Shame: la natura demente e il prontuario del perfetto peccatuccio

Prodotto culturale sintomatico e quindi importante come tutti i sintomi. Il film comincia subito con il tono enfatico della fanfara lounge: una musica adatta a creare il clima in cui calare il grande tema : la crisi del maschio contemporaneo.Un contesto dove lui, il peccatore senza più l’amore, chiama la puttana.

Lei conta i soldi (erezione e design mal si conciliano che almeno paghi il dovuto !) e sbadigliando lo segue nella stanzetta del peccato. Spogliati lentamente dice lui, lei esegue stiracchiandosi. Tutto qui? Tocco femminile?

Si intuiscono cose inenarrabili talmente inenarrabili che non ci sono proprio. Peccato senza far vedere i peccatori, come si addice al cinema raffinato che fa riflettere.

Poi consumata la cosa, con scarsa partecipazione soprattutto di lui, inappagabile onanista e gay evidentissimo, lui stesso si lava sì ( e ci mancherebbe!) ma non disdegna un richiamino proprio sotto la doccia.

Che malato! Ma stavolta fa tutto da solo, con molto impegno sembrerebbe e c’è da capirlo dopo tutti i soldi spesi per nulla.

Come in tutti i safari per ricchi è tutto finto: i leoni sono da subito sdentati!
La toccata in doccia è sofferta assai e lo si vede da una gestualità da boscaiolo intuita (piange pure?) dietro gocce che cadono, ricordando sudore e lacrime ( ma invece è acqua) in un ambiente familiare, la doccia appunto, in un’intimità femminea, il cesso. Meglio se di design. E lo è. Mancano solo i trucchi.

Che le donne non pensino però fin da ora che lui, il maschio protagonista, in crisi sì ma redimibile, non abbia la giusta prestanza!
Per fugare l’equivoco e per allontanare dicerie tutte femminili e tutte nobili, (non si farà tutte sté cose perché non gli si alza?) ecco un memorabile profilo di nerchia adulta in chiaro e oscuro, pochissimo l’oscuro.
Profilo che fa avvampare i cuori delle maestre in platea mentre i gastritici mariti, già russanti, guardano altrove nei loro sogni.
In aggiunta, e come ulteriore onda di palpiti, un bel paio di chiappe tornite di quelle che piacciono cross-over ma soprattutto alle donne nelle sere dell’addio al nubilato.

Culo maschile quindi come colonna portante di quel campo di marketing esperienziale che va dalla visita al sexy shop con il marito, per rinverdire lo spasmo erettile, alla ben più impegnativa gita ai Castelli per scambismi aerobici e acrobatici.

Subito dopo il bel protagonista, che ora e menomale sappiamo ben messo, lo appoggerà pure alla bella in metrò. Un’avventura estemporanea con lo sconosciuto in un luogo pubblico: c’è uno stereotipo migliore per riscaldare i cuori delle mamme devote e avvampate?
Insomma lui ci prova , si impegna tanto, e la seduzione sui mezzi di trasporto, fatta prima di sguardi e poi di spinte mica tanto innocenti, con tanto di lei al palo, finisce, anche quella, in un nulla di fatto.
Nemmeno uno schiaffo. Qui siamo alienati metropolitani mica ruspanti di campagna!
Suona il telefono a vuoto, sarà la sorellina?
Mette un disco su un vecchio giradischi, mangia cibo spazzatura e va sui siti sporcaccioni.

Tanta solitudine!

Anche in ufficio è tutto un tetragiga di porno. Ma come non giustificarlo? Con tutto quel tempo libero qualcosa dovrà pur fare.
Non si ferma nemmeno quando sente che una sconosciuta gli lascia un messaggio: ha un tumore, la tapina, in realtà la perfida sorella sanissima, ma lui è senza umanità e continua, assorto, il rimestare.
Rimorchia poi la bionda che piace al suo capo gaudente e la rimorchia standosene asettico e aggrappato al bancone del bar, solo qualche sguardo lancinante, mica i rantoli di quel cialtrone sudaticcio e ubriaco! Compostezza da manichino che tanto piace alle nonne!
Lo stesso capoufficio però gli tromba poco dopo la sorella, tignoso e voglioso, e lo fa nel suo letto, proprio di lui, l’igienista che perde giornate a lindare alla fonte le lenzuola adesso stropicciate da parenti serpenti e da capi tanto sposati e truffatori di sentimenti.

Con grande gioia sua, della sorella, e sua , del capoufficio.

Certo la ragazza è tanto problematica, canta persino Frank con alienante lentezza e struggente dolore in un ambiente tutto luci soffuse, da ultimo spettacolo, che il packaging scenografico vuole luogo di artisti, melanconici fallimenti, derive, sbronze e rimembranze noir. Ed è già suicidio. Quanti tagli signora mia, tutti sul polso, “avevo molto tempo libero.”
Versione patologica del punto croce.

Finirà nelle grinfie del cinico la povera e ingenua e suicidabile sorella? Sì. Avevate dubbi?
E siamo solo al primo tempo. Ma basta e avanza perchè la sofferenza come accettazione dei mali ma senza l’invasione della causalità non c’è mai stata e non ci sarà.

Anzi il film è tutta una rincorsa di cause. Le grandi maratone onaniste, tenere pulsioni automatiche dell’uomo bestia, ci vengono annacquate e spiegate con un passato forse peccaminoso a cui si allude con “raffinata” censura (che sia incesto?). La sofferenza è sempre motivata e quindi urbana, castrata, giustificabile e tanto contemporanea perché inserita in un percorso di crisi, categoria che è la base della cultura del piagnisteo e del suo infantilismo.

Un personaggio indifeso e in crisi, ma mai minato e minacciato davvero dai pericoli indifferenti a lui , i soli davvero terribili perché animati dal caso. Un personaggio paradossalmente sempre consolato nel suo mondo di pericoli personali, con precise tassonomie e precise deviazioni “patologiche” dovute ad un ossessivo ripiegamento sul sé.
E’ proprio il concetto di crisi a non esistere in realtà se non all’interno di questo contesto perturbato da cose note: sorelline tentatrici, cinismo e alienazione, noia e disperazione a comando e a chili.
Un film igienizzato in un vero e proprio packaging di consumo “raffinato” del dolore, strutturato sulle enfasi midcult dei grandi della musica classica e sulle luci e gli ambienti lounge in cui rilassare tutte le erezioni indefesse e alienare quelle future. Con un protagonista che è pronto alla redenzione o alla completa alienazione ma secondo le regole.
Quindi sempre frignando, sempre con l’infantilismo della crisi interiore, caposaldo consumista della proteiforme cultura della redenzione o della perdizione, concessa solo se è redenzione mancata. Con la sua economia di analisti, redentori, confessori, solutori, meglio se sanitari.
Il maschio è in crisi, la società è alienante, siamo nati per soffrire.
E proprio questa ossessione per l’interiorità, quella di un narciso spanato e senza presa, è il segno evidente della rinuncia: le sensazioni che si provano nel film sono sempre scelleratamente inquadrate dall’alto di ciò che pensiamo.
E se proprio noi spettatori non pensiamo, ci pensa il film a spiegarci tutto, a farci abboccare con un gustoso boccone peccaminoso ma senza mai alcun vero peccato.
Spiegare un mancato sviluppo. Quando invece lo sviluppo, almeno quello del cazzo e dei suoi automatismi, o quello della originale follia masturbatoria, ci sarebbero stati eccome nel film.
Non quindi la natura demente, intesa come un vero miracolo negativo, come prova suprema di saggezza, da assecondare perché in fondo non fa male a nessuno essere un pornomane oggi, ma la natura demente come devianza ortopedica, da raddrizzare, ingessare e spiegare in un melanconico piagnisteo.
Il prestigio dell’inferno, l’idillio meccanico e mostruoso e anche noioso di un marchese de Sade, diventa qui il languore di un petulante fratacchione che, tra una toccata e l’altra, riflette e ci invita a riflettere su quanto sia incardinato in una cultura della terapia.
Al di fuori di questa ideologia, il suo personaggio si scioglierebbe come neve al sole, come sabbia al vento. Perché è inesistente.
Non una visione davvero esterna  quindi, non un azzardo artistico ma un prontuario medicale del perfetto peccatuccio.  Tanto più attraente perché in fondo controllabile. C’è persino la retorica dell’orgia “come si deve” e cioè  con la mora e con la bionda, una fantasia da oratorio ormai.

Invece di arrendere gli ebetismi filosofici che spiegano i comportamenti all’evidenza della fisiologia, invece di raccontare i propri veleni ciechi, ecco che scattano le manette della devianza e della crisi in chiave piagnona.
Per essere sofisticati poi non ci si appiglia più alle ermeneutiche annacquate e ingenue ma ancora tanto narrative dello psicologismo. Ma solo perché il pubblico è ormai “sofisticato” e conosce cosa sia davvero passato di moda.

Meglio piangere senza provare ad immergersi fino in fondo in questa suprema libertà, davvero vertiginosa, della bestia e del suo ebetismo.
Ecco allora un popolo di spettatori colti e sermoneggianti, pronti persino ad un dibattito dove spiegare le cose che si sanno già.
Pronti a tenersi solo gli spigoli concessi, a godere di un evidente elitarismo, il cinema “ben fatto”, a compiacersi per un analfabetismo affettivo, il piagnisteo, che non concede spazio alle parole amore, corpo, godimento, dolore.

Vergogna certamente, ma solo con i giusti e anemici rossori.

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Identità perduta: il maschio e gli anni ottanta in Michael Mann

Michael Mann è un regista di sintomi e la parte del suo lavoro più sbozzata e in fieri, e per questo più interessante, è quella degli anni ottanta. Il suo carotaggio di un’epoca magmatica e ricchissima come quella, porta alla luce una serie di ambiguità che possono essere sintetizzate nelle crisi definitiva del maschio e in una ridefinizione del concetto di narcisismo. Senza salvezza alcuna.

Solo apparentemente regista di super uomini, Mann  è in realtà un cantore del maschio  sfrangiato, frollo, disorientato, alla ricerca di una continua identità narcisistica, di un appagamento sempre mancato e nevrotico nelle cose che ha o vorrebbe e in una sessualità sempre ambigua. Il maschio di Mann non può avere una famiglia felice, non può avere una precisa identità sessuale, non può avere una donna compiacente  e, quando riesce a trovare una consolazione e un approdo, lo trova in ciò che compra e consuma: auto, casa, vestiti.

Il maschio di Mann è gli anni ottanta e il narcisismo di massa che li caratterizza, narcisismo non più arginabile nel percorso teleologico della libido, in fondo di redenzione igienista, codificato da Freud (concetto poi  discusso e criticato  dalla psicologia del sé di Kohut e da Lasch e il suo libro che non a caso apre il decennio. La Cultura del narcisismo).

Il narcisismo degli anni ottanta sembra invece una pallina impazzita che vaga senza un io di riferimento e approdo, solo deriva, senza una motivazione e una diagnosi possibili. Si può essere incarnazione di narcisismo senza avere un’identità da amare? E nonostante un ruolo sociale preciso e manicheo, da film di genere, ovvero il ladro o il poliziotto, si può essere minati in tutto, anche sessualmente?

L’io maschile dei personaggi di Mann vaga  alla ricerca di una serie di oggetti di consumo e di persone da amare: casa , macchina, donna, vestiti, che possano identificarlo e consolarlo. E ancora ci crede. Crede ancora, ma dopo qualche anno nessuno ci crederà più, di potersi redimere e ritrovare. E’ un nostalgico anche quando è un mostro.

Ma questo agitarsi  è inappagabile semplicemente perché lui, la sua identità, non esiste più al di fuori della ricerca stessa. Il territorio paradossale  dove vivono i personaggi di Mann è quindi una palude di stimoli, la cui importanza per capire quegli anni dal punto di vista visivo e di immagine, è pari a quella di Bret Easton Ellis, lo scrittore che quegli stimoli identitari e animaleschi li porterà alla luce e  li codificherà  nel protagonista del suo libro simbolo che chiude il decennio come vera summa valoriale e schizoide: American Psycho (1991)

Mann invece esplora alcuni valori mentre vanno formandosi e in corso d’opera forma il suo stile, con la serie televisiva più significativa,  Miami Vice, e con quattro film,  Jerico Mile (1979), Strade Violente (1981)e Manhunter ( 1986) e  il televisivo  L. A Takedown  (1989).

Miami Vice è il culmine di questo processo anche per la durata della serie (1984-1989). All’insegna della più folle e inspiegabile spersonalizzazione sociale e inverosimiglianza, i poliziotti della serie,  prima che personaggi e ruoli, sono dei manichini per abiti di moda,  girano a Miami in Ferrari Testa Rossa, vestono Armani e lanciano la moda, sempre Armani, dei colori pastello negli abiti maschili. Sono eroi femminei nonostante l’ostentato, ma mai credibile, machismo. Irrompono nell’immaginario collettivo con assurde T shirt sotto costosissime giacche sportive e i loro abiti sono morbidi e con colori innaturali, mai visti prima. Le loro case sono da catalogo di design, la loro pettinatura è curata, il loro ordine formale  irrealistico e sempre perfetto nonostante il lavoro di polvere da sparo e asfalto, pozzanghere e rincorse notturne. Eppure sono deboli perché non esistono se non come supporto alle merci.

Mann si fa invadere dalla moda e in particolare dal doppio movimento dello stile dell’epoca : irrigidimento dell’abito femminile e contemporaneo prolasso dell’abito maschile, sformato e calante, morbido e costoso. E’ la moda femminile infatti a rinforzare in maniera iperbolica la mascolinità delle donne e depotenziare del tutto quella dell’uomo.

Tra la fine degli anni settanta e i primi anni ottanta il vestire femminile cambia radicalmente e se vogliamo sintetizzare lo svuotamento delle curve femminili e della sensualità che comportano, possiamo usare un’immagine simbolo di quegli anni della fotografa Cindy Sherman che ci descrive esattamente cosa stia succedendo. 

Una donna che lavora, che ha grinta da vendere e che si svuota della sua femminilità per indossare abiti severi.

Ma, per restare nel cinema, il personaggio che icasticamente incarna meglio questa androginia e che apre a tutta una serie di donne androgine  è la Rachel di Blade Runner (1982). 

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Le grandi attrici italiane di cinema. Un’utile tassonomia

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Le giovani e sempre verdi.

Tra tutte spicca Carolina C, la cui opacità tentacolare cattura rianimati registi ottantenni in over viagra che, rimirando in lei scenari sodomitici di gioventù e capinere mai del tutto dimenticate e chiamate ancora nei sogni Mamma, in posa plastica da poeti e da Pallotta, a gennaio con panama e pantaloni di lino con imbarazzanti maculature, tra na bistecchina, un quartino e na scaglia de formaggino bono, con voce tremante e pisello bizzoso, sussurrano loro:
Ti trovo una meraviglia! Molto meglio dell’ultima volta che ci siamo incontrati” (mai vista prima)
Loro li assecondano con il vitreo occhione da teletubbies sperando in ruoli storici e n’portanti na cifra, che valorizzino la loro comicità e al tempo stesso la loro.
Rivoluzioni, dame, tanto settecento che non guasta; o eroine brigatiste tormentate e con tate. Che poi segue il dibattito “su quegli anni” da riconsiderare sempre sotto “una nuova luce” e ampie riflessioni sulla tanta preparazione per quel ruolo. Ovvero dimagrire.
Cascate di profumi e costumi, er grande cinema de na vorta, con Visconti che pure le teiere controllava e il prezzemolino Pasolini che chissà che direbbe oggi.
Chissà.
Per lei ci sarà finalmente un ruolo dopo la gavetta della palestra dei cento corti girati con registi sempre “emergenti” ma mai emersi e dopo la palestra del documentario e dopo la palestra quella vera.
Per approdare finalmente, in un sussulto salvifico di botox, ad autisti sulle macchine degli sponsor, tanto tappeto rosso e conferenza stampa. Sorridete!
Le giovani attrici eccitano i catarrosi, cisposi, incontinenti e vegliardi “maestri”, con un contagioso entusiasmo pensabile solo in un’ebete assoluta e quindi forse ….
Almeno così credono, ingenue cataratte, al terzo quartino, abbindolati dalla voce flautata delle giovani, dal loro disarmato sorriso.
Il tutto insaporito da sfibrante allegria e la sincerità della gioia contagiosa, come la lebbra.

Le tricologiche.

Basando la loro recitazione sugli ondeggiamenti di ombrosi mustacchi, le tricologiche rivelano il meglio di sé nei totali dove si confondono con la vegetazione. La meravigliosa Maia S. può così esplicitare la sua potenza mammaria allontanando da sé lo spettro inquietante dell’ispido pelo, non inquadrato o stemperato dietro calcestruzzi di fondo tinta e luci soffuse all’insegna dell’ovattata e nebbiosa pianura:
Inquadramela de lungo”.
Il loro merito maggiore è inquietare registi sessantenni prostatici , verbosi ma inspiegabilmente ancora arzilli nonostante anni di militanza extraparlamentare e di psicoanalisi. Memori di madri e nonne baffute che, nel sollevarli da infanti, li baciavano poi con scorticanti cespugli pungenti, lasciandoli per sempre nel limbo di un ricordo sempre vivo e ravvivato da anni di carissimo lettino.Sinestesia persino.

Facendo leva su questo flusso di coscienza moquettato sempre riemerso, le tricologiche si aggiudicano i provini anche per parti improbabili, bibliotecarie monacali, cucinatrici di brodini e tisane per sedare rivoluzionari mica no, con frasi asfittiche, quasi asmatiche del tipo “ Sento in me l’amore della passione che brucia” in film dal titolo esatto
Amore che strugge via nella casa sul lago del tempo
E tanto non detto, ma proprio tanto.

Le alouatta.

L’astro maggiore di questa tribù e senz’altro Laura M. E’ spesso madre con figli rasta cannaroli e sciamannati ma tanto n’telligenti e ricopre, da sinistra con coscienza e anche pure storica e sempre critica, ruoli eclettici da castratrice di mariti assenti (e chi ci torna a casa con una così!) o anche simboliche parti da attrice preficale, di lutto reale o potenziale, con “tante “sfumature. E poi, con il tempo e l’esperienza, è approdata infine al ruolo che la valorizza di più: la gran cornuta urlante. In scena se ha desideri urla, se ha gioie e dolori urla, se ha, urla. Se ha corna da copione, urla di più.

Questo “stile fibrillante” come lo spasmo di un epilettico, la rende assolutamente prescindibile nelle sue apparizioni nevrotiche e molto francesi. Molto assai.
Un destino più felice l’avrebbe vista sui banchi dei mercati rionali ad istigare al consumo“ Accattatevillo, tutto a n’euro” invece, una crudele parabola borghese, la vede oggi protagonista in sonnacchiose premiazioni museali e festivaliere, tra champagnini, tartine muffe, piramidali tramezzini, sfizi e frizzi, a sedare il suo urlo munchiano, represso in una voce soffusa, in un discorso in cui sia accavallano noiosissimi consigli di lettura intervallati da esangui retoriche “Particolarissimo! Leggilo e fammi sapere che ne pensi, sono curiosa del tuo giudizio”.

Dice rivolta ad un primate analfabeta e obeso forse pluriomicida ma sicuramente produttore.

Libera solo sul set di scatenare il suo urlo e solo per il “suo” regista che replica:

Bonaaa a primaaaa!

Le zombie o il ritorno delle morte morenti.

La categoria più ampia delle attrici italiane per precise motivazioni generazionali, gli anni settanta vissuti con impegno di da e per sinistra e gli anni ottanta, vissuti dal divano della festa, con tristezza e fragilità che, diciamolo, garantivano la pedana della gatta morta e quindi corteggiamenti di sfiancati paninari penitenti in cerca di novità e non delle solite. O invece, in epoca di piombo, i corteggiamenti di capi popolo baffuti e pidocchiosi e sermoneggianti, ma tanto tribali.
In un ruzzolamento erotico emotivo affine alla necrofilia “ Tu non sei come le altre
La più recente rappresentante del gruppo è l’esangue crisantemo Alba di nome e tramonto di fatto. E il cognome? Famosa recitatrice di sfiati e sempre asfittica e scavata nella ricerca di un’identità ma proprio tanto sfuggente. Forse perché sedata farmacologicamente. Il metodo Blister.
Si potrebbe con uno sforzo auricolare capire la sibilla, capire cosa dica mentre recita, ma sicuramente meglio godere intuitivamente del biascichio che, per chi non lo sapesse, è sinonimo di dolore interiore e assai profondità. Un abisso di profondità, pure di sofferenza e anche per noi.
Grazie.

Le abusatrici.

La matrigna Valeria G, ogni volta che entra in scena è lecito chiedersi se da piccola toccava lo zio più che essere toccata. La risposta evidente è sì perché lei, conturbatrice di zii semplici e quindi poi suicidi, sempre incastonata in contorni scenografici idilliaci e magici meglio se a sud, oggi del sud incarna una certa istintualità da cinghialessa, donna contornata di cavernicoli in ruspanti greppie e stalle, ma tanto sincera e con “quel pizzico di follia” in più, amore e bellezza “incontaminata”.
Anche adesso che è sofisticata.
Risulta falsata in ogni ruolo che recita non per mancanza di impegno ma per mancanza.
Possibile rilancio e premi in trame da infermiera sentimentale ma border all’ospedale San Camillo, ma in riva al mare, tra primari erotomani, pazienti abbandonati, bimbi ma buoni, migranti e flebo.
Immaginabile sempre in una campagna pubblicitaria per un impegno gravoso, leucemie e febbri pestilenziali e relativa raccolta fondi, mentre scavicchia al buffet di presentazione dentature non ancora cedevoli con stuzzicadenti uncinati e sussurra al suo amato, ormai bolso di prosecchi e teenager:
Amò stasera famolo strano!”

Le ostesse.

Pettorute e sanissime pianificatrici di amplessi, con una fitta agenda di tuberi centenari da sedare in pochi minuti, disprezzate dal Cinema, si riciclano in epifanie memorabili affiancate da Teste di Cocco. Manuela è sicuramente la nave scuola, idrovora di cippe anziane, ne porta le conseguenze su un volto cristallizzato, in una posa a buco. Di culo dicono i maligni ma sarebbe più giusto dire di innata generosità.
Da vere manager di se stesse trattano i clienti con sufficienza “ Tesoro, gioia , presidente” mentre controllano il tariffario dal loro attico dei Parioli, ripensando all’amico di famiglia che le toccava in: latteria, stalla, macelleria, sacrestia, gita nei boschi, auto, cinema,cantina.
A fine carriera aprono un caseificio biologico con clienti proprio del mondo del cinema, mai del tutto dimenticato e sempre rimpianto, ci mancherebbe.
Perché tanta è la mestizia agricola e perché tanto è il volemose bene.

E allora volemoselo!

Sentitamente Amen

Lo ammetto, credevo nella Serracchiani.
Nel mio candore dato dalla speranza, pensavo a lei come ad una “giovane” utile al ricambio generazionale, sempre tardo vista la sua età, ma comunque ricambio.
Poi ieri sera in tv ascoltando bene il suo recitare litanie impeccabili fatte di parole balbe come “assunzione di responsabilità ” che preveda “ convergenze programmatiche ” utili ad evitare il ” livello di bassezza” per “confrontarsi ” su “un terreno comune” in cui ” abbiamo tutti quanti dato prova ” di coerenza ma con uno “sforzo da fare più convintamente ” dal momento che “ credo che bisogna iniziare a dare delle risposte ” senza mai dimenticare di “riallacciare un discorso “, solo allora, stordito da tanto sentito e puntuto raziocinio e dalla precisione professorale del suo procedere a cui mancava solo la sottolineatura di una fanfara, solo allora, abbacinato dallo splendore museale e lapidario di quel suo discorso che rispetta sì la ” disciplina di partito ” ma naturalmente la “ critica dall’interno ” ” svelando certi automatismi “, solo allora mi è apparsa nel ricordo da incubo una kefiah sgualcita, le clark, le borse in pelle vera tolfa, le mozioni programmatiche, il freddo in sezione, il vecchio militante rincoglionito memoria pontificante dei bei tempi andati, l’opera omnia di Gramsci intonsa, impolverata, sulla libreria sempre sbilenca, nell’angolo più buio, nella parte più dimenticata, nelle cantinacce umide chiamate un tempo sezioni.
Questo ricordo merita per me oggi un ” necessario approfondimento ” e ” una disamina attenta ” “della nostra memoria ” senza scordare ” il giusto riconoscimento ” dei nostri valori per affermare con forza un convintamente Amen.

Il dibattito a sinistra ( con manifesto è meglio)

Siamo i soliti trenta, sessanta di età,
non siamo arrivati
e siam pronti a metà.
Per dibattere insieme di tutto e di niente
ma sempre cercando l’eterno presente.
Dibattito serio, del giorno e del mese,
dell’anno, del secolo e sul bel paese.
Con dentro di ogni:
dall’arte, alle spese,
dal sogno, alla morte,
da ethos a chiese.
E’ ora di nuovo di considerare,
discutere a fondo
e al fin sviscerare,
nel serio ritrovo sui temi assoluti,
che vada da Hegel ai grandi cornuti,
la storia, la vita, la grande partita,
che scorre dal Papi all’acerba Lolita.
La dialettica?
Tutta, dal servo al padrone,
se escludi qualcuno
ti dan del coglione.
Figurine panini o Stalin ai bambini?
Il romanzo è morto o ancora in coma?
I temi ci offrono una nuova poltrona.
Complesso il pensiero
e pur collegiale,
tutti in un working
per ragionare.
Il buffet?
C’è sempre.
E le trippe son tante.
Di corsa a mangiare che il desco è invitante.
Che sia lo slow food o un bel baccanale
ci piace riempirci la panza a star male.
La storia?
E’ completa e maestra di vita,
da Actarus a Goldrake ,
da Mandrake al Pupone ,
da Fonzie a Wojytila
fino al trash scoreggione.
Eroi di un’ infanzia
mai del tutto sopita
che trova la sintesi in un:
“viva la fica!”
E grande è l’assise!
E di massa il raduno!
Ci siam proprio tutti:
ma frega a qualcuno?

Alessio Boni una vita per il cinema (porno)

 

Pubblico qui, per amici che me lo hanno chiesto di nuovo, questo appello lanciato ad Alessio Boni all’apice della sua carriera, cioè qualche anno fa, da un sito serissimo di critica cinematografica.  Purtroppo si è rivelato un appello fin troppo profetico e la scomparsa del nostro dalle scene “cinematografiche” è avvenuta ben prima della sua auspicata catarsi e metamorfosi. Omnia cum tempora, ma qui il tempo sembra scaduto.

Caro Alessio Boni i tuoi ultimi film confermano che tu puoi ancora salvarti.

Sei l’unico dei giovani attori italiani che può uscire con dignità e destrezza dal grigio mondo del cinema italiano serio, noiosissimo, per entrare invece nell’ambito in cui il tuo talento innegabile potrebbe esprimersi al meglio: il porno.

In fondo il dono essenziale, il talento naturale che ti distingue nettamente dagli esangui attori di accademia della tua generazione, è il turgore.

Turgido nelle pose plastiche, turgido nelle espressioni, turgido nel corpo robotico che persino le scene di “conflitto” ti costringono a rendere urbano, civile, represso, imploso nella parte, mai interamente tua, dell’uomo italiano, bello medio e mediocre, che i copioni ti offrono.

Perché non valorizzare il tuo potenziale da pornostar che riempirebbe la scena con equilibrati colpi pelvici, manate proletarie su natiche dell’est, sollevamento di cosce e ventri?

Addio per sempre alle pose da monumento equestre.

Aggiungendo qualche goccia di sudore sulle tempie, come non vedere in te l’erede naturale di Rocco Siffredi? Lui sì unico attore italiano noto nel mondo e solo da poco, nel tempo libero tra una gang bang e l’altra, talento priapesco del cinema da festival.

Potresti viaggiare, imparare le lingue, volare dai nights di Budapest alle spiagge assolate del Brasile, incarnare un re come un idraulico, un manager sedotto come un meccanico in salopette, il nonno di Biancaneve come un professore di liceo impertinente.

Mille ruoli solo per te.

Avresti ambienti esotici a tua disposizione, registi pragmatici con cui parlare, donne bellissime e passionali oltre a qualche filosofo francese interessante con cui discutere il senso e il valore della pornografia.

Senza trascurare il vantaggio più grande: non incontreresti più l’urlatrice Morante e la cespugliosa Sansa e non dovresti mai più fare un film con loro.

Forse.

Vuoi mettere rispetto ad un lento declino ? Rispetto a qualche parte minore nei teatri di provincia costretto a recitare con la velina di turno chiamata per fare pubblico? O a qualche ruolo da Padre Pio se ti va bene?

Potresti invece comprare un castello in Ungheria, Rocco docet, diventare manager di te stesso, fare cinque, dieci film all’anno, e poi scoprire nuovi talenti e riciclarti regista e produttore.

Pensaci turgido Alessio. Non ti buttare via. Il cinema italiano non ti merita.

http://www.youtube.com/watch?v=jPqFn7mRoTo

L’angelo sterminatore di Nanni incastrato a Roma Prati.

C’è la crisi dell’uomo moderno, c’è l’inadeguatezza, c’è misticismo , c’è la psicologia ma soprattutto c’è Roma Prati nell’ultimo film di Nanni Moretti. Nel gerontocomio vaticano, animato da faccioni rubicondi di germanici e paonazzi visi di pastasciuttari per nulla popolani più qualche negro e intillimano perché è già Conclave davvero internazionale, emerge Papa Piccoli, bravo attore e commovente anziano con gli occhi che barbagliano. Languida demenza o umana debolezza?
L’attore garantisce la qualità e succulente coproduzioni, in fondo deve solo far vedere che proprio non ce la fa a fare il Papa. Si allarma il conclave di Cocoon e, tra un abito talare, una mozzetta, un puzzle, un calmante e una tisana si decide di chiamare lui, Deus ex machina Nanni – Wolf risolvo i problemi; psicoanalista, testimone laico tra preti, pontificante molto più di qualunque pontefice e, ma c’è da capirlo visto che ti chiama il Vaticano e ti devi persino spostare da Monteverde, per nulla discreto nei suoi prolassi onniscienti su darwinismo, allenamento di pallavolisti riottosi, inconciliabilità di anima e inconscio, gioco delle carte e memorie e languori del tempo che fu. C’è pure il “background del personaggio” scritto in veri conclavi di sceneggiatori che producono però una cosa sola: Nanni è divorziato! Mia moglie signora mia quanto mi manca, non sa quante pene! Non facile psicologismo e mai banale.Forse.
Piccoli reciterà anche la parte del tremebondo rincoglionito ma appena si trova davanti quel malinconioso inquisitore sessantenne,forse esaurito per essere arrivato in vespa dal Gianicolo che è come la traversata del Mar Rosso, piuttosto che ascoltarlo, ritrova energie insperate e pensa bene di darsi alla fuga a gambe levate. Fuga non proprio scoppiettante, prigioniero anche lui di piazza Risorgimento o al massimo il lungotevere ma persino notturno ( che azzardo immaginifico!), dove si trova posto in autobus ( licenza poetica?) e dove una ragazza tanto a modo ti presta il cellulare per telefonare (licenza patetica?), dove una commessa dell’Upim (o Coin? misteri del cinema) , ti aiuta come un’infermiera nonostante tu, Papa bizzoso in libera uscita, la abbandoni senza un perché. Sisifo post moderno che al posto del macigno ha la croce ma avrà a breve forse un più realistico deambulatore?
Il mondo è crudele ma esistono ancora sprazzi e spazi di vera umanità! A via Cola di Rienzo ? Anche.
Papa in fuga con languori giovanilistici, alla ricerca del Teatro con molte maiuscole, cultura alta a cui ha dovuto rinunciare e pure tanta arte, sogni infranti e rimpianti, trasvolando per le strade di una metropoli antica e moderna al tempo stesso. Ma mai oltre piazza Cavour.
Nanni c’è sempre, non sia mai, con la presenza totemica e ilare di pazzerellone che riesce a risolvere l’attesa del ritorno in un improbabile torneo di pallavolo. I bolsi, goffi, ulcerati, tabefatti cardinali si divertono come matti, e noi, abituati alle risate automatiche del Drive In, siamo chiamati a ululare cachinni ad ogni rallenty di una regia alla Benny Hill. Dobbiamo divertirci ai loro incontri? C’è pure un pubblico di suore (aprire al sesso debole?) che batte le mani a ritmo, come in colonia, tutti inebetiti da tanta ilarità, neo giovani marmotte e boyscout cresciuti tra le muffe di qualche sacrestia o sezione partitica dei tempi che furono, ricchi di valori ormai andati.
Ahimè, andati sì ma sempre a Roma Prati.
Il Michele di un tempo ora è il maturo Nanni, abbarbicato sull’alto di un trespolo in posa da grifagno uccellaccio, affiancato dal volto a slavina, davvero rivelatore, del sicuramente stufo Renato Scarpa (chaggia fa pe campà!), in tutta evidenza esausto da così tanti e pesanti drappi cardinalizi (chissà che caldo!) e sfiancato nel compito di assecondare un mattacchione, con i suoi faccioni, in mezzo a due campi di volley da lui voluti nel cortile di palazzo Farnese, oltre all’intera Cappella Sistina ricreata a Cinecittà. Ah le maestranze di una volta! Il cinema è artigianato.
Lui è torvo e convinto, tra un sermone sull’evoluzionismo e un punto fischiato o sadicamente negato, di avere veramente qualcosa da dire. Sarà lui o sarà il suo personaggio? Nel dubbio rimane solo nel cortile con la palla in mano, abbandonato, vittima del deficit affettivo che tanto ha citato e pure criticato. Che qualcuno se lo rivenga a prendere anche non in vespa!
Lo spettatore, se è arrivato fino a questo punto, può ancora godersi il ritorno in patria dell’Ulisse Piccoli, ripescato in un palchetto di teatro dove biascica come un mantra il testo del gabbiano di Cechov. Il poveretto è salvo, almeno perché è scampato a tre sedute di analisi settimanale con l’urticante psicoanalista e alle sue pericolosissime pazienti, madri nevrotiche assatanate di sushi, e soprattutto ai due bimbi che menano e si menano. Meglio tornarsene di corsa in Vaticano. Per concludere la parte, portare a casa l’obolo e i ricchi buffet della Croisette e andare, in sintesi, in pace, al davvero bravo Piccoli non resta che sfiatare un’ultima sequela di grandi verità scritte in interminabili riunioni del circolo socratico di sceneggiatori di Monteverde Vecchio: la Chiesa ha da comunicare con il mondo, signora cara, ha tanto da dire ancora ma ci vuole un uomo all’altezza e poi, lei mi insegna, c’è grossa crisi di valori e c’è tanta insicurezza. Che drammi, che pianti e che sospiri e che di inusitata profondità! Far ridere facendo pensare, signora cara, mica una cosa da tutti.
Habemus speso sette euro e cinquanta. Questa è l’unica certezza che ci resta. Ma almeno a Torrevecchia e non a Roma Prati.