Cinema turbocapitalista italiano in dati

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La lotteria culturale darwiniana di un mondo, il cinema, solo per ricchi.

In epoca di grande attivismo di chi ha un’urgenza quasi gastroenterica di ricollocarsi per future prebende politiche e corporative e esprimere generalmente gargarismi esistenziali sempre parastatali e quindi completamente ricattabili dalla politica e non dall’arte, il vero problema da discutere sarebbe: come pago le bollette se voglio fare questo lavoro? Cioè attore, regista sceneggiatore? Le pago?

Perché, per quanto sembri strano ai più, sono o dovrebbero essere lavori per chi non ha cognomi da welfare familiare e nobili origini da patrimonio immobiliare da sprecare per assecondare urgenti vocazioni .

Logica di contesto

Nei mestieri artistici si vive in quello che Nassim Nicholas Taleb chiamerebbe un mondo da “Extremistan”: pochi vincitori catturano una quota enorme dei ricavi, mentre la maggioranza dei lavoratori resta in una lunga coda di redditi intermittenti, bassi e opachi. La tesi di Taleb, in estrema sintesi, è che esistono campi in cui la media dice poco perché il totale è dominato dagli estremi. Nei mondi “winner-take-all”, un singolo evento fuori scala può contare più di migliaia di casi ordinari; inoltre, la connettività moderna accentua la concentrazione e rende sempre più diffusi gli effetti “prende-tutto.

A governare poi l’evento fuori scala quasi sempre non è il talento ma il caso.

In sintesi estrema:Il talento conta, ma non spiega da solo il successo artistico.

Nel cinema, nella musica o nella scrittura, due persone possono essere ugualmente brave, ma una esplode e l’altra resta laterale perché entrano in gioco fattori non lineari: momento storico, distribuzione, cast, piattaforme, passaparola, festival, algoritmo, fortuna. Il successo non cresce in modo proporzionale al merito. Spesso arriva per salti.

Non funziona così: più talento = più successo.

Ma più spesso così: talento sufficiente + contesto giusto + evento imprevedibile = successo enorme

I mestieri artistici sono l’esempio perfetto. Non sono “mestieri medi”: sono mercati in cui un solo film, un solo attore, un solo regista o una sola performance possono spostare brutalmente la distribuzione dei guadagni. L’errore classico è guardare i pochi casi di successo e trasformarli in regola narrativa: dopo un exploit, tutti trovano la spiegazione; prima, quasi nessuno lo aveva previsto. È esattamente la fallacia che Taleb denuncia.

Applicata al cinema italiano, la conclusione è dura ma lineare: un settore in cui i risultati dipendono da pochi outlier è l’esempio migliore di capitalismo animale e non è una buona scelta per chi cerca prevedibilità del reddito.

Il disastro dei dati per nascondere la verità

La prima cosa da dire, con onestà, è che non esiste una serie pubblica recente, ufficiale e granulare che fornisca in modo sistematico media e mediana dei compensi specifici di attori e registi cinematografici italiani per film. Quello che esiste è un mosaico utilissimo ai retori e ai fanfaroni ideologici: statistiche ufficiali sul lavoro nello spettacolo nel suo complesso, minimi contrattuali per gli attori, e indagini di categoria sui registi.

Ed è già abbastanza per vedere la precarietà strutturale. Prendiamo come esempio i dati del 2024 anno che sarebbe dovuto essere di ripresa.

VoceDato disponibileCosa suggerisce
Lavoro nello spettacolo, mediana annua lorda€4.328Il “lavoratore tipico” dello spettacolo guadagna poco
Lavoro nello spettacolo, mediana oraria€11,24Valore modesto anche su base oraria
Lavoro nello spettacolo, durata mediana del rapporto17 giorniDiscontinuità estrema
Lavoratori dello spettacolo 2024, media annua implicita€11.577La media è molto più alta della mediana: distribuzione sbilanciata
Lavoratori dello spettacolo 2024, giornate retribuite medie96,2 giorniAnche la media annua di lavoro è intermittente
Attori, minimo CCNL 2024 per giornata di posa€1.100 / €850 / €650 per gruppi 1-3Valori lordi e per giornata, non reddito annuo garantito
Attori in opere prime/registi debuttanti o budget bassi€550 / €425 / €325Il pavimento retributivo scende molto
Registi di opere prime, sondaggio 202419% sotto €10mila; 54,4% tra €10mila e €30mila; nessuno oltre €80milaMediana di fatto nella fascia €10mila–€30mila
Registi di opere terze e successive56% oltre €50mila; ma il 40% resta sotto €50mila e metà di questi sotto €30milaNeppure i “maturi” sono tutti al sicuro
Registi esordienti di episodi di serie28,8% sotto €10mila; 52% sotto €30milaAnche la serialità non risolve automaticamente il rischio

Fonti e note. Le mediane ufficiali del lavoro nello spettacolo derivano da una audizione Istat]; la media 2024 e le giornate retribuite medie sono mie elaborazioni su dati INPS rielaborati da SLC CGIL; i minimi attori derivano dal CCNL ANICA-APA-APE del 2023, applicato dal 2024; i dati sui registi provengono dal sondaggio 2024 promosso da 100autori con ANAC e WGI.

Sul “tempo medio tra un film e l’altro” per un regista italiano, non ho trovato una statistica pubblica nazionale abbastanza solida da poter essere citata come dato medio in anni. La proxy migliore è però eloquente: nel sondaggio 100autori oltre il 70% dei registi riferisce che la copertura contrattuale parte solo a ridosso della preparazione, delle riprese o addirittura sul set; inoltre, al netto di chi non conosce la propria situazione, il 50% dichiara di non essere mai riuscito a raggiungere un’annualità contributiva negli ultimi cinque anni. Tradotto: l’intervallo tra un incarico e l’altro esiste eccome, ma spesso non è nemmeno riconosciuto economicamente.

Cosa significa per chi vuole provarci

La conclusione pratica non è “l’arte non vale”; è più semplice e più spietata: come scelta economica primaria, non conviene. Conviene solo se la si tratta per quello che è davvero: una scommessa asimmetrica ad altissimo upside e ad altissima probabilità di redditi bassi e intermittenti. La strategia razionale, in stile talebiano, è il “barbell”: tenere una base di reddito solida e noiosa, e lasciare ai progetti artistici la parte opzionale della propria vita professionale

Questo significa, in concreto, evitare di puntare tutto sul “fare il regista” o “fare l’attore” fin dall’inizio. Meglio costruire prima un mestiere adiacente ma più difendibile — montaggio, produzione esecutiva, branded content, post-produzione, diritti, analisi dati, insegnamento, sviluppo progetti — e solo poi usare la parte artistica come leva di optionalità. Significa anche rifiutare il lavoro gratuito travestito da occasione, negoziare minimi e diritti, fissare uno stop-loss temporale e finanziario, e non indebitarsi per inseguire una carriera in cui la mediana è povera e la media è drogata da pochi casi eccezionali. Questa non è rinuncia; è igiene del rischio

Il punto, allora, non è morale ma statistico. Se il tuo obiettivo è avere una vita economicamente ordinata, fare l’artista in Italia non è una buona scommessa: è un mercato DARWINIANO, TURBOCAPITALISTICO e dominato dagli outlier, con forte concentrazione dei ricavi, molti titoli invisibili, lavoro discontinuo e compensi tipici troppo bassi. I successi esistono, certo; ma proprio perché esistono i successi, il sistema riesce a raccontarsi meglio di quanto stia davvero. Taleb direbbe che ci innamoriamo del vincitore e ignoriamo la distribuzione. Chi vuole fare arte dovrebbe essere libero di provarci; chi vuole vivere bene, però, farebbe meglio a non scambiare una lotteria culturale per una carriera stabile

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Ama Ndlovu explores the connections of culture, ecology, and imagination.

Her work combines ancestral knowledge with visions of the planetary future, examining how Black perspectives can transform how we see our world and what lies ahead.