L’esplosione di Albano – primo capitolo

 La sera, lo ricordo bene, era quella del 18 maggio del 2011 alla festa di San Gaetano da Thiene, l’ospite d’onore non tardò ad arrivare, l’orgoglio della Puglia, venuto a  Monteparano, lui, ugola d’oro Albano, per cantare gratis.  Tutti noi seduti alle tavolate in legno davanti alla Chiesa nella piazza principale, in attesa del canto con le bocche strabordanti lampascioni e sughi di carne di agnello e puddica e pittule e intorchiate annaffiate di oli e vini, su metri croccanti di scalcioni, pucce, zeppole e panzerotti in pance catramate di patate e friselle, pezzi di cavallo in umido e burrate, scamorze e giuncate.

Nella valanga gastrica tra molari, premolari e incisivi rutilanti, scalpitanti e meccanici non c’era tempo per pause e silenzio perché ognuno si gargarizzava di chiacchiere e anatemi, previsioni e sentenze, e urla e risa e si imbestiava e trasaliva in una pantagruelica incantagione, favorita dal tepore della sera d’estate, dalle carni ben cotte dalla griglia, dai richiami d’amore per i fumi dei vini. Organi con qualche spasmo di turgore e bambine a rischio se inghiottite nell’ombra perché accompagnate dagli zii.

Col procedere della notte però gli aliti si facevano sempre più cupi, e lo sarebbero stati ancora di più al risveglio; i corpi satolli e costretti da cinte contenitive per lui, ventriere reggipancia e guaine per lei, recriminavano più spazio, sfiniti dall’inesausto lappare; gli occhi si incispavano, mentre nelle viscere si aprivano interstizi inesplorati da riempire e farcire di nuovo e di più, pressati all’estremo limite della loro elasticità, sfibrati dall’onda gastronomica, pronti a dilaniarsi come una diga che cede ma, nonostante tutto, ancora al loro posto. Budelli, vescicoli, balze di trippa che ancora non tracimavano il calco che la natura concedeva loro.

Albano mordeva anche lui tutto, rapace ghiottone, inghiottiva e beveva e rideva, lo ricordo bene, affamato e ingordo come se fosse il suo ultimo pasto. Almeno così si mormorava tra le anziane carampane senza pietà e dalla pelle tigliosa, mentre lo fiutavano con gli occhi, a volte sorridendogli benedicenti, altre volte maledicendolo nei pensieri di sospetto e invidia e odio. Perché tanta fame? Perché quella voracità? Perché era tutto a gratis? Con tutti i milioni che teneva. E sarebbe riuscito a cantare anche se così farcito? Se solo non fosse stato lì per le canzoni,  a morsi lo avrebbero preso, sotto un ulivo e tra le zolle mentre lui annaspava, e poi a casa sua a bruciargli tutto, che aveva pure la piscina, lui.

Pare proprio curciu, pidocchioso, fetente e parassita, mugugnavano, sputando veleno, con sguardi di sottecchi e fauci sdentate e mangianti.

Intanto la statua del santo in chiesa sembrava ignara di tutto, protetta e ammantata dall’oro e dai fiori delle offerte e dallo spessore del buio, ma attenta e in ascolto, nel silenzio ascetico della cappella, rotto dall’eco delle mandibole in piazza, dalle grida ubriache e dalla sciabordio delle stoviglie lavate. Cumuli di piatti bottiglie e vetri e posate sotto acque e saponi. Il santo guardava fisso davanti a sé, nel vuoto, come ogni notte, con gli occhi spalancati e pittati, ma quella sera, e lo si è scoperto soltanto poi, non era immobile ma vivo, si stava infatti macerando in volto, come già era accaduto nel 1600. Cresceva su di lui una piaga, un bubbone, che si sarebbe dovuto nutrire di carne e che invece fermentava sul cipresso intagliato, una carie nel legno del simulacro, come presagio di peste. Una morsura delle fibre che lievitava, irrorata dal bianco schiumoso della purulenza e dal destino che stava per arrivare e che si annunciava lì, sul muso dell’icona. Santo sì, ma ora anche lebbroso, squamato sulla guancia e sbozzato dalla vescicola, un mostro, santo osceno e marinato, sfibrato, con una slavina a metà del volto mentre il resto, ancora integro, ad accentuare il contrasto d’orrore.

C’erano sì le cicale quella notte, ma dopo i tanti infuocati bicchieri di vino nero, le si poteva sentire non frinire ma ululare, giù nella valle. Pronte anche loro a mutarsi. Sfregavano come sempre le elitre sclerificate che le piombavano al suolo, ali evolute in ossa vegetali, ma ormai il suono, la stridulazione, non era più la stessa perché il corpo non era più quello. Tornate a essere larve, o pronte ad ingrossarsi in insetti evoluti, o cosa?

Il vento di scirocco dal mare era pastoso per la troppa salsedine e correva tra i rami degli alberi a lambire gli stormi degli uccelli, in un tempo arcaico bestie feroci, ma ora forse solo dormienti, però pronti e in attesa, per scattare di nuovo, precipitare dai rami in picchiata e ristabilire l’ordine primordiale che fu. Anche la tavola di mare a largo del golfo si stava increspando, mossa da qualcosa alla radice, il mostro che si dice la abiti, il gorgoglio preistorico dell’eruzione che viene, il marasma dei fondali abitati? In cani non latravano, come nei romanzi, in lontananza. I cani , saggiamente, tacevano. Dai campi erano saliti gli anziani, resti geologici, minerali e fossili al posto delle ossa e dei profili, ma con lo sguardo acceso, per ascoltare Albano e farsi vedere e farsi riconoscere, perché ancora in vita.

“Nasce dopo il canto del dolore, l’alba di un amore che vivrà”. Cominciò a cantare e tutto sembrò ristabilirsi. E il suo canto sensibilizzò  per primi i maschi quarantenni, acciambellati al bar da tempo incalcolabile, nell’attesa dei concorsi o con i concorsi già fatti ma nell’attesa delle risposte, comunque in spasmodica attesa. Erano proprio i più restii ad ammettere il valore dell’intramontabile melodico. Ma sono quasi calvi, prostatici e sformati, con sciatiche ed ernie e tanta prole, orfani del folta chioma a foresta, fondamento per  ogni heavy metallaro che si rispetti,  senza un degno scalpo da scatenare al vento con sciabolate di testa, ritmate dai berci bufalini delle canzoni degli amati Slayer:

“ Waiting the hour destined to die, here on the table of hell”

Di tutto quel credo e quella passione erano rimasti loro, polpettoni, il tavolo del bar e non dell’inferno, il languore da alcolisti navigati, frantumati dalla mancanza di tempo pieno e fedeli solo alla sagra. Non più adoratori del metallo sciolto nei riff , non più dediti alle code tagliate su altari di legno improvvisati in mezzo ai boschi. Non più nostalgici del sabba agricolo, durato poco e concluso con la fuga sulla statale del caprone, che non si era mai riconosciuto nella parte di mefisto ed era morto invece quasi subito, dopo essere fuggito dal recinto scalpitante sull’asfalto della pericolosissima statale, alla ricerca di libertà, in fuga nel nebbioso pulviscolo dell’alba ma subito investito e ciancicato dai camion, capace solo di un ultimo trillo belante verso il cielo: “Beeeee” prima di evaporare in poltiglia. Certo c’era anche stata la cerimonia per seppellirlo E il gruppo sembrava ricompattarsi, crederci ancora, perché erano vestiti come si doveva, da sacerdoti del maligno, nel bosco seminato di fusti alla diossina e nelle ore più tarde della notte. Tutto sembrava tornare. Ma cosa era rimasto da seppellire? Un pezzo di corna, qualche pelo del pizzo caprino e uno zoccolo irriconoscibile e ammaccato. Tutto il resto del ruminante se ne stava  sparpagliato sull’asfalto, cibo per uccelli e liquame  per pneumatici. Addio Satana addio.

Ad ascoltare bene le parole di Albano si cominciavano ad amarlo davvero e ad apprezzarlo, favoriti dal vino che portava a galla lo stesso struggimento della giovinezza. Nostalgia, nostalgia canaglia di una strada, di un amico, di un bar di un paese che sogna e che sbaglia ma se chiedi poi tutto ti dà: anche il ricordo vivido dei panorami esplorati sulle spalle dei padri, anche il brivido della carezza e il fragore della madre, anche le nuotate oltre l’orizzonte e fino alla stanchezza, rigide bracciate verso il pericolo che annega. Assopiti e stracolmi, cullati dalla notte, ascoltavano la musica per arrendersi davvero del tutto, incapaci di piangere ma liberi, finalmente acquietati nel flusso melodico dell’ospite d’onore e nel loro sfiato sibilante, la supernova di gas, la cometa lanciata nelle valli a tuonare:

Nostalgia nostalgia canaglia che ti prende proprio quando non vuoi, ti ritrovi con un cuore di paglia e’ un incendio che non spegni mai

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L’esplosione di Albano-capitolo secondo

Certo quella sera non c’era Romina a duettare con lui; ma la corista di Benevento, con lo splendido corpo rubicondo e il manto di mustacchio sopra le labbra , rendeva bene il tormento dei versi, così contrita nei duetti d’amore e corrugata dall’intensità dei grandi temi, come in Libertà.

“Libertà quanti hai fatto piangere, senza te quanta solitudine, fino a che avrà un senso vivere, io vivrò per avere te.”

Le mamme yamamay e tutte le altre donne della platea, che libere non erano mai state, nelle pause tra una canzone e l’altra scattavano in piedi a gridare “Albano Albano Albano” e Albano le capiva tutte perché lui aveva dalla sua “ l’università della vita” e “ so quanto è duro il mestiere di mamma”  e “ senza le donne noi saremo persi”…

Le altre, senza prole potevano invece ricordare tutte le occasioni attese e mancate e spendere le loro fantasie: sarebbe arrivato qualcuno per loro?.

Alcune di quelle donne si incagliavano nel tempo della storia e del posto, sedimentate, scomparse e mai più riviste, diventando leggende. Sparite in fondo ai fossi e tra gli ulivi o nei pozzi, fuggite con amanti “venuti da fuori” che nessuno aveva mai visto, ma sempre felici di ricomparire in sogno ai mariti, ai padri e ai parenti lontani, emigrati all’estero.

“Concetta!” gridavano svegliandosi madidi di sudore mentre fuori non c’erano i rumori del sud, il mondo era ovattato dalla troppa neve dell’invero, le fabbriche li aspettavano all’alba, il sole non l’avevano più e nello stomaco c’erano crauti e non pesci e pomodori, cibi che facevano arrivare i fantasmi.

Oppure erano state portate via dalla legge: assassine e virago con forbici trancia polli, usate per vendicare gli anni della fatica, fin da quando, ancora bambine, erano state costrette a mungere, svellere, scavare, lavare e cuocere. Gesti repentini, sciabolate da samurai, mattanze epifaniche e liberatorie ma senza ritorno, di cui si sarebbe parlato poi per anni, come memoria collettiva e sempre con le stesse parole per definire la cosa: colpa dell’ amore, della passione e della vendetta.

Nere di capelli, nere di abiti, nere di occhi.

Circondate in casa da sottovasi in feltro verde palude, putti in ceramica da interni e bighe mignon con cavalli e arcieri d’argento, e, quando davvero ricche, anche angeli o felini o nani di gesso fuori, in giardino, tra capitelli e finte fontane. Che tutti vedessero pure!

Poi oggetti fuori luogo, stelle alpine finte sotto vetro appese alle pareti, la gondola in plastica dell’unica gita fin lassù con il gondoliere carillon, e la palla con la neve e con un Duomo vinte dallo zingaro delle giostre.

Sul divano un gonfiabile a forma di palma in plastica sgonfia, che ricordava le Hawai, un cuscino ricamato da loro. Sugli scaffali tutta l’enciclopedia  a fascicoli sulla “La grande storia del mondo”, intonsa, i libri di testo di una laurea in lettere classiche, sottolineati fino ad eroderli, con accanto Siddharta  e Viaggio al termine della notte  abbandonati tra le polveri accanto al manuale di fotografia o origami, alle dispense incomplete su “I segreti della scienza”.

Mentre una fanteria schierata di bicchierini da liquore era in attesa in fondo alla credenza mastodontica, unico mobile prezioso della casa buia, messa insieme dal padre, enorme catafalco ad ante con cornucopie e grappoli di frutti che custodiva nell’ombra lo spumante da aprire se mai si fosse sposato qualcuno.

Il cuscino a cuore di peluche, rosso e scrocchiante, con scritto un “ti amo”; comprato da loro stesse alla festa della donna, quando l’uscita con tutte le amiche era terminata a vedere lo spogliarellista argentino che sventolava le chiappe tornite e le cosce a churrasco, nel night sulla statale il “Fuego” di nome e di fatto, dove i mariti andavano a cubane calabre e lo spogliarellista non era mai fino in fondo argentino.

Ci sarebbe voluto molto più affetto, tutto l’affetto di un regalo o di un’apparizione inaspettata, tutto l’affetto di un fuga realizzata per loro da altri.

 “Mi rimane solo un’avventura,l ‘unico ricordo che ho di te. Il tuo amore è durato soltanto un’ora e per questo ora piango, piango per te “.

Le madri affettuose nei pomeriggi estivi le consolavano,  perché erano state abbandonate e tradite quasi tutte, dai maschi. Le confessavano nelle stanze enormi e lambite dal vento di primavera della casa silenziosa, facendole parlare con le carezze della loro mano anziana sulle guance pasciute e bagnate di lacrime, distese e arenate, spiaggiate ormai trentenni come balene stanche sui cosci rosati e maestosi di mammà. “ Ma dove te l’ha messo? “ “ Lì lì “ “Ma proprio lì?”.” Sì , sì , proprio lì” “ Piangi a mammà, piangi”

“Albano, Albano” gridavano quella notte quasi per vendicarsi di tutto.

“ Mentre si va quel dolce tarlo all’improvviso tornerà”

E lui rivolgendo lo sguardo al cielo per cercare l’ispirazione tra la musica silenziosa delle stelle, tra gli abissi di nero della maestosità del creato, cantò per spingere la voce al limite, come se anche Dio avesse potuto sentirlo e applaudirlo. Cominciò però a gonfiarsi come un pallone, un tacchino, un orrido rospo.

Con il collo taurino pieno d’aria come una zampogna e le fauci canore spalancate e la lingua spugnosa a frinire gonfia “Per amore devi andare verso il sole che c’e’ in te

Ma verso il sole notturno si cominciò a muovere la sua testa.

Cominciò a bollire ogni osso facciale e gli occhi affacciati dalle orbite pronti a schizzare e le labbra quasi esplose definirono il suo nuovo profilo.

Mentre cantava sempre meglio, si gonfiava sempre di più, ma solo in testa, ormai più simile al cranio di un molosso, prima solo le guance ma poi anche la fronte e poi le narici e le orecchie e il cuoio capelluto sempre più gonfio di bernoccoli sotterranei.

E poi la testa schizzata verso il cielo nero e verso le stelle nitide, mentre il pulviscolo e i lapilli di ossa e cervello, come una fontana di lava rovente, continuavano ad eruttare e zampillare, sanguinolenti, dal tronco decapitato, ma ancora palpitante e vibrante, sull’ultima nota cantata.

Rimase come sottofondo il brusio della vocale, uscita con tutto il fiato dei polmoni, il ronzio e il sibilo della parola soleeeeee. Sul palco rimase invece una statua mutilata, il busto tozzo e le gambe, ancora in posa, in piedi, rigido e imperioso, con in mano il microfono, tenuto in alto, proprio dove prima c’era stata la bocca.

E cominciò a muoversi verso la platea, orrido mostro, scese i gradini che dal palco lo portavano tra i suoi fan, terrorizzati e in fuga, e, deambulando come uno zombie, scomparve nella notte spessa, sfiorato dal buio che lo inghiottì.

Da allora  sarebbe cominciato  il tempo della sua caccia.

 “E scende la sera sulle spalle di un uomo che se ne va. Oltre la notte nel suo cuore un segreto si porterà.”

L’ esplosione di Albano- capitolo terzo- vacanze romane

Sì sono proprio io, il re del pop o comunque il re. Ora sono morto e su di me continuate a sparlare. Lo dovevate capire prima, da come mi toccavo i coglioni  in Thriller e in Bad  che ero turbato; in fondo lo ostentavo, mica lo tenevo per me, lo facevo vedere a tutti.E tutti a dirmi” Sei Peter Pan” e “Sei il nuovo Peter Pan” e ancora “ Dai Peter e dai Pan”. Ma Peter Pan non si tocca mica quel che resta del pisello come facevo io, e davanti a tutti poi, e danzando pure.

E per toccare qualcosa e far vedere un pacco, mi riempivano di ovatta le mutande e così, con quel pannolone insaccato nei pantaloni di pelle, mi toccava fare della sensualità. Con le mosse e tutti i fumi e le strobo e la camminata e il cappellino e i gridolini, in mondo visione e in tour , da quando avevo undici anni, senza mai una pausa nemmeno per controllare se qualcosa, tra una strizzata e l’altra,  era ancora rimasto lì in mezzo.

Quello era un messaggio rivelatore, una richiesta d’aiuto, una preghiera. Salvatemi ! Sono un maniaco. Ma nessuno l’ha ascoltato quel grido.

Tutto è cominciato quando mi è toccato mantenere quei quattro sporchi negri dei miei fratelli. Parassiti che facevano due accordi e si prendevano ognuno un quinto dei soldi. E il quinto del quinto se lo pigliava mio padre, per gli ormoni diceva lui, ma li spendeva in donnacce, ne sono certo.

Però il cappellino viola da pusher lo dovevo indossare io e le danze le facevo io, e quello piccolo, l’attrazione da circo, il più,  ero sempre e solo io, e la voce da bimbo efebico era la mia. E toccava a me stare sveglio tutta la notte anche se ero un bambino; ed aspettare il mio turno per lo show, per mesi   fatto nei night, prima del vero successo, ai bordi delle tangenziali e delle pianure e delle metropoli, dove si andava per abusare anche dei divani. Io dovevo deliziarli  e cantare:

“Trying to live without your love is one long sleepness night”

Ma in realtà l’amore me lo volevano dare in molti in quei posti: gli alcolisti, i commessi viaggiatori, i camionisti, gli assicuratori, gli usurai  che si toccavano pieni di desiderio nell’intermittenza dei neon e che si infiammavano definitivamente per quel coso strano, l’ultimo numero dopo i culi, che ero io.

Lap dance , table dance, sexy show, disco topless e poi arrivavo io e i quattro negri, ad infiammare la pedo platea di stanchi petomani buoni, infartuati, schiacciati da occhiaie e debiti, oppressi da una storia, ognuno la sua, soldi dati , soldi mancati, creditori da schivare, debitori da minacciare, la solita roba di maschi assopiti e resi felici solo dagli ultimi spasmi di un’erezione tragica, un’erezione che, quando c’era,  era tutto il bello che restava.

Per farmi cantare con gli acuti di un infante anche quando avevo  quindici anni , quando la voce cominciava a prendere la consistenza di un barrito da giungla, mio padre decise che, per non finire tutti in rovina e fare l’orchestrina in qualche ristorante messicano sulle statali dell’Indiana, dovevo imbottirmi di ormoni e rimanere bimbo nei cordoni vocali. La voce funzionava sempre, ma si scassò tutto il resto, i testicoli diventarono cinque e il pisello si ritirò tra di loro, per sparire in un letargo da cui si rianimava solo percependo bimbo.

Anche se sono morto ho saputo della sua mutazione e scomparsa nelle valli e ho saputo che lo stanno cercando. Che lo trovino presto e lo uccidano.

Non potete nemmeno immaginare quanti problemi mi ha creato quel nerboruto macaco pugliese.

Per prima cosa la logistica. Venire a Roma per un processo non è una cosa così semplice come sembra .

Ho chiesto a Madonna se, nella suite Royal  che usava lei, c’entrava una  camera iperbarica, il siluro di metallo da quattro quintali in cui dormo per non diventare cenere. C’è chi si porta il suo guanciale quando viaggia mentre  io, da vivo, mi portavo sempre il sommergibile.

Ma Madonna si è fatta negare, non mi ha risposto, troppo impegnata nella sessione di spanking con il suo toy boy brasiliano e poi l’ippoterapia e l’allattamento bioenergetico di Lourdes, che dice che l’ha partorita lei.

Il brasiliano lo usa anche Armani ma io avevo paura e non l’ho mai chiamato.

E dovevo capire dove mettere la culla per Bubble, già allora bella cresciuta, la mia prima figlia, la mia bambina, la mia scimmia. Ma anche la mia più grande colpa, quella di averla abbandonata quando, da innocuo orsacchiotto peloso, si è iniziata a trasformare in uno scimpanzé da 70 chili che avrebbe potuto attaccare Prince, mio figlio umano, troppo simile anche lui ad una scimmia per non scatenare gelosie tra primati.

La cella frigorifera, con i ricambi di pelle, pesava un sacco, ma senza i miei pezzi, le mie frattaglie, io non potevo certo viaggiare.

Non posso rischiare che l’esposizione all’aria non ossigenata dei miei innesti, faccia comparire le piaghe e non posso permettere che mi si sfaldi il sesto naso, sciolto da quello che lì chiamano Ponentino, che avrebbe potuto anche portarsi via gli ultimi ciuffi di capelli in poliestere che mi ero fatto impiantare dopo che la testa mi si era incendiata durante lo spot della Pepsi. Che fiamme ragazzi!

Poi ho dovuto organizzare  il ranch di Neverland. Chi avrebbe accudito i ghepardi e le mie giraffe mentre ero via? Quanto mi sarebbe costato non farmi leccare dopo cena dalle mie iene della terza gabbia in fondo al viale? Quanto mi sarebbe costato non potere volare e precipitarmi gridando di gioia verso il cielo, sbalzato e felice di cavalcare il cavalluccio della mia giostra, come facevo ogni giorno? E come avrei fatto a non mangiare il cespuglio di zucchero filato anestetico che mi facevo preparare passeggiando nel viali ghiaiosi del mio Luna Park? E  i clown che facevano gonfiare per me tutti i palloncini che volevo, con i più bei colori della plastica e che io, con i guanti, potevo persino toccare? Non avrei certo potuto portarli tutti con me a Roma.

Denunciato per plagio da un certo Albano Carrisi che nasce a Cellino San Marco (Brindisi) il 20 maggio del 1943. Mi ha fatto venire  fino a Roma, a piazzale non so cosa, vai a sapere. E i miei avvocati mi parlavano in aereo di Cigni di Balaka, che chissà cosa sono i cigni e ancora di più cos’è Balaka.

E mi traducevano in inglese questo misterioso verso incomprensibile:

“Uomo dalla barba bianca quello che ci manca l’hai scritto nel vento, lo cantano i cigni di Balaka.” Che voleva dire e chi era l’uomo dalla barba bianca?  Mi avrebbe minacciato e sfiorato con i peli di barba?  La  mia famiglia di scimmie  pupazzi e bambini in pericolo di contaminazione?

Dovevo temere, per ora, solo i raggi ultravioletti del sole africano di Roma, con tante civiltà che nemmeno a Disneyland le trovi tutte queste cose storiche.

Traffico e calca, quanto confusione e quanto amore per me. “A Michè facce vede!” gridavano gli affettuosi e fanatici miei fans. Mentre io, splendido ameboide alieno, scricchiolavo nel mio solito moonwalking, che così tutti sapevano che potevo ancora camminare e pure sulla Luna, io.

Ma sui sampietrini qualcosa andò storto, il piede rimase incastrato tra qualche fessura, costringendo poi i bodyguard, nell’androne del tribunale, a cospargermi di disinfettante.

Furono sempre loro ad allontanare la fanatica che si precipitò sulla mia guancia in lattice per baciarla. Solo la scimmia e Liz mi possono baciare. Ho dovuto affrontare una notte di scrub per togliermi tutto, ma proprio tutto l’odore di umano di quella.

Questo lungo viaggio  per sentirmi poi condannare solo a quattro milioni di lire di ammenda, il costo del bottone della manica del pigiama da samurai, regalo di compleanno della mia madre adottiva tanto bianca e dagli occhi viola.

Un plagio, un’accusa orrenda. Lui voleva da me cinque miliardi e mi è anche andata bene, dissero, perché io negavo l’evidenza, trentacinque note uguali, nella stessa sequenza. Mancavano solo i cigni.

Ma riuscimmo poi a trovare un edificante accordo artistico. Un concerto insieme, io e lui, il re del pop e il per me  sconosciuto villico africano, da organizzare insieme per raccogliere fondi, tanti fondi, tutti i fondi possibili, proprio per loro, per tutti i bambini del mondo. Bello no?

Ma poco dopo vennero fuori le accuse e io ho dato retta alla mia canzone più bella, il mio gioiello di ritmo e Van Halen,  e ho preferito pian piano, lentamente,  sparire nella nebbia della dimenticanza.

Just beat it !

“Don’t wanna see your face, you better disappear. The fire’s in their eyes and the words are really clear .So beat it, just beat it”

Sapete, il concerto non si fece mai.