Elogio dell’impiegato assente.

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Nella ricerca spasmodica di colpevoli che ne assolvano altri, niente è così inutile come il moralismo contro gli assenteisti .

Il pubblico impiego , lo dice la definizione stessa, presuppone due cose che in Italia e forse altrove non esistono:  una res publica e un impiego.

La sua natura ontologica è la totale inutilità, un’eccedenza metastatica e perpetua di ruoli, un moltiplicarsi di gradi, una stratificazione di sigle impiegatizie per dare qualche appiglio identitario a spaesati esseri una volta umani e qualche vaga speranza di scatti quasi sempre per anzianità ovvero consunzione.  Carriere verso mete remote sempre più soggette all’arbitrio e al caso, all’estrazione fortunosa, al culo: la dirigenza.

In concreto il nulla ma istituzionale,  una volta almeno macchina oliata di consenso ma ora baraccone lacunoso  e vendicativo, punch ball per iracondi precari o disoccupati, esclusi e schiumanti, vogliosi di siesta statale stipendiata , sfogatoio per politici in vena di sfoderare piume di efficienza  e  sempre incubatore di terribili depressioni, luogo di perdizione mentale per assecondare la soddisfazione sempre più grama di un assegno mensile che paghi e certifichi la propria inutilità.

Unica possibilità di salvezza è dunque almeno non assecondare questa clinica carceraria.

Cercare in tutti i modi di assentarsi, sfoderando ciò che resta di un’intelligente propensione alla truffa, talento italico naturale e genetico, certificati finti, ferite dell’anima forse vere ma sempre eterne, semestri di convalescenza che diventano quinquenni , mattinate e mesi spesi a fare la spesa e svezzare pargoli invece che inchiodati ad una scrivania, perimetro inutile della propria gabbia.

Voi e la formica, voi e il laminato plastico, voi e la pianta di ficus polverosa, voi e il mouse vetusto o peggio voi e il collega, i colleghi tutti, invadenti, lamentosi, malvagi e malati e, se andate in ufficio, sempre presenti.

Quindi l’unica libertà oceanica che evita i cimiteriali ritrovi , luoghi battezzati secondo le più inutili definizioni burocratiche, ministero, municipio, comune regione provincia e enti tutti e partecipate varie,  sarebbe minata non poco se venisse meno l’unica possibilità di fuga e salvezza degli assunti: assentarsi.

Immaginare infatti la perfetta presenza di tutti loro nel luogo di “lavoro”, tutti insieme e senza assenti, vorrebbe dire immaginare gli uffici stipati di gente mai vista prima, gli spazi saturati da assunti di cui però si era persa la memoria e la traccia, ritrovarseli di fronte, tornati dalla loro vera vita che è ormai altrove.

Una riesumazione di masse insoddisfatte, alienate si diceva un tempo.

Per fargli fare cosa poi? Ci sarebbe cioè l’esigenza di una coreografia dirigenziale che movimenti queste persone incattivite e recintate. Ma verso qualche scopo? Qualche compito?

Addirittura lavoro?

Il dirigente dovrebbe cioè persino dirigere, funzione che non gli si può mai chiedere se non a patto di accettare le conseguenze funeste e imprevedibili tipiche di un capo pragmatico e manager credulone.

Miglioramenti che non migliorano, riforme che non riformano, manie di protocollo e nuove regole incomprensibili che inceppano consuetudini consolidate per fare peggio lo stesso nulla che si faceva prima.

Inimmaginabili i costi sociali per le depressioni risorgenti in coloro che abituati ad una vita smeralda e libera dal lavoro, si ritrovino improvvisamente a dover rispettare orari e regole dimenticate e del tutto inutili, si ritrovino cioè davvero costretti a non fare nulla tutti i giorni e pure in presenza.

Offensivo poi questo ritorno al lavoro in massa.

Sarebbe visto come invasione soprattutto da chi in quell’ufficio c’è rimasto sempre, mummificato e inchiavardato al sogno dello straordinario, del compenso maggiorato.

Colui cioè che, con il suo esempio, ha costruito la sua moralità statuaria e sdegnosa, l’impiegato modello, una perversione inspiegabile e masochistica che però esiste ancora.

Custode e vestale patologica della propria inutilità, testardamente convinto del suo valore testimoniale e demenziale: io , impiegato in qualcosa che non ricordo e  che però sto qui tutti i giorni !

Come spiegargli che anche gli assenti che lui accusava di tutto sono ora tornati?

Meglio assentarsi sempre quindi. La cosa migliore sarebbe non andare mai dall’origine, fin dal primo giorno, mostrando malattie mutilanti e definitive.

Ma in caso si sia deciso di curiosare almeno una volta ogni tanto nel proprio ufficio, necessario e sano sarebbe procurarsi al più presto le ragioni e le strategie per la cosa più umana: sparire.

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La resa del cinefilo

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Come affrontare il  festival del cinema di Torino a quarantadue anni quando la soglia di attenzione si abbassa e si stempera in una perpetua resa postprandiale senza nemmeno più bisogno del pranzo?

Dove si rischia di russare senza accorgersene e già prima di entrare in sala. Dove  dopo poche righe fitte di romanzo corposo e necessario o dopo poche immagini di trame che non decollino subito con squillanti richiami primari, violenza, sesso, musica, duelli eroici, amori, si rischia di tracollare comatosi .

Per quale motivo praticare questo sforzo titanico di restare vigili?  La risposta è semplice: per godere.

Un  consumo bulimico di immagini, come se non bastassero quelle che ci pervadono quotidianamente, è il modo migliore per ribadire con forza che il consumo, qualunque esso sia, è un atto dotato di senso e non un travaso passivo.

Smentire cioè le ovvietà di una litania costante, un racconto tanto spanato quanto ideologico, dove il consumatore è un tapino manipolabile da oscure forze.

Nell’esperienza dell’ accumulo di immagini del festival, tutta la passività di chi guarda e tutta l’ansia irrazionale di totalità e completezza che lo pervade, vedere tutto, è non solo un atteggiamento auspicabile ma anche un’esperienza estetica autentica.

Una resa impegnata,  un consapevole disimpegno: essere per almeno una settimana al centro di una corrente impetuosa di storie e farlo contro la necessità dell’interpretazione delle stesse, della coerenza, della tassonomia.

Per sedare per una volta, invece di acuire e coltivare, l’ipertrofia vendicativa dell’intelletto che ridurrebbe tutto ciò, questa esperienza estetica,  a ragioni cristallizzate o peggio cronologie scolastiche.

I festival di cinema non quindi solo e soltanto come occasione culturale per ricostruire linearità storiche, per formarsi e scambiare toponomastiche di ricorrenze di genere, stili, epoche, filmografie. Non solo soltanto luoghi per   cementare le proprie convinzioni e rafforzare il proprio piumaggio narcisistico da dotti monaci del cinema tra adepti generalmente brutti e  tristi.  Ma come occasione salvifica per  perdersi.

Perdersi  intanto nel proprio sonnambulismo da sala come condizione necessaria per godere a pieno i sette film al giorno di media. Perdersi nelle ellissi della propria memoria frantumata, nelle trame che si sovrappongono una sull’altra, nei generi che sconfinano in altri generi, perdersi in una landa, un sostrato  di malinconie e gioie, insensatezza e programmazione, luoghi deserti e metropoli,  anime perse e ritrovate, destini segnati e fughe possibili, che rendono a pieno il senso del godimento di quest’arte.

Spezzare per qualche giorno la consolazione di  procedure ortopediche,  una ricostruzione del senso che voglia anche imbrigliarlo,un dubbio perturbante ricondotto all’alveo dell’interpretazione.  Lasciare tutto altrove, lasciare andare il “filisteismo interpretativo” ( Susan Sontag).

Il vecchio soccorso nel deserto del Nevada ( Melvin and Howard)  sarà davvero Howard Huges e sarà andato  davvero a Desert Inn di Las Vegas a fare acquietare i suoi fantasmi  o avrà finito i suoi giorni in una spiaggia dell’isola di Amity in fermento per l’imminente festa del 4 luglio ( Jaws)?

E quell’anziano catorcio umano di detective di Los Angeles, rabbioso, catarroso e malato, ritroverà il gatto di un’entusiasta e irrazionale Lily Tomlin (The Late Show) o dovrà scappare rincorso da un’autocisterna posseduta dai demoni della contemporaneità a bordo della sua Plymouth (The duel)?

Le formiche ci uccideranno tutti , buoni e cattivi (Phase IV) o c’è la possibilità di sedarle al suono di un sassofono in un appartamento divelto e desolato culla della propria solitudine ( The Conversation)?

E’ bello tornare da un festival con queste domande insensate e lasciarle senza risposta.

Roma: provare a spiegare la logica di un disastro.

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Come si arriva al disastro attuale  di Roma? Quale logica lo rende possibile?

Le ragioni sono fondamentalmente di carattere economico e di riforma strutturale dell’amministrazione della città per renderla plasmabile alle esigenze elettorali di un’oligarchia di gerarchi impresentabili, bulimici, classe dirigente da terzo mondo che però ha bisogno del consenso capillare e controllato e che struttura questo sistema in vent’anni di sfacelo.

Qual è il settore che meglio di tutti può garantire un afflusso costante di voti e al tempo stesso una sconcertante mancanza di controllo? L’amministrazione pubblica. Ma come riformarla e piegarla ai voleri di questa pletora di incapaci? Smantellando il pubblico, lo Stato, e creando un parastato del tutto impresentabile ma venduto secondo l’ideologia dell’efficientismo privato e in realtà più fallimentare del pubblico stesso.

I dipendenti comunali sono 25 mila (dei quali 6 mila vigili) e prendono uno stipendio medio netto di 1.300 euro al mese . Sembrano troppi ma in realtà in quasi tutti i settori sono pochi. Carenze che vengono “colmate” con le esternalizzazioni dei servizi, creando una giungla di aziende partecipate che impiegano 32 mila dipendenti (75% fra Ama, Atac e Acea), del cui stipendio medio non si sa nulla perché ogni azienda ha un suo contratto.

Da una parte così il Comune si preoccupa di tagliare e bloccare le assunzioni mantenendo un personale vecchio inefficiente e soprattutto insufficiente.

Dall’altra in vent’anni questa classe politica crea un vero e proprio parastato regalando fondi e competenze ad aziende partecipate di cui si sa poco o nulla tranne i costi che gravano sulla società esattamente come realtà statali ma senza alcun controllo.

Ecco allora che viene creato un sistema di centinaia di società che forniscono esattamente quello che una volta forniva il Comune, con una giungla di contratti e ricche retribuzioni, assunzioni a chiamata diretta e del tutto fuori controllo, rinuncia di gestione in interi settori che dovrebbero essere il punto di forza e di eccellenza delle politiche di sinistra: il welfare, l’accoglienza degli immigrati e il reinserimento sociale degli emarginati.

La sinistra champagne e la destra fascista possono così occuparsi dei due rispettivi ambiti di propaganda.

Da una parte la cultura, intesa come mangiatoia pubblica e moltiplicazione di spazi insensati ad imitazione di realtà europee, senza gli stessi soldi e le stesse competenze, moltiplicando i poli museali  e riducendoli a greppie e mangiatoie per famigli senza alcuna politica culturale coerente. Parcheggio per dame e i loro sospiri.

Dall’altra la gestione della paura dell’immigrato attraverso fondi dati ad amici trasversali (Buzzi) e al tempo stesso oggetto di propaganda razzista per fomentare, con richiami pavloviani, l’estrema destra e i suoi ragli da bestiame.

Il tutto in una recita sconcertante il cui unico scopo è alimentare la propria cerchia a turno, facendo ricadere i costi della stessa sulla società, sui cittadini.

Oggi il capolavoro di un’inchiesta talmente sviante e spuntata ma in fondo forse indispensabile come un conato.

Si parla di 60 milioni di euro su un budget comunale di 6,5 miliardi di euro, si parla di persone che tutti conoscevano da 25 anni, si parla cioè del classico crampo di restaurazione a breve termine e fomento per iracondi e schiumanti “puri” manipolabili dal richiamo del sangue sperato, la vendetta e la forca, e in realtà classici protagonisti possibili di future  abbuffate.

Un paese e una città governati da tribù di affamati perenni e inetti,  chiusi nel proprio bozzolo come se non esistesse la globalizzazione, ma furbi nel talento innato di piegare ciò che resta dello Stato alle proprie esigenze intestinali e rapaci.

La scomparsa della sinistra, per chi si è mai vagamente riconosciuto nelle politiche di welfare e di accoglienza di quella parte, nell’idea cioè di una società progressista governata secondo i dettami di giuste politiche sociali e inclusiva, è talmente cocente e sconcertante che sarebbe ora di chiedere una seria commissione parlamentare d’inchiesta sulla gestione delegata dello Stato da parte di una struttura come la lega delle cooperative, vero motore economico di una banda di oligarchi predoni.

The courage of life is a magnificent mixture of triumph and tragedy diceva Kennedy.

Per questo rimanendo oggi solo molte rovine senza alcun trionfo è molto difficile essere coraggiosi in questa città.

Motley Crue: il cinema italiano tra esploratori e guardiani

Tutte le slide della mia ricerca e dell’intervento al Motley Crue del Kino. Non so a chi possano interessare. Dimostrano però alcune cose semplici : il cinema italiano non cresce e non sa crescere, il sistema di finanziamento pubblico va riformato radicalmente spostando tutto sugli sgravi fiscali, il sistema di dati e di studi, il loro confronto statistico e la loro valutazione sulla base di una media ponderata non viene mai fatto perché troppi sono i centri si spesa, troppe le strutture che si sovrappongo e perché questo aumenta le possibilità di piccola sussistenza . Conclusione da Tiresia? Il Cinema italiano così com’è ha massimo cinque anni di vita poi deve chiedere altri soldi allo Stato. Ma è proprio lo Stato oggi che condiziona i contenuti e uccide il cinema stesso sia da un punto di vista economico che culturale. Quindi o diventare esploratori o sparire da guardiani.

 

Mibact for dummies: le ricorrenze per scrivere una sceneggiatura di Stato

 

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Nel bellissimo dibattito avvenuto al Motley Crue del Kino se non avessi perso il filo del ragionamento che pure avevo cercato di dare al tutto, incastrato nei mille rivoli di stimolanti polemiche anche un po’ urlate, avrei cercato di rispondere ad alcune domande personali che derivano dall’esperienza di uno dei miei lavori.

Esistono delle ricorrenze nelle sceneggiature del cinema di Stato? Nel cinema cioè che deve rispondere a finanziatori pubblici ed è quindi limitato nelle sue possibilità espressive non dallo scrittore , che di fantasia e talento ne avrebbe di solito da vendere, ma dal committente? Queste ricorrenze sono censorie? Tendono cioè a depotenziare il lavoro destabilizzante e di messa in dubbio che una storia diversa da certi canoni potrebbe avere? Rispondono cioè all’ideologia dell’interesse culturale ovvero un’attribuzione di valore e di legittimità culturale delegata a commissioni di Stato che operano su basi discrezionali, un concetto che vede la cultura come Pantheon di santi e reliquie da conservare, statico e gerarchico, e non la cultura come processo di codificazione e logica dei processi simbolici?

Secondo me sì ed ecco un rudimentale tentativo di dare un prontuario di regole per una buona sceneggiatura di Stato.

Avrei poi cercato di vendere al produttore in sala la struttura per una sceneggiatura che trovate alla fine di questo articolo:Il giovane Pasolini

Mibact for dummies. Temi.

1-Si ha da soffrire. Estetica manieristica della gravità (Giacomo Manzoli©)   Profondità  è tale solo se è tragica. Poche commedie ;

2- Il Non Detto. I temi , le psicologie, le ambientazioni vanno evocate non dette. Nel film si deve intuire qualcosa  di intangibile ( vedi grande tema).  Il non detto è  realizzato attraverso la triade : sapori/odori/ piccole cose che però i primi due ancora non funzionano in sala e quindi resta solo il terzo;

3- Mai film davvero di genere, forse perché dicono troppo? ;

4- Il contemporaneo è, a prescindere , deriva morale;

5- Il passato è, a prescindere, o “monumentale” o meglio ( più soldi) “ storia tragica di questo paese”;

6- Il Grande Tema  (vedi non detto): scegliere sempre un tema  eticamente ineccepibile e didascalico. Nel dubbio  rifarsi ai titoli dei temi della maturità degli ultimi dieci anni;

Mibact for dummies. Luoghi ed Estetiche

—Lo spazio: deve essere acquatico, pneumatico, e notturno: o spazio placenta o spazio dell’interiorità di un personaggio perduto. Gradita color correction sul livido, gradite luci al neon.

—Il tempo: è il tempo della contemplazione e dello sguardo, inquadrature interminabili contro il logorio della vita moderna e della sua essenza: “il consumo”. Inquadrature  anticapitaliste  e anacronistiche.  Una temporalità estetica ed estatica

—Il silenzio e il primo piano le forme per eccellenza delle denuncia  e della deriva morale;

—Le nuche: riprendere nuche che camminano dà un’idea di qualcosa e nel dubbio dà minutaggio (volevo essere Gus Van Sant);

—Periferia Suburre  Aspromonti e Campagne e Lidi Laziali : alterità e fuga, w la natura “altra”;

—Lenzuolata di primi piani con musica sotto: inizio terzo atto e amabili faccioni,arriva la fine che riscatta, arriva lo star system ;

—Motorino o corsa a perdifiato : sinonimo di adolescenza, libertà, rivolta ( in due senza casco) amore e desiderio e fuga: corri che ti passa.

Mibact for dummies Psicologia

1- Protagonista scappata/o dal dolore ( dentro di lei quindi non si vede ma si intuisce);

2- Vuole scoprire altri valori (altri, evidentemente, da quelli di una società “sazia e disperata”);

3-La povertà è un valore in sé e una purezza. Se racconto i poveri ci guadagno sempre;

4-Legame con la terra. La natura è sacra e santa ed è stata corrotta o anche no ma comunque è stata. Non si sa perché lo sia e cosa sia ma lo è in quanto Natura;

5- Forme imperative: “ Devi essere!” se non sai cosa non ti preoccupare e Sialo! L’importante è che ti contrapponga (meglio in quanto donna) al non essere (consumo, alienazione urbana, amori senza passione, inquinamento);

6- “ Devi sperare” meglio se “nonostante” ( capitalismo, società dei consumi, città e sempre inquinamento)

7- In sintesi:  Fede, speranza e carità!

( sette punti di Giacomo Manzoli : “II film Mibac apparato e forme simboliche nel cinema italiano contemporaneo)

 

Proposta di struttura per una perfetta sceneggiatura Mibact : “Il giovane Pasolini”

—Brand value inarrivabile: che c’è in Italia di più culturale e brandizzabile di Pasolini?

—Grandi temi (mica uno solo) : elaborazione del lutto ( il fratello), rapporto edipico, senso di colpa, rapporto padre/figlio, la mamma buona, l’abuso e lo scandalo, la scuola, la provincia giudicante, il partito, l’omosessualità;

—Spazio: il borgo natio vs la città corruttrice;

—Tempo estatico: il tempo della neve del borgo e della morte vs il tempo delle rutilanti periferie della città di calcio e sesso;

—Passato: sia monumentale (una Roma che non c’è più) sia storia tragica di questo paese ( una Roma corrotta e corruttrice);

—Nuca: Pasolini giovane attraversa sempre la nuova periferia di nuca;

—Deriva morale: fuga e desiderio a Roma;

—La profondità del dialogo e della psicologia: Non si deve vedere mai mettere in scena ( c’è il rischio che si capisca)  ma Pasolini parla nel film guardando in macchina con i testi dei suoi libri perché è tanto profondo (vedi recenti poeti che recitano le poesie);

—Il genere: il filone della Martoneide con possibile spin off ne “Il Giovane Pascoli” Autore amato da Pasolini che Pasolini stesso incrocia in un sogno fantasmatico del film: scena chiave del Non detto o perdita dell’innocenza ( sua o di Pascoli a scelta);

—Reference system: Alba Rohrwacher nel parte di o Laura Betti o la Callas o la madre, rischioso farle fare Ninetto;

—Fondi sicuri: Mibact, Film Commission Friuli, Film Commission Roma, Rai cinema;

— Regista perfetta? Opera terza di S. N., regista al femminile ;

—Merchandising e licensing del brand “ Il giovane Pasolini” : penne, taccuini, profumi Pasolini, occhiali, edizione  speciale dell’Alfa Pasolini, dildo unisex, serate a tema.

 

 

La lezione di Franco Maresco

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L’immensa ricchezza narrativa di questo paese avanguardista, folle e slabbrato, vero laboratorio sperimentale di scenari futuribili da terzo mondo con velleità,  l’eccezionalità e unicità  surrealista dell’Italia di oggi, selvaggia , tribale, arcaica, primitiva,  non sono temi che interessano il  cinema di  “interesse culturale”,  ma sono i luoghi prediletti della poetica di un maestro suo malgrado:  Franco Maresco.

La sua è una vita artistica corsara, necessariamente in esilio, ma proprio per questo  liberata dalle traiettorie di  un cinema catastale, ministeriale, le cui funzioni sono ormai  o rivendicare ad oltranza un ruolo, sempre sedato e innocuo, nel girello bambinesco della recita politica della vita culturale  o piangere nella nostalgia di una “tradizione tradita”, il grande cinema di una volta,  o chiudersi a riccio nella denuncia tanto necessaria e finanziabile di complotti e nemici.

Un cinema morto da anni che si dibatte in dinamiche psichiatriche, un circolo di mutuo soccorso anche economico  in cui si recitano grandi tradizioni ormai mummificate:  Morettifici, Pasolinifici, Bellocchifici,Olmifici, tra il didascalico e il pontificante.

Talmente integrati nell’ecosistema autoreferenziale che ormai non c’è più nemmeno la necessità del pubblico e dove persino i loro santi e sacerdoti più acuti, Moretti  e Bellocchio su tutti, sono ormai delle reliquie museali a cui si invidiano capacità predittive e di cui si aspettano i vaticini nel prossimo film.

Un cinema assolutamente incapace di raccontare la sua essenza, la sua intima e forse salvifica, se fosse sfiorata da un dubbio ironico e di rabbia, inutilità.

Maresco è invece un autore colto che vive di stratificazioni, Pirandello, anni di cinefilia coltivata come ossessione, la parabola evangelica di Pasolini e Buñuel, il jazz, la fantascienza, la Sicilia e i suoi grandi letterati cinefili come Gesualdo Bufalino, la mafia.

Ma invece di paralizzarsi in pose pensose da statua di Rodin, con corollario di derive morali da evocare in ogni situazione anestetizzata,  Maresco si sporca da sempre le mani.

Ecco la differenza: Maresco vive.

Si estenua,  si esaurisce, rivendica la possibilità di stravolgere tutto, di fare cinema denunciandone continuamente la morte. Perdersi nell’accumulo delle proprie nevrosi come la vera essenza e matrice del suo atto creativo.

Ricomporre le prove di un delitto che viene però ripetuto e rifatto ogni volta e a cui partecipa proprio colui che dovrebbe scoprirlo.

Maresco accumula una visione del mondo che non è. Non è  catastrofica perché è oltre la catastrofe, non è giudicante perché è raccontata dagli ultimi che non hanno alcuna capacità di giudizio, non rientra nelle categorie del sociologico e antropologico perché entrambe inutili rispetto  all’immersione nel sottoproletariato di questo  “gladiatore della suburra” , non segue dinamiche storicistiche, non aspira a nessun progresso o rifugio nostalgico, non è politica e non è neppure più tragica.

Eppure, in questo ultimo film,  racconta esattamente ciò che resta di importante e fondativo oggi in Italia: lo Spettacolo, la società dello spettacolo come chiave per capire chi siamo diventati e perché.

Il paradosso del suo ultimo film, Belluscone,  in cui la cosa più difficile è tenere insieme un materiale metastatico e un pensiero ramificato e una gestione già fallimentare prima ancora di cominciare,  è paradossalmente il suo rigore tematico.

La maestria di Maresco sta infatti tutta nel padroneggiare sempre due livelli.

Da una parte il film, tutti i suoi film, si perdono in mille rivoli.

Che sono i rivoli del cinema inteso come nostalgia, quando va bene, e come putrescenza quando va male.

Putrefazione cinefila che pervade ogni racconto lineare e lo mina per ricomporlo in una forma jazzata tra standard e improvvisazioni .

Dall’altra rimane  la logica stringente del progetto. Una logica apparentemente delirante ma invece coerente che racconta la storia d’Italia degli ultimi venti anni ripercorrendo il filo rosso che tiene insieme il sottoproletario di Palermo e l’uomo più potente d’Italia. E lo fa alla luce di un concetto che tutto livella e rivela: lo spettacolo appunto.

Ciccio Mira è Berlusconi e viceversa.

Entrambi simboli di  una mutazione antropologica di cui si ignora l’origine e le cause,  con due destini inversi eppure paralleli.  Uno il votante l’altro il votato, uno il miliardario anche grazie alla mafia, l’altro l’impresario locale grazie sempre alla mafia.

Di chi è la colpa di questo avvicinamento paradossale tra “classe dirigente” e suburra ? Di questo sfracello antropologico? Dove comincia e attecchisce la possibilità, ormai non più remota, di sovrapporre Ciccio e Silvio e addirittura renderli intercambiabili?

A Maresco di tutta questa pomposa necessità di risposte rivelative in cui incagliarsi e consolarsi, di tutta la retorica della denuncia condita con il vittimismo delle lagnanze politiche, con la necessità, indimostrabile,  di fare “un cinema necessario” che renda anche benissimo quando si passa all’incasso Mibac e all’esame per avere l’ “interesse culturale” , di tutto questo cinema che è controparte mortifera e reazionaria del giacobinismo vendicativo  alla Travaglio, a Maresco di tutti i miasmi di questa asfissia  mefitica, non frega assolutamente nulla.

A Maresco interessano gli uomini e la loro storia destinale sempre marchiata a fuoco dalla morte.

E non è un caso che entrambi i suoi film finiscano su una tomba.

Quello  che indaga questo film è appunto una vertigine  che è al tempo stesso divertente e terrorizzante. Un tipo di racconto che è concesso solo se si ha coraggio e una precisa visione autoriale.

Se si è, in parole semplici, dei maestri.

Fare, oggi in Italia, cinema d’arte per Maresco significa mentire, giocare,  perdersi volontariamente nel proprio stesso lavoro mettendo fuori campo proprio quello che invece ci si aspetta di vedere: la denuncia, il piagnisteo, la vendetta, la sclerosi dei sorrisi dovuti.

Chi vuole  un paesaggio ordinato tra buoni e cattivi  si ritrova invece i volti imperscrutabili di Ciccio Mira, personaggio liminare ed estinto,  Dell’Utri, sfinge del potere più sibillino ed estinto anche lui , Erik e la sua canzone di speranza condannata, Berlusconi e il suo apparire solo in immagini televisive e iconiche che ne rivelano l’essenza fantasmatica e sacra.

E poi il contorno del pubblico festante delle piazze che adora i movimenti pelvici del mesciato cantante neo melodico che però non sa di esserlo, non sa cosa sono i neo melodici cioè lui stesso.

Fantasmi inafferrabili.

Persone, mostri, che incarnano  al meglio un dubbio che il film ci suggerisce: questi uomini, seguiti e adorati dalla loro scuderia di altri mostri, non saranno in realtà una parte essenziale di noi?

Che cosa siamo? Mi domandasti una settimana o un anno dopo, formiche, api, cifre sbagliate
nella gran zuppa putrefatta del caso?

Siamo esseri umani, figlio mio, quasi uccelli,
eroi pubblici e segreti

(Roberto Bolaño, Godzilla in Messico)

 

Francesco Piccolo, l’intellettuale Teletubbies.

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L’intellettuale umanista, sulla cui capacità esegetica del contemporaneo è buona educazione sorvolare visto che ne ignora i fondamenti computazionali e scientifici, da figura arcigna e regale, pavone pontificante,  si è improvvisamente trasformato in un pacioso teletubbies.

Dagli strali escatologici e nostalgici di sacerdoti del pensiero senza alcun attrito reale, i vari monaci comunisti Asor Rosa, Vattimo e Paolo Flores d’Arcais che sono passati da una nostalgia di palingenesi ad un più ruspante giacobinismo giustizialista da tribunali del popoli,  fino al più defilato e incomprensibile  Severino,  ai fantasy scambiati per lavori di sociologia, la tragicomica versione di Guerre stellari scritta in chiave accademica ovvero Impero di Toni Negri e Michael Hardt, sembra che oggi siamo approdati ad una figura definitivamente museale e zuccherosa, reazionaria e di design, che piace agli adulti e anche ai bambini ovvero l’ intellettuale teletubbies.

Lisergico, affabile, colpevole per sua stessa ammissione e quindi inattaccabile, aiuta come una filastrocca ad addormentarci consolati.

L’  intellettuale teletubbies  fa parte di un’ecclesia di ex che si ritrovano nel vago passato “communista così” e che, se non c’erano perché troppo giovani, giurano e si affrettano ad affermare di esserci stati anche loro.

Il grande freddo di una generazione molto prescindibile, che altrove ha accettato le sue disastrose sconfitte e si lecca le ferite e che qui da noi è talmente buona e comunitaria (altrove si parla di lobbisti ma qui non si può e non usa) da consolarsi vicendevolmente.

L’intellettuale teletubbies è ecosostenibile. Piange da finto orfano e finge di essere defilato, e quindi libero. Crede ciecamente nel proprio buon senso e pur essendo dovunque conti davvero stare, autore, romanzierie , premiatore e premiato, è sempre pronto ad assecondare vecchi pontefici di area e ad ascoltare chiunque e  mantenendo sempre un tono minore da musica d’ambiente in un lounge bar, è terrorizzato dall’idea di disturbare con idee proprie preferendo invece non darsi pace nella sua ricerca spasmodica e infantile di affetti pur avendo sempre genitori sociali munifici e ben presenti , in primis la Rai in cui lavora come autore di trasmissioni che lui crede importanti e di cui non nota la chiara propaganda scambiata per pedagogia.

Il suo scopo è mantenere il proprio posto nel mondo strapagato ma sottotraccia, scopo legittimo e comprensibilissimo e ammirevole dopo tante fanfare e la sua, in fondo, è un’innocenza evidente, non ha colpe, non ha accusatori, piace a tutti, è amabile come il pupazzone che rappresenta e come lui concilia il sonno.

Il risultato del suo pensiero, persino onesto, è però uno slow food di idee di “qualità” con una spolverata folcloristica di note esistenziali riconoscibili da tutti.  Chi infatti non ha mai scavalcato un muro da ragazzo o rubato qualcosa persino non a Caserta?  E la sua onestà intellettuale o almeno esistenziale, colui che scrive quelle cose le ha almeno vissute davvero, (persino il pericolo di colera signora mia!) non si è annoiata in città come i suoi lettori, cittadini appunto bolsi e da consolare ad oltranza, curiosi di punteggiare la loro noia da ombrellone con  tutto ciò che per loro rappresenta l’incrocio tra l’esotico e lo straniamento: il sud, la criminalità, la politica, l’impegno.

L’intellettuale teletubbies garantisce questo ricettario in una forma liofilizzata e carica tutto con un’intimità pacificata, la sua,  e una profondità in cui immergersi in sicurezza. Poco importa che in fondo al mare non ci sia niente da vedere.

Nessuno si perde davvero nei suoi racconti reazionari ma di sinistra, così digestivi ma anche così veri e caricaturali, davvero piacevoli: il primo amore, l’incontro con la politica, la partita, la fede partitica e infine il santo da reliquiario che dà sfoggio e lustro alla pennica: Berlinguer, un passo avanti, un azzardo rispetto all’inflazionato Pasolini ormai spendibile solo in rassegne cinematografiche di provincia.

Sapori odori piccole cose, onestà e bellezza ritrovate nel mondo senza direzione di oggi così pieno di “deriva morale ” e sempre alla ricerca di grandi figure esemplari che ci vengono offerte dal gestore del presepe, lui.

L’album Panini più Donna Letizia più il ricettario di Frate indovino. Il desiderio di essere come tutti. E di piacere a tutti, meglio se giusti o in via di redenzione.

Un’aerodinamica dell’ovvio, una pleiade di figurine umane da segnaletica stradale per noi spaesati, da Berlinguer al calciatore, ma talmente amorfe e sbiadite che in questo pantheon di insignificanze persino  Berlinguer, una delle figure meno incisive  della storia patria,  può essere apprezzato come riferimento cardinale nel disordine che scompagina. Non sia mai, tutti insieme verso la boa sicura del passato seguendo l’intimità e il microcosmo dell’ auto fiction dell’autore.

A fare da collante al tutto, vero cemento ideologico imperdonabile, uno stile da catechismo con addirittura sviolinate di incarnazione dell’Idea che, per chi se la fosse persa per strada, è sempre quella comunista:

Posso dire adesso, con lucidità, che quando diventai comunista, per me Berlinguer rappresentava un uomo pratico e intelligente che dava corpo, concretezza, a questa idea astratta idea astratta del progresso: qualcuno che proponeva di costruire il futuro, accoglierlo, viverlo, comprenderlo, anche criticarlo, ma starci dentro. Ad altri sembrava poco il suo senso del progresso,  a me bastava. Era temperato , ma, appunto, pratico ed evidente

Un mix perfetto  tra una vita da mediano di Ligabue, dove bisogna “starci dentro” finché ne viene finché ce n’è, e un testo di catechesi di iniziazione cristiana dei fanciulli , cristiani e anche comunisti e anche  “corpo e concretezza ad un’idea”. Gesù?

Senza dimenticare la contemporanea “cultura del management”  “pratica ed evidente”, dove Berlinguer è “temperato ma pratico” e così ridotto potrebbe essere adatto agli esercizi di visualizzazione in un corso di coaching aziendale prima di camminare sui bracieri ardenti.  Tutti insieme.

Il ruolo sociale e politico dell’intellettuale teletubbies diventa così quello di essere il google maps del senso comune tra l’ilare e il vittimistico e il nostalgico, ben miscelati insieme e senza gerarchie.

Una mappatura, ridanciana o pensosa ma sempre passatista o malinconica, di idee sparse  nella realtà in cui l’utente iperinformato e inebetito e  travolto  decide di “farsi un’opinione”.

Quasi sempre  una notizia di cronaca con un tema tanto monumentale quanto sfuggente e inutile che però, guarda caso , è sempre emotivo e commovente e quindi vendibile nella catena delle emozione un tanto al chilo tipo, a scelta: immigrazione, femminicidio, criminalità, corruzione, giustizia, famiglia, cultura, meglio se cinema, e, ultimamente, teste mozzate.

Il  google maps dell’intellettuale teletubbies  interviene in questo marasma e ti dice dove arrivare e cioè di solito ad una rassicurante ovvietà ma ben scritta, scritta cioè in modo tale che la possa leggere e capire anche Peppa Pig.

Sempre  con un’aura di profondità  e costrizione da stipsi sofferta che commuove la lettrice di Io donna e garantisce la triade del culturale, dell’eroico e del necessario. Un gavazzare ma pallido e assorto, penitente e senza nessuna ostentazione di gioia ma con tanta corrucciata profondità o superficialità,  a scelta e a seconda del contesto.

Piccolo, con la bravura e talento indubitabili della sua autoironia, altro stigma necessario di questa microfisica dei poteri (a chi interessa è Foucault)  di un intellettuale di corte ma senza dubbio simpatico,  spiega questo processo a pagina 165 del suo libro:” Ci eravamo perfino spinti a scrivere, alcuni di noi, che era molto brutto che Israele e Palestina fossero in guerra da così tanto tempo, e che bisognava trovare una soluzione; non avevamo idea quale, ma nessuno ne aveva idea, quindi il proposito era sufficiente; e poi pensavamo, scrivevamo, che in tutti i luoghi del mondo ci sarebbe stato bisogno di pace e non di guerre. Scrivevamo che bisognava dare lavoro ai disoccupati, che la cultura era importante, e un sacco di altre cose che sono tutte lì, a testimoniare il mio ( nostro) senso civile”

Ora , prescindendo dallo stile che tiene insieme un testo di  Valerio Scanu  e l’ecumenismo di pensiero di Fra Cionfoli, questa auto assoluzione e questa bonomia della sincerità, che non sono  richieste da nessuno e sembrano tipiche di chi vuole piacere a tutti i costi e non disturbare  autodenunciandosi,  sono la sintesi del teletubbies e rendono questo testo tutto rotondo, anatomico e paffuto, come una puntata degli amati pupazzoni e con l’idea pedagogica che c’è anche in loro: intrattenere e consolare.

Ma quale sarebbe allora la colpa di Piccolo?  Nessuna evidente, tranne proprio forse proprio il fatto paradossale di non averne alcuna e di favorire, in ogni riga che scrive, il lisergico e letargico abbandono in cui ogni osservazione anche moderatamente eccitata rientra sempre nel verbo “infangare”.

Pura letteratura della bonaccia  la sua, che sembra scritta da un uomo minacciato da una pistola alla tempia che vuole tanto farsi amare dal “suo mondo”. E invece alla tempia non è puntato, grazie a Dio, proprio nulla e il capino può dormire tranquillo tra un doppio guanciale.

Perché se tutti sono colpevoli, nessun è colpevole, purché sempre tutti insieme, appassionatamente, tra noi. Ovvero loro.

Si narra infatti che la Bbc sorpresa dagli ascolti record dei Teletubbies  di Sabato mattina, abbia commissionato un’indagine per capire il perché di quel picco. I solerti funzionari della televisione pubblica britannica scoprirono così che il Sabato mattina, agli abituali bimbi in età prescolare, si aggiungevano gli adulti appena tornati dai rave, drogati, strafatti , inconsapevoli e incredibilmente felici di addormentarsi seguendo il calmante televisivo.

Il desiderio di dormire come tutti.

La lezione di Mario: Balotelli non è lo Zio Tom ma Nino Manfredi.

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E’ stato Malcom x  (L’ultima battaglia, Discorsi inediti, Manifestolibri) , che piaccia o meno, a tematizzare per primo le due tipologie di nero secondo i bianchi: il primo è riportabile alla figura della Zio Tom, un nero di casa, urbano, sedato e a cuccia, tipico nero igienico dello schiavismo, che vive accanto al padrone . Per lui la sofferenza del padrone è la sua e se la casa del padrone prende fuoco lui è il primo che si tuffa tra le fiamme per spegnere l’incendio. Dall’altra parte c’è invece il nero della campagna, lo schiavo ” e quando la casa del padrone prendeva fuoco i negri della campagna pregavano perché la brezza diventasse un vento impetuoso”.

Il razzismo del popolo italiano  non è sindacabile, è assoluto , storico, radicato e indelebile e non trova una mitigazione formale in un apparato di leggi moderne.

Ma ciò che lo rende davvero farsesco, dal punto di vista culturale,  è la sua versione più inconsapevole e sofisticata,  ovvero quella liberal, “colta”, inclusiva a chiacchiere.

Un popolo che rinnega sempre se stesso in un’ansia patologica di assolversi lo faceva almeno per una saggezza da portinaio, sentirsi brava gente, quando non assecondava la sua natura triviale con leggi razziali e tiranni da tragedia in farsa.

L’italiano istruito e liberal invece vuole partecipare da protagonista ad un impeto di distensione buonista per dimenticarsi prima di tutto di se stesso. Un impeto in cui la ricerca ossessiva di espedienti su cui attivare litanie mediatiche, carriere politiche e sacerdozi,  è il vero cemento per perpetuare la Cultura del Piagnisteo (Robert Hughes) in cui i diritti civili e l’esaltazione vittimistica delle minoranze servono solo per raccontare un’utopia e diventarne gli esegeti.

L’italiano brava gente si è trasformato nell’italiano custode del tempio.  Sempre goloso di novità , nuove frontiere, grandi speranze e grandi “idee”, compiaciuto abitatore di un’abulia che lo faccia sentire centrale nelle teorie in genere, solo così riesce ad essere pienamente complice della bonaccia politica che lo rende indispensabile.

Tutto ciò non ha portato mai davvero a nulla che non sia il moltiplicarsi di questi recitatori a soggetto.

Balotelli infatti, ed è questa l’unica verità che conta davvero,  è diventato italiano solo a diciotto anni pur essendo nato qui.

I mille sofisticati distinguo servono, quando va bene , alla stasi di un  fantasma, la nostra patetica sinistra nella versione liberale o peggio comunista, che ha logorato la sua ombra e vive ormai le sue estasi.

Nella realtà invece lo  straniero, se riesce ad arrivare e non annega, è subito recluso in un purgatorio di sbarre detentive ma “inclusive “: centri di prima accoglienza li chiamano i liberal che li hanno anche creati.

Se nasce qui poi deve aspettare diciotto anni per esistere dal punto di vista dei diritti civili.

E tutto si regge fino a quando lo straniero e il  gay e gli altri esclusi, come ad esempio le coppie di fatto, non insistano troppo a voler essere riconosciuti esattamente per quello che sono. Cioè il fatto davvero destabilizzate che gli altri, che loro, siamo ormai noi: Balotelli non è straniero ma è noi.

Le prassi di inclusione sono accettate solo se davvero mediatiche, solo se farsesche e carnevalesche, innocue ed estemporanee. Così ecco il Gay Pride come esposizione annuale del bestiario ridicolo e fanfarone, occasione di confronto sui temi, recitano loro e invece puro carnevale sdentato.

Ecco il Mucca Assassina come rifugio danzante  per sonnambuli etero ed ecco il massimo che ha prodotto politicamente ovvero una petulante comare transgender Vladimir,  deputato prima perché porta voti e poi commentatore del Grande Fratello come approdo coerente.

Come non considerare poi i festival delle varie minoranze sovvenzionati lautamente ? Come non ricordarsi sempre del maggiore laboratorio italiano di razzismo inconsapevole, tragicamente inconsapevole, ovvero l’orchestra di piazza vittorio, dove tutti loro, esclusi i cinesi, hanno il ritmo nel sangue?

Tutta una festa, una strimpellata  e un pianto per non fare nulla, non ottenere nulla. Se ci fossero diritti certi infatti non ci sarebbero loro e tutto questo è inconcepibile per i sacerdoti della cultura del piagnisteo.

Un popolo del genere allora come può includere ed accettare  Balotelli il nero addirittura come centravanti e giocatore di punta della Nazionale?

Come può renderlo diversamente bianco e vederci l’italiano del nuovo millennio?

Balotelli è sempre incazzato e fa saltare tutti i piani igienisti e pedagogici di questa ipocrisia collettiva: non è lo Zio Tom, non vuole davvero esserlo, non ha accettato la parte in commedia. E’ rimasto addirittura se stesso.

Nel momento della tragedia allora, l’eliminazione,  quel popolo che dice di averlo sempre amato perché è un popolo ” da sempre amico dei negri”, lo usa come capro espiatorio.  I senatori, tra cui uno che a diciassette anni era un nazista e uno che fino a due anni fa era un alcolizzato, dettano la legge dell’assurdo: non vogliamo figurine panini, vogliamo uomini veri, cioè non ci vogliamo.

Svuotato della sua fecondità imposta dai media, essere il nero vendibile perché redimibile, il nero educato, il nero che usa le posate, il nero Zio Tom adatto al patetico paternalismo di un mister da “codice etico”,  Balotelli è rimasto invece quello che è: un ottimo calciatore, un carattere scorbutico e a volte insopportabile  e non un campione assoluto.

Non  funziona quindi, in questa elegia auspicata, la parte conclusiva del lavacro collettivo e cioè il finale: il campione ritrovato, l’eroe italiano anche se nero, il futuro sposo sul carro del trionfo familista e di sinistra.

Peppone , Don Camillo e Rocky  virati ad Obama.

Nella sua ultima provocazione, la cresta bionda, Balotelli invece ricorda a tutti esattamente la tragedia di  Manfredi in Pane e cioccolata: biondo per non sentirsi straniero, biondo per tifare una nazionale non sua, biondo per essere amato.

Google, lo studente, Bosch: il trittico degli Eremiti.

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Ieri si è tenuto un incontro nella maggiore fabbrica di disoccupazione italiana, ovvero la facoltà di Architettura della Sapienza di Roma,  tra la nostra classe dirigente, Dario Franceschini ministro delle Cultura, e il presidente di Google Eric Scmidt.

Il tema era “la cultura e il turismo in un’ottica delle sfide del digitale”, un grande classico per i trombettieri nostrani che discettano di sfide e globalizzazione con una mentalità da sagra paesana e sempre molto attenti al possibile  “ritorno economico”, fantomatico obiettivo che si concretizza quasi sempre in una golosa acquolina immaginifica con spasmodica razzia di fondi per verandare con capitelli  trafugati da scavi abusivi e piscinare di maioliche giardini di villoni e terrazze cittadine, moltiplicare suv e spedire i figli a studiare all’estero grazie a fondi neri imboscati tra Malta e Cipro.

Scmidt ha dichiarato lapidario: “Il sistema educativo italiano non forma persone adatte al nuovo mondo”

Franceschini , raffinato pensatore e romanziere abituato a parlare di strategie energetiche con Chicco Testa, di politiche culturali con Walter Veltroni e a finanziare imprescindibili dibattiti di centenari che infarciscono gli scranni dell’Università peggiore d’Europa, ha replicato stizzito:

“In ogni paese ci sono vocazioni, magari un ragazzo italiano sa meno di informatica ma più di storia medievale e nel mondo questo può essere apprezzato. Un ragazzo italiano ad esempio potrà andare negli Usa a insegnare storia medievale e uno americano potrà venire qui a insegnare informatica”.

In primo luogo salta agli occhi la logica di Franceschini: eremita  crociano amante di una “cultura” monumentale da orticello e non come un processo vivo, io ho il mio tu hai il tuo, fa un discorso che non prevede quello che è essenziale per una formazione umanistica e cioè competenze multidisciplinari

La cultura intesa, ancora,  come una carrellata di busti e arazzi e medaglie ognuno custodito dal proprio usciere in tenuta da portierato romano, munito di cattedra, assopito nelle polveri, e, alla bisogna,  votante per il partito o la cordata che lo hanno messo lì.

Medioevo vs Google.

Per Franceschini non esiste l’uso strumentale degli alfabeti essenziali, l’informatica appunto, e nel suo cervello eremitico non è concepibile che  gli informatici possano essere studiosi di storia medioevale.

Per l’eremitico Franceschini vestito di panama mentre massaggia il suo levriero  e taglia nastri di fallimentari musei già economicamente morti prima di cominciare e rimpolpa frotte di precari per lavori “sociali” tipo strappare biglietti alla cassa ma con master e due lauree,  lo studente italiano dopo aver suonato la lira di Fedro  tra li pecuri dell’Arcadia domestica e aver assorbito i sacri testi della Storia, si sposta, magari con il vaporetto penserà il ministro , verso le Americhe.

Che non aspettano altro che offrire cattedre ad un ebete del genere.

Lui, fulgido esempio di intelligenza patria e Cultura Vera, una salma,  non si sa perché dovrebbe vincere la concorrenza di un dinamico monomaniaco venticinquenne di Kansas city, finanziato da prestigiose  università per venire in Italia a studiare magari proprio il Medioevo e in grado di organizzare un database di storia medioevale, in grado di dettare i suoi scritti a Dragon Naturally Speaking, in grado di farsi finanziare i suoi studi  perché in grado di avere competenze di fundraising in una società che lo ascolta.

Mentre l’italiano, ormai trentenne e fuori corso, boccheggerà in biblioteche fatiscenti inseguendo professori eremitici e santi, irraggiungibili e sempre assenti  come Flores D’Arcais, statue in posa plastica sconosciute al di fuori del raccordo anulare.

Loro, ascetici, sono troppo impegnati nel loro ritiro spirituale a coltivare palingenesi morali e globali che vanno  dalla lotta di classe al giustizialismo e lo fanno per tutti noi, anche per i loro studenti senza borse di studio costretti a chiedere i soldi di mammà per campare e ad elemosinare il dono di lezioncine sottopagate al posto del mammasantissima, impegnatissimo a scegliere schiavi per sostituirlo nel lavoro per cui è pagato e poi a sacrificare la maggior parte di loro, ormai quarantenni,  per mettere sul trono il proprio delfino da acquario ormai completamente addestrato e impagliato.

Intanto il monomaniaco americano sarà in grado di trovare riferimenti al medioevo contemporaneo italiano ammirando magari le tante figurine di matrice medioevale  tra quelle di contorno che riempiono il trittico degli Eremiti di Hyeronimus Bosch a Venezia.

I demoni grilli in pose grottesche, chi ha il naso lunghissimo e la coda da pavone, chi è formato solo da una testa di suora con i piedi che porta a spasso un nido di civetta, chi è un uomo che si getta in un alveare coprendosi di miele. Il tutto con dietro  la vegetazione fredda e mortifera , gli  scheletri, gli  arbusti secchi di uno scenario desertico.

Studierà e capirà l’Italia di oggi e di allora da quelle piccole figure e lo farà  non venendo nemmeno in Italia ma da un fast food in qualche landa desertica  dell’America vistando un sito,  http://boschproject.org/bosch_in_venice.html#hermits, dove le foto dei dipinti veneziani sono state fatte ad altissima definizione, sono fruibili meglio che dal vivo e sono accessibili a tutti.

Un sito forse creato e finanziato da lui stesso, imberbe studente informatico, una risorsa  disponibile per gli eremiti di mezzo mondo.

Persino per Franceschini che, sventolando il fazzoletto bianco e sul molo del porto,  saluterà lo studente cinquantenne in viaggio verso l’America ma imbarcato sulla Costa Concordia.

 

 

 

Spinelli Furfaro e fuffa: la fine della sinistra italiana.

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Nella sofferta lettera di Furfaro che ci informa, noi e i suoi amici del muretto ecologi e liberi,  che è stato insonne per una notte, si riassume il disastro strutturale, culturale , della sinistra italiana.

Riprendendo infatti  prassi e vocabolari della destra, “prima le persone”,  e riabilitando una logica correntizia e amicale mai morta tipica della ben più sincera Dc , consolatoria e affettuosa,  punta di diamante del “familismo amorale” mafioso e compromissorio, la sinistra italiana nella vicenda Barbara Spinelli ha rivelato una volta per tutte la sua natura:  l’incarnazione del  malcostume logico, i privilegi che ti si rivoltano contro proprio perché dati per scontati e dovuti ma solo quando fanno comodo e criticati quando ti si palesano in tutta la loro crudeltà classista e antidemocratica.

Primo malcostume immorale il presentare un candidato civetta. Tecnica  mediata dal marketing, quella dei  prezzi civetta, questo modo di far politica denuncia  l’assoluto menefreghismo, civettuolo e compiaciuto, nel voto democratico, che infatti non può esprimersi in preferenza sulla persona perché questa banda di oligarchi ha deciso così.

Ma denuncia soprattutto, dal punto di vista prettamente culturale, l’assoluto elitarismo correntizio, l’assoluto riconoscimento consolatorio tra affiliati, l’assoluta mafia di questo fare politica, con il naturale finale da ritrovo di psicotici e relativo psicodramma  in cui la possibilità dell’espressione democratica di una preferenza è vista come un inciampo, un ostacolo al diuretico affermarsi della propria corrente, del proprio universo di famigli , riconoscibili in una logica di setta.  Volemose bene, e spartiamoci, tra noi, la torta.

A Frà che te serve?

Il povero Furfaro, ennesima nullità proposta sul mercato del marketing politico nel ruolo patetico e di destra del “giovane” , rimane così incastrato, per un salvifico e magistrale e ridicolo gioco del destino, nella logica che non si è mai, ma proprio mai , preoccupato di combattere.

Lui prima vittima della sua pigrizia pastasciuttara, del suo servilismo accondiscendente, della sua , in fondo, assoluta e tragica, per la generazione servile che rappresenta,  prescindibilità.

Il Furfaro è fuffa politica. Della migliore.

Assopito da un passaggio di testimone che, secondo il tapino,  lo garantiva, pienamente compartecipe e complice in un paese di vecchi gerarchi in cui anche i giovani come lui, opache comparse buoniste e tipici fantasmi innocui che piacciono proprio ai padri e ai nonni e quindi sono politicamente  inutili,  Furfaro fa parte del monumento funebre e crepuscolare della sua visione di Paese moderno e democratico.

I paesi di vecchi, scriveva Nietzsche , hanno la tendenza a monumentarsi e la mummia di Furfaro, già impagliato a trent’anni, ne è la prova provata e la prima vittima.

Evviva.

Incapace totalmente di contrapporsi ad una logica cooptativa che lo vuole lì proprio perché lui la rispetta, il povero Furfaro l’ha presa davvero nel culo.

Come non solidarizzare quindi con il vecchio satrapo Barbara, candidata da queste giovani nullità in cerca di foglie di fico per ingannare l’elettore?

Come non amare l’attaccamento vampiresco alla poltrona di questa persona, sicuramente migliore di chi l’avrebbe sostituita perché più colta e incarognita, pronta a rispettare alla lettera la logica dell’arraffo?

Come non criticare gli attacchi macisti, fascisti e di destra alla sua persona?

Ah no, di sinistra.

 

 

 

La lezione di Uber-Grillo, il tassista del presente.

 

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A Milano si è combattuta in questi giorni una battaglia campale tra una minoranza di parassiti fuori mercato, i tassisti, che godono di rendite di posizione, possibilità di convogliare voti e pedagogia dei pugni  in faccia contro una app per il telefonino che liberalizza il servizio, lo rende più efficiente e garantisce nuovi posti di lavoro a chiunque inserendo concorrenza in un settore mafioso.

L’interfaccia politica di questa lobby , il ministro Lupi del governo Renzi, ricattabile camaleonte che da berlusconiano  baciapile e bacia pantofole cardinalizie di  Comunione e Liberazione è riuscito a sfuggire al tracollo giudiziario del suo mentore, il pantagruelico sbranatore di Sanità pubblica Formigoni e la sua corte di banditi , e riciclarsi, si è subito piegato al protezionismo patetico di questa tribù di sciacalli che però votano, ponendoci , qualora ce ne fosse bisogno, ancora più fuori dall’Europa.

Questa storia può essere  l’esemplificazione perfetta dello scontro culturale in atto oggi tra Grillo, che teorizza (in maniera per ora folle ma fino a quando essendo già riuscito a mettere in piedi il secondo partito d’Italia e quello con gli elettori più giovani?)  la politica come mero contenitore  in cui “il politico” non conta più nulla se non come mero esecutore e messaggero di una democrazia diretta senza costi di intermediazione  grazie alle nuove tecnologie , e la politica nostalgica della sinistra storica italiana, intesa come oligarchico club di eletti, i “migliori” come nel peggiore platonismo reazionario, interpreti del Bene, del Bello e del Sublime e per questo rifocillati dai soldi di tutti noi che , secondo loro, siamo ben contenti di farci infantilizzare, spremere , guidare ed educare da costoro in politica proprio perché non possono stare da nessuna altra parte.

Così tutto il dibattito puerile sulla complessità gestionale della realtà che loro, gente come Penati per intenderci, saprebbe padroneggiare, il dibattito contrito  e sofferto sull’inesperienza altrui senza mai mostrare cosa hanno fatto loro nella vita, il sussulto inquisitorio contro l’ arroganza degli intrusi che hanno osato spogliarli di qualunque credibilità, non poteva non sfociare nell’isteria del loro famelico spartirsi gli avanzi che cominciano ad essere sempre di meno . Tutto questo terrore è condotto con una fronte madida e febbrile, fare sparire prove e carte, drenare le ultime riserve depredabili , Regioni, Provincie e Comuni, facendo assumere centinaia di adepti.

Per provare a dimenticare il terrore vero del disfacimento strutturale, le aziende che chiudono, l’economia che non può ripartire  senza la dipartita definitiva di un’intera classe dirigente sul crinale da anni ma aggrappata, scoperta con le mani nella marmellata ma in grado di mangiarsi anche il barattolo, abituata a raccontarsi l’ovvio con però la pomposità degli esegeti e con l’anima cresciuta nel verminaio di chi impazzava nel saccheggio.

Ora , questo politico novecentesco, non avendo più soldi da distribuire, comincia ad essere sfinito, tentenna e cerca maschere di giovinezza, il povero Renzi,  per continuare a  sperare nel ritorno ad un clima moderato ovvero omertoso, silente,  in cui può sguazzare con i propri pedagogismi stantii, con i suoi appelli a tutto il campionario di “diritti”  traditi,  quando il traditore è proprio lui.

Loro, i  collocatori di centinaia di persone,  un milione e mezzo per l’esattezza di italiani che campano di politica,  nei gangli dell’amministrazione barocca e clientelare del pubblico ma ormai in disarmo, loro, un milione e mezzo di ingrassati dalla balle di un’informazione ancillare e assistita fatta da amici poi candidati   e dalla compiacenza di  un ceto imprenditoriale domestico e di relazione che comincia a non sopportarli più , loro, che in una società opulenta sono tollerati come male necessario, ora, in una società in  crisi di identità e di economie dove l’acqua dello stagno si è ridotta, sono ormai tassisti rissosi, lobbisti del nulla che si contendono qualche cliente disposto a farsi infinocchiare o qualcuno in buona fede che spera nel sogno di una politica civile.

Qualcuno chiamerà ancora il loro funebre 3570 o accetterà di salire sul taxi guidato da chiunque che, dopo un periodo di assestamento, potrebbe funzionare persino meglio del primo ?

Mattei aveva torto quando teorizzava che la politica è come un taxi da prendere per farsi portare alla meta.

Quella politica infatti, che è ancora questa, una volta lo ha fatto salire su un aereo.

 

Nuovo sacerdozio: il funzionario culturale

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L’ultima frontiera dell’ebetismo di massa è sicuramente il funzionario culturale. Figura di mediazione tra l’iperuranio senza attrito degli artisti per auto convinzione, la notiziabilità dell’ovvio e la cura delle masse, questa figura medicale essenziale nel processo di infantilizzazione delle stesse, ruminatore e glossatore delle altrui pigrizie mentali sempre “migliorabili” o perdute, è ormai il cardine sacerdotale di una burocrazia di infanti che campa di “cultura” e di tutti i campi semantici ad essa collegati.

Campi che vanno dalla saggistica al giornalismo alla critica cinematografica fino allo chef, vera figura dell’intellettuale postmoderno che ha sostituito l’architetto e il designer in questo universo di mode esistenziali.

 

Colto il giusto per non sfigurare in un convivio di belatori di professione e corifei di retoriche dell’ovvio, gli è riconosciuto un ruolo oracolare in una filiera a mangiatoia in cui tutti devono ricamare il lavoro del prossimo per rimediare un obolo almeno simbolico. Il prossimo intanto si è a sua volta auto eletto a qualcuno, riconoscendosi una vocazione innata senza alcun senso del ridicolo e  non limitandosi ad  essere la punta più squisita di un narcisismo patologico di massa.

Ad esempio un grafomane perseguitato dalle sue ansie e affannato nella rincorsa ad un riscatto, una qualche pubblicazione o una firma. O il romanziere schiacciato dalle presunzioni ereditarie e dalle patologie di famiglie  borghesi che confondono gli sbadigli della propria noia  con la profondità e che lo hanno condannato a “spessore intellettuale” e “autenticità” senza domandarsi se servano davvero.

La  vittima sacrificale, un narcisista patologico, e il funzionario, un sadico represso,  giocano.

Il primo al ruolo di incompreso o incomprensibile, il secondo a quello di pontificante redentore che la sa lunga e accetta di perdonare, instradare o al massimo cooptare.  Il primo per rimuginare  il bolo del suo stesso giudice che lo ha reso infante perde ogni dignità del suo lavoro, il secondo per  un ruolo regale che la sua comunità di fanfaroni gli ha riconosciuto può ora battezzare, raddrizzare e giudicare chi gli è inferiore anche se indispensabile ai suoi rimpianti .

Le sue controparti sociali,  lo sceneggiatore, il romanziere, il regista, l’assassino, sono  riportate a terra grazie a narrazioni semplificate o complicate ad oltranza con l’elitaria pretesa di chi pensa di sapere che si sarebbe potuto e dovuto fare meglio, non sia mai,  ma si è scordato cosa fare e perché.

 

Vive nella certezza di passare prima o poi dall’altra parte e perpetuare la produzione di tisane culturali eternamente aggiustabili,il funzionario culturale  mantiene sempre la diplomazia da apnea, da sonnambulo consapevole o di non contare nulla o di contare solo in una gerarchia di terrori e compromessi che gli si potrebbero continuamente rivoltare contro stritolandone il regale portamento da cipria.

Nella sua aura giudicante, nella sua ricerca ossessiva della qualità “altra”, nella sua retorica da vittima di un sistema gretto e ignorante di cui lui però è uno dei principali ingranaggi, si installa e insedia una liturgia di singhiozzi talmente stucchevole e pedante che al confronto l’orrore di ogni prodotto di massa diventa una delizia artigianale e artistica.

Pretenzioso e giudicante nel suo ruolo sociale di critico, editor, saggista, è sempre più un anello mortifero di una burocrazia spietata, che lo accetta e lo ingloba come acuto analista e in realtà lo lascia delirare oberato dai suoi spasmi di redenzione del gusto intangibile delle masse che però corrisponde sempre e solo al suo. Una qualità intima e per elezione e illuminazione.

 

Represso nelle scelte da una formazione “alta” conseguita per guardare con vertigine l’insensato trespolo che ha raggiunto, massacrato dalla propria scolarizzazione senza afflati, senza drammi e rivolte e quindi senza scopi precisi che non fossero quelli di corrispondere ad un’ortopedia statale e famigliare nel conseguimento di inutili diplomi che certifichino un medagliere polveroso, corroso dall’incapacità di pensarsi per quello che è, un sonnacchioso ameboide senza vita, stritolato dal piumaggio di  un verboso vocabolario foraggiato da esangui tecnicismi, lo spettatore pretenzioso  e il funzionario colto rimpiangono il migliore dei mondi possibili scordandosi l’urgenza del mondo contingente.

In questa follia di lagnanze  Don Matteo dovrebbe avere una psicologia dostoevskiana, la casalinga dovrebbe discutere con il marito disoccupato della lotta di classe mentre risolvono equazioni, frequentano vegani  e si educano vicendevolmente ai diritti di: animali, donne, immigrati e altri alieni  del teatrino del ” se non ora quando”.

In questo universo immaginifico che vive solo nei livori pedagogici del funzionario e della sua cerchia microscopica, la cui massima aspirazione è organizzare un festival, la televisione dovrebbe educare ad una redenzione del gusto, aprire la mente a colpi di True detective, instillare un “dubbio”, svolgere ” il ruolo di servizio pubblico”, educare ” alla lettura”. Tutte spanate e appassite fanfare tra il politico e il sermone che dimenticano ad esempio la specificità del mezzo o la ricordano troppo.

 

Ciò che resta sembra la solitudine di un re senza regno e corona che per non morire di nenia e per provare a superarsi, parlare a qualcuno lì fuori,  ha creato i suoi sudditi, i suoi nemici e i suoi artisti, il suo ricettario di banalità profonde da spacciare come sedativi per le ansie di chi rincorre il palco d’onore per sfracellarsi nello scantinato ma sotto i riflettori anche se spenti.

 

 

 

Her, sonnambulismo lounge.

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Her conferma  l’affermarsi sempre più radicale di un cinema di packaging, un cinema Ikea, in cui lo scopo spesso riuscito è confezionare in maniera impeccabile un prodotto di consumo che abbassi il livello estetico ed emotivo di uno spettatore che è tale proprio perché da non disturbare troppo ma da assecondare e perturbare con quello che già conosce: un sentimentalismo lubrificato e digestivo.

Uno spettatore talmente annoiato dal suo quotidiano che vive un perpetuo rimando ed è incapace di farsi una ragione del presente alla ricerca di qualche distillato di alienazione for dummies per attribuirsi una profondità emotiva e abissi interiori non da oceano ma da piscina. Affogare in una tinozza che lo faccia partecipe del connubio sentimento/profondità, entrambi in forme mignon o bonsai.

Una storia che funziona ancora meglio se confezionata come futura, eliminando così la pesantezza del contemporaneo e rifacendosi ad autori davvero perturbanti, Dick e Ballard, di cui si sceglie l’atmosfera e si eliminano gli spigoli.

In un futuro di certezze la prima è che non esisterà conflitto sociale ma solo squilibri privati: uomini senza problemi pratici anche se marchiati dal sentimentalismo appiccicoso e limitante degli ebeti, troveranno il lavoro che sviluppi al meglio il loro talento e il loro lato femminile, guardando nello schermo con un muso soffice da cani san bernardo e scrivendo finte lettere d’amore e cartacee nell’epoca della mail. Manca solo il piccione viaggiatore ma non è escluso che ci sia. Sono anche stimati dal capo ufficio, facile alla commozione e poco propenso al mobbing. Ma tanto alienati, un cataclisma di solitudini con luci al neon, gioia per gli altri e zavorra per loro: schiacciati dalla loro unicità e desiderio, ritrosi e timidi, perfetti per il pubblico femminile propenso al soccorso mammario.

Il loro l’unico problema sarà come gestire al meglio la propria noia privata, che diventa pure la nostra purtroppo, dandole una parvenza di tenue fastidio che rafforza la convinzione di essere unici, soli perché in un mondo che non ci vuole più.

Noi pubblico intanto godiamo abbindolati da un intreccio che stimoli sonnambulismi mai catartici o definitivi e ci consoliamo senza la radicalità dell’istinto che ci contraddistingue e del sociale nella sua forma più pura che ci tocca ogni giorno ovvero il potere.

Consumiamo questa purga anestetica in stiracchianti pomeriggi da disoccupati o in serate mondane post aperitivo dove la digestione facilita la fuga sentimentale nel buio della sala.

Un target perfetto per lo stereotipo della coppia di quarantenni in crisi perpetua, anche gay, litigiosi per inerzia e ad oltranza e riconciliati nel film carino. Un universo appagato di solerti consumatori di leisure adolescenziali per adulti, dal gastronomico al reading ma sempre su un letto o di rucola o di fetida pietanza jazzata, che si compiacciono di un film così “originale”. Un universo di single lacrimevoli per stipsi più che per simpatetico sentire e orfane di figliolanza anche a cinquant’anni o almeno di maschio rapinoso e cavaliere, che ritrovano nel faccione bonario del protagonista l’uomo salvabile.

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Oppure macrocosmo di pornomani che si riscoprono per una sera sentimentali e si riconoscono nell’alienazione tecnologica. O il più classico e collettivo narciso che smanetta dischi in ex balere di provincia e feste private, musico con un proprio seguito. Tutte fondamentalmente declinazioni contemporanee del solipsista a libro paga parentale che si annoia e annoia con sulfuree velleità artistiche spacciate come espressioni originali dell’io, il suo.

Un cinema confezionato bene e di massa, che percorra un arco ampio di storie possibili che vanno dall’orrido Winterbottom di Codice 46, al pruriginoso prodotto per catechiste con vampe e singulti di palpito, Shame.

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Un cinema che esiga abbandono nella partecipazione emotiva, la resa come vuoto a perdere di se stessi, l’ assopimento in un mammario liquido amniotico di prodotti emotivi similari e contigui, un cinema che aiuti a sentirsi partecipi, che porti al ruttino estetico e a riconoscersi in qualcosa di unico e in realtà serializzato alla fonte sia esteticamente che eticamente.

La prima cosa con cui identificarsi è l’attore protagonista, stropicciato in volto e appendiabito perfetto di vestiti vicini, abbordabili, possibili. Dal punto di vista psicologico uguale alle imbelli vittime in platea che soffrono il suo stesso languore, tra il digestivo l’erotico e il sentimentale. Lo stesso moto di spirito confuso che scatenerà l’acquolina e sovrasterà lo spettatore  quando scruterà scaffali  e si preoccuperà nevroticamente del suo cibo e del suo vestiario, firmerà appelli per dovere, chiuderà gli occhi ascoltando il trio jazzato con un calice di vino da lui scelto in quanto consumatore attento di corsi da sommelier per elevarsi. Lui che sceglie il meglio cioè una cosa sola: consumare.

Gli ingredienti di questa brodaglia scambiata per acume profetico, futuribile,  con tutto l’armamentario ideologico, falso, dell’alienazione dell’uomo post moderno che si arrovella tra i propri sussulti senza grida, sono perfetti.

Come è perfetta la scelta degli abbinamenti di gusto in un panino Mcdonalds. Perfetti a tal punto da disorientare lo spettatore italiano colto ed estetizzante, massacrato dalla tv locale e infastidito dalla sciatteria dei nostri prodotti dove la cosa principale , l’immagine e il lavoro maniacale sulla stessa fatto da un gruppo di persone, è quasi sempre l’ultimo dei problemi o peggio viene dimenticato del tutto.

Questo invece è un prodotto pensato come un tutto che va dal video musicale, al marketing emozionale, all’interior design, dove tutto è debitamente mescolato grazie alla stratificazione di professionalità impeccabili, come ad esempio l’art director KK. Barrett , quello per intenderci degli indimenticabili non luoghi di Lost in translation.

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Professionalità  però le cui capacità potrebbero essere benissimo impiegate in contesti diversissimi dal cinema e anzi dove il cinema è quasi sempre un impaccio casuale: l’arredamento di un salone espositivo, una mostra evento, una sfilata di moda, l’apertura di un nuova catena di parrucchieri, l’organizzazione economica ed estetica e di consumo di un supermercato.

I costumi, insieme alle ambientazione da skyline perpetuo del film, di Casey Storm, sono l’approdo nostalgico in un futuro di continui richiami al passato: nessuna spietata freddezza metallica, nessun contrasto, nessuna spallina mascolinizzante come in Blade Runner, ma colori auto evidenti, braghe ascellari ottocentesche, prodotti consolanti, caldi.

Non a caso la fotografia si ispira al pestilenziale fotografo giapponese Rinki Kawauchi, esteta lounge del sovra viraggio e della messa a fuoco, con sfondi tenui impalpabili e sbiaditi sinonimo collettivo di chissà quali esplorazioni nel territorio del bello e del profondo, tra l’haiku il mistico e la dimenticanza purché tutto solo accennato.

Scenari da centro massaggi, giardino zen e centro estetico rotti però dai colori, colori per facilitare il focus dell’attenzione dello spettatore: camicia,bottiglia, gadget,particolare urbano.

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Ed è bello farsi cullare dall’ebetismo estetico di questa complessità pianificata e serializzabile, dove la metropoli è consolante come un salottino Divani e Divani e lo shock emotivo di noi imitatori stanchi ci lascia uno spazio di libertà che è solo quello di comprarci mobili uguali a quelli del film.

E’ bello essere parte integrante dell’unica cosa che conta davvero: la particolare forma di irrealtà che il pubblico può essere indotto a comprare. (Il paradiso in Terra, Christopher Lasch)

Smetto quando voglio, ma almeno sbrigati.

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Smetto quando voglio nasce come film nuovo, come rilancio o meglio aggancio di un immaginario cinematografico di intrecci e trame che si muove altrove – l’Europa, l’America. Dovrebbe così costituire un modello per fare ridere in un momento di crisi, intento salvifico dal momento che non c’è niente di meglio che assecondare la decadenza anziché cercare di combatterla, consapevoli che è volgare e controproducente strombazzare dogmi in epoche estenuate come questa.

Film interessante dunque, come interessanti sono le reazioni che ha smosso, opera che nasce come sfogo e reazione, ed è a sua volta frutto di un’ ossessione citazionista, di modelli non imbrigliabili ma golosamente invidiati e cercati, che creano, volenti o nolenti, il nostro immaginario di consumatori  “colti” e i nostri rimpianti e aspirazioni di italiani condannati alla fiction nazionale. Così Smetto quando voglio  esprime una necessità sentita da tutto l’ambiente del cinema italiano, umiliato in questi anni dal Sistema o almeno sempre zavorrato dai fantasmi del sistema stesso, dai sistemisti tutti. Funzionari, produttori, complottatori di ogni risma e affaristi, tutti il più delle volte immaginati e inesistenti (magari ci fossero nel pantano alcuni nemici veri),  coagulati intorno al mistero e all’alveo di istituzioni kafkiane, la Rai su tutte, che alimentano paranoie proprio per la loro poca trasparenza, frutto però di pigrizia e sciatteria e non certo di un diabolico piano. Anche qui magari.

Chi ama Breaking Bad infatti difficilmente ama Don Matteo –in un certo senso sbagliando di grosso, mancando cioè completamente l’importanza rivelativa del contingente e disprezzandolo proprio per quello che è: un orrore reazionario e consolatorio che anche solo per questo è una cosa importante.

I giovani, in Italia categoria inventata dai vecchi e tragica perché emendata da ogni rabbia e imbrigliata nell’ambra della nostalgia anche di quarantenni che si sentono tali, si sa, aspirano alla “qualità”.

Tanto più pregnante quanto più generica, perché improponibile nella realtà che ci circonda, e quindi vagheggiata nell’America e nei suoi migliori prodotti. Questa fuga nell’altrove ci evita qualunque riflessione sull’accanto, sull’accanto più intimo, quello delle radici, quello che si potrebbe chiamare addirittura Noi, anche perché permette la riattivazione perpetua di un discorso da “esperti” – con l’analisi di aspetti specifici e divisivi: la regia, i dialoghi, le ambientazioni.

Analisi puntuta e colta ma ultima frontiera, la più solida e radicata, dell’ignoranza dei laureati e delle loro categorie sclerotiche e analitiche senza alcuna presa e utilizzo possibile: sapere tutto sul montaggio di Breaking Bad ma dimenticarsi dei rifiuti tossici nell’orto della nonna. Uno spiaggiarsi senza troppe tragedie e un dimenticarsi di sé come soggetto collettivo e politico. Un diventare invece cani assonnati e bastonati che, non a caso,  ascoltano i pessimi e soporiferi “Cani” furbetti del quartierino capitolino.

Dove viviamo e perché diventa un « almeno viviamo»,  godendo dei prodotti visivi di Paesi dove le professionalità sono altre, i modelli industriali e il loro humus, i soldi, sono ben altri e via così discorrendo. Un discorso spanato tutto fondato su aspirazione  e lagnanze ridotte poi a concreti dialoghi alla Friends.

L’ammissione della resa, copiare direttamente da lì, come fa Smetto quando voglio, diventa davvero in questo quadro l’inerzia conclusiva ma anche un colpo, un sussulto, di genio, la mèta di un dibattito critico senza critica, un rimpianto del «si potrebbe… si dovrebbe…» che per la prima volta prova a fare qualcosa: copiare appunto.

Un piccolo plagio è l’anima creativa del film. Dimenticando la natura debilitante e al tempo stesso ricca del nostro cinema, e cioè la ricerca di ossessioni autoriali, la produzione di prototipi sgangherati e antieconomici, la lezione di grandi registi rivelatisi anche degli smorti monumenti a se stessi e a loro insaputa (Moretti) la ricerca ossessiva di un cinema popolare in realtà per signore del circolo del bridge pronte alla commozione indotta (Ozpetek), la coltivazione di pensose minoranze “vittime del sistema” e investite da una missione sacrificale che le veda  immolarsi al sacro fuoco del messaggio meglio se politico e sociale e per pochi intimi amici (Gaglianone, ma anche molti altri).

Una ricchezza poliedrica che viene finalmente considerata un limite – e lo è, ma è anche il vero carattere di questa industria allo scatafascio.

E tuttavia, nonostante i lodevoli proponimenti, il  risultato di Smetto quando voglio –  come sempre accade quando l’intento è troppo pianificato – resta distante dal progetto iniziale e dal progetto di rinverdire il giardino con linfa nuova. Il film comico risulta in molte sue parti tragico, testamentario. In ritardo, certo, ma capace di chiudere un’epoca del tutto; simile, in questo, alla Grande Bellezza.

Due film ultimi.

In Smetto quando voglio il presepe di attori quarantenni risulta un carrello di bolliti, talmente vecchi da esigere un solo vecchio nel film, riproposti oltre il tempo massimo e mai vittime da vvero della società di anziani che infatti sono spariti dal film. Qualunque genitore in un film così potrebbe risultare un insulto, un richiamo giovanile che affosserebbe del tutto questi catorci che si vogliono giovani. Una censura inconscia ma rivelativa: i vecchi, i padroni, i potenti, i genitori e la loro inconsistenza famelica, non esistono.

In più  quell’immaginario comico si è esaurito non da minuti ma da anni. Come se fosse stato spolpato e saccheggiato dalla realtà, come se il confine tra lo schermo e la realtà fosse saltato e quest’ultima fosse ormai più comica, più serializzabile, più recitata del film. Noi tutti più personaggi di loro, residuali nella palude più di loro e invasi dal loro linguaggio che è diventato da tempo il nostro linguaggio quotidiano.

Sempre meno persone, sempre più personaggi.

Tragico e imbarazzante, in particolare, è il volto gommoso e inespressivo dell’attore protagonista, con una mimica tra il trancio di pesce spada e il pongo, eterno giovane diventato rugoso per forza di gravità e inerzia. Mai per pensiero.

Tragica e anestetizzante la coralità di improbabili soliti ignoti, inesistenti, scarni e sdentati per necessità di copione, ma in realtà cultori del colluttorio e ben pasciuti.

Tragico e annichilente il mondo di una società fantasmagorica e in attesa, senza spigoli veri e quindi senza alcun appiglio comico, in cui gli immigrati offrono lavoro agli italiani laureati e questi ultimi lo accettano pure. Magari. Un popolo intimamente razzista che così si perdona e si riscatta in vittima comica. La sospensione del contemporaneo per una fantascienza senza alieni ed invasori.-

Tragica l’estetica da grande distribuzione Conad,artificiale come la foto di un panino McDonald, non frutto del deserto californiano ma di una Roma pastasciuttara diventata, ma mai fino in fondo e senza alcuna cattiveria, un lunapark da racconto dell’orrore di Lansdsale.

Tragico l’utilizzo del Drone, ultimo gadget da cazzoni, che sorvola la città e nonostante questo la manca sempre, alla ricerca di un’anima metropolitana che è altrove, in altri film e mai su Roma che non è una metropoli.

Tragica la recitazione dei comprimari con la figura davvero commovente di Sermonti, un naufrago, un  sopravvissuto alla fiction più devastante ed importante dell’ultimo ventennio ed eterno vacanziere deambulante prestato alla recita che, lasco come un elastico di mutande troppo usate, è ancora entusiasta di trascinare, tra una battuta e l’altra, l’insulsa fisiognomica da ultimo Elvis senza tragedia, annacquato, stiracchiato, senza chitarra e costume. Lì per caso o per sbaglio.

Tragica e misogina, da società tribale, la figura delle donne nel film, o tutte escort o peggio matrigne castratrici come l’indomabile compagna del protagonista, incarnazione della cagacazzi paradigmatica e, almeno nel film e nella parte che le è stata scritta, imitazione stanca dell’urlatrice e sacerdotessa dell’ordine, madre del genere, Laura Morante.

Tragici i modelli registici, il muffito Marco Ponti ma soprattutto il primo Guy Ritchie di Lock and Stock, con quindici anni di ritardo.

La cosa davvero positiva è che durante il film qualche risata ce la siamo fatta, consapevoli di essere ormai noi stessi parte del film e della sitcom che ci ha formato, Friends, e di tutti i prodotti ad essa correlati. Una continuità  inestricabile tra ciò che vediamo lì sopra e ciò che pensiamo. Un prodotto che ha travalicato gli schermi per diventare la nostra vita, il nostro linguaggio, il nostro dialogare , il nostro ritmo da spasmo su un divano sdrucito a dimenticarci di tutto ma per prima cosa di noi.

Mentre era al volante, Miller udì nella sua testa la voce di sua moglie che lo tacciava di essere un buono a nulla. In genere, il pensiero di sua moglie e il ricordo della sua voce erano cose su cui non gli andava di rimuginare. In quel momento, però, con sua moglie morta e stecchita nel bagagliaio della macchina, quel pensiero non era poi tanto male”  Joe Lansdale

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Rivolta sociale imminente e certa

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Partiamo da un dato di fatto: oggi la pubblica amministrazione italiana è il peggior pagatore dell’Unione Europea.

La Commissione Europea è pronta, già dal prossimo lunedì, ad avviare le pratiche per la procedura di infrazione nei confronti dell’Italia per la mancata applicazione della direttiva sui ritardi dei pagamenti della pubblica amministrazione. 170 giorni di media contro i 30 prescritti dalla direttiva europea.

Dove sono finiti gli stanziamenti lacrime e sangue di Monti? Nessuno lo sa.

Solo per gli interessi di mora pagheremo cifre pari ad un anno di Imu:  sui tre quattro miliardi di euro.

Secondo i dati dell’Eurispes per il 74% della popolazione è diventato impossibile risparmiare, per il 29% è difficile far fronte alle rate del mutuo o al canone d’affitto. Il 70% degli italiani ha constatato, nel corso dell’ultimo anno,  una perdita del proprio potere di acquisto. Il 36. 3% degli italiani si trasferirebbe all’estero per cercare opportunità lavorative, il 75. 6% non si sente sicuro del proprio posto, il 63. 4% non può fare progetti per il futuro.

Questa settimana la Fiat ha cambiato il brand, la sede legale, la sede fiscale, diventando di fatto una società non italiana. Electrolux ha proposto al sindacato italiano un taglio dell’8% delle retribuzioni nette e del 20% del trattamento complessivo. La minaccia è quella di spostare tutta l’attività produttiva altrove come è già successo nel distretto industriale delle Marche che è praticamente fallito.

Il premier Enrico letta twitta : ” Dati istat sul lavoro a dicembre. Per la prima volta, dopo un bel po’, un miglioramento. Ulteriore spinta a fare del lavoro la priorità 2014″.

Naturalmente si tratta di una balla con la solita tecnica di dare solo dati parziali: a dicembre 2013 gli occupati sono 22 milioni 270 mila, in diminuzione dello 0,1% rispetto al mese precedente (-25 mila) e dell’1,9% su base annua (-424 mila) .Ma il numero di disoccupati, pari a 3 milioni 229 mila, diminuisce dell’1,0% rispetto al mese precedente (-32 mila) mentre aumenta del 10,0% su base annua (+293 mila)

Inoltre Il numero di individui inattivi tra i 15 e i 64 anni aumenta dello 0,4% rispetto al mese precedente (+51 mila) e dello 0,3% rispetto a dodici mesi prima (+46 mila). Il tasso di inattività si attesta al 36,5%, in aumento di 0,1 punti percentuali in termini congiunturali e di 0,2 punti su base annua.

Questa banda di criminali ci sta portando al disastro strutturale, l’unica cosa che gli resta da fare è l’assalto terminale alla diligenza spolpando le risorse rimaste: Cassa Depositi e prestiti, Banca d’Italia ( sette miliardi e mezzo di euro regalati alla banche controllate dalla Fondazioni in mano ai politici e fuori da qualunque obbligo di presentazione di bilanci certificati) e aumento inverosimile della tassazione sugli unici beni che possono realmente monitorare cioè la casa. Anche se in Italia risultano ancora 1 milione e mezzo di edifici ignoti al catasto.

L’ultimo dato sull’emigrazione dalla Penisola nel 2012 ci dice che è passata dai 60.635 cittadini del 2011 ai 78.941 del 2012. Gli uomini erano il 56% contro il 44% di donne, e si conferma la preponderanza di giovani: gli emigrati della fascia di età 20-40 anni sono aumentati in un anno del 28,3%, alimentando quella che viene definita “la fuga dei talenti” che nel 2012 ha costituito il 44,8% del flusso totale di espatrio.

La rivolta sociale da parte di quelli che restano e appartengono a  tre generazioni di precari senza alcun futuro, senza diritti sociali e senza possibilità di risparmio,  è imminente e certa.

Il declino in dati: ultimi tre mesi.

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Sarebbe giusto ogni settima fare il punto preciso sulla situazione italiana visto che tutto sta sfuggendo di mano a questo manipolo di incapaci.

La nostra disoccupazione giovanile è al 41,6%, quattro punti in più rispetto al novembre 2012, una soglia mai così alta dal 1977. A livello di previdenza nazionale abbiamo 1 miliardo di ore di cassa integrazione e un allarmante aumento del 32% delle domande di disoccupazione nei primi 11 mesi dell’anno appena trascorso pari ad un totale di 2 milioni di persone.

I giovani inattivi sono nel complesso 4.424.000, in aumento dell’1,9% (+81 mila) rispetto al novembre 2012.

Il tasso di inattività dei giovani è pari al 73,7%.

I disoccupati a novembre erano 3.254.000 in aumento di 57.000 unità rispetto all’ottobre (+1,8%) e di 351 mila unità rispetto a novembre 2012 (+12,1%).

Il tasso di disoccupazione complessivo è al 12,7% al livello massimo dal 1977 anno di inizio delle serie storiche trimestrali (dati dell’8 gennaio 2014).

Il governo Letta da quando è in carica ha modificato la tassazione sulla casa 39 volte e ad oggi 9 gennaio 2014 visto il ripensamento di scelta civica non si sa ancora che tipo di tassazione si avrà. Saccomanni  ha ieri paventato l’ipotesi di dimissioni, nessun quotidiano nazionale ha riportato questa notizia.

La propensione al risparmio delle famiglie italiane è aumentata dal 6,6% all’8,6% rispetto al terzo trimestre 2012. Quest’ultimo dato rende impensabile qualunque ipotesi leggendaria di crescita, mentre attiva la retorica demenziale degli editorialisti economici incompetenti e incapaci dei nostri quotidiani che vogliono farci credere che gli italiani siano propensi a risparmio, stessa retorica insopportabile e oscena dell’italiano brava gente.

Il nostro ministro delle finanze ha annunciato, mentendo in primo luogo a se stesso, che la ripresa è dietro l’angolo nel 2014 e che noi pagheremo meno tasse.

Questo tre giorni fa, mentre ieri si è ripresentato di fronte alle telecamere per annunciare un ennesimo aumento dell’imposizione sugli immobili,Mini Imu, ennesimo perché appunto si tratta della 39ª volta da quando il governo è in carica che questa tassa viene cambiata.

Nessun quotidiano nazionale ha riportato in prima pagina questa notizia.

Le motivazioni per questo cambiamento sono state ridicole: “la natura federale” nel concedere ai comuni più gettito da “articolare” a “vantaggio” dei cittadini. I deliri di un folle o il tentativo di vendere altre tasse ma fingendo come in un film di Totò .

La verità la sanno tutti: la mini imu serve per andare a tappare, solo parzialmente,  l’ennesimo buco della gestione comunale di questi ladri banditi parassiti che hanno portato al tracollo le amministrazioni locali: la settimana scorsa la sanità del Lazio è ufficialmente fallita, il piano di rientro è stato bocciato dal ministero e si dovrà provvedere al più presto al taglio di 900 posti letto nella sola Roma.

Nessun quotidiano nazionale ha riportato in prima pagina questa notizia.

Il ministro si è definito in conferenza stampa  un “mero esecutore” ed essendo persona seria immagino che si dimetterà non oltre fine gennaio.

Al suo posto un renziano che dovrà raccontare qualche balla e perdere tempo per arrivare al semestre europeo in pieno default e tentare lì di ridiscutere il fiscal compact ammesso e non concesso che le rivolte sociali non accelerino un processo di commissariamento del paese da parte dell’Europa e della Fed.

Amico David Foster Wallace

DavidFosterWallace1Non ho la pretesa di esaurire il mio rapporto da lettore con un autore così complesso nelle poche righe di un articolo per un blog.

Quello che mi resta dopo aver letto qualunque cosa di Foster Wallace, sia un saggio sia un romanzo sia un racconto, è la sensazione di spaesamento che ritrovo non tanto in me lettore quanto in lui scrittore. Ed è legittimo leggere Foster Wallace come se fossimo noi a scrivere perché è proprio lui a dirci che lettura e scrittura sono la stessa cosa.

Senza ricorrere alle facili scorciatoie biografiche, per le quali il suicidio dell’autore sarebbe la prova provata di tutta l’angoscia della sua scrittura, scorciatoie che lui stesso avrebbe odiato nella disamina dell’opera di un autore , è però davvero inutile leggerlo cercando sempre di rimuovere il fatto che si sia suicidato. E allora diciamolo subito: Foster Wallace fu trovato impiccato dalla moglie alle nove e mezza di sera nella sua casa di Claremont , California.

Per dirla alla Wallace, lo scrittore si trasferì in questa casa nel 2002, costruita nel 1956, la casa ha due garage dove Wallace ha costruito il suo ufficio, un sistema di energia solare sul tetto e persino tre grandi aree giardino ma deserte. Wallace si impicca nel patio, a settembre 2008 e Green mette in vendita la casa nel gennaio del 2009 per la cifra di 575.000 dollari. Eccetera. Qui Wallace avrebbe inserito note sulle diverse tipologie degli impianti solari, sulle tipologie di costruzione e sulla storia del patio in California, sull’andamento del mercato immobiliare americano nel 2009 e sulla tempistica dell’asfissia nella morte da soffocamento e da strangolamento, sulle teorie psicoanalitiche delle famiglie disfunzionali in cui una madre vedova abbia trovato il marito impiccato e lo debba raccontare al figlio.

Avrebbe cioè tentato di arginare la complessità delle mille sfaccettature possibili e dei mille punti di vista anche solo di un microcosmo, un caso isolato e di cronaca, la morte di uno scrittore, la sua morte.

Ma il “problema Wallace”  è proprio in questa ricchezza poliedrica: quei mille punti di vista possibili si incarnano e trovano parole scritte in una persona sola, lui. Un universo sulle spalle di uno scrittore solo.

Ogni volta che mi metto a leggere Foster Wallace me lo immagino nel suo patio a cercare quiete e argini e limiti e perimetri e metterli poi in nota e accorgersi che non basta mai.

Di Foster Wallace a sorprendermi sempre è la sua razionalità e lucidità analitiche, fino alla sfinimento delle cose. Arrivare ai simboli che le possiedono senza esaurirne il battito,  in un tentativo sempre disperato di tenere il mondo nei confini delle proprie parole ma parlate da altri: personaggi luoghi e teorie. E al tempo stesso ragionare sul senso delle parole stesse, le proprie, guardandosi dall’esterno.

Un lavorio costante sulla propria scissione.

Un tentativo filosofico prima ancora che artistico.

Usando un autore che lui amava molto, si può dire che Foster Wallace tenti di essere in ogni pagina della sua scrittura nevrotica il primo e il secondo Wittgenstein ma contemporaneamente.

Immergersi fino in fondo nel ” problema Wittgenstein” ( leggere in proposito Il plenum vuoto in Di Carne e di nulla) fino a inabissarsi con lui. Ma inabissarsi dove di preciso e perché?

Essere cioè il Wittgenstein “robotico” del Tractatus in cui linguaggio e il mondo hanno una logica comune che ne rende possibile il rapporto a patto che proprio la logica che innerva le cose sia solo mostrata nel linguaggio stesso che a sua volta esprime un mondo come insieme di dati inermi.

E al tempo stesso essere il Wittgenstein “umano” delle Ricerche Filosofiche, in cui i giochi linguistici rendono giustizia alle sfaccettature del mondo, alla sua complessità irriducibile in consolanti tassonomie.

Ora alla base di questo approccio al mondo c’è l’idea che Wallace ha dell’arte: l’arte come trasfigurazione della realtà, come capacità di costruire un percorso di senso all’interno di un materiale infinito e inerte: animare la galassia della complessità e creare vie e villaggi.

Quello che sorprende, che piega tutto il suo lavoro verso un dolore estremo, è la sensazione di leggere in Foster Wallace l’impossibilità di filtrare davvero le cose del mondo, di dimenticarle e lasciarle andare  e soprattutto di preservarsene, schiacciato sia come lettore che come scrittore da uno strabordare continuo di fantasmi, un’eccedenza di senso e di sentimento, marchingegni che girano a vuoto nell’insensatezza e spiegano però tutto.

Un’invasione aliena di un esercito di simboli della cultura scientifica e  pop e della televisione, dello sport e della pubblicità, un esercito muto che avanza con il proprio carico sentimentale e di consumo e con la violenza di uno scopo ma intangibile, di uno starnuto direbbe Wallace. Cultura popolare o scientifica che avanza dal sottoterra della semantica per invadere ogni possibile utopia anche quella  risolta e strutturata, ogni spiegazione chiusa.

Al centro di tutto lui, un argine che sobbalza in digressioni spaziali e temporali e si crepa di continuo, espandendo il testo in note e note delle note, una rincorsa alla definizione, alla bellezza della matematica sbeccata dai percorsi di senso inventati dalla sua, unica, arte, crepaccio per tuffarsi in una vertigine liminare.

L’incapacità di dimenticare, accantonare, lasciar andare, che si accompagna sempre con il suo opposto: un’esuberanza che cerca la morte, una roccia che cerca la sabbia, un’ironia che denuncia chi ride.

Verso Occidente l’Impero dirige il suo corso e a percorrerlo e abitarlo, una serie di personaggi fumettistici ma reali, raccontati da un fantasma che si scopre tale solo se compie il gesto che, paradossalmente, lo incarna e rende presente a se stesso: scrivere.

“Che tu possa cavalcare felice e beato sul dorso del più maestoso eccetera” amico Wallace, anche per tutti noi, me per primo.

Still life: amato poi.

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Still Life sembra avere un grande pregio: cogliere l’essenza della solitudine e non drammatizzarla ma renderla poesia. Non poco davvero se si pensa ad una  civiltà, la nostra, basata sull’intrattenimento della televisione, la sua semplificazione manichea, tutto dovuto e consumato, anche il dolore , nel mondo del diritto ad essere intrattenuti ad oltranza , quasi un dovere, quasi un destino.

Questo omuncolo si compiace di essere poetico e ci riesce, appieno. Paradosso di un uomo solo, sempre più solo, destinato a condividere con se stesso la propria bontà nell’ipocrisia degli altri, tutti quanti, non nel loro giudizio, ma nella loro acuta, per lui,  e scontata, per loro, indifferenza. Ci sei o non ci sei per noi è uguale.

Foster Wallace chiamava certi uomini il mucchio catatonico, si riferiva a dei romanzieri la cui arte esangue era una conferma della loro, solo loro, umanità. Ma non è questo il caso del film in oggetto, il personaggio apparentemente catatonico si libera negandosi, esangue ed emarginato dalla società della performance  riacquista una dignità, una dimensione partecipata e affettiva solo tra i morti.

Di cui, unico, sa prendersi cura.

Amato poi proprio da loro.

È come se il film ci dicesse e ci confermasse che i grandi sistemi non sono in fondo che brillanti tautologie, l’originalità del dover essere si riduce ad inventare termini e prassi, seppellire gli ignoti senza memoria, poiché non vi sono che tre o quattro atteggiamenti davanti al mondo e più o meno altrettanti modi di morire, le sfumature che li diversificano e li moltiplicano dipendono solo dalla scelta di chi li ricorda.

E lui, l’eroe grigio di Still life, li ricorda tutti.

Con la propria generosità e coscienza e per coscienza si intende il riconoscersi come umani, nonostante e ogni giorno.

Nonostante persino la morte

Questo personaggio non potrebbe vivere dopo aver decimato le proprie superstizioni, la propria necessità di aiutare l’ignoto non in quanto relazione, non in quanto amabile e amicale e dovuta conoscenza degli affetti , ma solo in quanto essere: essere umano.

E se questo kafkiano rimasuglio che diventa eroe potesse parlare,  sarebbe così dignitoso da ascoltare , consapevole che seppure si è fuori moda e quindi dimenticati e lasciati andare ,  si è ugualmente.

Grazie ancora, Woody.


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Scrive Woody Allen: “Volevo scrivere per il teatro non pensavo assolutamente di fare l’autore comico. La spiegazione, così mi sembrava, era di scrivere quello che aveva scritto Ibsen  o quello che aveva scritto Cechov. Certo sapevo di avere un talento comico perché mi guadagnavo  da vivere con quello ma, pur continuando ad aver successo in quell’ambito, desideravo fare il gran salto verso territori più impegnati”

Anche nell’ ultimo film Woody Allen  c’è riuscito,  costruendo un personaggio di donna  marchiata dalla più acuta e intima menzogna. Non tanto un essere per apparire quanto un più radicale non essere per apparire in cui la protagonista continua a  negarsi ogni ipotesi di sconfitta per rimanere a dialogare, per sempre,  con il fantasma dei propri pensieri che la abitano e la vengono a  trovare senza andarsene più.

Raramente al cinema si riescono a vedere delineati così bene dei personaggi tanto sfarinati e che si danno a noi spettatori proprio nel momento in cui si perdono a se stessi. La difficoltà di scrittura di questo tipo di personaggio sta proprio nel fatto che continuamente, mentre lo si scrive, lo si mina, lo si ama  per sabotarlo, lo si costruisce per smontarlo.

La filosofia della protagonista è di tipo pragmatico ma senza più alcun pragma, un’idea calvinista del fare  impiantata  su un frasario ideologico come “i soldi creano i soldi”, una cantilena irreale e favolistica che è la base per il dramma dell’illusione e del sogno perpetuo, un dramma sempre e solo mentale: la completa mancanza di resa , la completa rinuncia al dolore, la negazione paradossale del limite, la volontà bacata che precede sempre la verità dell’evidenza.

Woody Allen ci regala un personaggio immenso, che sembra il risultato di tutte le ideologie consumistiche di salvazione che hanno nella manualistica  di guru faccendieri, più che nel calvinismo , i propri testi di riferimento: uno psicologo come Wayne W. Dyer o il tarantolato e miliardario Anthony Robbins, motivatori  e coach  della seconda possibilità ad oltranza , che diventa poi terza e quarta e poi così all’infinito, un bulimico rilancio nel futuro della speranza di sperare.

La protagonista del film è tragica non tanto per le sue dipendenze, non tanto per le  sue debolezze mentali da alcolista e sedata perenne, non perché subisce un destino, quanto piuttosto perché il suo destino è sempre un destino di domani mai un accumulo di fatti dati. Quel destino che è marchiato dalla memoria negata, è però salmodiato continuamente in una parola fantasmatica e muta, tragica perché rivolta a nessuno: ricominciare di nuovo a ricostruire la propria menzogna fino all’ingorgo, all’inceppo, fino all’ingranaggio strangolato.

In questo senso la forza del personaggio è proprio nei suoi gesti, una continua ricomposizione formale e fisiognomica per ricompattare un ordine che non esiste più: rimettere a posto la borsetta sul braccio, aggiustare la gonna, vestirsi come quando c’era l’opulenza data dal furto.

La ricomposizione del copro può fare da corazza all’invasione del presente e del passato, alla sua verità,  di lei che, come si capisce dal finale,  ha sempre saputo tutto, tutti i furti del principe azzurro.

Scrive Robbins nel suo “Manuale del successo nella vita nel lavoro” dal titolo “Come ottenere il meglio da sé e dagli altri”: “ll segreto del vivere bene è di istituire un equilibrio tra tutte le cose, ivi compresi i filtri percettivi di associazione dissociazione. Possiamo creare un’associazione e una dissociazione con qualsiasi cosa vogliamo. Il segreto consiste nel creare associazioni inconsce, cosa questa che c’è di aiuto in quanto possiamo controllare ogni rappresentazione che facciamo sorgere nel nostro cervello.”

Il controllo totale che ci cura mentendoci. Questa farsa ha proprio il suo punto focale nel potere delle credenze, non da smontare ma da alimentare, nell’uomo che si manipola da solo, realizzazione perfetta del consumatore che non va più nemmeno manipolato:  lo fa da sé e se ne compiace perché ne ricava un’identità consolata e fittizia.

Una nevrosi risolta, cercata, vista e accudita.

Solo così si sfarina l’identità che non è mai memoria. I luoghi dell’affetto sono i luoghi del consumo anche se non c’è più, la nostalgia non esiste perché non c’è nulla da rimpiangere ma tutto da sperare.

Non entrare mai in intimo contatto con il  proprio dolore non per negazione dello stesso ma per la sua inutilità in un cammino da redenti o redimibili.  Rimandarlo ad oltranza finché non ci ha piegato per sempre, come nell’ultima scena del film.

Piegati in un dialogo verso il vuoto, in una nostalgia di punti cardinali scardinati su una panchina dove chi ci sta accanto solo per caso e mai per affetto, pur di non ascoltarci, scappa.

Manipolazione secondo Chomsky

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Sebbene alcuni passaggi di questo prontuario presentino i classici errori della teoria informazionale e anche il limite della teoria critica di Adorno, primo fra tutti l’assoluta semplificazione e riduzione a pura passività dell’utente-spettatore e l’assoluta sopravvalutazione delle elite e della loro volontà  manipolatoria, alcuni punti di questo grande intellettuale sono essenziali  per capire le logiche manipolatorie non solo per finalità di consumo ma soprattutto per finalità di imposizione di temi all’agenda setting della politica e dell’economia. E cioè discutere di cose che si vuole vengano discusse per dimenticarsi di altre.

Il tutto attraverso una lenta e inesorabile capacità di fare abbassare la guardia e una semplificazione scambiata per pragmatismo che è invece ideologia pura . Come ad esempio l’infatilismo del linguaggio nel dibattito pubblico e la sua riduzione all’emotività  che corrisponde ad un infantilismo di pensiero che rende più facile ogni manipolazione.

1) La strategia della distrazione, fondamentale, per le grandi lobby di potere, al fine di mantenere l’attenzione del pubblico concentrata su argomenti poco importanti, così da portare il comune cittadino ad interessarsi a fatti in realtà insignificanti. Per esempio, l’esasperata concentrazione su alcuni fatti di cronaca

2) Il principio del problema-soluzione-problema: si inventa a tavolino un problema, per causare una certa reazione da parte del pubblico, con lo scopo che sia questo il mandante delle misure che si desiderano far accettare. Un esempio? Mettere in ansia la popolazione dando risalto all’esistenza di epidemie, come la febbre aviaria creando ingiustificato allarmismo, con l’obiettivo di vendere farmaci che altrimenti resterebbero inutilizzati.

3) La strategia della gradualità. Per far accettare una misura inaccettabile, basta applicarla gradualmente, a contagocce, per anni consecutivi. E’ in questo modo che condizioni socio-economiche radicalmente nuove (neoliberismo) furono imposte durante i decenni degli anni 80 e 90: stato minimo, privatizzazioni, precarietà, flessibilità, disoccupazione in massa, salari che non garantivano più redditi dignitosi, tanti cambiamenti che avrebbero provocato una rivoluzione se fossero stati applicati in una sola volta.

4) La strategia del differimento. Un altro modo per far accettare una decisione impopolare è quella di presentarla come “dolorosa e necessaria”, ottenendo l’accettazione pubblica, al momento, per un’applicazione futura. Parlare continuamente dello spread per far accettare le “necessarie” misure di austerità come se non esistesse una politica economica diversa.

5) Rivolgersi al pubblico come se si parlasse ad un bambino. Più si cerca di ingannare lo spettatore, più si tende ad usare un tono infantile. Per esempio, diversi programmi delle trasmissioni generaliste. Il motivo? Se qualcuno si rivolge ad una persona come se avesse 12 anni, in base alla suggestionabilità, lei tenderà ad una risposta probabilmente sprovvista di senso critico, come un bambino di 12 anni appunto.

6) Puntare sull’aspetto emotivo molto più che sulla riflessione. L’emozione, infatti, spesso manda in tilt la parte razionale dell’individuo, rendendolo più facilmente influenzabile.

7) Mantenere il pubblico nell’ignoranza e nella mediocrità. Pochi, per esempio, conoscono cosa sia il gruppo di Bilderberg e la Commissione Trilaterale. E molti continueranno ad ignorarlo, a meno che non si rivolgano direttamente ad Internet.

8) Imporre modelli di comportamento. Controllare individui omologati é molto più facile che gestire individui pensanti. I modelli imposti dalla pubblicità sono funzionali a questo progetto.

9) L’autocolpevolizzazione. Si tende, in pratica, a far credere all’individuo che egli stesso sia l’unica causa dei propri insuccessi e della propria disgrazia. Così invece di suscitare la ribellione contro un sistema economico che l’ha ridotto ai margini, l’individuo si sottostima, si svaluta e addirittura, si autoflagella. I giovani, per esempio, che non trovano lavoro sono stati definiti di volta in volta, “sfigati”, choosy”, bamboccioni”. In pratica, é colpa loro se non trovano lavoro, non del sistema.

10) I media puntano a conoscere gli individui (mediante sondaggi, studi comportamentali, operazioni di feed back scientificamente programmate senza che l’utente-lettore-spettatore ne sappia nulla) più di quanto essi stessi si conoscano, e questo significa che, nella maggior parte dei casi, il sistema esercita un gran potere sul pubblico, maggiore di quello che lo stesso cittadino esercita su sé stesso.

Nessuno dei tre, la moda in bocca.

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Dovendo aprire la partita d’una legittimità nuova, scoperchiare cioè il sarcofago putrescente di un verminaio  di potenti incapaci di amministrare alcunché, in primo luogo il loro potere non avendo più soldi per comprarselo, questo trittico di contorni, offerti alle libagioni di un elettore illuso di nuovo di stare a tavola anche lui, mira solo alla conservazione di se stessi.

Conservazione di sé che però è impossibile per il campo di battaglia in cui si è scelto di apparire.

Il PD ha deciso, per la prima volta, di affrontare delle vere primarie rinunciando a quello che era il suo unico punto di forza: la coesione partitica, il silenzio assenso, la mostruosità della disciplina di partito che ha sempre garantito, a questa Chiesa, una permanenza almeno liturgica, con espulsi esclusi ed esiliati, una presenza museale  nel mercato della politica italiana:  moralizzatori fino a quando c’è stato il male, Berlusconi, o  sacerdoti  di un’ipotesi sempre più remota e nebbiosa,  la Rivoluzione, diventata poi “responsabilità di governo”, ovvero assaporare il potere  take away vista l’incapacità di conservarlo.

Le primarie quindi sono la follia finale di una Cosa informe che celebra il suo funerale negando anche la sua storia di rigore e di disciplina, il travaso di un immaginario televisivo che esige giovani fotogenici e il loro consumo mediale, rapido e indolore.

Naturalmente questo guazzabuglio sublime, troppo profondo e radicato, questo guazzabuglio che siamo noi, privi di una storia che non sia nostalgia parcellizzata in frammenti mediali di Drive in o di film, oggetti e mode, un guazzabuglio che ci dà un’identità poliedrica e frolla radicata più in Starsky e Hutch che in Gramsci ,  è troppo profondo per avere delle ragioni reali, delle prassi condivise, e per durare.

E’ solo nostalgia di frattaglie senza una ricostruzione lineare.

Come avere cioè un linguaggio che resista, che vada oltre l’inerzia dello slogan, la follia del repertorio che ognuno di questi ci propone ogni volta corredato di claim: Rottamare, Generazione Erasmus,  Meritocrazia, Libertà, Giovani?

Ha infatti una logica spietata questo linguaggio,  visto che vi accondiscende e può esistere solo al suo interno: il consumo.

Ha  cioè le trasmissioni contate,  massimo tre eventi televisivi e un biennio. E poi la caducità delle mode diventa la caducità di un’identità collettiva, politica.

Chi si ricorderà più di Renzi tra cinque anni?   O chi ricorderà ciò che dice e promette oggi?

Il Pd diventa ogni giorno più insipido nel suo trapasso e preferisce al funerale sontuoso ed eroico, in nome almeno di una storia che i troppi cambi di nome hanno sepolto,  una mesta dipartita come se anche il suo ricettacolo di singhiozzi, le sue mille evidenze sempre sconsolate, il suo moralismo piccolo borghese interessato a mantenere costante l’accumulo di un potere sfarinato ammantandolo di valori,  primo fra tutti la cultura con i propri famigli ad amministrarla, come se tutto questo fosse venuto a noia persino a loro, ai potenti.

Che infatti si suicidano esponendosi sempre di più al carosello mediale, piazzandosi sullo scaffale di un discount in fallimento, avariati appena consegnati.

I loro precetti irritano gli stessi attori che li pronunciano: non solo perché sono costretti a crederci ma perché ne intuiscono l’infondatezza e la caducità mentre li pronunciano.

Il passaggio della moda in bocca.

Recite che vanno dalle salmodianti parodie di un comunista, alle squisite interpretazioni da paninaro anni 80 spogliato della pesantezza del Moncler e reso simpatico dalla sua parlantina e dal suo agitarsi spasmodico, da raptus, travaso e scavallo di idiozia cristallina che supera la diga, venduta per impegno, volontà, analisi e soprattutto entusiasmo e futuro.

Come non sperare in un momento in cui non ci sarà più bisogno del PD?

Come non sperare in un tempo in cui cioè l’uomo della strada, turlupinato da questi furbi sciacalli, sfruttato per  la sua deprivazione culturale e esistenziale che nessuna Rivoluzione ha mai minimamente intaccato, sfruttato e ripiegato sulle sue ansie ormai economiche e rabbie per il non trovare mai la sua parola e  bisognoso almeno di un sogno, di una prospettiva, di un lavoro, di un posto nel mondo e anche solo di una consolazione o, come dicono loro,  di “una narrazione”, trovi finalmente una parola, la sua,  per designare i suoi abissi?

Come non sperare che  accetti l’ignoto per quello che è, ovvero scialbo come il noto? Senza il bisogno dell’inquietante trittico di marionette zelanti, con il ricettario pronto per ipotecargli il futuro prossimo almeno fino al voto?

Non esiste infatti insoddisfazione più profonda di quella di natura politica: i nostri fallimenti da elettori derivano proprio dalla nostra incapacità di concepire una scena diversa senza  ombre irrisolte, ameboidi, arrivisti senza arrivo.

Tutta la nostra pigrizia per adorarli è un’ insania a cui la ragione dovrebbe ribellarsi o arrendersi del tutto.

Farlo provando a conservare valori che sono assolutamente diversi da loro e, a differenza loro, sempre più incerti, più claudicanti. Ma ancora vivi. I valori dei diritti, dei doveri, della democrazia.

Riprendiamoci la volontà democratica e la dignità di non votarli.

Facciamolo almeno come consumatori non convinti dal sorriso smagliante , poco propensi a comprare da loro un’ auto usata che non ha i documenti in ordine, non ha una storia precisa, non ha le ruote per andare in una direzione.

Non saliamoci sopra. Sfracelliamoci altrove.

Volevamo essere: le cover band.

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Abbacinato dal contesto, la Locanda Blues, baita alpina sorta tra forre della Giustiniana, mi sono appollaiato sotto al palco a sentire il mio gruppo preferito: gli U2.

Ma non erano loro , ma imitatori malsani, afflitti dagli anni , simpatici signori di mezza età che nel dopo lavoro ci dichiarano: volevamo essere gli U2 ed eccoci qui.

Questi signori ad esempio suonano meglio dell’originale, il chitarrista è più tecnico e ha meno mezzi di the Edge, il cantante potrebbe sostituire Bono Vox se non fosse evidente la sua fisicità, il suo corpo non truccato e non abbigliato dai brand, con uno stile suo ovvero di tutti, un mix di Oviesse e alopecia: tutto l’insieme risulta patetico, assurdo e posticcio. C’è un sentore di muffa e di morte in ogni loro mossetta, in ogni nota. Sono la versione hard discount del mito, una sorta di Lumberjack al posto delle Timberland: ma non basta.

Nella cover band si riassumono molti motivi dell’arte e della vita in genere: la fortuna, il feticcio, lo star system, il camp.

E’ proprio nel camp chesi trova un motivo , il sangue e la vita della cover band. Se aveva ragione la Sontag a dirci che c’è un’estetica dell’orribile che è bella proprio in quanto orribile e che esiste un buon gusto del cattivo gusto, loro ne sono senz’altro l’incarnazione. Non per ribaltamento ma per straniamento, non quindi il kitsch ma la radicalizzazione dello spaesamento in cui imitatori sono a volte più bravi dell’originale eppure persi per sempre nell’iperuranio della dimenticanza o nell’esaltazione locale: i fan degli U2 che decidono di suonarli per partecipare alla loro grandezza e sono seguiti da un nutrito gruppo di fan dei fan degli U2.

Un’estetizzazione del quotidiano che diventa parcheggio di feticci, di ombre che imitano ombre.

Fenomeno che possiamo giudicare come mortifero o vitale a seconda del nostro grado di apocalitticità. Per me è vitalissimo e angosciante, come la visione feticistica di una reliquia in una chiesa barocca.

Non che gli originali, i veri U2, fossero dei veri paladini del buon gusto, ma sicuramente l’effetto aura di cui ci parla Benjamin e il loro tradimento in copie-feticcio, rendono tutto ciò mostruoso e affascinante insieme. Un’effrazione, un’apertura di campo, un gesto provocatorio di gusto proprio che scardina il gusto altrui amandolo.

La cover band è un’esplicitazione del costruttivismo strutturalista di Bourdieu: da una parte i musicisti si costruiscono un’identità propria che li riaffermi in quanto musicisti, originali artisti e unici, investire cioè il contesto di una valenza personale, le proprie facce ad esempio e il proprio incedere e suonare, il proprio abbigliamento e corpo, le proprie miserie umane; dall’altra sono condizionati e imbrigliati da una struttura, gli U2, il modello autonomo, la condanna e il mito. Condanna ribadita dall’entusiasmo della loro nicchia di fan: “siete meglio dell’originale”.

E in questo scarto tra il mito e l’evidenza di panze sfatte di quarantenni che zompano sul palco credendosi gli U2 , c’è tutta la vita di una possibilità mancata, di un sogno infranto che però la cover band ci permette di rivivere, loro e noi, in un diorama feticistico ricostruito qui, allo sprofondo della Locanda Blues.

Di nuovo e ancora, volevamo essere gli U2 o il loro pubblico e, sparendo nell’imitazione, li siamo.

Biblioteca nazionale.

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Nella sala Spettacolo della Biblioteca Nazionale c’è un grande pianoforte nero.  Sarebbe  naturale che suonasse, anche da solo e  ogni tanto,  in questa grande sala che è l’androne sconfinato di un condominio sovietico dove una volta, anche solo dieci anni fa,  spadroneggiava il bibliotecario meglio detto bibliotecaro, anfibio essere alieno, potentissimo e statuario nei suoi silenzi e nelle sue angherie. Oggi lui , lei, anestetizzati  dal silenzio, rinchiusi in un cataclisma di attese, appollaiati allo scoglio del loro bancone, svuotano solo carrelli elettrici, trasportatori di volumi dalle viscere, code di una macchina meccanica che sferraglia. Altrove, un mondo sotterraneo fumoso e pieno di fiamme ed energie a scoppio, dovrebbe avere persino un motore. Ma il motore non sono più loro.

A loro resta la nostalgia degli abusi, la libertà vissuta da sgherri, le ingiustizie e i sadismi che compensavano abbondantemente uno stipendio da fame e una condizione da portierato senza ruolo e forma, senza guardiola, ombre senza corpo.

Il loro sguardo acquoso ci ricorda un passato mitico, sospeso tra la contemplazione estatica degli spazi e il consumo di un tempo pesante e spesso, immobile, quello della loro giornata lavorativa, ripreso, salvato, rianimato da sporadiche richieste di ritiro volumi.

Il pianoforte vuole arredare il titolo della sala, incarnarne un senso , precisare l’apparato semantico, svelare un’ anima: Spettacolo.  E parte della commedia erano senz’altro loro, compagnia di giro formata da grandi interpreti del rimando, del cavillo, del distinguo, cesellatori spasmodici del particolare che intoppa, ricercatori certosini del granello di sabbia che schianta l’edificio.Loro, ex esegeti della scheda di richiesta.

Androne aperto e spaziato oltre misura, casuale hangar, dove il mutismo dei gesti è rotto dalle chiacchiere su ricette ed eventi sportivi non degli ingobbiti lettori ma  dei gestori. Unico segno di una vita che fu.

L’informatizzazione ha tolto l’arbitrio sadico di non capire mai calligrafie evidenti, puerili e gigantesche, leggibili anche da un primate addestrato, ha tolto la gioia di rimandare la richiesta nel gorgo dell ‘attesa, nel limbo davvero kafkiano  della dimenticanza dove c’era sempre viva una pur vaga speranza, ma solo per frustrarla meglio e dopo , la speranza del poi, la sospensione senza tempi precisi  nell’attesa. I libri non arrivavano mai, gli appelli e i desideri dell’utente, voglioso e curioso di ficcare lo sguardo in chissà quali storie e ricerche, rimanevano tali . Restano però loro, reduci:  fossili in ciabatte, alcuni centenari o quarantenni sfasciati e sfarinati , neo assunti solo perché  sciancati, sordi o ciechi, pazzi veri o simulati, percossi dal miracolo di un lavoro dopo tutti gli sforzi per averlo: lo zio amico del vescovo, il concorso per categorie protette, il sottosegretario dello stesso  paese dei genitori, le pannocchie e i prosciutti e le cornucopie grasse di  brilli, frutta e verdure, bestiame, damigiane  e fiaschi e contanti risparmiati da generazioni e riesumati da crepe mattoni e materassi e  spesi in un attimo per comprarselo il posto e inchiavardarsi, lì.

Una volta potenti di arbitrare ora  appendici robotiche di qualche carrello, scheda e tastiera, ora rami.

Il libro nun c’è , dicevano , nun se trova , forse è annato perduto. Il libro, nello sfacelo di cui erano i custodi, acquisiva gambe proprie, libero di fuggire dalla pietrificata collocazione.  Ed erano loro a deciderne le rotte e  i destini, rubato, mangiato dai topi, eroso  dall’incuria .

In realtà non gli andava semplicemente di cercarlo,  perché non era l’ora giusta per chiederlo, perché i postumi postprandiali di qualche abbuffata invitavano ad una siesta prolungata fino all’imbrunire, perché il volto spigoloso e puntiglioso di qualche insipido intellettuali, così odioso e preciso e petulante,  li aveva indispettiti, indisposti. Impegnati e scomparsi per ore agli sguardi, imbucati nel sottosuolo o pertugio o corridoio o interstizio o catacomba, sempre assiepati a grappoli in crocicchi ignoti a raccontarsi il quotidiano trapasso.

Allora, lo ricordo bene, il pianoforte non c’era, la sala Spettacolo si chiamava sala e pochi ma cattivi erano lì per noi.