antica parola per dire bosco. Nel bosco ci sono sentieri (Wege) che, spesso ricoperti di erbe, si interrompono improvvisamente nel fitto. Si chiamano Holzwege. Ognuno di essi procede per suo conto, ma nel medesimo bosco. L’uno sembra spesso l’altro: ma sembra soltanto”  ( Sentieri interrotti , Martin Heidegger, 1950)

Dove porta la strada sterrata

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Le strade sono sterrate perché portano solo all’aia vicino al fosso. E non ci vive più nessuno che valga la pena cercare. E sull’aia si affaccia la casa disabitata eppure piena di ombre e con il fruscio della vita dentro. E’ inutile chiedersi chi sono le ombre , basta sapere che ci stanno. E c’è un cassetto divelto tra l’edera, pieno di cose che nessuno vedrà, sfarinate in sabbia, una volta c’era persino una pistola carica e piena, gravida.

Ma  vorresti sempre di più che qualcuno lo facesse per te. Scegliere. Almeno per quest’estate qualcuno che scegliesse per il tuo copro. Di portarlo via di qui. Ombra tra le ombre, in fondo l’acqua limacciosa  ti ha lasciato andare alla deriva, incastrata tra i rami dei bordi e allo sciabordio delle acque del fiume, vive. Così si ripescano i morti.

Le strade sono sterrate se non portano  a nulla di buono e ti resta almeno addosso la polvere e la luce che spunta sulle colline ma non ti basta il rumore del fosso. A farti capire che ci sei,  è il fumo del respiro che ti esce dalla bocca. Aria. Ma la vedi solo tu.

L’acqua nella golena è ancora torbida, è andata e venuta da quel giorno in cui ti ha portata via. L’acqua della golena lascia la terra fertile sotto di sé ma non restituisce i corpi che si è presa. Limo sabbie e argille, l’archeologia del corpo ma non il tuo che è finito più a valle.

Il riccio se ne sta calmo sul bordo della strada: è lì perché nessuno lo disturberà, non all’alba almeno, non oggi. E invece gli passi accanto e non lo vedi, guardi  il cielo e ci sputi sopra il fumo, la sigaretta l’hai rimediata ma sta per finire, il respiro è finito da tempo. Ti hanno chiamata fantasma.

Il grumo di formiche nel prato si scatena nella parte più in ombra e fredda della vigna, abbarbicato ad un filo, ma solo quando c’è il sole, non ora che la vita dorme proprio come tu non sai fare più.

E le ragnatele si incastrano tra i fili d’erba e la brina  a bloccare prima la polvere e poi i pollini e poi la polpa succhiata dal ragno.  Fermati, silenzio, fuoco.

Se spari alle ombre della casa che ha le finestre profonde come gli occhi senza le orbite ed è un buio di rovine, non è detto che anche loro non cadano giù. A precipizio ed improvvise, vive ombre tra le macerie.

La pistola l’hai trovata ma non sai se era del nonno o del padre.  A te è bastato prenderla dove sapevi che era nascosta, come tutte le cose messe al sicuro per farle sparire che sono le prime ad essere trovate. E tenerla in mano, tenerla stretta,  oggi ti vendica di tutto. Pensi tu.

Soppesarla e puntarla nel vuoto prima di usarla. Spara al vuoto. Sei stanco, ci hai messo tutta la notte per arrivare qui.

E’ un casale questo, le tegole coprono ancora una parte della stalla e c’è una traccia nel pavimento che serviva da scolo. Ma tu non ci hai mai visto una bestia e un liquame, solo l’edera e i rovi, fitti spessi e pungenti, ben aggrappati alla terra. Il casale era protetto dall’argine,  dietro l’argine il fiume e ci eravate arrivati insieme, come da promessa. Il fiume sembrava in riposo. Il mattino dopo che si è morti non ci si può svegliare, la vita è finita , è cominciata la morte.

Ritrovi una latta e la sollevi e allora sparaci addosso.

Le strade sterrate portano in fondo a luoghi di poco valore e inutili, dove c’è l’orizzonte che non confina più con nulla. Portano ad un mondo con il suo fondo che non si vede  e non si tocca, una sua gola, un suo abisso. Com’è profondo il fiume anche se dorme! Il fondale dei fiumi limacciosi.

Pensi di vedere tutto quando ci scivoli dentro e ci nuoti sopra e non ne sai nulla .

C’è sempre un equilibrio che ritorna, l’immagine che si ricompone, anche se tu vedi tutto ondulare davanti a te e il rumore della pistola e il suo rinculo, non te li aspettavi così forti, ti hanno fatto sobbalzare indietro. Ti avrà rotto qualche pezzo di mano lo sparo o puoi continuare? La rabbia che si scatena senza fare vittime.

C’è un albero piegato a cui sparare, poi del legno e qualche uccello.

Non meritano che i sassi queste strade sterrate che portano ad altri sassi. Fermati, silenzio, spara. Il rimbombo non dura, tutto ritorna alla pace, al silenzio che hai sempre odiato, al rumore dei vermi nella terra e degli uccelli imboscati, alle fronde mosse dal vento che viene raramente a rianimare il mistero.

Sparaci sopra alla foglie, mira in alto che qualcosa la prendi!

Ti sono venuti a prendere? Cercano te come non hanno fatto mai Elena.  No a me  nessuno mi cerca più. Deglutisci e orina tra le zolle, ritirati su le braghe e stai all’erta. Lei non c’è, eppure dicono che di notte appare in cima all’argine e guarda la golena e la valle e si lascia guardare.

Non dovresti lasciare la pistola a terra anche se vicino, non dovresti pensare che le formiche non possano portartela via, o qualche bestia sbucata dal fondo della terra coltivata a grano o la mano dei morti  abile a spuntare, afferrare e sparire.

Qui sotto c’è di tutto, pensi, e nulla di buono, sai.

La malinconia sparge nei campi i canti di follia.  Senti la rabbia per nulla, forse è la fatica della notte in moto;  ti siedi all’ombra mentre il culo ti si bagna, il tempo delle ore passa come i minuti e il sole acceca e riscalda, ma all’ombra si può ancora stare per non fare nulla. I colpi li hai finiti e non hai rotto nulla che non lo fosse già, la rabbia non è svanita, non lascia il posto alle lacrime.

Da qui hai tutto chiaro di fronte a te, sei scappato nella notte ma non abbastanza lontano, hai rovistato la sera prima dove non dovevi e hai trovato quello che serve a fare male. L’alba ti ha sorpreso e non pensavi che la fuga fosse così faticosa una volta arrivati.

La casa di quel giorno è meta  che ti ha portato qui : una strada sterrata da cui la notte si ritira come un liquido che evapora al sole.

A stare solo lo hai imparato fin da piccolo, quando ti lasciavano guardare il vuoto e, muto, aspettavi che qualcuno da dietro l’argine ti venisse a chiamare. Che hai visto oggi? Indicavi un punto lontano che vedevi solo tu, talmente lontano che era  più facile immaginare, sotto la pelle, le tue ossa, piuttosto che vedere chiaramente le cose precise che vedevi lì, in fondo al fiume. Nell’acqua, guarda bene nell’acqua, ma tua madre non si chinava nemmeno.

Non c’è niente. Quello è solo un legno che galleggia, cercavano dopo di consolarti così. Guarda bene Elena se guardi bene lo vedi come lo vedo io. Non seguire le cupe volute delle ceneri e dei fuochi, vedi il muro lì in fondo, sotto le colline , quell’ombra è un muro a metà di un casale che aspetta noi.

Quello così lontano è un muro? Certo che lo vedo e allora? Non ci lasciano andare fino a lì ma ci andremo appena grandi, Elena, e per la strada sterrata, dove la curva non chiude l’orizzonte e nemmeno gli argini domano il fiume.  Ti ci porto con la moto che non ho e che ruberò per te.

Il mattino dopo che si è morti non ci si può svegliare, la vita è finita , ma è cominciata la morte.

Lei non ti credeva affatto e rideva, lasciandosi baciare il giusto. Mai troppo, mai troppo poco.

Ora ci sei arrivato da solo al muro e alle colline. Quel giorno Elena ha fatto il bagno al fiume e ha nuotato troppo e male. Ora puoi sparare ai mattoni e pensare che in fondo non c’è niente di speciale qui, e che la cosa più banale sei tu che sei rimasto vivo. Tornatene  a casa,  ti avrebbe detto lei, torna, non perdere altro tempo, vai, ripercorri la strada sterrata, conta i sassi e dimentica.

La testa sbanda, sarà l’ebbrezza dei colpi, in fondo non hai sparato mai. In un cantuccio la sei andata a cercare, dopo tutta la sarabanda, hai provato a vederla ma ti hanno lasciato fuori. Era andata.

In paese lo dicono che forse è stato lui ad abbandonare nel prato il motore ora solo uno scheletro di ruggine, dopo averlo rubato a chi poteva permetterselo. Non l’hanno cercato a lungo, lui meno ancora del motore rubato e lui anche per questo ha pensato bene di sparire.

Come se fosse la cosa più giusta da fare, seguire la malinconia lungo la strada sterrata e provare a capire la musica e le parole che vengono dal punto più profondo e vorticoso del fiume dove non tutti vanno a nuotare.

Uto Ughi, il balsamico.

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Il maestro, sublime virtuoso sviolinante,  entra con passo marziale  applaudito sul palco dell’Auditorium. In prima fila, perdonati almeno per una sera  e aiutati e spinti innanzi, gli storpi su sedie a rotelle, amatori del bello per inerzia, costretti alla cultura quando va bene o peggio a bagni miracolosi e freddissimi in santuari dalla crudeltà, dai parenti che non li vorrebbero  mai del tutto per quello che sono: storpi.

Alzati e cammina o affoga nell’acqua santa ma, se non ce la fai più, almeno ascolta la musica importante ed elevati, inchiodato alla sedia a rotelle ma incantato nel volo dell’anima.

Banditi però gli epilettici e gli spastici di ogni tipo, che per eccessivo entusiasmo potrebbero turbare l’aura del sublime con urla schiamazzi e spasmi a terra, in una danza sconveniente e in bave a Niagara.

Accanto a loro è assiso il budellame informe ed enorme di noto giornalista, che accudisce nelle pance un ribollire di gas e merde, acquietate dall’estasi delle note ma sempre in procinto di esplodere.

Stitichezza perenne, rabbia, il cervello fumante in acume crudele, Ferrara.

Il maestro s’inchina di fronte alla platea plaudente e cominciano le note che toccano il cuore e riscaldano anche i bronchi, visto lo scatenarsi  di pertossi. Come se la musica riesca a staccare catarri ancestrali, croste resistenti al tempo che solo il sublime, il bello, il virtuoso dell’arte tutta, scardina da trachee inacidite.

È nelle pause di silenzio che lo sfascio degli scatarri scatena la sua sinfonia: raspi, starnuti tossi e singulti, come dopo un trattamento termale ma senza l’inconsistenza dei vapori. Musica classica e balsamica.

Il maestro s’inchina, lo storpio annuisce, il vecchio si rianima e raspa la gola, applaudendo.

Arte.

In platea le benedicenti e imminenti vedove potenziali, accompagnano mariti a prolasso di ogni cosa sotto l’ombelico, che si guardano intorno spaesati, decrepite carogne abituate a far di conto e ora fuori dal loro habitat di cambiali da riscuotere e criminali da scarcerare o denti da estirpare.

Pungolati dalle signore eleganti, quando si tratta di applaudire vengono scossi come un tappeto da strapazzare perché pieno di polveri. Le loro dame si vergognano di doverli elettrizzare a comando.

I mariti applaudono poco convinti, più per dare segnali di vita che per vero trasporto.

Ma è il maestro sul palco il vero marito ideale, brizzolato e sinuoso nei movimenti, bello e asciutto, è lui che scintilla di arte e cultura e dedizione a differenza di quei cascami con cui invecchiare e così sordidi da incendiarsi solo per qualche goal o estratto conto.

Più si va avanti con la musica, più le teste tracollano sulle spalle. Comincia qualche ronfo sonoro e le signore non perdonano e scalciano. Durante l’onda di note e virtuosismi, squilla più di un cellulare: notizie di trapassi improvvisi di ottuagenari abbandonati negli ampi attici dei Parioli e accuditi da selvaggi di penisole lontane? No. I filippini sono fedeli e sono pronti a punirli e menarli se serve, adagiarli sul letto o sedarli con pillole quando non si ribellano del tutto e scalciano e tirano pugni e bisogna portarli d’urgenza per evitare imbarazzi in qualche lager nelle campagne romane, detto Clinica privata.

Con lentezza le dita ingioiellate spengono il rumore dello squillo, mentre si girano le teste rianimate verso i colpevoli. Il maestro finisce, la platea si svuota, i parcheggi diventano deserti.

Nel viterbese e di notte, dietro i cancelli chiusi di strutture sanitarie sperdute, si accedono delle musiche troppo umane  di vecchi insonni che strillano, spastici insedabili ed epilettici in azione.

Musica , maestro.

La grande bellezza di Roma e i suoi fantasmi.

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Fa una certa impressione vedere il trailer e il teaser di un film che ancora non c’è e che ha come oggetto la grande mamma del cinema italiano e quindi la grande castratrice dello stesso, la sua stessa scenografia e come sempre storia, Roma appunto.

Un racconto possibile che incuriosisce tantissimo, di cui se ne intuiscono le potenzialità, ma che , proprio nell’incompletezza della forma breve di un teaser, racconta già, prima del film completo, l’essenza della città stessa, la grande incompleta.

Roma è sempre stata per me un grumo informe,  dove si intrecciano la fonte, la radura e la foce, ma senza necessariamente quest’ordine naturale delle cose.

Roma si trasforma con le stagioni e le luci, un prodigio illusorio che prende realtà e movimento e colore a seconda dell’ambiente atmosferico, come se le rovine non fossero sempre le stesse, ma si rianimassero in una nuova metamorfosi.

Come se il mondo atmosferico la volesse imbrigliare e lei , camaleontica, regina delle metamorfosi, fuggisse ad ogni cartolina.

Le vittime di un incantesimo, i suoi abitanti , sono abituati all’assenza costante di un senso, rassegnati alla regola della loro quotidianità: perdersi nell’incompiutezza di un casino fermo e ritrovarsi poi a casa abitati la sera da lei, con addosso pezzi di mondi antichi, squame, pensieri, immagini  non nostri. Chi ha pensato per noi? Chi ha occupato il nostro corpo e riempito i pori della nostra pelle? Chi ha saturato i nostri silenzi con sgommate, urla , ritardi?  Roma.

Perdersi quindi come  unica possibilità di essere accolti.

Perdersi mentalmente, a Roma non è possibile una coerenza mentale, perdersi fisicamente, a Roma non è possibile non deambulare in un corpo all’ingrasso perpetuo, perdersi moralmente, a Roma non è possibile non essere in colpa per furti fatti o orecchiati.  Chi è senza peccato ruba la prima pietra.

Un rampicante disordinato, un’erba selvatica di bellezza e orrore che cresce alla luce e muore di anfratti.

Ripiegata sulle reliquie sature, gonfie come se fossero vive e appena ripescate da un fiume,  anche se sono solo polveri tenute insieme da pizzi e ostensori e teche.  Non c’è mai vero misticismo in tutto il sacro che la satura. Mai vera fuga e visione, sempre concretezza di un presente invaso da un passato dimenticato.

C’è quindi la concretezza dei fantasmi che abitano luoghi di lavoro metafisico. I lunghi corridoi dei tanti enti, scuole, ministeri, sottosegretariati, province, ambasciate,  dove vivono  corpi senza età e senza precisa quantità. Uomini senza quantità, perché nessuno ne conosce più il numero. Fantasmi.

Tutto è carta a Roma. Centinaia di faldoni di pratiche o romanzi in bozza o sceneggiature sempre mancate, creati per poi arenarsi nel sonnambulismo dei fascicolati, bolli, firme, cataloghi ed essere tumulati  in infiniti e chilometrici archivi. Che archiviano prima di tutto se stessi.  Una burocrazia organica ma anemica, viva, e in grado di moltiplicarsi senza avere un concime reale, un sangue che l’ammala, una testa o corpo. Un fantasma, un automa dispensatore che spreca con un profluvio di vitalità e moltiplica cariche, commi, glosse, file, prolongé di cardinali, drink, sparatorie, rincorse e rumori di sirene.

Ambulanze senza pazienti, corsie ospedaliere di soli portantini e malati, senza cure, senza medici, senza scienza alcuna.  Il portantino che consiglia, il malato che muore, il tutto  in amicizia. Volemose bene?

Quanti sono? Chi sono? Che fanno? Nessuno ricorda nulla, nessuno ha mai saputo nulla a Roma.

È nella stasi delle sue feste tarantolate ma dall’inerzia, che si fotografa il fregio di persone paralizzate nell’ambra della romanità stessa. Comparse senza vita, decaduti nel vigore e nell’intelletto da generazioni di accoppiamenti nobiliari e borghesi tra simili per conservare cariche, posti di prestigio, gestione dei pettegolezzi prima che di un qualche  lavoro.

Monumento statico di penitenti, tali  anche all’apice dell’orgia, contorsionisti e cultori della pennica prima di diventare assatanate faine ma sempre in fondo sdentate. Volemose bene.

Roma  è  nella disperazione immobile della sua borghesia depressa per status  e nella disperazione dei suoi quartieri che si sfarinano in altri azzardi fallimentari, nuovi agglomerati, tra pecore e zolle.

Lì, nel nulla, Roma rimanda sempre il limite, il confine, la regola. Li sposta, non li accetta, se ne sente imbrigliata e li rigetta nel fango. Nelle sue consolari che si perdono e dimagriscono in tratturi casuali e si perdono in  sabbia.  Uno strabordare  continuo di cementi, di trippe appagate come di anime in pena, di bestemmie come di preghiere. Fantasmi.

Sempre nuove le fogne scoperte e incomplete, cantieri interminabili, campagna mangiata e scheletri di palazzi invenduti ma già abitati dai fantasmi del vento marino, dai rampicanti e dal declino dei materiali poveri, sempre al risparmio,sempre  frutti evidenti di truffe e cementi friabili, di regole criminali.

Isole abbandonate e lontane da un centro che esiste ormai solo nel sequestro dei cerimoniali flautolenti del potere. Il dramma dei “potenti” a progetto, in bilico e condannati ad essere fagocitati dalla città stessa che vorrebbero padroneggiare e che invece li rimpinza fino a farli esplodere, fino al collasso, al cedimento delle vene e del poco cervello, relegandoli all’ebetismo degli occhi acquosi  di bestiame dormiente e in recinto, il recinto del potere stesso.

E’ in questo accumulo di memoria e colpe , che ritornano come un singulto digestivo, che Roma non si risolve mai davvero in morte e resurrezione. Nonostante quella sia la sua essenza.

Asfaltare e tumulare tutto e per sempre non riesce mai del tutto. E nemmeno completare qualcosa. Da ogni fossa abusiva nata per seminare condomini, spunta sempre qualcosa, un mondo di inutili perfezioni passate, che reclama luce e che ostacola cupio dissolvi o modernità.

La grande bellezza è tutta nell’archeologia delle cose mancate, in ciò che resta, nelle rovine anche contemporanee.

Una storia mai lineare, una continua attesa in cui i fantasmi si riposano nei cimiteri ma escono anche di giorno, in cui la foce diventa fonte.

La logica del letto di rucola: Chagall e Roberto Bettega.

Luciano Moggi, Antonio Giraudo E Roberto Bettega

Il consumatore medio ha sempre ritrovato il lusso della sua catarsi mandibolare  nel letto di rucola, vero ninnolo, vero porto in cui fare approdare le ganasce , vera lettiera e addobbo su cui adagiare cibarie schifose ma ravvivate e falsificate dall’erba  moquettata.

Tipico di ristoranti che si sono evoluti dall’antipasto mari e monti al maquillage fatto con la  fetida lettiera contenitiva, tutta erbacce acidule e salute presunta, il letto di rucola copre  benissimo i sapori di cibi scadentissimi.

Ristoranti  dove si incagliano le cresime e le mangiate domenicali delle famiglie fagocitanti di noi massa, obesi, cugini sbandati, cugine laureande, padri alcolisti, madri  bellissime, figli insaziabili ed esagitati, zio depresso .

Tutti accomunati dall’idea di avere un certo gusto. Sennò perché andrebbero proprio lì? A loro nessuno li frega.

Tranne appunto il letto di rucola: malinconioso sostrato, tappeto decorativo, zolla riempitiva.

Tutto falso naturalmente, ma tutto con un tono, uno status.

La logica del letto di rucola fa subito pensare allo Chagall rubato e ritrovato a casa di Bettega.

Al porto di Savona un rumeno membro dell’equipaggio di uno yacht di facoltoso americano moribondo e in America appunto a morire,  ruba il quadro e lo sostituisce con una crosta. L’americano muore, lo Chagall vero svanisce, nello yacht resta il letto di rucola della crosta falsa. Il figlio se ne accorge ma tardi e denuncia gli ignoti.

Lo Chagall, passando per mezza Europa, approda ad un gallerista di Bologna.

Bettega è figlio di un operaio Fiat e adesso è giustamente miliardario e sa che, nell’ambito dello status  simbolico,  poter sfoggiare uno Chagall dà punti di cultura vera, a peso. Punti da sfoggiare nelle cene con Moggi .

L’astuto gallerista bolognese intanto è  riuscito a farsi rilasciare dalla Fondazione Chagall una “nuova” autentica. Il dipinto rubato è ora accompagnato dall’expertise e da una falsa dichiarazione di vendita creata “ad arte” ed attribuita in modo fittizio ad un inconsapevole collezionista bergamasco.

Un cortocircuito tipico della logica della  rucola,  in cui il vero e il falso si mescolano mirabilmente: falso venditore, vera certificazione, vero quadro falsamente comprato perché rubato.

La faina convoca allora subito l’acculturabile  Penna Bianca, suo cliente privilegiato . L’uomo è giustamente goloso d’arte e di riscatto sociale e di tanta  estetica che non sia quella dei “Grandi pittori illustrati” ma quella vera, su tela.

Bettega però, memore dei tagliagole frequentati per una vita nell’ambiente juventino, non si lascia impressionare troppo. Almeno così crede.

Lo Chagall non se lo compra.  La volpe bolognese in compenso  gli rifila tanto per gradire un bel letto di rucola come antipasto:  una stampa fotografica su tela, spacciandoglielo per un vero Morandi. Tanta cultura pure a casa Bettega ma falsa che però pare più vera del vero ed è persino su tela.

Bettega, preso da senile incantagione e convinto di avere fatto l’affare, ritorna mesi dopo e si compra anche il  bouquet di Chagall. Entra così nell’olimpo di grandi collezionisti d’arte come Mike Tyson e Capello.

Ma non paga.  Rifila al bottegaio il suo personale letto di rucola e si sgrava di alcune  opere della sua collezione. Collezione  piena di falsi  come insegna la collezione di croste di Callisto Tanzi.

Il bolognese abbocca, Bettega anche, entrambi distesi, mano nella mano,  su un letto di rucola.

Zombie, Macbeth, Grillo, Bruno Vespa e Peter Sellers: oltre il cretino.

la foresta

Ammettiamolo senza indugi:  anche io elettore di Grillo ho contribuito ad eleggere dei perfetti dementi che, forse proprio in quanto tali, mi rappresentano.

Un cretino illuso può eleggere soprattutto  cretini.

Il perché lo abbia fatto mi sembra una domanda assurda: non potevo fare altrimenti e l’ho fatto convinto e speranzoso.

Non potevo fare altrimenti anche grazie alla legge elettorale che i partiti, in una fede avariata nel loro potere,  ci hanno consegnato per perpetuarsi, per rieleggere cioè i loro vassalli e zerbini il cui unico merito  di vita è essere stati pappagalli addomesticati, aver trovato un alveo alla loro miseria e al loro masochismo di soccombenti per un tempo così lungo che persino uno schiavo avrebbe trovato la forza quantomeno per suicidarsi, io come altri non abbiamo scelto alcunché.

Una legge cioè senza il voto di preferenza, senza alcun confronto democratico sulle storie e le competenze dei singoli, che ha ridotto il dibattito pubblico ad uno spettacolo blaterante di questa ortodossia oligarchica di zombie sicumerici, abili ad usare il concetto di democrazia  per spiegare la propria inesistente superiorità morale  ma incoerenti e costretti a negare la democrazia stessa ogni giorno nelle leggi che approvano e conservano  per mantenersi in vita. Almeno fino a ieri, prima di essere travolti.

Ora i grillini sono in tutta evidenza  gente senza storia, senza nessuna arte del compromesso o della politica, esangui senza alcuna retorica, nemmeno quella del loro nuovo potere,   animati da una teologia di muggiti informatici.

Senza un pensiero sufficiente per pensare la vastità delle sfaccettature  e dei toni medi e ancor meno in grado di analizzare  i microcosmi di cui la complessità stessa è composta . In grado però di ripetere sempre un vocabolario pericolosamente medio, quella mediocrità tipica dell’universitario italiano colto quel che basta per essere ignorante,  quella spocchia risolutiva da moralisti sdentati ma affamati più dei ladri che vogliono cacciare, che quantomeno sono già satolli;  infuriati  contro un nemico che è già morto.

Rappresentanti perfetti di un ceto medio marsupiale come tutti noi, mammario, pragmatico nei pasticci e piagnone nei rimpianti,  feroce e ansioso nell’utopia della palingenesi,  saltando però tutti i passaggi per renderla possibile.

Dei barbari.

Animati dal più orrido buon senso quando va bene mentre, quando va male, dall’istinto propulsivo della vendetta contro quelli che ora odiano e che fino a ieri eleggevano.

Insomma  propugnatori di uno sparo per ora a salve senza avere la mira di colpire alcunché, nemmeno le proprie pudende.

Eppure c’è un altrove oltre il cretino.

La conseguenza  più tragica o comica di questa presenza inquietante di totali incompetenti, una foresta anonima e in movimento, un agitarsi di fronde,   è che le loro afasie, i loro balbettamenti sacerdotali e identitari finalizzati al  “serriamo le fila”, senza peraltro essere assediati da nessuno, i loro abulici rancori per ora senza vera violenza perché privi di un oggetto reale avendo davanti dei cadaveri, la loro mancanza di vera tristezza, il loro pragmatismo che riduce la complessità al gioco dell’oca virtuale, tutti questi loro difetti che potrebbero farli sparire in un attimo, invece funzionano perfettamente.

E funzionano semplicemente perché ridotti al mutismo, all’assenza,  a quella che chiamerò la sindrome di Oltre il giardino come nel  film con Peter Sellers. Come  il protagonista di “Oltre il giardino” il sistema non li capisce perché sono dei completi dementi e non c’è nulla da capire, non c’è alcun progetto, ma intanto il sistema li teme i e li legittima,  mentre si autodistrugge per paura che ci sia qualche verità in loro e per il terrore di un virus che sente  già inoculato.

Grillo non serve più.

Luogo per eccellenza di questo suicidio collettivo è “l’approfondimento” televisivo e che ha nel proprio etimo l’idea di fondo, fossa, fondale; il circo mediatico degli indaffarati esperti, esperti quasi sempre di nulla ma ora  orfani di verità consolidate e consolanti e di toponomastiche in cui  collocarsi:  nella placenta ora di destra ora di sinistra di un banchetto che non ha più il tavolo e le sedie e li vede aggirarsi  come zombie senza testa cercando esegesi al nulla e cibarie perdute.

Più parlano, più blaterano, più si accusano , più svaniscono in polvere. Più fanno il gioco del nemico assente, più lo resuscitano. Grillo non serve più.

Ieri mentre trapassavo sul divano da una pizza fetida con birra ad un sonno tombale, in un panorama onirico molto simile ad un incubo, si stagliavano di fronte a me le ombre del televisore accesso dove un Bruno Vespa, sciolto dai soliti guinzagli di servile vassallaggio, poteva dare libero sfogo al suo talento innato di diplomatico servo, alle sue sulfuree pose da gran cerimoniere e orrido camaleonte ma questa volta trasformato, suo malgrado, in brillante becchino.

Cercava di tirare fuori qualcosa dai suoi ospiti, di spremere da loro qualche goccia residuale, una vita  da quelli che una volta erano i suoi padroni e amici munifici , qualche prospettiva per sé e quindi per  loro.

Ma niente.

Invece di rispondere ai suoi più che legittimi dubbi, persino intelligenti e acuti, loro  si esercitavano in  rabbiosi e atletici  rinfacci, in un’opera magistrale di antropofagia reciproca e senza che fosse necessario  il terzo incomodo, ovvero il loro boia e vero cannibale, Beppe Grillo.

Dalla fisiognomica dei corpi,  al tentativo diplomatico del realista Vespa,  fino ad un minuetto di danze dialettiche tra reduci da suffumigi di cocaina o lexotan o glorie andate o privilegi in bilico, l’unica cosa che appariva certa e che inquietava lo stesso Vespa, stranamente il più pragmatico di tutti,  era il terrore puro.

Terrorizzati dall’assente “pieno di idee”,   un comico,  e pronti ad attribuirgli e copiargli i  programmi che lo stesso non ha e non può avere vista la pochezza delirante delle sue visioni, hanno cominciato un’ opera puntigliosa di sbranamento vicendevole, una consunzione funeraria, un decadimento delle croste in piaghe, un’esplosione dei gonfiori in putrescenze e liquami.

La  decomposizione vera e propria e in diretta, aiutandosi tra di loro in un’ orgia di accuse reciproche, tutte peraltro vere e quindi schiaccianti;  in questa spoliazione delle vesti e della pelle, in questa rinuncia alle armature anche solo di una vaga tradizione, alle  scatole che fino ad oggi li avevano tenuti in piedi,  fatti sembrare persino necessari a qualcosa che non sanno più nemmeno loro cosa sia.

Non ricordano le loro colpe, ma tutte quelle degli altri, e con ampi rimandi documentati riescono ad accusarsi senza dire mai i nomi e cognomi ;  si appellano a presenze confessionali su cui scaricare tutti i loro crediti inesigibili: il centro destra e il centro sinistra, unità fantasmagoriche che gli ruminano in bocca, mentre schiumano la dimenticanza.

Concetti e luoghi della storia sofferta da altri, quelli dei diritti conquistati e della resistenza ad esempio, e ora  ridotti ad essere incarnati dai loro volti patibolari, persino a volte giovani,  volti che da soli parlano molto di più di qualunque  programma.

Un teatro in cui satire e sospiri sembrano ugualmente legittimi. Un pozzo da scalare con le unghie. Rinchiusi in un castello circondato dalla foresta che, contro ogni logica, avanza minacciosa verso Macbeth e gli fa dire : “La vita è solo un’ombra che cammina, un povero commediante che si pavoneggia e si dimena per un’ora sulla scena e poi cade nell’oblio: la storia raccontata da un idiota, piena di frastuono e di foga, e che non significa nulla”

Nel paese dei balocchi ci meritiamo i reazionari Wu ming.

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Perché i Wu Ming sono dei reazionari e perché pensano esattamente con le stesse categorie di Grillo non avendo però la capacità democratica e non violenta di raccogliere il consenso del voto?

L’articolo-manifesto uscito per l’Internazionale non solo è importante perché rivela tutte le sclerosi di un dibattito a sinistra, ma è importante perché rivela qualcosa di ben più sintomatico: alcuni a sinistra pensano, ragionano e articolano gli argomenti, con un misticismo retrivo e con categorie olistiche e storicistiche, con il rifiuto sistematico dell’ evidenza democratica del voto, inserendosi a pieno titolo, e come sempre verrebbe da dire, in un filone di pensiero reazionario che da va da Platone a Hegel. E lo fanno con un linguaggio ormai talmente sintomatico da diventare rivelativo di una vera e propria frattura nevrotica. Una ferita con la realtà.

Il tutto cementato e reso possibile da una cancrena stilistica e un coro di rantoli di una scrittura implosa, muffa, crudele.

Noi crediamo che negli ultimi anni Grillo, nolente o volente, abbia garantito la tenuta del sistema”questo roboante assioma ci si aspetterebbe che venisse dimostrato, ma proprio in quanto assioma, si evitano lungaggini dimostrative: fidatevi lettori è, così ve lo dice il Wu che d’altronde rilancia:

Non abbiamo avuto una piazza Tahrir, non abbiamo avuto una Puerta de Sol, non abbiamo avuto una piazza Syntagma. Non abbiamo combattuto come si è combattuto – e in certi casi tuttora si combatte – altrove. Perché?”

Le “rivolte altre”. Quanta nostalgia e languore per barricate in fiamme! Quanto I Wu Ming, pensosi sofisti, riflettono sul perché le strade non si siano ancora infiammate come nel mistico “altrove”, fatto di scenari di piazze e rivoltose anime “vere” , quelle col brand Wu Ming, rivolte doc, vuote e infruttuose, ma così “eroiche “ e ”radicali”!

Già mi vedo una furtiva lacrima sui volti plurali dei Wu, scende sulla rugosa guancia nelle ricordanze di com’erano più buone e più belle le rivolte di una volta, quelle indignate degli “altri” o , per vecchie salme sempre pronte all’ira e ad assolversi , quelle di ieri.

A Puerta Del Sol mica a Tor dei cenci! Molto meglio della pigra e inutile cerimonia del voto democratico in qualche freddo androne delle scuole disastrate della penisola, in fila con la propria tessera elettorale. Giungle e guerriglie non file.

Meglio un Tutto, una visione totalizzante , e quindi spanata e benaltrista, condita con la giusta esterofilia a dargli spessore. Meglio un po’ di “regno a venire” e altre anticaglie avventizie a condire una pietanza di “cortei carismatici”.

Dove nessuno si è accorto o si è chiesto perché siano ormai cerimonie tra pochi, catacombali riti di setta, intimi gruppi di sostegno.

Che importa? Pochi ma buoni e orgogliosi: una bella manifestazione emblematica, tutto maiuscolo, ma tra i soliti cinquanta riflessivi, una Rivoluzione per intimi, una rivolta che ricorda gli sfiati, e quasi sempre i contenuti, di un flash mob.

Una Rivoluzione inoltre che, per sopravvivere, deve essere sempre mancata e rimanere perpetua. Se mai si realizzasse anche solo in piccole parti di riforma reale, come garantire poi la cerimonia perpetua e l’ampio corteo delle prefiche, il vedovile rimpianto, i sussurri e le grida, poche, dei benaltristi?

Ma mancata, ci spiegherebbero loro , solo per l’inconsapevolezza dei più che proprio per questo andrebbero “risvegliati” al vero cambiamento. Certo questo è un pensiero reazionario, ma i Wu Ming non lo sanno.

Da noi, una grossa quota di “indignazione” è stata intercettata e organizzata da Grillo e Casaleggio – due ricchi sessantenni provenienti dalle industrie dell’entertainment e del marketing – in un franchise politico/aziendale con tanto di copyright e trademark, un “movimento” rigidamente controllato e mobilitato da un vertice

Pensiero quantomeno schizofrenico scritto da chi ha fatto dell’uso del Brand Wu Ming e del marketing ad esso correlato, l’essenza del proprio, meritorio peraltro, successo editoriale. Ma che importa? Quisquilie.

La cosa davvero importante è che l’esercito grillino, che a sinistra erano perdonabili e assolvibili nella categoria salvifica dei “compagni che sbagliano” quando votavano Pd e che ora invece sono un esercito sottoposto alla sbrigativa e psichiatrica categoria degli etero diretti, sia “rigidamente controllato e mobilitato da un vertice”.

Analisi dei flussi di voto? Dati? Prove? Per carità, mai chiedere troppo e cadere in questo “ideologico scientismo”. La statistica, l’analisi dei flussi, sono quisquilie se si pensa da veri profondi sacerdoti.
Un pensiero, quello delle masse etero dirette, più etero e più dirette quando pensano in maniera diversa dalla propria, che consolida l’altra faccia dei reazionari di sinistra, quelli che si vorrebbero più analitici e “informati”. Quelli che si riconoscono ad esempio nell’analisi del padre nobile Tullio De Mauro. Analisi, sempre la stessa da trent’anni, che ha un solo concetto, gli analfabeti di ritorno italiani, riesumati come reliquie per spiegare il senso di un voto altrimenti incomprensibile. Anche qui pura cerimonia funebre. Analisi, caso strano ma tralasciabile, condotta da colui che da sinistra ha contribuito alla distruzione dell’Università pubblica proprio grazie alla riforma da lui stesso ideata. Ma che importa ? Questi sono solo fatti e se l’università, anche grazie alla proposta di vendita da supermarket dei tre più due, è precipita ad essere una fabbrica di disoccupati e forse futuri analfabeti, la colpa è di altri.

Ben altri verrebbe da dire.

In un paese di “analfabeti di ritorno”,d’altronde, cosa aspettarsi? Il paradosso è che proprio i suoi allievi, i disastrati laureati italiani, votino e si candidino nel M5s, primo partito per numero di laureati tra i parlamentari eletti.

Quindi l’acuta analisi, ha qualche cortocircuito interno. Delle due l’una: o i docenti universitari preparano analfabeti o preparano teste pensanti o, scenario terribile nelle gerarchie dei giusti quasi sempre ottantenni, gli allievi hanno capito che il problema è proprio nei maestri, nella classe dirigente.

Quisquilie per chi vuole ben altro.

Ed ecco che in tutto questo elitarismo riemerge il buon vecchio reazionario Platone: un governo dei giusti è la soluzione sottesa a questo pensiero. Quando, con chi, dove? Abbiate fede.

Si chiedono infatti i nostri Wu, assisi tra sospiri di profonda costrizione e pesantezza esistenziale dell’acume: “Può un movimento nato come diversivo diventare un movimento radicale che punta a questioni cruciali e dirimenti e divide il “noi” dal “loro” lungo le giuste linee di frattura?”.

Chissà ? Urge tavola rotonda. C’è da rimanere spiazzati da questo decisivo dubbio e stupiti da tanto azzardo. Ma meglio farlo tra uno sbadiglio e un altro.

Quando #Occupy ha proposto la separazione tra 1 e 99 per cento della società, si riferiva alla distribuzione della ricchezza, andando dritta al punto della disuguaglianza.

L’idea è dunque questa? Come potrebbe essere altra per degli olisti reazionari?

Non cambiare il mondo a piccoli passi ma aspettare la salvifica “lotta di classe” in cui il Grillo miliardario verrebbe forse impalato perché reo di aver proposto : “un programma confusionista dove coesistono proposte liberiste e antiliberiste, centraliste e federaliste, libertarie e forcaiole. Un programma passepartout e “dove prendo prendo”, tipico di un movimento diversivo”. Forcaiolo da mandare alla forca quindi.

Ma diversivo da cosa? C’è ben altro quindi? Diversivo da un Avvento. Quale? Non lo vedete? Loro sì.

Dalla magica e mistica sorte progressiva tipica del pensiero reazionario e utopista. Diversivo perché talmente “confusionista” che il modo migliore non è confutarlo ma credere. Abbi fede, suggerisce il buon Wu Ming, c’è dell’altro.

Ma per ora accontentati, adepto dei Wu di questa scrittura diversiva dall’intelligenza e “confusionista”, così macchinosa e stridente, categoriale , pontificante e arrugginita: un burocratese pieno di sabbie mobili, un pantano senza alcuna tristezza che non sia la tristezza infinita di uno stile da volantino rivendicativo degli anni settanta.

Una scrittura mai davvero nevrotica e senza alcuna dannazione o dubbio, che cerca ossessivamente e come un litania, la conferma reciproca di luoghi comuni non discussi. Cerca la propria tribù.

Popper ci aiuta: l’olista decide sempre in precedenza che una ricostruzione completa è possibile e necessaria e l’utopista, che ragiona così, ha già ammesso implicitamente l’ammissione di una sconfitta. Ogni modello di cambiamento a “spizzico”, poche cose alla volta, direbbe Popper, è troppo modesto per chi scrive: “Quando il movimento spagnolo riprende il grido dei cacerolazos argentini “Que se vayan todos!”, non si sta riferendo solo alla “casta”, e non sta implicitamente aggiungendo “Andiamo noi al posto loro”.

“Verrà il nostro momento” si consola il nostalgico Wu Ming, perdendosi il qui e l’ora, troppo impegnato in vertigini, mistiche visioni e avventi, in cui la fede è talmente profonda che prima o poi qualcosa vedrà davvero.

Intabarrato in fumose enoteche di Bologna, in pomeriggi pieni di distinguo e rinfacci, controversie sui doveri dei “veri democratici” e in dibattiti naturalmente pieni di “vertenze minoritarie” in attesa, teleologica, tra un reading e un altro, che la dialettica della Storia svolga il suo compito.

Un mistico senza l’ebetismo e la furia dei mistici, un pazzo pigro, anemico, soffocato dalle proprie evidenze petulanti, stantie e muffe, prima suggerite e poi respirate, in un flusso autonomo di asfissie scambiate tra amici.

Chissà cosa intendono i Wu ming per liberismo. Chissà che scenario e nemici immaginano.

Al Wu basta scrivere sul Manifesto e suscitare un dibattito ed essere riconosciuto come il chiarificatore di posizioni “confusionistice” e non come il reazionario che è.

Convinti che sì, Altrove, e in un tempo a venire, ci siano i giusti e che sì, proprio altrove, occorra cercarli, non qui e ora nella provincia del mondo dove (chissà se lo sanno, qualcuno li informi) un movimento dal basso è appena diventato il primo partito italiano senza alcuna violenza.

D’altronde: “Negli ultimi tre anni (?), mentre negli altri paesi euromediterranei e in generale in occidente si estendevano e in alcuni casi si radicavano movimenti inequivocabilmente antiausterity e antiliberisti, qui da noi non è successo. “

Basterebbe pensare a questa geografia che si conclude con il totalizzante “ in generale in occidente” (quale?) per capire il livello di analisi sociopolitica del gruppone mobilitato e mobilitante e pensante.

Ci sono sì state lotte importanti, ma sono rimaste confinate in territori ristretti oppure sono durate poco”.

Certo, bisognerebbe però andarlo a spiegare, organizzando magari un viaggio messianico da Bologna in pullman come un vero pellegrinaggio dei giusti armati di generoso proselitismo, ad un giovane siriano o egiziano che combatte oggi una guerra civile, ma in scenari così “ristretti” per pensatori altri ed alti, sempre cultori, per gli altri , per tutti noi, di un altrove.

Grazie a nome di tutti.

Caro giovane orientale, te lo assicuriamo noi Wu, mentre ti fai sparare addosso pensa sempre però che sei confinato alla sola Siria e pensa in grande, pensa come penserebbe uno della società della comunicazione che noi aborriamo ma sfruttiamo, pensa a occupare Wall Street, origine e causa prima dei tuoi mali! Organizzi la piazza anche su internet e con facebook? Sarai sicuramente etero diretto. O al massimo inconsapevole che i mali del mondo sono altri , ben altri, in un pantheon nevrotico dei concetti oscuri ma perturbanti, proprio perché ignoti a noi stessi Wu, che però li critichiamo “dall’interno”, perché investiti da acume sacerdotale.

Problemi come ad esempio “l’alta finanza”, terribile moloch ideologico, fantasma che tutto uccide, puro feticcio.

Ci meritiamo una sinistra che ha come unico punto di programma una battuta da comici: smacchiare il giaguaro? Ci meritiamo dei reazionari inconsapevoli che scrivono sul Manifesto e suscitano ampio dibattito? Nel paese delle favole sì.

E allora che sia davvero ampio, ampissimo, immenso, talmente grande e profondo da perdere i confini del senso e della realtà e stemperarsi in una palude stagnante, quella delle idee.

L’amante della natura

 

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E’ triste vivere senza conoscere un baribalo. Un Maschio adulto raggiunge il peso di trecentocinquanta chili.  La sua stagione di caccia finisce con la caduta delle prime nevi.

Questo io lo so. Ma gli altri? Tutti gli altri?

Tutti gli altri che non lo sanno e non lo pensano nemmeno? Che credono in cose futili come macchine e telefonini e le mode e cose leggere quindi, non sanno e non immaginano e non amano il masua rosso. Capite?

Nelle profonde e nere ombre del Nicaragua gli alberi si agitano uno dopo l’altro come se soffiasse una violenta tempesta. Il fruscio di una presenza che corre nella notte e scompare tra il fitto fogliame e le nebbie dell’umidità che sale dalla terra viva.

Un’iguana si getta a capofitto dai rami, spaventata si raddrizza e cerca di prendere la fuga. Non suda perché non suda, le iguane non sudano. O sudano? Eppure sente di poter morire, la sua scorza verde e umida si irrora di qualcosa e pulsa orrore e comincia a correre e guizzare. Mentre voi ve ne state in un camerino a provare abiti, l’iguana suda.

Solo allora, fiutato il terrore, arriva l’ombra dai rami, casca in terra la bestia , è il masua. Proprio lui. Il masua rosso balza addosso all’iguana nemmeno troppo stanca e la fa  pezzi e voi indossate pantaloni nuovi e vi girate per vedere se calzano a pennello e se non esondano lardelli dai lati, voi che non sapete, che fingete di ignorare, voi che guardate altrove per non capire a fondo il dramma dell’iguana.

Il Masua ha il corpo lungo circa sessanta centimetri, il muso appuntito e si nutre di frutti, uccelli, uova e lucertole, che caccia in gruppi composti da sei a venti individui.

Non uno, non due ma sei o venti. Individui, capite, comunità e amici del masua, masua come lui. Tutti insieme.

Questo io lo so. Ma gli altri? Tutti gli altri?

Fingono o sono davvero così, assenti alla verità?

Tutti gli altri che non lo sanno e non lo pensano nemmeno, non perdono nemmeno un minuto della loro vita ad immaginare il Nicaragua e il fitto della vegetazione e l’opprimente alternarsi di rumori al limitare del bosco e nelle ombre della giungla, cose vive che strisciano, terre che si sfarinano radici che affondano o sbalzano fuori dalla terra.  Che credono,  cosa credono, in cosa,  gli altri? Che tutto ciò non esita?

Facile, sì facile, qui lo voglio dire e denunciare, pensare a cose futili e non sapere e non immaginare e non pensare mai al Lincodonte della Patagonia.

Per loro, per tutti loro,  ci sarà salvezza?

Mia figlia si diploma in erboristeria il prossimo 23 luglio. Un sera, durante un blackout, l’ho scoperta a sfogliare nel buio spesso della notte un libro. Le sue mani rachitiche e i suoi occhi grandi come quelli di un rettile, due bulbi, evasi dalla orbite, luminescenti.

Tutta scomposta come sempre, di sbieco, che si rovina la postura la figlia mia. Ma sveglia e studiosa e attenta anche se nel mezzo di un’ora impossibile.

Non vedevo nulla e lei qualcosa e non sapeva che io non dormivo per pensare anche per lei al Lincodonte.

Non vedevo nulla, ma poi pian piano e grazie anche alle sue parole sussurrate nell’ombra, che mi sembravano sconnesse e quasi un grugnito,  mi sono apparsi tanti rami e foglie e terriccio e cortecce e petali dai nomi antichi. E lei leggeva anche per me cose che solo lei sa, biascicava una litania mentre mi sedevo al tavolo a guardarla da lontano, bella nonostante gli occhi gettati.

La clarchia ad esempio.

Il botanico William Clark nei primi anni dell’Ottocento  scoprì questi fiori sulle Montagne Rocciose. Le tribù indie che vivevano in quei luoghi, usavano incoronare con i fiori di Clarchia le vergini del villaggio prima del matrimonio.
Questi fiori possono essere coltivati sia in balcone che in giardino mi dicevi sussurrando e intanto io mi sarei anche assopito del tutto, trovando un balsamo nelle tue parole fiorite.

Sì l’avrei fatto se …
Nel linguaggio dei fiori, la Clarchia simboleggia la “fantasia”.

E io? E tutti gli altri?

Questo mia figlia lo sa e di notte sembra saperlo meglio, mentre scruta disegni botanici e li attraversa con le dita affusolate e sta attenta a non essere scoperta da nessuno, nemmeno da me, perché nel cuore del buio si guarda attorno a cercare qualche ronzio, qualche iguana da mangiare , ne sono certo, o stupidi insetti, macchine volanti da appiccicare sulla sua lingua spugnosa che come una frusta, quando è sola, fa schioccare nell’aria per prendere, triturare e inghiottire.

Nulla la deve disturbare, tranne la consapevolezza ansiosa che né io né tutti gli altri possiamo  mai capire davvero, per sempre,  l’importanza e l’amore dovuto alla notte, alle fronde, ai rumori che lei sente anche per me, nell’ignoto spazio profondo, nelle nervature del legno, nei petali sui libri, nelle terre lontane.

 

Pensieri sparsi. Il predominio dello spazio e la nuova speranza

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Abbiamo da sempre seguito un tempo dello sviluppo narrativo e vitale che, da Aristotele ad oggi, si consola in una cronologia in tre atti, trova in questa linearità un approdo alla deriva della dimenticanza, allo sparire.  Cosa abbiamo fatto, cosa faremo.

Ma poi a guardare bene ti rendi conto che nel mondo contemporaneo, tutto narrato, è lo spazio che moltiplica i livelli di varianti e possibilità narrative ed è quasi sempre uno spazio fuori dal tempo e fuori da un suo svolgimento lineare, da una speranza quindi o una dannazione, un giudizio.

Nei media, nella politica e nella narrazione virale, virtuale e video giocata, le uniche che contano davvero e che hanno invaso il cinema e lo modificheranno e l’hanno già modificato (Inception di Nolan ne è l’esempio)  quello che conta è lo spazio,  non il tempo.

Luoghi per una missione , come nei videogame,  ambienti, come i salotti televisivi per politici,  fuori dal tempo che ripetono la loro battaglia invadendo i tempi e annullandoli.

Battaglia garantita non già da un passato che testimonia qualcosa o  da una costruzione di un futuro possibile in nome proprio di quel passato,  ma da un  consumo di spazi presenti, facce rifatte e mortuarie come spazi di espressioni senza tempo, temi riesumati come se non fossero già stati consumati dal tempo, un presente reso tangibile dagli spazi dei  luoghi, sempre quelli, che sono possibili solo nello spazio televisivo e che sono trasgredibili solo profanandone gli spazi,  profanandone i templi.

Berlusconi da Santoro a profanarne il tempio e senza un tempo, senza un passato e senza un futuro. La speranza dell’elettore legata alle Poste, luogo evocato come  oasi, spazio  mitico e onirico in cui riprendere i soldi che ci verranno restituiti in un futuro senza tempo.

La propria pagina di  Facebook come l’unica identità che prova a resistere e diventa sempre più uno spazio di rimandi : foto, frasi, frammenti a sviscerare e deteriorare qualunque possibilità di cronologia.

L’utopia del Diario, vissuta con ribrezzo proprio dagli stessi protagonisti a cui è stata imposta, che odiano vedersi ricostruiti in un tempo svolto, un prima e un dopo,  e amano la presenza intangibile della scaglia: non un passato che cerca spazio, perché non si sa in quale storia e tempo collocarlo, in quale bacheca.

Persino se è la propria.

Ed infine il videogame come accumulo di livelli e ambienti, spaziosità da esaurire in sé. Moltiplicazione, raddoppiamenti, ripetizione di luoghi, senza un tempo. Vincere significa esaurire pian piano gli spazi a disposizione.

Ma se è la speranza a nutrirsi di un tempo cronologico come poter sperare? Bisognerà forse inventarsene una nuova che si nutra di spazi.

L’uomo dell’arca

 

 

 

 

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L’uomo dell’arca

 

Ogni ora del giorno in autunno una pioggia insistente non lasciava molto spazio al desiderio ma più alla necessità di raccogliersi, chiudersi in casa, proteggersi. Pioggia intensa, battente, incessante, che penetrava ovunque non scalfendo nulla ma facendo dei paesaggi qualcosa di ostile.

Così Edoardo Berselli, passione smodata per il collezionismo di bottiglie mignon, si convinse che tutta quell’acqua non era la quantità solita, che tutta quella pioggia insensata non era la solita pioggia. Era invece il diluvio universale.

Era toccato proprio a lui scoprirlo, non una cosa da poco intendiamoci, non un piccolo privilegio per un uomo che aveva convissuto fino ad allora con un anonimato crudele, l’anonimo inutile, il solo contratto.

Uomo inutile e mite, buono per necessità e anche uomo per necessità, perché senza oggetti o persone su cui scatenare la sua cattiveria o con cui parlare, privo di affetti e forse, proprio per questo, ora, l’eletto. Lui lo sapeva, lo sentiva e non poteva sbagliarsi, era toccato a lui prevedere il diluvio.

Iniziato al sesso da una pubblicità furtiva del silicone sigillante, con turpi desideri di accoppiamento acrobatico, Edmondo aveva imparato a conciliare le sue voglie con la sua mano destra.

Entrambi procedevano all’unisono  in un arroccamento  fantastico e ritmato, un accumulo di mattoni a costruire la reggia di adolescenti inquiete e adoranti, visioni mozzafiato, approcci inaspettati  di donne alle  poste e al cinema, sull autobus e al bar, sempre compiacenti in uno desidero  che lui scatenava in loro e nei suoi sogni, in ogni stagione, desiderio  inamidato dall’umidità dell’afa estiva o mitigato dal freddo pungente della solitudine.

Lui, l’uomo da amare.

Edmondo non voleva  scontentare nessuno. Lo picchiavano spesso in testa dopo avergli rubato il pallone, quindi  affannose rincorse e poi pianti  nell’anfratto dei portoni  ed essere picchiato di nuovo, il giorno dopo, sempre sulla testa, la sua, sempre più forte, per stimolargli una qualche resistenza o reazione,  che era già solo quella.

Il pallone lo riconquistava  per il gesto salvifico di un capo  che tacitava gli altri, i più sadici e capaci, e li esortava a ridargli, dopo magari averlo picchiato ancora un po’ e mentre  si affannava a raccoglierla e portarsela via, la sua palla.

E’ mia, pensava abbracciandola e scappando via.

Mia.

Si era accorto da subito di essere brutto, di una bruttezza cattiva, quella che concilia l’opacità del viso con l’evidenza del banale, con il nulla di unico, con il vitreo di un corpo prescindibile. Trasparente nei gesti, atono nelle parole, sparito nelle espressioni  che lui simulava e accentuava per farle virili, davanti ad uno specchio:  ti sorriderò così e non potrai resistermi.

Prima o poi. Lui, l’uomo da amare.

Le donne erano per lui l’idea,  il paradigma,  l’assemblaggio sapiente e irreale di pornografie sgraffignate, prima con l’incertezza della pudicizia e poi con il rancore e l’ansia del bulimico, donne inesatte perché sultane del porno, irreali, che gli esaurivano le possibilità fantastiche, la bramosia del cazzo, presente, recriminatorio, pieno di vita, esso.

Un cazzo che per uno scherzo della natura era enorme, invadente, perennemente turgido e sul proscenio della sua vita con la platea vuota,  un cazzo vivo a cui, pensava, manca solo la parola.

Parla, parlami.

Coso capace di annacquare ogni pensiero di logica e consequenzialità, spezzare  ogni linearità razionale e ogni intento di concentrazione, ogni proposito di redenzione e progetto a lungo termine.

Cazzo di merda, pensava ogni tanto, almeno parlami!

La  richiesta incessante e quotidiana di essere lavorato, spurgato e smanettato a dovere,  per placare la presenza, come un’ombra, un alter ego, una fissità totemica ma dotata di propri fluidi.

Edmondo aveva provato ad  impegnarsi in qualcosa, aveva  sentito il fascino  per la cultura e da questa aveva saccheggiato nozioni e frasi che componevano il suo armamentario di aforismi da esibire.

A chi?

La sua costellazione di possibilità dialettiche, la sua recita di lunghe retoriche, discorsi arzigogolati sui grandi temi del mondo, scenari con lui  assiso su scranni e tribunali a pontificare futuri.

Davanti, centinaia di amicizie sempre nuove, prestigiose persino,  raffinati intellettuali prima, autorità  incontestabili poi ed  infine le più utili e prosaiche donne procaci che scatenavano il totem , naturale approdo di un miscuglio confuso di pensieri e dogmi, nozioni e dibattiti alti nella sua mente che finivano in  sperma. Tantissimo.

Cercava la bella mossa, il colpo a sorpresa il ko tecnico mentre parlava con qualche donna  immaginaria e si scopriva in bocca parole evocative come inconscio, sublime,amore, parole  francesi e polacche che chissà dove aveva letto, saggisti e registi pieni di k e h nei cognomi come nei nomi, ma dal sicuro effetto, se pronunciati correttamente.

La sua frase  a conclusione del suo monologo interiore era: ” Sarà anche un grande artista ma umanamente non vale nulla” E si aspettava assensi e simulava complicità e riceveva il vento muto della sera.

Nella vischiosità di un avverbio, umanamente, lui riponeva tutto il suo riscatto, giudicare l’umanità con il suo coefficiente dell’umano, lui che umanamente era sempre stato impeccabile almeno per gli altri cioè tutti quelli mai incontrati.

Ora tutta quella pioggia, da ore e ore, da giorni. Forse un segnale? Un segnale, certo! Forse l’occasione? L’occasione, certo!

Il momento del diluvio.

Era stato chiamato ad una missione, lo sapeva benissimo, lo sentiva.

Ma come fare? Come salvare una specie per ogni cosa vivente? Come costruire l’arca?

L’arca, già, la prima cosa da fare doveva essere senz’altro quella: costruire l’arca.

Con anche un posto segreto per il suo pallone.

 

 

La torbida tristezza nella terra del son (parte prima)

Parte prima : Teschio.

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Un movimento pastoso di fantasmi, come se la loro trasparenza li travasi uno nell’altro, uno sull’altro, senza avere il perimetro per distinguerli e tenerli lontani, tutti abbracciati, tutti sciolti in un pulviscolo, tutti insieme.

Questa è l’Havana a notte fonda. E il mare è blu a Cuba, il vento caldo della sera è così anche di giorno, cioè caldo, non c’è molto di poetico ed esotico tranne che ogni stasi diventa corpo che si spezza e muove, ogni silenzio lascia il posto al rumore.

Perché se viaggi da solo, quasi da clandestino e in disparte, in fondo a un pullman o a una corriera e, un camion, con la faccia di gomma di un assente che hai montato per sparire, qualcuno ti si avvicina sempre, qualcuno solo come te e sempre alla ricerca di un complice, di una confessione e di una parola, vuole parlarti di loro, vuole sapere se sei come loro, vuole  che tu sia come loro.

Il primo sei tu che ti accosti in un parcheggio dove la corriera sfiata e riposa nella notte e fa scendere tutti, persa nei campi che un tempo erano agricoltura. Arrivi all’alba arrivi all’ora del lutto del mattino e prima di sederti accanto a me pulisci il sedile, sei italiano, certo. Hai la testa rinsecchita fino allo scheletro delle mascelle e le tempie incavate che rientrano come un’insenatura, ma senza acqua, hai uno sguardo goloso.

Sei un teschio.

Mi dici che molti vengono lì per le ragazze e che anche tu, lo ammetti, sei lì anche per quello, ma poi capisci di avermi detto troppo e allora sei lì per l’amore che però qui dove siamo io e te non c’è, me lo assicuri tu, e che gli altri s’illudono e che tu invece hai capito quanto è lontana quella possibilità. E così preferisci pagare per avere il tuo, quello che ti spetta visto che hai quasi sessanta anni, visto che non vuoi essere amato, ma sono loro a volerlo, mi dici, me lo assicuri, certo, sono loro a volerti così. E hai diritto a rifarti una vita, t’impunti su questo, senza disfarla mai davvero, perché loro non le sposi e a Trento ci torni sempre e hai la tua tana altrove, tra i monti.

E molti dei tuoi amici che hai lasciato in Italia invece si sono illusi e le hanno sposate, le cubane che alleviano la sera, le hanno salvate, ma poi loro, che sono giovani e belle e abituate a Cuba che qui è tutto diverso, volevano uscire la sera a far festa e lasciavano i vecchi italiani soli, nella casa trentina esattamente com’erano prima di incontrarle e come sei tu ora, alla finestra. Mi capisci? Sì ti capisco.

Penso a Trento la sera e alle giovani cubane che vagano tra geli e locali chiusi a cercare qualcosa da festeggiare o almeno da bere. Che non sia la noia e il freddo o la grappa e che pensano solo che alla fine torneranno tutte qui.

Teschio ci tiene a specificare tutto, perché di tempo ne abbiamo tanto, la corriera si è rotta, la notte non intende albeggiare e lui vuole entrare nei particolari ed essere preciso quasi ci tenesse a farmi questo di definizione e ordine.

Mi racconta che una volta ne ha trovata una che si lavava con il suo spazzolino, il mio mi capisci? lo spazzolino che teschio ha portato dall’Italia per i suoi denti, quelli di lui non di lei.

E che, mi dice, vederla che muoveva il mio spazzolino nella sua bocca mi ha fatto davvero schifo nonostante poi, tu lo sai, afferma sicuro, quando poi stai con queste gli metti la lingua ovunque.

Annuisce.

E intanto che lo dice se la controlla in bocca la lingua, per assicurarsi di non averla persa e intanto che me lo dice me lo immagino con la fronte imperlata di sudore, all’alba e al canto del gallo, in ginocchio di fronte a qualche branda, impegnato a scavare nelle immense cosce di una sconosciuta con la sua lingua spugnosa attento però a non sporcarsi troppo. Una chica per la notte.

Teschio indossa un pantalone multi tasca e multifunzione, con l’elastico che permette di calarlo in fretta nel caso di un consumo veloce o di una slavina e di adattarsi al lievitare delle trippe, allo slabbramento dei confini di carne, la sua.

E ama tutte quelle tasche perché non vuole perdere nulla in quella terra ostile, non uno spiccio da mezzo dollaro, non i tre cok di moneta locale che conserva per portarli al nipote, perché lui ha un nipote cui forse racconta che l’ultima donna di qui gli ha fregato lo spazzolino per lavarsi i suoi denti e forse deve anche spiegargli che le donne dell’isola hanno i denti come loro in Trentino.

A me poi tiene a specificare proprio tutto; con quella precisione vera dote del chirurgo o del mostro o delle due cose insieme, il serial killer ad esempio, con tutte le cose al posto giusto nella sua memoria che adesso teschio ha deciso che deve diventare anche la mia.

Mi fa vedere un grumo di spazzolini che tiene in valigia, legati con l’elastico e l’arcobaleno di colori e setole, perché lui da allora non dimentica mai di portarne qualcuno dall’Italia per regalarglielo prima a quelle.

E poi mi dice un’altra volta che lui non si fa fregare e va con molte e non vuole certo sposarle e non vuole amarle.

Ma prendere e dare in fretta invece lo vuole.

Un’altra, dice paonazzo, gli ha rubato il gel, a lui il suo gel come il suo spazzolino.

Lo guardo attentamente e non capisco, mi dice che lei che aveva i capelli crespi ha rubato a lui il gel per allisciarseli. Mi capisci?

Questa volta no, non ti capisco, perché teschio hai il gel se sei quasi calvo?

Mi dice che lui sta attento agli aerei, e che prima di partire controlla i modelli e mi specifica una serie di sigle di aeree flotte ed io annuisco stupefatto e me le abbina al rischio di morte e solo allora mi accorgo che ha una montatura di occhiali da contabile, quelle fini da ragioniere attento ai numeri che vive tra i faldoni.

Me le immagino da solo chiuso nel suo maso a contare fette di bresaola per assicurarsi che nessuno abbia rubato qualcosa mentre lui non c’era o dormiva.

E poi me lo vedo affacciarsi sulla valle e dire la cosa più giusta in quel momento e più precisa e più sentita per lui: questa è una valle.

Me le immagino tornare indietro e ruminare fette di spressa ripassate sulla lingua curiosa, alla ricerca di un gusto che non c’è, non c’è mai stato in quel formaggio teschio!

E immagino teschio che prepara gli oggetti prima di partire, e controlla le sigle e tutti gli oggetti della sua mania, me lo vedo che conta i preservativi per classificare il numero e il tipo di scopate al rientro, in un grande quaderno con magari una renna o uno sci disegnati sopra.

E lo vedo che scava con una pinzetta, lo vedo che si cura il pizzetto tagliuzzandolo e addomesticandolo preciso come una siepe, pizzetto posato sul suo viso come un addobbo che serva a dargli una forma meno ossuta, un completamento, un mento, una fine che non sia l’atroce mandibola da scheletro.

Poi mi indica la tasca multifunzionale del suo pantalone da pescatore e da campeggiatore di cime innevate o semplice turista previdente qual è lui.

C’è un bozzo.

Sarà mica il cazzo teso per il racconto? Mi fa capire che la cosa non è un organo meccanico o un sovrappiù di priapismo, è l’amuchina, per lavare tutti germi perché teschio è preciso e mi racconta che ogni volta che cambia casa a Cuba, pulisce la tavola dei nuovi cessi, con un piacere immenso va diretto in bagno lui, non in camera da letto, non si fa fregare, lo sa che qui sul letto mettono la trapunta migliore per fare sembrare la camera bella e fargliela affittare subito, ma lui no, lui non si fa fregare, è nel bagno che bisogna andare subito mi dice. Subito. Pulisce tutte le tavole dei cessi che frequenta, tutte quante, e quando la tavola non c’è, cioè molto spesso, lui si incaglia a pensare ossessioni e abissi e ipocondrie, dov’è?

Ma non lo fregano, cambia casa lui, la cambia in fretta se la tavola non c’è, mi dice, e nella nuova va subito a vedere se è come l’altra e si affretta, curioso e armato di amuchina, verso la tavola da cesso.

Nipote mio mi riconosci? Sono teschio, tuo zio, sono qui a pulire le tavole dei cessi ai Caraibi, lo faccio per il futuro del Trentino, per le malattie, perché vado a puttane ma torno con le chiappe linde nelle nostre valli.

E lo vedo nell’aereo che ha scelto studiando meticolosamente la sigla e conoscendone i bulloni, sigla giusta e giusti bulloni, mentre precipita per il destino, ma non prima di essersi lavato a fondo nel bagno e avere anche lì lavato la tavola e ripetere tutti i gesti pensando al nipote mentre l’aereo si sfracella e con lui la storia dei modelli degli aeroplani tarati e tutti i difetti che lui conosce e tutti i nomi di tutti i bulloni, che lui ci tiene alla vita.

Che lui ha ora il suo gel e se non ci sono i capelli non ha importanza può sempre stendere i liquidi uno a fianco all’altro per fare geometrie, amuchina e gel, può sempre preoccuparsi di tenere tutto in ordine mentre la lingua gli sfugge altrove.

Perché, amico tu lo sai, me l’hai detto tu che quando poi stai con queste gli metti la lingua ovunque, la tua lingua ti sfugge altrove, la lingua, la tua teschio, me l’hai detto tu, è desiderio e ha una vita propria e va a gustare gli anfratti dove l’ amuchina non c’è, dove è la lingua a bagnare e pulire, la tua.

Una chica per la notte.

Poi per un anno mi racconti che vi siete scritti, tu e lei, che ti eri illuso, ma ora no, ora hai capito chi merita e chi no, perché in fondo nessuno osa uscire da questa torbida tristezza del destino.

Uno m’invita alla lotta dei galli, resta a guardarli con noi mi dice, quando ti ricapita, nella lotta, sai, un gallo muore sempre. E l’amore, come nella vita, saluta il trionfatore non gli altri, l’amore saluta il trionfatore non il gallo che muore, l’amore saluta gli altri, non teschio, questo lui lo sa.

Che quando ritorni a Trento devi svegliarti ogni giorno e sentire che dietro la porta bussa il lutto del mattino, quello di tutti noi travolti dalle angosce.

Ma sai anche tu che si può arrivare a sera almeno per oggi senza strapparsi la lingua dalle tonsille, la lingua che cerca la puttana, senza piangere per un ricordo vano o per l’ombra che hai accanto, l’ombra che insegue l’ombra, l’ombra del gallo morto e della puttana viva, l’ombra che la sera si getta nel catino della notte per disfarsi e sparire nel nero.

Ma tu Teschio delle ombre non me ne parli mai, la luce la vedi così, tutta lucente, senza sfumature e senza temperatura, senza colori, e guardi fuori verso la valle e puoi dire la cosa più giusta in quel momento e più precisa e più sentita per te: questa è una valle.

L’aria che entra nei polmoni è la nostra l’aria che ci scambiamo ma per te, mi dici, è piena di germi e serve solo per reggere in cielo le zanzare che mordono e infettano.

Ogni cosa punge e sfugge all’ordine che avevi preparato, le tavole dei cessi spariscono o si sporcano di nuovo a tua insaputa, non si lasciano trovare, il gallo morto risorge e ti viene a cercare.

La malattia qui è sempre un destino e così mi raccontano che il corpo è tutt’uno con le sue parti e i pezzi risuonano insieme come l’aria negli strumenti di vento, la tromba e il trombone.

E che a chi si ammala lo stomaco, mi dicono qui, è il polpaccio che devi massaggiare, è la gamba che è incollata allo stomaco che fa male, è la coscia che deve essere premute poi rilasciata per non sentire dolore in pancia. Non ci credo e lo sanno, per questo poi mi chiedono se so a cosa è legato l’occhio. L’occhio che vede e scruta che qui è sempre pronto per l’allerta. L’occhio che serve alla vita. È legato ai piedi mi chiedo? L’occhio è legato alle mani, alle braccia, a cosa? Al culo, mi dicono, che se tiri un pelo dal fondo di quello e lo strappi via nell’occhio esce una lacrima e questa è la prova. L’occhio qui ha la radice in culo. E ridono forte perché è tutto vero anche l’invenzione anche il trucco anche la speranza.

In fondo nessuno qui osa uscire da questa torbida tristezza e se anche si canta e si suona, si canta sempre un destino, solo per questo la musica esce così buona, dagli strumenti di vento e dalla conga, con una malinconia che s’incendia per ogni cuore persino quello dei sobri.

Una malinconia che lo stringe fino a quando non si rimette a pulsare, fino a quando la nostalgia accetta di diventare una polvere, fino a quando non si accetta di farsi invadere dalla musica e dal rum nella casa dell’anima a disordinare la tristezza che c’eravamo apparecchiata, lindata di amuchine, di spazzolini da tenere stretti come una reliquia privata, come la vera proprietà. Perché questa è una valle certo ma non solo.

Qui raccontano che la torre e il pozzo hanno la misura uguale, che un uomo crudele un giorno promise ai suoi due figli una donna e li sfidò a costruire uno la torre più alta l’altro il pozzo più profondo. E quando entrambi ebbero finito le misure davano però lo stesso numero: la torre uguale al pozzo e il pozzo uguale alla torre. Fu così che la donna l’uomo se la tenne per sé. Hai pensieri tuoi e i tuoi altrove, i tuoi pozzi e le tue torri, mentre succhi il cazzo di Teschio in qualche stanza vicino a piazza della rivoluzione e Teschio non gode perché pensa già a quando si laverà a fondo, fino a grattugiataselo, fino a spolparselo con uno spazzolino. L’amore tuo è disteso sulle lenzuola, tra le piante ingrassate di sabbia e ricolme di pioggia, l’amore tuo ascolta il canto dell’aura che non vola più così in alto perché è scesa a mangiare e cacciare con il sangue tra i denti e il cibo, vapore di fuoco, poche briciole anche per te, amore suo.

Una torbida tristezza negli occhi ricolmi e forse dopo piangi anche per lui ma non mentre ti scopa sul letto in fondo alle macerie riassestate, rabberciate e ricomposte e gli insegni come si rianima un burattino, che sei tu, come si ripete un destino, che è il tuo sempre uguale, come si ricompone un corpo per servirlo a lui, il tuo, amore mio.

Ma in bagno brilla una tavola del cesso pulita davvero di fresco, linda come non mai, con tutte le sfumature della luce, forse la stessa che si vede nella valle dal tuo maso dove la torre e il pozzo hanno l’altezza uguale ed è come se la torre scende ed il pozzo sale.

BUNGA BADUNGA: notizie settimanali dall’Italia Zulu per un futuro cannibale

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Da oggi apre sul Vedovo la rubrica settimanale Bunga Badunga notizie vere dall’Italia Zulu per un futuro cannibale.

Ogni settimana verranno riportate tre o quattro notizie vere della settimana per testimoniare la nostra annessione all’Africa e l’imminente futuro zulu.

1- Rosy Bindi , toscana, verrà candidata dal PD a Reggio Calabria perché in Toscana non prenderebbe un voto. Sul suo Blog dichiara: La mia candidatura a Reggio Calabria è la prova che tutto il gruppo dirigente del Pd è impegnato a restituire dignità alla politica e a ricucire lo strappo tra cittadini e istituzioni superando così sfiducia, disaffezione e rabbia […] Per me è un’occasione importante. Mi metto al servizio di un grande progetto di riscatto del Sud d’Italia.

Cantiamo tutti insieme  BUNGA BADUNGA

2- Dal 31 Dicembre scatta il piano del commissario  Bondi per la sanità laziale ridotta al fallimento dalla gestione dei politici che eleggono da sempre gli organi direttivi e i primari . Ma il piano non verrà mai attuato passando nelle mani della prossima amministrazione regionale che troverà ancora più debiti. Per adesso San Filippo , Idis e San Carlo sono sull’orlo della chiusura perché da otto mesi non vengono pagati gli stipendi.
Nel Lazio per non fallire la sanità deve cancellare  450 posti letti nel pubblico e 450 nel privato. Il più colpito dalla scure dei tagli sembra l’ospedale San Filippo Neri costretto a dire addio a ben 120 posti letto e che da ieri “ospita” l’occupazione dei reparti che rischiano la chiusura. La forbice, però, colpisce anche altri ospedali: il Cto perderebbe 120 posti, 20 il San Camillo, 50 l’ospedale San Giovanni 50 e il Policlinico Umberto I 57.

Cantiamo tutti insieme  BUNGA BADUNGA

3- Altro giro altro commissario. Il commissario Sottile che doveva risolvere il caso Malagrotta, che costa ai cittadini una multa europea mensile e che è piena di rifiuti intrattati con un aumento nella zona del 30% dei tumori, ha commissariato una proroga. Cioè ha deciso di non decidere nulla.  Nessuna amministrazione politica della città si è mai preoccupata della gestione differenziata dei rifiuti. La fossa  di Malagrotta, divenuta una collina negli anni,  ha esaurito lo spazio per i rifiuti e non si sa più dove metterli. LA zona è deturpata per sempre e servirebbe una bonifica di miliardi per renderla vivibile

Cantiamo tutti insieme  BUNGA BADUNGA

4- Da Gennaio entrerà a regime la riforma delle pensioni Fornero:  sei milioni di pensionati vedranno invariato il valore della propria pensione per il secondo anno di fila. Il blocco – segnala ilsindacato pensionati della Cgil – riguarda soprattutto pensionati che hanno un reddito mensile di 1.217 euro netti (1.486 euro lordi). Un pensionato che si trova in questa fascia ha già perso 363 euro nel 2012 e ne perderà 776 nel 2013. Un pensionato con un reddito mensile di 1.576 euro netti (2.000 lordi) nel 2012 ha perso invece 478 euro e nel 2013 ne perderà 1.020. La mancata rivalutazione della pensione, sommandosi a quella dell’anno precedente, porterà quindi – sempre secondo lo Spi-Cgil – quei sei milioni di pensionati a ritrovarsi nel biennio 2012-2013 complessivamente con 1.135 euro in meno

Cantiamo tutti insieme  BUNGA BADUNGA