Walter Veltroni. Cultura e mattoni. Parte prima: lo scenario.

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Ad Antonio Cederna

In questa prima parte  ci limitiamo ad illustrare alcune parole chiave e alcuni passaggi storici  che vi possono aiutare a capire cosa state per leggere dal momento che stiamo parlando di fatti del passato recente che hanno per sempre cambiato la geografia, l’urbanistica e l’ecosistema della città di Roma nel decennio 1997 -2008  e che hanno consolidato un modo di operare che ha un precisa logica giuridica economica e culturale.

Come e quando è avvenuta la negazione del diritto alla città?

Per diritto alla città intendiamo il concetto del geografo marxista  David Harvey: “Rivendicare il diritto alla città nel senso che qui intendiamo significa rivendicare una forma di potere decisionale sui processi di urbanizzazione e sul modo in cui le nostre città sono costruite e ricostruite, agendo in modo diretto e radicale.”

E questo perché:

“La città è il luogo dove ricostruire le relazioni sociali e le relazioni ambientali che sono state spezzate: che tipo di persone vogliamo essere?”

La prima cosa da capire è appunto la logica che sta dietro il sacco di Roma.

In teoria il soggetto pubblico (Comune, Regione e Stato)  non si dovrebbe limitare a dare autorizzazioni a costruire, altrimenti perde il controllo del territorio e viene meno qualunque idea di mediazione politica.

L’ente pubblico dovrebbe invece scendere in campo, come viene fatto in tutta Europa, con società miste con i privati, comprare le aree, urbanizzarle, scegliere i progetti e poi rivenderle. È un circolo virtuoso, che darebbe all’amministrazione il compito di disegnare veramente, da un punto di vista urbanistico e architettonico, la nuova metropoli.

Questa si chiama politica urbanistica e va fatta con i criteri della concertazione e della pianificazione territoriale in termini di flussi di traffico, esigenze abitative, servizi e legittime aspirazioni di profitto dei costruttori.

A Roma non è mai stata fatta una seria politica urbanistica.  E a Roma sono rimaste solo le aspirazioni di profitto di una decina di costruttori  locali sottocapitalizzati.

Un dato su tutti: dal 1990 al 2005 nel Lazio sono stati consumati circa 226mila ettari di superficie prima libera, il 19% di tutta la regione.

La densità è il parametro più comunemente utilizzato nella pianificazione per poter gestire il tipo di intorno urbano che si vuole realizzare. Inoltre nella letteratura viene utilizzato per discutere delle caratteristiche formali delle agglomerazioni urbane e delle loro trasformazioni a partire dagli inizi del XX secolo (la densità delle periferie operaie, le nuove periferie residenziali a bassa densità, la dispersione della città diffusa, etc.).

La logica di questo scempio sistematico, che trova il suo momento più alto nella sinergia Veltroni-Marrazzo, ovvero Comune e Regione, si basa fondamentalmente su cinque  concetti che , almeno sulla carta, non erano neanche del tutto sbagliati:

1- Centralità urbana:

Creare nuove centralità di livello urbano e metropolitano che avrebbero dovuto  portare nuova qualità e servizi pregiati nei quartieri periferici, costituendo una rete di connessione sia tra le diverse parti della città che con i comuni limitrofi.

Roberto Morassut : “ Il nuovo piano cerca di predisporre le basi per quella città policentrica che è stata un po’ il cuore della campagna elettorale del sindaco Veltroni. L’idea portante è togliere il dominio della rendita immobiliare, stabilendo che all’interno di ogni centralità debba insediarsi un mix funzionale, così che vi sia una parte residenziale, una parte per uffici, un’altra per i servizi e le funzioni moderne

La caratteristica principale di questi nuovi “centri” urbani è quella di riunire al proprio interno funzioni diverse, nuove abitazioni ma soprattutto uffici, servizi, attività commerciali, così da garantire che le nuove centralità siano vive e vissute a tempo pieno: in sostanza quartieri che non siano solo dormitori che si svuotano la sera alla chiusura degli uffici.

In qualunque capitale europea le centralità periferiche sono al massimo una o due e rispondono a precisi criteri di delocalizzazione di strutture gestionali: i Ministeri ad esempio.

Qui se ne prevedono almeno otto.

Il patto è chiaro ma non verrà mai rispettato : solo il 17,3% di queste nuove edificazioni è destinato a quartieri residenziali, mentre il resto, recita l’ideologia  “sarà costituito da uffici e servizi pubblici e privati: sedi universitarie e istituti di ricerca, centri multimediali, teatri, cinema, ospedali, tribunali, centri commerciali, multisala”.

 

Esempio di scempio con le regole della centralità periferica e della riqualificazione

Lo shopping center Roma Est.

Uno di più grandi retail d’Europa. Il Comune lo vende come opera di riqualificazione ambientale.

In una zona destinata alle famose centralità periferiche si inaugura il 21 marzo 2007 un mostro di cemento con 220 negozi, un cinema multisala, un ipermercato e 7000 posti auto. Consumo del suolo: 136.000 metri quadri, previste 40.000 persone che si sposteranno secondo direttrici non servite da alcun trasporto pubblico su ferro.

L’unico modo per arrivarci? la macchina.

La ciliegina sulla torta per il mostruoso quartiere di Ponte di Nona.

Quanto resisteranno queste cattedrali al nuovo commercio elettronico?

E cosa succederà poi?

2- Diritti edificatori:

Come spiega bene Berdini in un articolo del 2007:

” I piano di Roma si fonda su due concetti che non esistono nel corpus legislativo nazionale: i diritti edificatori e la compensazione urbanistica. Si sostiene che esistono diritti edificatori che discendono da precedenti atti di pianificazione e, conseguentemente, essi devono essere trasferiti in qualsiasi altro luogo. Al di là dell’impressionante aumento di consumo di suolo che questa invenzione produce (quasi il 300%!), resta il punto centrale: nella legislazione italiana non esistono diritti edificatori e compensazione”

Berdini parla di invenzione giuridica e a confermarlo esistono diverse sentenze della Corte Costituzionale.

Sulla base delle sentenze della Corte costituzionale riepilogate qui http://archivio.eddyburg.it/article/articleview/545/0/15/ e dell’attento lavoro di Edoardo Salzano si può dire che:

– Non esiste impedimento giuridico a modificare le previsioni del piano regolatore comunale vigente ove ciò sia necessario, senza che ciò comporti alcun obbligo di indennizzare o compensare in alcun modo il proprietario che abbia avuto una riduzione della utilizzabilità urbanistica della sua area.

– Non esiste impedimento giuridico (e anzi esiste una sollecitazione da parte del giudice costituzionale) alla individuazione, da parte dei Comuni, di aree da sottoporre a tutela per motivi connessi ai valori culturali, archeologici, storici, paesaggistici

-Non esiste impedimento giuridico a vincolare per utilizzazioni pubbliche (a sottoporre quindi a vincolo urbanistico) aree già sottoposte a vincolo ricognitivo, ove le ragioni del vincolo lo consentano e compatibilmente con le trasformazioni e le utilizzazioni coerenti con tali ragioni.

– Non esiste obbligo a indennizzare i proprietari di aree, destinate a svolgere una funzione di pubblica utilità, per la quale la normativa urbanistica comunale preveda la gestione economica da parte del proprietario delle attrezzature e degli impianti di cui si ipotizza la realizzazione.  

3-Compensazioni :

(Delibera del Consiglio Comunale n.92 del 29/5/’97 ed approvata dalla Giunta Regionale del Lazio. Il principio e’ ora inserito nelle Norme Tecniche di Attuazione del Nuovo Piano Regolatore di Roma, approvato con deliberazione di C.C. n. 18 del 12.2.2008.)

Leggiamo il testo  ” qualora per motivazioni di natura urbanistica siano state modificate le certezze edificatorie preesistenti, venga garantita all’Amministrazione Comunale la rapida disponibilita’ dell’ area vincolata e nel contempo il diritto edificatorio afferente alla stessa, attraverso il trasferimento su una nuova area di detto diritto edificatorio, avente valore immobiliare corrispondente a quello dell’area vincolata, con la contestuale cessione al Comune di quest’ ultima “. 

4-Accordi di programma:

(Decreto Legislativo 267/2000, art. 34)

Affinché il “meccanismo compensatorio” produca i suoi effetti e’ necessario che la Regione Lazio approvi le compensazioni che costituiscono una “variante urbanistica” rispetto al Piano Regolatore Generale. Per ottenere tale assenso il Comune di Roma ha attivato una procedura amministrativa denominata “Accordi di Programma”

Come se non bastassero i condoni e questa assurda usanza di fare passare per diritti acquisiti cose che diritti acquisiti non sono, si aggiunge anche l’usanza degli accordi di programma.

Esempio di scempio con gli accordi di programma:

Agosto 2007 Pirelli real estate, Fingen e Maire si aggiudicano in un’asta pubblica promossa da Fintecna, l’ex Istituto geologico di Largo Santa Susanna nei dintorni di via Nazionale, 23.000 metri quadrati di suolo dell’area dello scalo ferroviario di San Lorenzo, l’ex Zecca dello Stato di piazza verdi ai Parioli, e 7 ettari di terreni a Valcannuta, nell’estrema periferia occidentale.

Questa vendita, utilizzando le leggi liberiste volute dal precedente governo di centro-destra, non è stata ancorata allo stato di diritto definito dagli strumenti urbanistici. Le regole sono state cancellate e si vende sulla base del principio della valorizzazione immobiliare. L’ex Istituto geologico sarà destinato ad attività commerciali.

A San Lorenzo saranno edificati 50 mila metri cubi di residenze. A piazza Verdi si realizzerà un albergo con circa 200 posti letto e “non meno” di 250 appartamenti. A Valcannuta verranno infine realizzati 200 alloggi residenziali e strutture commerciali.

Queste trasformazioni non sono previste dal piano regolatore, ma con l’accordo di programma si possono fare.

5- Cultura:

Questa parte sarà oggetto del secondo articolo sul tema.

La cultura è maquillage con cui garantire progetti economici speculativi e monumentare la figura di un leader come Veltroni.

La cultura come puro consumo di cultura e mai come apparati normativi, ad esempio fiscali, per favorirne la produzione.

Favorire la produzione culturale infatti, creando l’ambiente fiscale e giuridico adatto, significa non controllarne i contenuti e non poterla museificare attraverso il capillare controllo della sua distribuzione. Favorire la produzione culturale significa creare cittadinanza. Questa è la tesi di Pietro Samperi.

Gestirne invece la distribuzione in enormi spazi e sotto il giogo gestionale partitocratico, significa decidere i luoghi del consumo della cultura e avere una riserva di luoghi  pagati dalla collettività dedicati per la distribuzione di prebende, posti, e lavori sulla base di logiche tribali di appartenenza e sulla base di criteri prettamente propagandistici riassumibili nel funesto” Modello Roma”.

6- Urbanistica contrattata:

Prescindendo sulla palese incostituzionalità di questo concetto, che esclude ad esempio coloro che non hanno casa né la costruiscono che significa urbanistica contrattata?

Le pubbliche amministrazioni concordano  con il costruttore alcune opere per migliorare la qualità e la quantità dei servizi.

Questo in teoria. In pratica cosa succede?

Esempi di scempio dell’urbanistica contratta:

“Terrazze del Presidente”ad Acilia (quadrante sud di Roma).

Era il 1990, infatti, quando Pulcini e Salvatore Ligresti ottennero dalla Regione Lazio la concessione per costruire uffici e negozi in un’area destinata a servizi pubblici. Antonio Pulcini è noto nei corridoi dei palazzi di giustizia fin dalla fine degli anni ’80, ma non è mai stato condannato. Dal caso della vendita di Villa Blanc, alla speculazione dell’ex Snia Viscosa sulla Prenestina. Quel nome compare nell’inchiesta sulle tangenti al Tribunale di Roma e nello scandalo Italsanità. Nel ’96 è indagato a Perugia per aver regalato a Filippo Verde, giudice coinvolto nell’affaire Previti, un immobile da 740 milioni.  12 scheletri di cemento a nove piani: 1.367 appartamenti e  la bellezza di 283 mila metri cubi. Era il luglio del 1993 quando il Consiglio di Stato bloccò quelle costruzioni perché l’area non era sufficientemente urbanizzata da poterle accogliere. Primo condono Berlusconi:  Un mostruoso insieme di cemento che era nato per ospitare uffici privati e che l’amministrazione pubblica volle generosamente trasformare in più preziose residenze in cambio “di maggiori oneri” da utilizzare nella costruzione di un indispensabile svincolo protetto sulla via Cristoforo Colombo. Nel 1999 la giunta comunale di Francesco Rutelli, sigla una convenzione con la società che ha lottizzato abusivamente l’area. Avendo fatto richiesta di condono, e dovendo versare per questo motivo una cifra vicina ai 15 milioni di euro nelle casse del Campidoglio, la società si impegna a fare alcuni lavori per raccordare quel pezzo di città al resto.Le case sono abitate da dieci anni e dello svincolo non c’è traccia. Il costruttore Pulcini ha fatto festa e gli abitanti delle sue case sono incolonnati per andare al lavoro.

Bufalotta (quadrante nord) un gigantesco quartiere privato di tre milioni di metri cubi doveva essere realizzato nell’equilibrio definito dalla pianificazione urbanistica: 33% residenziale e stessa quota per il commercio e per gli uffici. L’amministrazione di Veltroni, ergo Morassut, cambiò quest’ultima funzione in residenziale ed oggi il quartiere è una desolata periferia urbana con al centro solo un immenso centro commerciale.

 

Le tappe politiche dello scempio

Le tappe di questo scempio sono precise e cronologicamente databili nel decennio 1997-2008. Non andiamo volontariamente più indietro perché è in questi anni che avviene una precisa accelerazione.

Tappe che si basano fondamentalmente su atti politici precisi che sono :

 

1- Rutelli e il Piano delle certezze del  1997 (Delibera del Consiglio Comunale n.92 del 29/5/’97 ed approvata dalla Giunta Regionale del Lazio): è il piano regolatore voluto dal sindaco.

In questo piano si stabilì che non si poteva tagliare nessuna previsione di crescita delle cubature prevista dal appunto piano regolatore stesso o da quelli precedenti.

La logica si basa sul concetto di Diritti edificatori: se tu mi hai dato dei diritti di edificare in posti poi risultati tutelati, ad esempio edificare su terreni archeologici, poi mi devi compensare la perdita di questi “diritti” dandomi altri terreni in altri posti della città in cui edificare non la stessa quantità di metri cubi ma di più.

Cioè se lo scenario socio economico e di tutela cambia, e nelle società attuali cambia ogni anno, i ” diritti edificatori” stabiliti nel piano delle certezze dovevano però  rimanere invariati.

Anzi aumentare a compensazione della mancata edificazione dell’area

Esempio di scempio con il piano delle certezze:  il comprensorio di Tormarancia.

L’originale piano Rutelli- Cecchini era di colare sulla zona 4 milioni di metri cubi di cemento. Una feroce battaglia ambientalista arrivò ad ottenere che le metratura fossero ridotte ad un milione e ottocento mila e fosse istituito un parco, peraltro in zona archeologica, di 200 ettari.

Da qui l’esigenza di compensare i presunti diritti acquisiti dai costruttori derivanti dal piano regolatore, in aree diverse da quelle protette.

Cosa succede allora? Per compensare il previsto milione e ottocentomila alla fine delle compensazioni si arriverà a edificare 5,2 milioni di metri cubi sparsi in altre zone!

Parcellizzare quindi lo scempio, distribuirlo su vari territori e impedire che sia evidente e subito rintracciabile in una sola zona.

Per fare Tormarancia sono state concesse a «compensazioni» di questo parco ai proprietari dei terreni e ai costruttori zone che sono state spalmate su tutta Roma e che sommate tra loro superano la cifra iniziale di metri cubi previsti sfondando il tetto di 4,1 milioni. Di questi metri cubi ben 400 mila sono stati comunque piazzati a ridosso del Parco stesso, mai davvero realizzato.

Ecco allora che: a Tormarancia alla Magliana sorgeranno 650 mila metri cubi, a Prato Smeraldo 340 mila, a Muratella 645 mila, a Massimina 618 mila, a Colle delle Gensole 221 mila, a Torrino sud 59 mila, sulla Pontina 70 mila, al km 13 dell’Aurelia 248 mila, a Prima Porta 100 mila, a Tenuta Rubbia 180 mila, all’Olgiata 120 mila, alla Bufalotta 99 mila, al Divino Amore 142 mila e a Fontana Candida 200 mila.

Tutto per compensare un parco che, ad oggi e fino all’inizio dei restauri e dei lavoro di Novembre 2016 non esisteva ancora.

Esistevano ed esistono però le case.

 

2- Piano regolatore comunale del 2003-2006.

Non entra mai in funzione perché fatto male, opera di consulenti che nel redigerlo hanno violato i piani paesaggistici della Regione governata allora da Storace che blocca tutto.

Talmente grande era l’ipotesi edificatoria e di saccheggio dell’agro romano che il progetto Veltroni si schianta con le regole imposte dalla Regione.

Il Piano regolatore Comunale del 2003-2006 aveva infatti consapevolmente ignorato i vincoli Regionali derivanti dalla normativa paesistica.

Che fare?

Il Comune di Roma invia (2007) alla Regione Lazio, governata dal 2005 da Marrazzo, un lunghissimo elenco di aree (oltre 60) edificabili per il piano regolatore adottato ma in contrasto con il piano paesistico chiedendo esplicitamente “di adeguare il piano paesistico alle decisioni urbanistiche romane”.

Cioè saccheggiamo insieme cambiando le regole.

Chiaramente questo cambio di regole e la totale incoscienza del duo Marrazzo –Veltroni non impatterà solo su Roma ma anche su tutti i Comuni limitrofi che si sentiranno legittimati a costruire di più.

3- La fine del progetto centralità.

Le  modifiche continue comportano una cosa semplice: la fine del concetto di centralità e cioè l’idea politica della diffusione delle centralità in periferia. La parte pubblica di queste opere viene cambiata in appartamenti e le opere accessorie non vengono fatte.

Vi ricorda qualcosa di recente? Esatto, i famosi uffici che dovrebbero riempire i grattacieli del nuovo mostruoso progetto di Stadio della Roma e che invece quasi sicuramente saranno poi trasformati in appartamenti.

Esempi: Bufalotta e Romanina

I primi ad accettare le regole del concetto di Centralità, firmando un contratto col Comune di Roma, cioè equilibrio tra abitazioni e strutture di pubblico servizio e uffici, sono i Toti e il laboratorio di questa farsa è Bufalotta.

Due anni dopo aver firmato il patto infatti, nel novembre del 2007, la giunta comunale di Veltroni accetta il “ripensamento ” dei costruttori: gli uffici non si vendono. E come si potrebbero vendere se non c’è economia? Cosa metto in uffici se non ho aziende? Quindi le proposte previsionali sugli uffici vanno cambiate in abitazioni. Lo fa anche con un nome ora noto alle cronache recenti: Scarpellini e la sua Immobilfin.

Il quartiere è la Romanina che passa da un originario patto di 60% pubblica, 20% privata e 20% flessibile ad un nuovo patto di 50% pubblico, 30% privato e 20% privato ad uso pubblico 8 cioè uffici poi rimasti invenduti e trasformati in appartamenti). Per finire poi sotto Alemanno al quasi raddoppio delle cubature per abitazioni: dal 1.130.000 mc. per 350.000 mq. di Superficie utile lorda (SUL) al 1.920.000 mc. per 600.777 mq. di SUL, ma anche nello stravolgimento del rapporto fra SUL pubblica e privata. Scarpellini che ora è in carcere, per i regali promette che darà 50 milioni per il prolungamento della metropolitana.

Non lo farà mai.

5- Il piano regolatore del gennaio 2008:

Il piano in sintesi approvato dalla giunta Veltroni prevede un patto ( il “patto riformista”) con la Regione. Nelle intenzioni, sempre propagandistiche e mai realizzate il Piano, che avrebbe avuto una gestazione di tredici anni, avrebbe dovuto: tutelare la città storica (un tempo entro le Mura Aureliane) che viene estesa alla città di Nathan, alla città del Novecento, cioè da 1.500 a7.000 ettari; una salvaguardia per il verde attrezzato e il verde agricolo che investe 87.700 dei 129.000 ettari di superficie comunale; un sistema della mobilità che punta prevalentemente sul ferro, sulla rotaia, in superficie e in sotterranea, chiudendo finalmente l’anello ferroviario e integrando il sistema in 72 punti di scambio metropolitano

In realtà:

1- Eliminazione di 977 vincoli e tutele su altrettante aree dell’agro romano.

2-La modifica del piano paesaggistico della regione: una variante al piano paesaggistico vigente (del 1998), e un nuovo Piano paesaggistico, che inizierà così il suo iter.

3- 70 milioni di metri cubi di nuove costruzioni  di cui una parte consistente realizzata in deroga;

4- Nessuna politica di edilizia popolare ma un vago piano di edilizia popolare mai davvero attuato ( I Peep),

5- Nessun dibattito democratico e condiviso, concertato sui concetti di : casa come servizio sociale, casa come diritto comune, svendita del territorio.

Questo piano regolatore si innesta su una situazione sociale e abitativa devastante. E tale resterà.

Per capire di cosa stiamo parlando: in quel periodo ( e ancora oggi come sappiamo tutti)  Roma soffre di una situazione grave nell’ambito dell’esigenza di case popolari.

I dati:

Duecentomila anziani in condizione di fragilità economica o sociale. Quarantamila di loro ormai non sono più, in parte o del tutto, autosufficienti. Più di quattromila minori stranieri non accompagnati censiti tra il 2004 e il 2006.

Decine di migliaia di persone che vivono sotto l’incubo dell’emergenza abitativa: tredicimila quelli accolti in residence o strutture del Comune, 4.290 in villaggi rom attrezzati, 42.500 destinatari di un sostegno all’abitare, 577.973 abitanti sopra ai 65 anni e almeno 200 mila in condizioni di fragilità di cui 22 mila in condizioni di precarietà abitativa, circa 30 mila vivono con una pensione minima. Mentre 36 mila sono i minori che hanno bisogno di sostegno. 40 mila sentenze di sfratto per morosità.  Solo nel 2005, le richieste di esecuzione di sfratto sono state più di 10 mila e gli sfratti eseguiti con la forza pubblica 2.872.
Numeri che Caritas e Comunità di Sant’Egidio conoscono bene..

E centinaia di migliaia di immigrati, di cui 230 mila solo quelli regolarmente residenti nel Comune di Roma, che si muovono su un mercato degli affitti drogato.

Con mafia capitale si capirà che l’emergenza abitativa e l’emergenza profughi sono in realtà le vere economie da spolpare attraverso cui finanziare cooperativa d’area ( Buzzi)  e creare fondi neri per mazzette ai politici stessi.

Esempi di fallimento del Piano:

Il parcheggio di scambio Circonvalazione Cornelia.  

ll più grande parcheggio automatizzato d’Europa. Costo dell’opera 35 milioni, costo finale 50 milioni. Veltroni dichiara: “E’ un’opera fondamentale per la città. Darà ossigeno alla mobilità di tutta Roma.” Inaugurato da Veltroni sarà fin da  subito inutilizzabile per via della complessità del sistema automatizzato e della lentezza dell’ingresso e dell’uscita della auto: i box sono troppo bassi, le station wagon non entrano, se la corrente va via non è previsto un piano di recupero delle auto perché mancano generatori di emergenza. Subito chiuso.

Obi Wan Nicola Lagioia. Da Guerre Stellari alle ragionevoli speranze.

 

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Sull’onestà intellettuale di Lagioia c’è molto poco da scrivere. Chi la mette in dubbio è in malafede o non l’ha mai letto.

Il suo è sempre, sempre, un pensiero appassionato, con un stile incisivo efficace  e affascinante. Uno dei migliori scrittori italiani della mia generazione.

Ma come teorico proprio tutto questo lo rende doppiamente colpevole.

Infatti in lui l’ideologia storytellare che “rimuove il velo”, si unisce sempre alla visione totalizzante dei futuri auspicati da sinistra , un richiamo all’ordine e ai doveri, una morale. Di destra.

Il ritorno all’origine perduta dei “grandi ideali” di sinistra dopo la caduta capitalistica? Così sembra. Il suo pensiero, che lo si voglia o meno, è stimolante, oserei dire sfidante. Ma non in quanto declinazione profetica di prospettive e critiche di sinistra ma in quanto consolidamento reazionario ed elitario di un pensiero di destra. E rivela come la sinistra italiana, nei suoi migliori gendarmi di senso, e lui è tra i migliori, sia l’espressione più fertile di una sempre negata, inconscia direbbe il nostro, visione di destra della società, del contemporaneo e della storia.

Nel suo ultimo pezzo “Donald Trump, un sogno dentro un sogno”, una lunga e articolata analisi politica si consolida in una narrazione da metafisica fantascientifica.

Ci sono personaggi narrativi affascinanti in classico stile Guerre stellari: c’è il capitalista Dio mosso dalle ragioni del Grande Rettile Contemporaneo che beve sangue, c’è un ibrido strano tra hipster sofisticato e fighetto nostrano, minaccioso almeno quanto il grande rettile, che uccide persone sbandando in Tesla, altro simbolo del Capitale e c’è un Super Io ipertrofico, una specie di vigile urbano che dirige i traffico sociale di un inconscio collettivo di zombie eterodiretti alla Matrix .

Questo presepe narrativo  sarebbe innocente se non fosse poi declinato filosoficamente e politicamente

Ed ecco che Lagioia si trasforma in un Fofi minore con venature tra Obi-Wan Kenobi e Yoda .

La domanda da tono apocalittico è :

“Perché il discorso della sinistra è oggi tanto inefficace? Perché non ha fermato Donald Trump e non sembra sortire effetti concreti contro i populismi, i neorazzismi, le derive genuinamente antidemocratiche che agitano venti di tempesta in Europa e negli Stati Uniti?”.

Vedere nella Sinistra Critica la mancanza di slancio propulsivo è la base di partenza per non discutere mai i presupposti da cui il ragionamento parte.

La domanda vera sarebbe: da che rampa dovrebbe decollare la Sinistra mondiale per cambiare dall’iperuranio il contesto reale?

La sinistra avrebbe dovuto fermare Donald Trump radicando in un popolo alla deriva, succube di propaganda, i valori fondativi della sua storia?

L’unica cosa certa è che non l’ha fatto, venendo meno al suo compito storico?

Tutto questo senza che Lagioia si preoccupi minimamente di spiegarci questo presupposto:  da dove viene questa investitura destinale, questo stigma da iniziati che solo alla sinistra pare concesso, di incarnare i valori della rinascita e del risveglio e diffonderli, ma più spesso tradirli, per mantenere sempre vivo l’avvento auspicato del mondo nuovo e la continuazione della saga?

“Ricorda, Luke: la Forza sarà con te, sempre” (Obi-Wan Kenobi)

Anche la destra dice lo stesso. I valori sono diversi?

Non ne sarei così certo se i presupposti del melodramma storico apocalittico sono sempre:  rinascita tradita, palingenesi mancata, vitalismo.

Un’origine tradita e una presunzione di purezza, un compito, quindi.

Per il nostro che la sinistra non assolva questo compito e non l’abbia fatto finora e che non provi più a farlo, che abbia fallito nella sua istanza rivoluzionaria e pedagogica, è sintomo di qualcosa di profondo.

“L’impressione è che, negli anni novanta, la sinistra abbia in apparenza provato a conservare per così dire il metodo, rinunciando all’Idea, all’escatologia, col risultato che anche il metodo, perfino nella media distanza, ne ha risentito.”

Un mistero strutturale che spetta alle élite intellettuali di quella stessa sinistra rivelare? Sembra così.   Ma rivelare cosa?

Il nulla: i venti di tempesta in Europa e Stati Uniti ?

Una farsa storica apocalittica e eurocentrica e non supportata da alcun dato che in realtà dice ben altro come dimostrano, tra i tanti,  Anthony Giddens o Samuel Huntington sulla diffusione mondiale della democrazia .

Ma nei grandi fini della teleologia narrativa di sinistra  il dato e i fatti sono sempre cemento della propaganda del Capitale. Anatemi, sdegni, rifiuti e profezie sostituiscono analisi, lentezze, complessità , progetti e trasformazioni.

E allora cosa resta a noi di sinistra? Una fanfara confessionale e penitenziale. Un appello all’onestà o peggio al vitalismo:

 ” Tornare ad amare la vita da esseri umani” scrive Lagioia.

Quindi, paradosso, un pensiero e un vitalismo tipici della destra.

Prima però per tutti noi che veniamo da quel mondo di colpe, c’è  da passare la fonte battesimale: almeno noi, élite di illuminati di sinistra, confessiamo i nostri peccati:

” Nessuno accetta in cuor suo di  di avere mai messo in pratica la condotta tanto equivoca che fa ciclicamente tintinnare di piacere le scaglie del Grande Rettile “

Che tradotto con Yoda.

Arduo da vedere il Lato Oscuro è“.

La storia è stata ricondotta all’unità e infatti la nostra epoca è sventurata  (ci mancherebbe) ed è necessario mondarsi dai peccati tipici del traditore di ideali, anche se chi li ha traditi non ha capito bene quali siano questi ideali:

“Sventurata l’epoca che smantella lo spazio interiore necessario a dirsi “ho sbagliato”, “sto tradendo i miei ideali”, “per troppa debolezza mi sono ritrovato a fare il gioco della forza che volevo contrastare”, “mento sapendo di mentire”, “danneggio i miei simili per ottenere un vantaggio personale”.

Che tradotto con Yoda:

“La paura è la via per il Lato Oscuro. La paura conduce all’ira, l’ira all’odio; l’odio conduce alla sofferenza. Ah… Io sento in te molta paura.”

Cosa manca in questo discorso da supplice al tempio, da stantia sacrestia tra la sezione e la Chiesa? Manca l’arrosto, mancano gli ideali. Quali saranno?

Ma l’autore non sembra preoccuparsene troppo perché:

“La sinistra istituzionale ha dimenticato che l’essere umano ha ancora bisogno di grandi idee. La disinvoltura con cui vi ha rinunciato dice molto della sua lontananza dal nostro nucleo più segreto e irriducibile, il che si può spiegare solo con l’assoluta dissociazione che soffre rispetto a se stessa e al suo ruolo.”

Se unite questo ad un altro grande classico teorico della sinistra e anche della destra,  l’alienazione metafisica dell’Occidente,  il rimando costante ad un avvento a venire a colpi di grandi valori è la soluzione più ovvia.

Palingenesi per tutti e tornare umani. C’è stata una caduta quindi che ci ha reso così poco umani?

Chi di voi guardandosi la mattina allo specchio non vede uno Zombie Consumatore?images

Ed ecco entrare però in scena un altro attore in commedia che ci permette di non capire nulla ma assolverci.

Il Super Io di Freud come  una specie di guardiano della soglia.

Nel neo psicologismo lagioiano è lui a mediare tra pulsione e coscienza censurando lo spirito libertario e anarcoide che, non si sa bene perché, è da Lagioia fatto appartenere alla sinistra.

La sinistra e la società tutta, il mondo capitalista tutto, sembra dirci Lagioia, hanno un problema, persino psichiatrico, che attanaglia le forze possibili di un necessario Rinascimento.

Esiste per Lagioia una bulimia delle nostre energie desideranti perché producano consumo.

D’altronde: “Una volta che lo accetti, il lato oscuro è con te per sempre” direbbe Fredon Nadd del pianeta Onderon.

Una specie di idraulica di vasi comunicanti, ridicola, in cui un amorfo soggetto sociale è pavlovianamente istigato a consumare sempre di più.

Da chi sia istigato e soprattutto come, cioè con quale processo culturale e quali dinamiche, non è dato sapere.

Senza negoziazione identitaria e in nome di una semplificazione teorica galoppante che si può riassumere in questo sbadiglio: Lagioia ha scoperto che la Macchina è macchinosa e trama alle nostre spalle.

Il lato oscuro della forza.

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Prendiamo però atto anche che Lagioia ha risolto in tre righe tutto il dibattito e gli studi sulla negoziazione identitaria, sui consumi culturali e non, sul marketing emozionale, sulle economie della propaganda e sui poteri in gioco.

Il risultato è paradossale, ma con molte affinità oltre che con Guerre Stellari con le tesi nostalgiche di CasaPound.

Da un parte un popolo eterodiretto e vittima del Capitale va riportato sulla retta via con un salvifico anticapitalismo.

Dall’altra la vulgata lacaniana di Zizek, la coazione a godere,  una specie  di ultimo rantolo francofortese che tutto spiega.

Con il conflitto nevrotico tra desiderio e repressione viene svelata la tenaglia psichiatrica che ci tiene prigionieri.

E, come sempre, visto che godiamo coattivamente , ci assolve tutti e ci rimanda al futuro.

“Ma cosa accade se, anziché l’Io, diventa il Super-Io il principale mediatore tra parte cosciente e giungla pulsionale? Se, divenuto ipertrofico, sfugge del tutto al controllo della sfera cosciente? “

Si chiede Lagioia.

D’altronde :

“La Forza è quella che dà ai Jedi la possanza, è un campo energetico creato da tutte le cose viventi. Ti circonda, ci penetra “― Obi-Wan Kenobi

Ma invece  la depressione individuale? Per Lagioia non è materia da dibattere. Nell’avvento dei veri valori e nel fiume carsico del “poliziotto sociale Super Io” a sparire è proprio l’individuo e i suoi veri problemi. Come ad esempio la depressione.

Tutto passa da un fantasmatico Super Io che regola il traffico per impedire la Rivoluzione e il pensiero libertario.

Ma invece è casomai proprio l’appagamento costante del desiderio (questa è la vera possibilità del contemporaneo) e non il suo rimando nel flipper nevrotico (come vorrebbe la gendarmeria sociale lagioiana-lacaniana-freudiana) che porta l’uomo , il singolo, all’infelicità.

Come ci insegna  Alain Ehrenbergh in “La società del disagio“.

 ” Viviamo in una società fondata sulla bulimia forzata – l’ottimizzazione, cioè l’esasperazione delle nostre energie desideranti perché producano consumo, dunque profitto, ci crea intorno un sistema disciplinatorio dalla rigidità via via più soffocante.”

Il sistema disciplinatorio è già qui? Così pare.

Vi ha già citofonato Dart Fener ?

Gli autori che smentiscono tutto ciò sono davvero tanti e per rimanere in campo umanistico-sociologico basterebbe l’indagine carsica sull’invenzione del passato di Appadurai, gli studi di R M. Schindler sulla nostalgia nelle dinamiche di consumo o l’io modulare di Bodei.

Insomma basterebbe capire che i rapporti di consumo sono complessi.

Non c’è nessuna passività come vorrebbe il nostro esegeta. Nessuno schiacciamento.  Ma anzi partecipazione emotiva, libero arbitrio e ricerca di approdi identitari in ogni consumo, ricerca di felicità e godimento. Scelta, volontà, partecipazione. Che piaccia o meno all’intellettuale.

Figura di consumatore e di popolo e società che, nella sua passività indimostrabile, serve in realtà soprattutto a ritagliarsi un predominio di campo: spetta all’intellettuale di sinistra infatti risvegliare le coscienze e guidare il popolo verso la  luce, sciogliere i nodi del sistema disciplinatorio!

Quando? Meglio mai, così questa processione liturgica  può essere sempre ripetuta e il miracolo sempre atteso.

Spetta all’intellettuale di sinistra essere un elitario di destra che vede l’altrui inconsapevolezza e la risveglia a colpi di tanta umanità.

“Ricorda, il vigore di uno Jedi proviene dalla Forza… Ma stai attento: collera, paura, aggressività, il lato oscuro essi sono. Quando il sentiero oscuro tu intraprendi, per sempre esso dominerà il tuo destino” 

E qui il delirio nichilista, sempre di destra inconsapevole, come metodologia di annullamento delle differenze, si fa visione totalizzante del meccanismo sociale profondo. La Macchina. Che però vede solo Lagioia:

” Se un tempo ci si doveva sacrificare per la salvezza della patria, oggi bisogna godere per favorire il potenziamento della rete di cui facciamo parte. La società dei consumi è tanto più potente quanto più è sfrenata: il suo combustibile è un godimento che viene da noi, ma non per noi.”

Tutta l’essenza di un pensiero solidamente reazionario: la storia sociale come storia dei fini ( la salvezza della patria che diventa la società dei consumi sfrenata), la manipolazione di agenti esterni come deresponsabilizzazione dell’individuo.

Ma lampante in questo ragionamento è tutta la sclerosi dei bisogni idiosincratici degli intellettuali che anelano all’ineffabile, al sublime, all’oltrepassamento.

A svelare a tutti noi, popolo bue, il lato oscuro della Forza.

Forse la lettura e la frequentazione dei libri  di Rorty lo avrebbero aiutato.

Ma Lagioia certi autori  se li conosce li evita.

C’è infatti in lui tutta la spianata di crampi della “autentica critica”: le regole, le pratiche di consumo, le istituzioni , sono tutte al servizio di forze (la Macchina)  che le utilizzano per fini disumani.  E solo per questi.

E questa visione totalizzante, come dice Rorty  è: ” Una delle idee più stupide professate dalla sinistra “.

” Che comunità è dunque quella i cui individui da una parte credono ciecamente nel proprio diritto al godimento (lasciando il godimento del diritto alla Macchina, per meglio dire al Rettile) e dall’altra non perdonano ai loro simili la minima colpa, dal momento che sbagliare è la vocazione del genere umano?”

La  domanda è giusta: che comunità è? Il dubbio è che, vista la mancanza di prove e la pazienza nel dimostrarle, questa comunità non esista.

E che esista invece solo nel laboratorio avventizio di una visione semplificata e reazionaria dello sguardo dall’alto dell’intellettuale.

Segue poi lungo excursus su Donald Trump.

Da punto di vista narrativo molto bello. E qui Lagioia dà sempre il meglio di sé. Il suo talento di scrittore è evidente.

Trump è raccontato dalle sue stesse parole ed emerge in tutta evidenza come un vero caso psichiatrico.

E di sicuro qualcosa di mostruoso e che non va in lui c’è.

Ma Trump  che in una società americana ribalta tavoli e dà sfogo alle sue più barbariche pulsioni senza autorità intermedie di controllo e senza il controllo democratico dei media e del mercato, semplicemente non vivrebbe in America.

Forse vivrebbe in Italia. Cioè quella raccontata è un’ America che semplicemente non esiste se non nelle mappe mentali talentuose dello scrittore apocalittico.

Ma poi ecco tornare l’ansia totalizzante, la ricetta storica, la necessaria rinascita:

” La sinistra istituzionale ha dimenticato che l’essere umano ha ancora bisogno di grandi idee.” 

La sinistra italiana in questo senso è specializzata nell’attesa avventizia del realizzarsi di grandi idee. Mai peraltro discusse nei particolari perché troppo alto è l’ideale e riassumibile in una presunzione di purezza in cui qualunque desiderio trova infine la propria stanchezza, la proprio verità.

Di sinistra naturalmente.

“Occuparsi della cultura non è forse storicamente una prerogativa della sinistra?”  ci chiede retoricamente Lagioia.

La risposta, per fortuna, è No. Non c’è nessun fondamento storico che confermi questa mortifera e assolutamente falsa filiazione. Anzi direi di più: pericolosa.

“Storicamente”  ci sono pensatori come Locke, Bentham, Montaigne, Hume, Popper, Bertrand Russell ed economisti come Friedrich von Hayek o psicologi dell’economia come Daniel Kahneman o geniali ibridi come Taleb che grazie a Dio hanno dedicato la loro vita e il loro pensiero non al posizionamento politico a sinistra. E si sono occupati di cultura al meglio.

Ed etichettarne alcuni , per liberarsene e non discuterci, con la generica categoria di Liberismo, meglio se sempre “sfrenato”, è un pensiero e una prassi di destra.

Censoria, ideologica, anti libertaria con un risultato chiaro: l’impoverimento del dibattito pubblico e delle teorie, la marginalizzazione di importanti idee e il galoppare verso orizzonti di apoplessia . A colpi di pensiero vittimario e pauperista per rubacchiare consenso anche sui poveri.

“L’economia contemporanea – di cui la Macchina è solo il più efficace degli ottimizzatori – è in realtà una forza del passato più remoto, della preistoria, viene dai cieli bui e dalla paura atavica che alimenta il nostro lato più violento e ancestrale”

Lagioia non sembra mai considerare  la possibilità che la perdita delle illusioni non coincida, come vorrebbe lui, con il desiderio di una regressione barbarica.

Non implica infatti nessuna visione apologetica della contemporaneità,  nessun ritorno ad una  ” meta che ci trascenda”, nessuna visione nostalgica in nome dei “veri valori” qui detti “grandi idee”.

Quelle che lui chiama grandi idee sono in realtà una scorciatoia reazionaria e  il fondamento di un gioco perverso e irrisolvibile e, questo sì, davvero nevrotico.

La liturgia sempre rinfocolata e la rinuncia alla responsabilità personale quotidiana, al tribunale dialettico della  ricerca condivisa e lenta, piena di errori, piena di verifiche ripensamenti e correzioni.

La ricerca e la realizzazione di “ragionevoli speranze” (Bacone), che, proprio perché tali, sono limitate e fallibili ma anche le sole efficaci.

Come aveva capito proprio Freud che, nel 1927  in un’epoca con maggiori “venti di tempesta ” di oggi, lo stesso anno di pubblicazione del mefistofelico Essere e tempo, scrive un necessario e lucido elogio della scienza e della ragione in “L’avvenire di un’ illusione”.

E voglio finire questo lungo pezzo dedicato ad uno scrittore con l’esempio di due “ragionevoli speranze” donate sempre da due scrittori, Musil e Primo Levi.

Nella convinzione che esempi di una “ragionevole speranza” possano sempre allontanare la disperazione e le scorciatoie da illuminati che portano ad Auschwitz se va male e alla fantascienza se va bene.

Il primo: ” Il cammino della storia non è quello di una palla da biliardo, che segue un’ inflessibile legge causale; somiglia piuttosto a quello di una nuvola, a quello di chi va bighellonando per le strade, e qui è inviato da un’ombra, là da un gruppo di persone o dallo spettacolo di una piazza barocca, e infine giunge in un luogo che non conosceva e dove non desiderava andare”

Il secondo: ” Poiché è difficile distinguere i profeti veri dai falsi, è bene avere in sospetto tutti i profeti; è meglio rinunciare alle verità rivelate, anche se ci esaltano per la loro semplicità e il loro splendore, anche se le troviamo comode perché si acquistano gratis. È meglio accontentarsi di altre verità più modeste e entusiasmanti, quelle che si conquistano faticosamente, a poco a poco e senza scorciatoie, con lo studio, la discussione, il  ragionamento, e che possono essere verificate e dimostrate.”

Storytelling e cinema italiano: tra l’ideologia del racconto e ipotesi vittimaria

 

 

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Quando la leggenda diventa un fatto, stampa la leggenda“.

Questa frase che chiude L’uomo che uccise Liberty Valance, aiuta a spiegare meglio le dinamiche consolidate dell’epoca dello storytelling che stiamo vivendo. Quella che Salmon definisce narrative turn, investe le scienze umane intorno al 1995, non certo e non solo nell’ambito dell’intrattenimento ma, ad esempio, nel contesto politico,[1] giudiziario ed economico: le sentenze , le elezioni e le dinamiche dove si applicano le ermeneutiche umanistiche, psicologia, medicina , programmi politici e storie aziendali, si affidano sempre di più alla narrazione. Con la conseguenza che nuove figure professionali di storytelling management creano un immaginario complementare e invasivo per chi svolge un ruolo decisionale in settori decisivi del reale.

La radicalità di questo fenomeno ha portato alla sovrapposizione tra una vera narrazione dei fatti e uno scambio di aneddotica, dove la finalità è vendere, convincere, sedurre, consolare, divertire, raccontare. e simulare una soluzione e un’organicità a fenomeni complessi e sfaccettati.

All’interno di una negoziazione identitaria e all’interno della complessità di una cultura comunque agita[2] gli “innumerevoli racconti del mondo” di Roland Barthes diventano il racconto in cui i fatti sono funzionali alla persuasione o al quadro risolutivo di un’epoca, all’agiografia di un leader, alla presentazione enfatica di utili aziendali, alle ragioni simboliche di una guerra. Forme di ragionamento non lineare e non narrativo subiscono una marginalizzazione, il consuntivo si stempera e resta il mondo possibile e consolante del previsionale, un radioso percorso lineare per uno scopo a venire.

In Italia il pragmatismo manageriale dello storytelling e delle sue tecniche [3] ha trovato terreno fertile nel cinema e nell’industria dell’audiovisivo con l’idea di farli diventare ambiti consolidati e di filiera  di un’industria culturale solida dal punto di vista economico. Un immaginario autoriale e una fantasia finalmente imbrigliate e redente da tecniche di miglioramento gestionale e contenutistico al grido di “meno autori ” e “ora il mercato” o “la qualità” e “la “realtà!” [4]

Ecco allora attivarsi, a supporto di questo cambiamento immaginato e futuribile, tutta una retorica narrativa, frutto purissimo di storytelling, a base di “innovazione tecnologica “, ” integrazione tra estro e management”e “sfida” vera o presunta, dove il cinema sarebbe dovuto diventare “impresa possibile”.[5]

Affascinati dalla narrazione ideologica e avventizia di far parte di un nuovo “sistema industriale dell’intrattenimento” cardine di un ancor più utopistico “sistema paese” e ringalluzziti da tutto il còte ideologico di una cultura che deve imparare a fare utili e aiutare gli “autori” a “trovare il proprio pubblico”.[6] molti sceneggiatori, dopo un periodo effettivo di rilancio, si sono ritrovati disoccupati o sottopagati pur essendo stati formati a tecniche nuove.

Infatti, l’auspicata realtà industriale a venire del cinema italiano illude nella sua linearità di storia narrata e risolvibile. Spesso anzi risente, in peggio, di tutti i difetti strutturali del sistema industriale italiano di cui fa parte come la sottocapitalizzazione dei produttori, il mancato e lento ricambio generazionale, la parcellizzazione degli operatori, la mancata autonomia da capitali pubblici e una cultura del rischio e finanziaria quasi inesistente oltre ad numero eccessivo di film prodotti e quindi a un moltiplicarsi di prototipi.[7]

I risultati sono spesso paradossali.

Da una parte sceneggiature rianimate e rese digeribili da stimati sacerdoti della qualità sono di solito più opinabili dell’originale, la prima versione. Se non altro perché mondate dall’istinto artistico originario, il sano desiderio di realizzare quella storia ridotta così a verbale funzionale di lunghi interrogatori di autocoscienza in cui chiarire e chiarirsi. Le vittime di tutto un universo di laboratori battesimali, a volte a pagamento, sono così infantilizzate e rese parte integrante dell’ideologia dello storytelling: il finale consolante, la sceneggiatura risolta, il film dove tutto si tiene come aspirazione di rinascita in questo percorso ieratico e il corso e il premio per imparare tutto ciò e vederselo riconosciuto. Senza nessuna necessità che la sceneggiatura sia poi realizzata davvero.

Dall’altra i risultati concreti e costanti di prodotti popolari e di massa molto meno lavorati ma non per questo meno efficaci e professionali sul piano dello scambio simbolico, sembrano non temere la concorrenza di quelli “migliori”. Rimangono popolarissimi smentendo ogni presunzione correttiva e raccontandoci un paese diverso visto dal pubblico di “televisori di profondità”. E dati i risultati di massa, non vale molto la vulgata secondo cui il marketing sia solo propenso a intercettare un pubblico più istruito e più propenso al consumo. Se devo lanciare un nuovo prodotto lo faccio sulla generalista e in contesti come Don Matteo[8], un prodotto narrativo che non perde colpi in dieci anni e, nonostante lo scenario dei consumi audiovisivi completamente rivoluzionato,[9] consolida il successo anno dopo anno su un pubblico talmente vasto che non può non interessare i pubblicitari[10].

Altro paradosso è che chi esce indenne da questo golgota di revisioni migliorative di solito fa qualcosa di davvero anomalo. Non sempre compatibile con logiche industriali ma almeno testimonianza viva di un’unicità artistica e una visione corsara che arricchisce la polisemia della cinematografia italiana e la sua varietà di temi e ricchezza. Gli esempi sono sempre marginali a un ecosistema molto autoreferenziale. Maresco, Pietro Marcello, Frammartino, Di Costanzo. Ma anche Manuli e il lavoro di stratificazione ed empatia di un film durato tredici anni come Le Cose belle di Ferrente e Piperno. Senza escludere la palestra del web dove la facilità di distribuire e testare i propri progetti narrativi senza intermediari istituzionali (The Jackal, The Pills, ma lo stesso Marcello Macchia) e i modi di fruizione del prodotto per clip audiovisive e con ritmi e grammatiche nuove (tanto da poter ipotizzare un cinema futuro di sole gif animate e scene madri) garantiscono maggiori possibilità espressive a chiunque, compresi gli incapaci.

Ma proprio questo nuovo rivoluzionario contesto ha, nel mondo cinematografico, consolidato fenomeni di arrocco elitario dei produttori e degli autori e dei critici, assediati da nuove grammatiche e nuovi spazi di critica radicale che, se non necessariamente migliori, sono sicuramente più economici e quindi autonomi da logiche di finanziamento[11].

Ha cioè svelato una verità taciuta attraverso l’ideologia da storytelling dell’interesse culturale. Una logica di selezione avversa, per cui finanzio solo film che andranno male al botteghino, consolidata sulla base di un’asimmetria informativa e culturale che si regge su un’aura sociale della distinzione e sul concetto discrezionale e corporativo appunto dell’interesse culturale.

In perpetua rivendicazione vittimaria per mantenere il capitale sociale e quindi asimmetrie di compensi e vantaggi competitivi nell’accesso ai fondi pubblici gestiti con logiche novecentesche, gran parte delle figure apicali di questo mondo confermano a pieno le teorie di Bourdieu sulle forme di distinzione attuabili attraverso il capitale sociale e culturale di classe[12].

Nei lavori più autoriali dei cineasti più marginali invece sorprende una visione del mondo assolutamente anti narrativa. E proprio queste scelte non sminuiscono la complessità di realtà e microcosmi. Una visione che non è necessariamente catastrofica perché è oltre la catastrofe e non rientra nelle categorie del sociologico e antropologico o del facile psicologismo. Film che raccontano lo stupore di chi cerca rapsodicamente, guarda e quindi trova per analogia, si sporca in un territorio tra il sogno e la realtà, tra l’arcaico e il contemporaneo, un territorio dell’accumulo e dello sciupio, delle maschere e dei volti di carne, della stratificazione di giustizie e orrori.

Un’immersione che non segue dinamiche storicistiche, non aspira a nessun progresso lineare o rifugio nostalgico, non è politica e non è neppure più tragica. Ma è dialogica, analogica, è cioè un modo diverso di pensare il racconto. Ad esempio, proprio nell’anomalia assoluta di un film unico come “Belluscone, una storia siciliana”, si riesce a raccontare in maniera del tutto anomala aspetti decisivi della società dello spettacolo e dell’Italia contemporanea.

Da una parte il film, tutti i film dell’autore, si perdono in mille rivoli. I rivoli del cinema inteso come vera putrescenza. Putrefazione cinefila che pervade ogni racconto lineare e lo mina per ricomporlo in una forma jazzata tra standard e improvvisazioni.

Dall’altra rimane viva la logica stringente del progetto. Una logica apparentemente delirante ma coerente che racconta la storia d’Italia degli ultimi venti anni ripercorrendo il filo rosso che tiene insieme il sottoproletario di Palermo e l’uomo più potente e ricco del paese.

Ma cosa è successo dagli anni zero a oggi per chi invece mira a un onesto mestiere continuativo senza velleità ed unicità artistica?

Lo sceneggiatore è per sua essenza un mestiere scalabile: in pochi sono riusciti e dominano, com’è giusto che sia, l’intero ambiente [13].

Dal punto di vista culturale, invece, la canonizzazione di professionalità che possano scrivere storie per un fantomatico pubblico popolare, presuppone due cose indimostrabili: che ci sia una cultura popolare organica e che ci sia una concatenazione causale e informazionale tra le architetture e tecniche degli sceneggiatori e le relative reazioni indotte di un pubblico pensato come target[14].

Nel mondo cinematografico si consolida poi una dicotomia culturale ancora più feroce. Da una parte un modello industriale quasi sempre sognato e funzionale a sedurre ipotetici pubblici sulla base della  sempre imminente rinascita di un cinema di genere da consolidare in economie di scala.

Dall’altra un’alterigia veritativa del cinema del “reale” o d’autore come luoghi di minoranze esemplari. Una fantomatica “società civile” degli artisti che coltivano la propria esclusione dalle logiche del mainstream in nome di un’autorialità vissuta come stigma, necessità e testimonianza. Raccontare quello che tutti gli altri occultano.

A entrambe le prospettive manca un pubblico significativo di riferimento che, come dimostrano i dati, si concentra nell’ultimo decennio (2006-2016) intorno ad un unico genere, le commedie, e pochissimi autori , produttori e registi[15].

Entrambe le prospettive però si somigliano secondo un’affinità morfologica[16]:: i racconti vittimari e sul reale sono simili alle edulcorate narrazioni mainstream. Entrambe le narrazioni rifiutano, in fondo, elementi di contraddizione come vera alterità che minaccia. E coltivano, anche inconsapevolmente, un’assiologia priva di chiaroscuri.

Sia le storie per fare ridere, emozionare e vendere, sia le storie di vittime e sapori odori e piccole cose e una natura riscoperta, nate per fare riflettere, funzionano perché suturano il discontinuo, omologano il disomogeneo, impediscono un rapporto davvero dialettico con il proprio oggetto.

Il bove con la voce Elio Germano, attore sempre impegnato e in prima linea nella denuncia vittimaria, canta un paese morente e incarna un’omelia che spiega, a tesi, il destino di decadenza ineluttabile di un intero popolo. Le coppie “giovani” e mainstream di Genovese hanno un solo problema cocente, le corna, e vivono un’utopistica società digestiva e senza classi dove un chirurgo plastico si ritrova a tavola un tassista. Le capre e gli alberi in luce caravaggesca di Frammartino puntellano un tempo estatico e anti consumista in nome di una natura altra ed esotica e primigenia che è il perfetto correlativo narrativo dell’albero della vita dell’Expo.

La sceneggiatura poi, come oggetto narrativo di una filiera economica, è sempre il punto di partenza per attivare le dinamiche che rendono possibile tutto il processo:  il film da realizzare e la vendita dei diritti da attuare.

Una sceneggiatura che, per queste ragioni economiche, diventa, suo malgrado, l’opera aperta per eccellenza. Un vero e proprio feticcio e cantiere sempre aperto assediato da revisori, tormenti, scalettatori, ripensamenti,decapitazioni dei vertici, cambi politici, riunioni interlocutorie, glosse , chiosatori e chiosati. Per poi tornare spesso, quando si sono limitati gli arzigogoli correttivi e igienisti o funzionali a qualcosa che confermi anche una delle regole fondative della cinematografia romana: bona la prima.

Saggio uscito nella collana Saggi Marsilio:

Romanzo popolare, narrazione pubblico e storie del cinema italiano negli anni duemila. a cura di Pedro Armocida e Laura Buffoni.

 

[1] Evan Cornog, The Power and the Story. How the Crafted Presidential Narrative Has Determined Political Success from George Washington to George W. Bush, New York, The Penguin Press, 2004. Figura chiave è quella di spin doctor sotto Reagan e degli story spinners sotto Clinton.

[2] U. Hannerz, La diversità culturale, Il Mulino, Bologna 2001.

[3] In questo senso decisive le tecniche di storytelling del marketing riassumibili nel passaggio d’epoca “dall’immagine di marca (brand image), che ha dominato il mercato degli anni Ottanta, alla storia di marca (brand story), che si è imposta a partire dal 1995. Un cambiamento che implica la comparsa di un nuovo lessico in cui l’audience ha rimpiazzato i consumatori e le “sequenze narrative” si sono sostituite alle “campagne pubblicitarie”” In Salmon Christian,  Storytelling , la fabbrica delle storie, Fazi, Roma, 2008 pag 17

[4] Cioè il cinema come terreno fertile per scambi simbolici che riguardino le politiche culturali ed economiche del paese. Per il concetto di ” scambi simbolici” e la conseguente emersione di strutture implicite: Jean Baudrillard, Lo scambio simbolico e la morte, Feltrinelli, Milano 2007

[5] Un testo di riferimento di questi auspici non del tutto realizzati è: Severino Salvemini, Il cinema impresa possibile, Egea , Milano, 2002. In particolare pp 163-212 dove si individuavano allora alcune problematicità che rimangono ancora oggi tali.

[6] Ci riferiamo qui alla nascita di Rai Cinema nel 2000, un soggetto industriale  pubblico che cambia lo scenario della produzione e distribuzione in Italia e che contribuirà alla realizzazione di più di 400 film e 200 opere prime. Realtà industriale che, visto l’impatto economico, nel bene e nel male ha indirizzato anche precise politiche culturali e di gusto. Per una panoramica  di queste scelte e auspici: Carlo Macchitella, Nuovo Cinema Italia, Marsilio, Roma, 2003

[7] Per l’analisi e la graficazione dei dati rifarsi alle elaborazioni dell’Unità di Studi congiunta Dg Cinema/ Anica che rielaborano i dati della Direzione Generale per il Cinema del Ministero per i Beni e le attività produttive

[8] Per testare la dimensione del successo di questo prodotto la prima puntata 2016 della decima serie ha totalizzato una media di 9.200.000 telespettatori e il 35.4% di share. Gomorra, la più acclamata delle nuove serie  girata magistralmente e complessa dal punto di vista narrativo, ha registrato sul satellite un picco del 2,6% di share e su Rai tre un pubblico di quasi due milioni di spettatori, per una media dell’8,9% nelle prime due puntate. Dopo il picco della prima serata, la serie si è stabilizzata nell’arco degli episodi intorno a 1,5 milioni di spettatori .

[9] Per rendersi conto dei cambiamenti desumibili dai dati Auditel tra il 2000 e il 2014 le quattro maggiori reti generaliste ( Rai uno, Rai due, Canale 5 e Italia uno) sono passate dal 72% al 46% perdendo in quindici anni il 26 % di pubblico. In : http://www.auditel.it/dati/

[10] Come si legge in Rivista Studio ” Don Matteo piace soprattutto ai vecchi: gli ultra-trentacinquenni rappresentano quasi l’89 per cento degli spettatori di Don Matteo, che al debutto della sua nona stagione ha fatto quasi il 27% di share, cioè: tantissimo, con un picco tra le donne over 65 (circa il 42% di share) e over 55 (circa il 38% di share). Tra i cosiddetti giovani, in realtà, non è che il prete detective tiri poi così tanto, specie rispetto al suo indiscusso successo d’ascolto generale: tra i ragazzi di età compresa fra i 15 e i 25, fa circa il 18% di share, senza grandi distinzioni tra maschi e femmine. Mentre nella fascia dei quasi-giovani, cioè i 25-35, va un po’ peggio tra i maschi e più o meno uguale tra le femmine Come spiegarsi che Don Matteo piaccia ai giovanissimi più di quanto piaccia ai quasi-giovani? La spiegazione più ovvia è che i primi vivono con i genitori, i secondi da soli. In altre parole il “successo” della fiction tra i ragazzi è in buona parte imputabile al fatto che se lo guardano coi genitori. ” http://www.rivistastudio.com/standard/don-matteo-risolto-il-mistero/.

Ma il dato narrativo sulla fiction della generalista che davvero invita ad una riflessione per scelta di temi e personaggi  è che negli anni zero:”Sommate insieme le figure religiose e biblico/ evangeliche equivalgono al 43% del corpus : in altri termini , più di due biografie su cinque sono dedicate a quelli che potremmo definire “eroi della fede” M. Buonannno, Storie di vite esemplari . Le biografie , in Id. ( a cura di) , Se vent’anni sembran pochi. La fiction italiana , L’Italia nella fiction. Anni ventesimo e ventunesimo , Rai Eri , Roma 2010, pp343-366, cit p.363

[11] Ci riferiamo qui, ma solo a titolo di esempio, agli incredibili e mai abbastanza discussi dati Dg Cinema/ Anica (2013)  in cui emerge chiaramente che il costo medio di un lungometraggio che ha ottenuto il contributo per l’interesse culturale (497 mila euro la sovvenzione media) è di 4.15 milioni di euro a fronte di un incasso di 1,5 milioni;Il costo medio di un film italiano che non ha ottenuto il contributo di interesse culturale è di 2,5 milioni a fronte di un incasso di 2 milioni.  In altri termini, i film finanziati costano circa il 40% in più e incassano il 25% in meno. Questo significa che il finanziamento, in termini puramente tecnici, incoraggia l’aumento dei costi e disincentiva ad aumentare i ricavi.

 

[12] Ci sembra questo il sociologo con categorie  filosofiche  più originali e  legate alla revisione del concetto di capitale considerato non solo dal punto di vista economico ma con categorie come capitale sociale e capitale culturale, utilissime per spiegare le dinamiche di posizionamento sociale rispetto al proprio campo culturale di appartenenza e alla codifica e decodifica del  prodotto culturale da parte del pubblico. Pierre Bourdieu, Forme di Capitale, Armando Editore, Roma.

 

[13] Sul concetto di scalabilità e sulla scalabilità come essenza delle professioni  artistiche e sulla dimostrazione che non è assolutamente il talento a decidere il destino di chi le opera ma il caso , Nassim Nicholas Taleb ” Il Cigno Nero” Il Saggiatore,Milano, 2008  pp.48-58

[14] Per la complessità dei processi di decodifica del pubblico, che implica sempre una forma discorsiva del prodotto audiovisivo, un pubblico attivo  e una pratica sociale che ne articola il significato: Stuart Hall , Codifica e decodifica del discorso televisivo, in Il soggetto e la differenza . Per un’archeologia degli studi culturali e postcoloniali, Meltemi, Roma, pp 33-50

[15]  I primi dieci titoli con relativi incassi dal 2006 ad oggi: 1 quo vado? (medusa)  65.289.909; 2 sole a catinelle (medusa)  51.948.550; 3 che bella giornata (medusa)  43.475.840; 4 benvenuti al sud (medusa) 29.872.735; 5 benvenuti al nord  (medusa) 27.194.010; 6-natale a rio  (filmauro) 24.678.792; 7-natale a new york (filmauro) 23.569.676; 8- natale in crociera (filmauro) 23.461.758; 9- la banda dei babbi natale (medusa) 21.480.873; 10- natale a beverly hills (filmauro) 20.983.634

 

[16] Daniele Giglioli, Critica della Vittima, Nottetempo, Roma, pp. 57-74

Il Pil visto da Maratea: clown, pizzo e un finto Gesù.

Clown 01

A Maratea  nessuno parla di Pil, nessuno si preoccupa della condizione economica dell’Italia di oggi e per una semplice ragione: a Maratea non esiste l’economia, l’Italia dista due ore e quaranta di treno ottocentesco e la gente rispetta un dogma, arrangiarsi.

La prima cosa che noti arrivando in questo posto è un’enorme statua di Cristo sulla montagna.

Qui  lo chiamano il Cristo di Rio perché da lontano è simile a quello di Rio de Janeiro e dà a tutto il contesto un valore aggiunto: la Basilicata con un pezzo di Brasile dentro.

La seconda cosa che noti però, salendo a piedi al Cristo redentore, è che la statua di Cristo non è Cristo.

Non ci sono i segni del martirio, non c’è una croce, nemmeno la corona di spine c’è.

Il volto non è quello di Gesù.

In compenso la comunità ha creato tanti lavori  per gestire le visite al finto Cristo.

Cristo

 

Ci sono tre pulmini della criminalità locale e uno del Comune. C’è un parcheggio a pagamento con dieci addetti e c’è la chiusura del vecchio tratturo  che portava a piedi sulla montagna. Al posto dello stradello tre cavalcavia in cemento costati milioni.

Che però sono stati dichiarati subito inagibili alle macchine e dove possono salire solo i pulmini per evitare il rischio crolli.

Così, tu turista devoto e affascinato da Gesù, arrivi in macchina a 300 metri dalla meta e paghi il parcheggio.  Poi paghi il pulmino per salire e poi, arrivato a dieci metri dalla statua, paghi anche un biglietto. In tutti questi passaggi si è creata occupazione: tre giovani al casotto del parcheggio, uno per la sbarra, uno per i biglietti e uno per farti parcheggiare. Sei o sette autisti, con facce patibolari in grado di condurre i pulmini leggeri su viadotti pericolanti.

E infine tre volenterosi ragazzi che ti bloccano  al passaggio finale dove intravedi il finto Cristo e ti mandano in un altro casotto di legno dove compri l’ultimo biglietto. Tre biglietti per trecento metri.

Nessuno sale alla statua a piedi, nessuno si muove, “Abbiamo i bambini ed è tutto in salita” sono le frasi più comuni. E’ tutto in salita perché la statua è su un monte e domina il porto.

Abbiamo i bambini anche è vero. Tanti.

Così una fila di obesi e una lunga fila di figli arrancano dal sedile dell’auto parcheggiata fino al pulmino per poi affrontare altri dieci metri dalla fermata del pulmino alla statua dove si affrettano a sedersi di nuovo sui muretti per ammirarla.

In tutti questi passaggi, da un sedile all’altro, oltre a pagare, mangiano.

Nessuno si chiede perché la statua di Gesù non sia Gesù.

E’ stata donata alla città dal conte Stefano Rivetti, imprenditore in fuga dal Piemonte perché affascinato dai soldi della Cassa del Mezzogiorno e con l’utopia di creare nella zona addirittura un distretto industriale. Nel territorio elettorale di un devotissimo democristiano, ex primo ministro, e cocainomane doc, il conte fa costruire la seconda statua del redentore più alta al mondo. Poi prende i soldi della Cassa e fonda a Maratea  Lini e Lane, una fabbrica manifatturiera subito fallita. Costruisce con fondi pubblici l’albergo Santavenere, sempre suo, e un night .

La statua è di Cristo quindi? No la statua è lui.

Lui, infatti, oltre ad esserci sepolto sotto in una grotta, è il volto del monumento. La statua di Gesù è in realtà il conte.

L’enorme redentore è l’unica fonte certa e duratura di lavoro per i giovani di qui che non sono entrati alle Poste, una delle poche sedi sopravvissute ai tagli.

Maratea

C’è anche la stazione dove ci sono almeno dieci addetti alla biglietteria che discutono di Higuain e aspettano di andare a casa.

E’ il loro lavoro.

E c’è qualche anziano viaggiatore.

La biglietteria chiude all’ora di pranzo che qui è alle 12-30. Riapre alle 16-30 per dare tempo e modo ai bigliettai di fare la cosa più importante per una salute prominente: mangiare.

Altri lavori possibili del posto: aprire ristoranti e bar. Ma ormai sono troppi i ristoranti, troppi i bar e i clienti, turisti da fuori, mangiano sempre meno, tirchi e sospettosi venuti dal nord.

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Il posto è splendido, il cibo meraviglioso, il mare magnifico. Ma la prima cosa che capisci subito è che i turisti, cioè gli sconosciuti che si sono spinto più giù di Napoli per la prima volta e che quelli del posto non hanno mai visto prima, loro li odiano.

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Intrusi, curiosi, parlano e guardano. Meglio non averli.

C’è anche chi ha ereditato una striscia di terra e il suo lavoro consiste nel non fare passare gli altri. Si apposta sotto un cartello che ha piantato lui  dove sta scritto “strada privata” e non fa passare nessuno.

Lui è il passaggio .

E’ lì appostato dalle sette di mattina fino alle undici di sera e impedisce che le persone possano arrivare con le macchine davanti alla loro casa perché lui ha una striscia di terra sua.

Se vuoi passare devi pagare. Una cifra di 5000 euro a macchina che ti vale per tutta la vita o almeno fino a quando lui non decide di chiedertene altri.

Questo il suo lavoro per i tre mesi estivi: cercare di farsi dare da tutti, circa dieci persone, i famosi 5000 euro a macchina.

Ma qualcuno si è rifiutato di pagare, non capendo l’idiozia di dover poi cercare un avvocato e pagarlo per anni e senza il risultato certo che l’uomo del cancello invece ti garantisce: passare e parcheggiare.

La sua giornata e la sua estate da dannato hanno un prezzo. Appollaiato e grifagno accanto al suo cancello e al suo cartello,  nell’attesa di beccare chi ancora non l’ha pagato e litigarci, l’uomo non demorde.

E’ il suo lavoro.

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E poi c’è Clown bistecca. Arriva verso metà Agosto, fa un numero di giocoleria dove tutti i bambini sbadigliano. Ma la vera sorpresa la tiene per il finale: un baule di legno verde con un pitone narcotizzato e quasi  morto dentro.

Lo fa tirare fuori dal suo assistente perché lui, si capisce, non si fida proprio. Si dovesse rianimare,sono guai.

Le madri pagano l’assistente per fargli mettere quel tubero moribondo attorno al collo dei figli e poterli fotografare.

Clown bistecca ha un aspetto cattivo, fa proprio paura. E anche lui deve averlo capito perché, infatti, se ne sta in disparte. Cerca solo di vendere a chi è in fila per la foto con la serpe, pacchi di popcorn e zucchero filato.

Una grande confusione: i bambini piangono disperati per il viscido rettile sul collo.

Clown bistecca li saluta con il suo sorriso demoniaco, le mamme strillano ai figli di stare fermi per scattare la foto, l’assistente fa muovere la fila, si devono sbrigare.

Più bambini col pitone, più soldi.

Clown Bistecca ha anche un sito dove scrive che lui è un giocoliere con palline, clave, sciabole, cerchi, racchette. Qui si sono visti solo due birilli.

Scrive anche che lui è un artista indicato per gestire e divertire i bambini di ogni età (da 0 a 100). Affitta pure una tenda con un diametro di 18 metri e una struttura a pagoda . E ci tiene a specificare che, se vi serve, ha anche un gruppo elettrogeno da 6kw.

E’ il suo lavoro.

Perfetti sconosciuti, se li conosci li eviti.

 

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Molto difficile definire  un film come Perfetti Sconosciuti.

Sicuramente appartiene anche ad un genere che possiamo definire il “grande tiepido all’italiana”: quaranta-cinquantenni laschi e frolli, anestetizzati e senza contesto sociale che non sia quello pensoso e inesistente di sceneggiatori borghesi, si confrontano su languori e problemi sfiorati,  posseduti dalla nevrosi di esprimersi , confessarsi , essere se stessi ma senza personalità e in un’eterna seduta di gruppo cameratesca e patologica ma purtroppo sincera.

Un passato mitico inventato, la maturità, il liceo,il gruppo di amici,  gli amori intensi e unici ma solo perché vissuti da giovani.

Veri incubi per chiunque li ricordi davvero ma qui edulcorati come oasi cui in fondo tornare, una nostalgia fondativa da ritrovare come verità e conferma identitaria di un presente abulico, tra lo sbadiglio e il coma.

Chi siamo? Dove andiamo? Un fiorino.

Questo film però sposta il confine della banalità, come se tutta quest’autocoscienza spalmata su anni di editing, tormentose e infinite riunioni di scaletta, appelli alla qualità e c’è posta per te, abbiano alla fine partorito la consapevolezza che il pubblico, ente metafisico da evocare in sedute spiritiche sempre di sceneggiatura, non possa più andare avanti così.

Merita di più, merita i “contenuti” importanti, merita lo spessore, merita la Psicologia, merita il sapore vero come l’amaro.

C’è insomma uno spasmo di colpa e autocoscienza: non saremo stati fino ad ora troppo superficiali nel raccontarci? E la qualità? E l’ipocrisia degli adulti che non siamo?

E soprattutto una certezza: il pubblico è pronto per qualcosa d’altro. Qualcosa di profondo, francese, che parli a tutti la lingua del sentimento e  con almeno un grande tema tipo  le corna.

Uno sproloquio di ronfi che se non fosse diventato una moda e non avesse formato petulanti geometri dello storytelling, cioè della propaganda, nelle varie declinazioni che ne moltiplicano le possibilità di disoccupazione e corsi (editor, dialoghista, script analyst e altre cose americane nella società del “buona la prima”) sarebbe forse scomparso .

Invece si è  finalmente sedimentato un metodo, dopo anni di anticamere, confronti accesi con pingue funzionariame ministeriale, cardinalizio nella sua bonomia di concedere lavoro come dono ma non proprio di qualità, dirigenze, consulenti, linee editoriali e appelli, confronti accesi in lunghissime sessioni di sceneggiatura, confronti accessi in sindacati di categoria, in centinaia di scalette, scaloni, androni,  con una gestazione lunghissima per ogni cosa, film serie soggetto,  tipica del grave ritardo più mentale che sociale e dei mille passaggi.

Confronti accesi mentre tutto intorno si spegne.

E si è solo ora palesata la verità: gli sceneggiatori cinquantenni della mia generazione hanno capito i tre atti, sanno cos’è una risonanza e azzardano persino un turning point in una bella storia di corna.

Un territorio professionale abitato da un solo soggetto forte: il numinoso, il terrifico palesarsi della demenza scambiata per metodo. E con poca autoironia che salverebbe tutti.

Una gaussiana al confronto è la scalata dell’Everest, si sa,  ma qui, per tutti, c’è un ricettario che funziona per raccontare o almeno per famo a capisse.

E funziona davvero.

Di sicuro sconosciuti i personaggi di questo film  lo sono davvero. Chi ha mai incontrato, se non nelle fantasie di questi sceneggiatori isolati dal mondo, un tassista che frequenta un chirurgo plastico?

Chi ha mai visto un concentrato di donne così insignificanti e  raccontate in maniera così misogina, tutte nella stessa cena che si lamentano pure di essere cornute quando è un miracolo che siano anche solo accoppiate?

C’è Alba al suo meglio, che recita in umbro, angelo tradito da priapesco marito, che sembra uscita da un romanzo di Amalia Liana Negretti Odescalchi: purezza, candore verginale ma in versione post moderna di musa cornuta che si ribella, sempre e solo sul finale e quando tutti la speravano suicida, a colpi di rossetto.

La tapina vorrebbe partorire il frutto dell’amore e il baffone che fa? Insemina, implacabile, altrove, come la porcona del radio taxi ma anche, in un sussulto di democrazia spermante, l’ascetica e impenetrabile psicologa.

C’è appunto anche la psicologa, sfingea e ombrosa, un tronco, che guarda con olimpico e sadico distacco il dispiegarsi della “tragedia” che lei ha scatenato. Se telefonando io potessi dirti amore mio.

Isterica e invidiosa delle galoppate giovanili della figlia, ancora vergine, la censura sul sesso ( ma se è vergine?), sulle uscite col fidanzatino e sulle notti fuori. Folli notti di piacere? Mah… Le piacerebbe anche a lei?

Non è dato sapere, ma quanti problemi con questi giovani signora mia…

Evidentemente il baffo a tassametro non consola abbastanza e l’assenza del marito, catarroso mentore da chirurgia low cost, dispensatore di ricette da baci Perugina e frasi in stile Battiato frutto di lunghi confronti tra scrittori come ” la cura degli affetti”, rimane esattamente il noioso e mortifero pantofolaio che è, anche tra le lenzuola.

Eppure sembra l’unico normale. Va anche in analisi e giustamente non da lei, l’introspettivo. Difficile sperare in turgori salvifici, rapinose analità e poco mentali ammucchi. Meglio il baffone, imprenditore maneggione.

L’implacabile Rottermaier, ucci ucci i peccatucci, si consola altrove ma non molto lontano.

E pur rimanendo un totem piena di tabù, è sempre sua la presenza inquisitoria e castratrice che invita a riflettere.  Gelo dell’est, cui è concesso solo un desiderio, rifarsi le tette (?): maggiorata e emancipata. Da cosa? Chissà.

Che dire poi dell’alcolista smutandata? Colpa e peccato ad ogni sorsata? Controlla se l’ormai alopecico marito e bravissimo Mastrandrea, arreso a guardare goloso qualche culo e qualche tetta sul telefonino ogni sera alle stessa ora del giorno che muore con una costanza impiegatizia da vero disperato, la stia controllando mentre sgargarozza.

La mutanda si toglie solo per l’amico virtuale per evitare fraintendimenti. In alto i calici e in basso niente. E quando il vino embè? Niente anche allora.

Lei è in colpa prima ancora di iniziare , c’è infatti sempre nei film ben scritti il “non detto”.

Colpa feroce e da motorizzazione, ha arrotato un poveraccio per quel suo “vizietto” da scuola guida malfatta e fiasca svuotata.

Ah che giornata!

In questo scenario di pestiferi a salvarsi è solo il frrocio, come dicono loro.

Ha istinti redentivi a colpi di squat e flessioni ma soprattutto, e sembra incredibile in questa slavina confessionale, non rompe i coglioni.

Almeno fino alla fine in cui purtroppo si apre pure lui e confessa tutta la sua omosessualità poco gaia: professore di ginnastica obeso non ha neanche più il lavoro perché è frocio inconfessabile. Oggi? Nella casa borghese di un chirurgo plastico? Ipocriti altro che amici, neanche al calcetto ce lo vogliono e senza neanche sapere che è frocio che poi nelle docce non sia mai…

L’eclissi è finita, vanno a riposare, hanno bevuto profondamente ai fonti poco alpestri, se telefonando io, si è fatta una certa.

Manifesto per la rinascita della fiction italiana: l’ecologia.

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I buoni risultati di ascolto di Rai premium, canale cimiteriale nato senza molte speranze con la logica della grande discarica o fossa comune dove accumulare le spoglie della fiction italiana  rimandata in loop per un pubblico goloso, suggeriscono di tentare nuove esperienze con l’esistente.

Creare cioè un’ecologia della fiction, a impatto zero e costi contenuti.

Da una parte l’assoluto cinismo che contraddistingue la filiera di comando, editor dirigenti e vari parassiti di filiera di cui io stesso faccio parte,  nell’intento , a loro dire inevitabile, di colonizzare l’immaginario di un popolo di dementi con la demenza che il popolo chiede a gran voce, demenza che appartiene invece primariamente ai decisori a cui il popolo risponde con uno sguardo muto tra lo stupore e la resa, non aiuta.

Nessuna pietà cioè per un pubblico immaginato che invece, anche se è incarnato da milioni di monadi, non necessariamente segue  quello che sta vedendo ma , arreso  al disastro del quotidiano, non può, non possiamo, non consolarsi sonnecchiando, catapultato in una visione ad esempio di una Gubbio-legoland dove un atletico prete da porno mature risolve casi che sfuggono ai carabinieri e dove i carabinieri stessi sono simpatici (?) e giusti(?).

Dall’altra,  l’altrettanto  insopportabile chiacchiericcio di molti addetti ai lavori, lamentosi  ma almeno sentimentali, che esprimono la loro frustrazione in un discorso svuotato di fecondità e spesso di ironia, come dei fantasmi che hanno sbranato la loro ombra, nostalgici di una qualità “americana” e pronti a dimenticare dove viviamo  e cosa facciamo.

Entrambe le parti sono poi ripiegate su una crisi di coscienza inspiegabile: invece di esaltare il proprio talento unico e cioè  avere creato e mantenuto nel tempo una filiera miracolosa nel partorire sempre e solo merda, una sorta di qualità totale giapponese ma ribaltata, se ne lamentano.

    Penitenti nell’anima, come veri fratacchioni  sono costretti  a darsi un ruolo sociale e di potere che non hanno, in un cortocircuito dove immaginano di creare appunto  l’immaginario o peggio le Narrazioni e portano invece la croce di sonnacchiose “responsabilità” (i bambini, la violenza, i valori della famiglia)  con corollario di colpe eventuali tutte inventate per calcificare censure auto imposte.

Un languore continuo  nell’iperuranio di una fiction possibile e sperata, sempre a caccia di qualche modello  colonialista da citare come esempio, senza discuterne l’essenza ideologica.

 Senza alcuna convulsione e desiderio da trasformare almeno in rabbia, sono, siamo, spiaggiati tra la sabbietta del giardino zen di viale Mazzini  e qualche convegno sul futuro irreale in cui una redenzione ribalterà il miracolo di macchina industriale perfetta perché dispensatrice sempre di merda, in un’officina di artisti rinascimentali.

Cosa ci resta allora oltre a condannarci ad una frivolezza accidiosa?

Resuscitare il prodotto  in un contesto ecologico e cioè non producendolo più.

Prendere l’immensa produzione di ore e ore, giorni, di vomitevoli faccioni pontificanti, edificanti mostri da deriva sonnambula,  escort che recitano figlie esemplari, san franceschi, drammoni da singulto , e rimontarli tra di loro, riciclarli.

Non certo con la finalità  di un surrealismo politico che sveli le “regole del gioco” come nella  compiaciuta e  colta  “provocazione”, tutta digerita metabolizzata e disarmata già sul nascere,  di un programma  che ha, a detta della televisione stessa, “rivoluzionato la televisione“.

Ma con veri e proprio intenti narrativi:  fare fiction con gli scarti e le frattaglie di varie fiction diverse, non rispettando i perimetri, gli universi semantici e i ruoli consolidati dei personaggi. Sciogliere i lacci nevrotici di una coerenza mai reale.

Rimettendo in circolo  così le intelligenze sedate di sceneggiatori stanchi e sfiancati dall’ovvietà delle prassi e proponendo loro una sfida vera basata sulla necessità: risparmiare, tagliare i costi, rispettare il dogma ecologista del contemporaneo, aguzzare l’ingegno con il nulla esistente e riabilitarlo in qualcosa di nuovo: un nuovo nulla a impatto  zero.

I vantaggi  mi sembrano evidenti. In primo luogo il risparmio economico, non creare più fiction eviterebbe di inquinare l’etere di cataclismi di pensiero sclerotico con l’aggravante di essere anche e persino nuovo. E costoso.

Le ricadute sull’occupazione riguarderebbero principalmente i registi e la filiera del funzionario .

 I registi, assecondando da sempre una regia fatta di tre sole note, campo controcampo e totale, hanno reso possibile questa prospettiva di collazione tra materiali eterogenei e si sono licenziati da soli ammettendo la loro inutilità e potendo essere sostituiti fin da subito persino da un cieco con un buon assistente.  Cieco anche lui.

Il funzionario ha invece da sempre solo un ruolo catechizzante e di censura, parafulmine per giustificare il verminaio di raccomandazioni che passa dalle alte sfere. Tronfio e incistito nella sua lacrimale condanna di carcerato , sedato in un’ apoplessia perpetua  che si risveglia in   isteria e nostalgico di un barlume di vita  che fu (l’infanzia?), castrato da dirigenti  sadici il cui unico scopo è perseguitarlo e poi ignorarlo,  potrebbe mantenere qualche ruolo riciclandosi in “amico degli artisti”, stimato confessore di pettegolezzi, frequentatore di macchinette del caffè deambulando leggero tra i corridoi senza l’onere insopportabile di recitare un lavoro.

 La liberazione mentale e  salvifica sarebbe anche dello sceneggiatore, che potrebbe assecondare la sua endemica pigrizia, non scrivendo finalmente più nulla ed  evitando  semestri di discussioni  sulla singola battuta di una psicologia ameboide di qualche personaggio minore, magari poi tagliato, o sull’arco trasformazionale del cane poliziotto all’interno degli archi trasformazionali di un porticato di archi orizzontali e tutti trasformazionali.

Liberi quindi da un contesto paludoso,  funzionari e sceneggiatori potrebbero trovare un riscatto creativo a costo zero: creare una serie ospedaliera con una suora che indaga omicidi efferati aiutata da un cane, un prete di Gubbio che impersona anche un medico in famiglia,  Arcuri che rinasce nell’agiografia di un padre Pio.

La coerenza narrativa sarebbe garantita soprattutto da quel rumore bianco  di fondo, che attraversa e cementifica l’ecosistema fiction, dai  dialoghi alle ambientazione e alle  regie. Atmosfera tra il tombale e il centro commerciale,  tipica dello zombie movie ma vero asse paradigmatico di tutta la produzione.

Il pubblico accetterebbe tutto, ne sono certo,  con una leggera flessione di audience tollerabile e compensata dal risparmio. Lo farebbe per assecondare quella deriva nietzcheana dello spettatore  contemporaneo ovvero il passaggio dal non volere nulla a volere proprio il Nulla, quella nevrosi che porta il nuovo spettatore-consumatore  ad essere bulimico  senza oggetto, non perché non mangia nulla ma proprio perché mangia il Nulla.

Il consumatore sarebbe sollecitato a riconoscere le citazione e i rimandi interni e potrebbe anche intervenire con lettere ai giornali e intasando i centralini della rete o partecipando con modalità interattive e decidendo, in una versione per “giovani”, i destini narrativi dei propri beniamini.

Si potrebbe anche immaginare un sottoinsieme hot, a pagamento e con rispetto della privacy, dove le storie prendano una gaudente e inaspettata deriva passionale o da pornomani, utilizzando l’infinito materiale gratuito scaricato da internet e incollandolo con semplici accortezze, favoriti in questo dalla fisiognomica degli attori  di fiction italiana che sono anche e sempre  perfetti  attori potenziali di porno.

Certo inquieterebbe il rischio fantascientifico di una macchina perfetta nel futuro, il solito computer che abbatte i costi  senza errori, che faccia tutto lui:  incollare, segmentare e ricreare. Ma tutto sarebbe evitato da rivolte sindacali, da liti intestine tra scuole di informatici e favorirebbe invece stanziamenti a pioggia di fondi per ricerche oltre a decennali dibattiti tra intellettuali italiani , filosofi soprattutto, sul destino dell’uomo nell’era della Tecnica.

La speranza bella e ritrovata di Pietro Marcello

 

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Non esiste compiacimento narcisistico in questo ultimo film di Pietro, non esiste cioè l’esclusività dell’artista che ribadisce il suo margine, quasi sempre insincero, come feticistico culto dell’arte vera .

Non esiste mai questo compiacimento vittimistico che pure l’autore stesso e il suo gruppo di lavoro potrebbero a buon diritto rivendicare.

Rivendicare in quanto marginali non certo per sdegnoso ritirarsi, miracolosamente marginali e coerenti, e, forse proprio per questo, ancora in grado di fottersene delle logiche, le grammatiche e le retoriche, di un cinema di imitatori balbettanti, autori necessari e cancheri malvissuti dell’Italia di oggi con la sua estetica e etica consolanti  o con le sue metropoli noir inesistenti o povere che dovrebbero perturbarci e risultano invece sempre scalzate dalla realtà.

Esiste invece una lezione di stupore in Bella e Perduta. E di sincerità.

Lo stupore di chi si imbatte e si immerge, di chi cerca rapsodicamente, guarda e quindi trova, si sporca e si rotola, e lo fa nel territorio di mezzo più complesso da raccontare.

Quello tra il sogno e la realtà, tra l’arcaico e il contemporaneo, il territorio del caso, dell’accumulo e dello sciupio, delle maschere e dei volti di carne, della stratificazione di giustizie e orrori, quello che, meglio di ogni altro, racconta questo paese.

L’Italia che sopravvive ad ogni protocollo o ipotesi redentiva, Italia barbarica, crudele,  ma abitata da angeli.

Il territorio dove ancora i vivi e i morti convivono, dove la natura guarda all’uomo e non viceversa, il bufalo ha un’anima, l’ultimo dei contadini è il custode di una reggia.

Dove il piacere è quello di vivere finché si può e nonostante quello che c’è e ci sarà, un piacere che scalda e rianima lo scandalo del sacro come vero paesaggio collettivo.

Esiste cioè in Pietro Marcello un realismo feroce che si stempera in fiaba, l’unicità autoriale di indagare le ombre e renderle carne, riesumare le anime che si annidano negli oggetti e negli alberi , nella natura abbandonata che torna a cercarci, animata e parlante.

Natura come cerimonia funebre degli ultimi, come occhio che rende il bufalo che piange uguale all’uomo che muore, come reggia che rimane viva e  in piedi, coccolata proprio da chi, invece, ci muore dentro.

E la parola che sintetizza questa ricerca artistica, di Pietro e delle sue due colonne di montaggio e scrittura, ricerca unica e bella,  è speranza.

Speranza come disciplina per mantenere in vita la presenza di un’assenza, un desiderio di futuro che non vuole sentire ragioni, un bene incerto e negato dall’evidenza delle cose più preziose e tangibili, il paesaggio e la natura e la memoria devastate.

Un bene futuro con convinzione atteso, nella speranza, appunto, di sperare contro ogni speranza, nella speranza di un animale che va alla morte cantando la vita.

Grazie Pietro.

Caligari, droghe e Eros Ramazzotti! Il cinema necessario.

eros ramazzotti www.erosramazzotti.tv
eros ramazzotti http://www.erosramazzotti.tv

I tossici di borgata sono infelici, si sa. E destinati all’infelicità in quanto infelici e tossici e tali perché di borgata.

Nessuno che si sia chiesto: sarà vero?

Farsi acidi e cocaina rende i protagonisti del racconto un sacco perduti, punteggiati nella loro perdizione.

E la cosa davvero consolante, anche se assurda, è che questi tossici non godono mai.

Viene da chiedersi: perché si fanno come cavalli se non godono mai?

Risposta: non sia mai signora mia!

Allo spettator non far sapere quanto è buono il formaggio con le pere. Pere in senso lato.

Non sia mai che si diverta senza pentirsi ed empatizzi davvero facendosi poi più di quanto si fa già.

Non sarà che questo film, necessario e educativo come una visita anestetizzata al luna park nella casa del terrore, è in realtà  il tema svolto dal potere nei confronti della povertà?

Se ti droghi non godi e vedrai…

Pare vero!

Lo spettatore, sempre in colpa perché è lì a vedere un film invece di stare 24 ore a riflettere in periferia su quanto è brutta la periferia, ricattato da tutte le periferie del mondo che sono, a prescindere,  anche e sempre colpa sua, commosso dagli orsi di peluche e asfaltato dalla tristezza a palate dei registi necessari ma morti, dalla liturgia degli eroismi delle produzioni necessarie e dall’urgenza di tutto il grande dibattito sulla Cultura colta e al tempo stesso tanto umana, è pronto.

A cosa?

A flagellarsi  con un safari innocuo a sette euro per partecipare “sgomento” allo sguardo ” non giudicante” e all’ampio sospiro affranto del coro piagnucolante di : “C’è anche questo nel mondo. Signora mia”.

Invece il tossico vero sa benissimo che gode davvero, basta vedere Trainspotting per un rapido ripassino.

Ma nel cinema italiano pieno di autocensure, moralismi e distinguo, cultura parrocchiale e “raffinati” non detti, a trionfare è, come sempre, il meraviglioso pathos da melodramma, da opera lirica.

Così tutte le scene da strafatti sono punteggiate da un richiamo all’ordine , anche quelle meglio recitate.

Un pedante tossico, tossico a sprazzi e redento in cantiere, schiaffeggia l’amico irrecuperabile.

Fai vedere le mani, teppistello! Franti, Lucignolo e Pierino Porcospino finiscono male, lo sai?

Una pippata in due,certo, ma solo e sempre “per dimenticare” e stordirsi fino a “perdersi per sempre” . Ah quanta sofferenza! E quanta ingiustizia di noi nati ai bordi di periferia! Signora mia.

In  una scena onirica e delirante, che definire orribile è davvero poco, ci si cala un acido.

Godranno allora?

Manco per niente.

Ecco che parte subito il rimosso e una visione da infanzia infranta. Quanti traumi e quanto inconscio che riemerge ! Il circo, in cui però persino la sirena è uccisa con un colpo in testa.

Hai da morì Sirena! E con lei il bambino che è stato e ora non è più. Forse.

Che dire poi del background da Mario Merola del tossico più convinto e simpatico del film che, non a caso, muore punito da implacabile moralismo melò?

Un tambureggiare di scalogne ma in fondo , come in ogni film reazionario che si rispetti, giuste, sane.

Sante.

Che riscattano persino il vizietto del tossico:  così amabile da zio, così cristologico da dannato, così necessario da vittima e agnello sacrificale.

Zietto vive con la madre anziana, una vera sventurata che si muove dai fornelli al lavabo e esce solo per andare dalla strozzino.

Scolpita dal dolore, nonna coraggio e madre messaggio, nasconde nell’armadio la figliola e il suo altarino, lei macilenta madre piegata dalle calde lagrime, l’altra morta ma tanto bella in foto.

Com’era bella! Come sarebbe stata contenta se…

E invece niente, morta senza neppure farsi un po’, nemmeno una pera ogni tanto, punita dall’amore di un uomo sbagliato, lui sì tossico, in un mondo sbagliato dove i tram non vanno avanti più.

E la nipote? Povero agnellino! La pargola emaciata, la sofferta morticina di periferia che allunga la pargoletta mano verso lo zio sulle sponde del grigio mare di Ostia.

Lei è lì per poche pose, prima che un simpatico Aids, che si è portato via mammina, passi anche da lei.

Amen.

Resta però l’orso, il dono da risonanza narrativa, che è stato trafugato per amore e che ricorda il palloncino dell’Ultima neve di primavera.

Quanta commossa infanzia c’è in quell’orso!  Quanta umanità! E tristezza a palate di cuore.

Quindi crocefisso pure lui!

Zio strafatto ma protettore del focolare è un garrulo monello.

E se osa divertirsi con qualche tiretto a pallone ecco che, ZAC, bussa amico Aids alla sua porta e si infilza la mano con in una siringa.

E ha anche il vizio di calarsi le pasticche!

“E te credo!” Direbbe lui e anche noi.

Anche perché il destino, sordo ad ogni pietà, il destino infame, si accanisce proprio tanto.

Così sfortunati, signora mia, e così buoni questi ragazzi. O quanto meno così emarginati!

Santi?

No, uno è tossico, ma lo è soprattutto per il degrado morale in cui vive e le sfighe fantozziane che lo piagano.

Ecco il Motivo!  Ecco la Psicologia! Ecco la Sociologia! Ecco quello che il Cinema ci offre se e quando è Cinema  necessario! Sane Risposte.

Forse.

E anche quando si fa di robaccia, monellaccio, cerca in fondo all’anima sua il vero riscatto: il focolare e la casa con l’amata, la donna che redime. C’è posta per te.

Quante scuse ho inventato io pur di fare sempre a modo mio, evitare così  una storia importante, non volevo così  ritrovarmi già grande .

E mura che proteggono tra una pippata e l’altra.

Quando c’è una pista c’è casa e ci sei adesso tu.

Casa orribile, certo,  ma certo meglio di niente e molto meglio di stare a casa propria con il trittico de la morta in foto, la moribonda e la penitente mammina.

Da un pezzo si tacquero i gridi:là sola una casa bisbiglia. Sotto l’ali dormono i nidi,come gli occhi sotto le ciglia.

E’ già famiglia!

Unico porto di un futuro di nuovo possibile se non ci fosse un trans a turbarne i commerci.

Insomma uno scenario da romanzo di appendice pestilenziale e film di Nino D’angelo, ma pure pieno di tristi e implacabili Verità.

Di uggiosità madornale, scambiata per affiancamento narrativo composto e discreto al popolo: non sia mai che si manipolino i poveri e il loro mondo marginale quando li si racconta!

Già raccontarli è in qualche modo Colpa o , meglio, sordida pornografia, raglia la critica.

Ci vuole rispetto e composta contrizione, soffriamo con loro e diamogli voce. Anche se è tutto scritto e tutto recitato e quindi non è un documentario? Anche.

Tu chiamale se vuoi emozioni. Ma educate e  innocenti.

Il povero va sfiorato, è un insetto da entomologo e, per non disturbare, è sempre senza libero arbitrio.

Se si ribella muore. Se gode non è nel cinema italiano. Imbalsamato dal cinema-pruderie e dalle censure della parrocchia,  si lascia osservare asfittico anche se ben recitato. Ed è credibile, signora mia, perché in fondo è vittima, tanto.

Almeno finché nessuno ci darà una terra promessa e un mondo diverso. 

Rivoluzione?

E soprattutto si piange, oh quanto si piange al cinema, anche quello impegnato ma dei sentimenti che non giudicano!

Il poco viene dopo il tanto ; come là nella capanna: un pianto ancora, un po’ di pianto, dopo tanta ninnananna.

Ed allora chiudiamo, sbadigliando, sul primo piano del pasciuto infante idrocefalo, forse per eccesso di zoom o troppa periferia. E giù lacrime.

Periferia  dove l’aria è popolare ed è più facile sognare che guardare in faccia la realtà.

https://www.youtube.com/watch?v=Wx3R0vUDG68

Festival di Venezia: esequie dell’interesse anche se culturale.

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Il Festival di Venezia  tra le varie funzioni che svolge, riassumibili nella parola buffet, è anche e sempre più la camera ardente per le esequie rammaricate ai film di interesse culturale.

Quei film che hanno ottenuto una denominazione di origine controllata farlocca che generalmente distingue il nostro cinema più retrivo, esangue e infecondo.

Un cinema prodotto e finanziato, visto la difficoltà a trovare un pubblico per storie così necessarie e colte, seguendo una logica economica stringente.

Quella della fallacia della selezione avversa.

Il Mibact, l’organo statale deputato all’attribuzione del bollino “interesse culturale” considera di interesse culturale solo film destinati al fallimento commerciale nel 90% dei casi. Ci sono i dati a provarlo.

Come se un’assicurazione stipulasse contratti di copertura su incidenti solo con ciechi o alcolizzati.

Perché lo fa? Perché applica alla lettera un’idea retriva e datata di cultura.

E così facendo rispetta a pieno il principio antieconomico della selezione avversa.

Anche quest’anno l’elenco degli “interessi culturali” presenti a Venezia è impressionante, confermando la funzione che questo festival, sequestrato da un tribù indiana di trecento persone pontificanti e pensose, vestali del fuoco sacro della Cultura, ormai svolge: riconoscere ombelichi amici e accompagnarli alla tomba.

Inumazione finale di una filiera che inizia proprio con il il bollino doc di “interesse culturale”, questo cinema risente a pieno di un apparato ideologico fatto di obbedienze bovine che pochi intellettuali e registi si sognano di contestare.

Contestare almeno in nome della cultura.

Ma cosa c’è che non va nella denominazione di  interesse culturale?

Il bollino “Interesse culturale” nasconde un’idea di valore e di legittimità culturale delegata a commissioni di Stato che operano su basi discrezionali.

Niente di più conservatore e niente di più lontano dalla cultura contemporanea.

Interesse culturale presuppone  un concetto di cultura statico e gerarchico, concetto che non esiste più da anni in nessun contesto di cultural studies.  La cultura vista come Pantheon di santi o reliquiario da conservare e preservare non si sa bene da cosa e perché.

La capacità di fare cultura ovvero 1- produrre senso 2- di attivare processi di negoziazione identitaria 3-  esprimere un valore simbolico,  sono cose che nel resto del mondo sono riconosciute tanto ai Teletubbies quanto ai libri di Umberto Eco.

Inutile soffermarsi sulle trame di questi film.

Per essere di interesse culturale devono rispettare consolidate retoriche e latrati dovuti e penitenziali, talmente banali da essere ormai codificabili.

A quando infatti un bel master universitario in interesse culturale ?

Si rimanda per future slide a Mibact for dummies in questo blog.

In sintesi : se avete scritto e avete nel cassetto qualcosa di simile ad Hungher games, statene certi in Italia non sarà mai interesse culturale e non verrà mai prodotto o co prodotto.

Tutti i film italiani in concorso a Venezia sono di “interesse culturale”: il busto del Pincio  Bellocchio, l’estetizzante e soporifero Luca Guadagnino, l’outlet di Sorrentino Piero Messina e il ruspante cultore di arcadie e primitivismi e esotismi sempre a sud, Giuseppe Gaudino.

Si potrebbe già ora scriverne una recensione elogiativa o una stroncatura senza averli visti. Usciranno in sala? Alcuni. Resisteranno al mercato? No. Che pubblico hanno? Donne di cultura medio alta intorno ai settant’anni e buon reddito. Con rispettivi mariti, se ancora vivi e non deceduti durante la visione.

Fuori concorso abbiamo invece altri interessi culturali imperdibili: Non essere cattivo di Claudio Caligari ( forse eccezione salvifica ma purtroppo testamentaria), I ricordi del fiume di Gianluca e Massimo De Serio.

E anche nella sezione Orizzonti un’opera prima realizzata con il contributo under 35 dal promettente titolo agreste: Pecore in Erba.

Che dire poi del “mercato”? Ovvero la sezione pomposamente e pateticamente intitolata: Mercato del film e il Venice European Gap ?

Anche qui selva di prodotti nostrani ma sempre “interessi culturali” con titoli evocativi:  Bianco, Children of the night e The Whale, rispettivamente del bravo Vicari, Andrea De Sica e Pallaoro, lanciato dal festival di Venezia  e autore dell’imperdibile ma perso (complotto della distribuzione?) Medeas la cui trama, scoppiettante, era: ” Nella provincia rurale americana Ennis è un allevatore alle prese con la siccità con la moglie sorda Christina, che lo tradisce, e con i cinque figli.”

Auguri.

Peter Hargitay, l’uomo Fifa che risolve i problemi.

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Cominciamo questa storia con un genocidio.

E’ la notte del 2 dicembre del 1984 quando una fabbrica di pesticidi della multinazionale americana Union Cardibe  prende fuoco. Sono esposte al veleno circa mezzo milione di persone, più di duemila muoiono subito, 8000 mila persone muoiono nelle due settimane successive  e nei vent’anni successivi al disastro  circa 550 mila persone rimangono intossicate.

Il disastro è stato dovuto in massima parte a sistemi di sicurezza inadeguati per risparmiare nel processo di produzione e abbattere i costi. Nessuna formazione degli operai,pochissimi supervisori interni,  i sistemi di sicurezza spenti, i corpi macchina moribondi e invecchiati, un cigolio sinistro trascurato e bulloni non sostituiti. Una classica storia di sfruttamento capitalistico intensivo dove si produce con i costi inesistenti degli schiavi e li si lascia anche morire.

La casa madre americana cerca  un esperto di comunicazione per gestire la costruzione di un frasario adatto all’occidente e rimandare qualunque problema legale. Una sorta di mantra da far ripetere a tutti gli attori coinvolti  in modo da negare l’evidenza e cercare di non pagare nulla.

Per farlo, per costruire un grumo semantico che servisse da muro chiamano  Peter Hargitay.

Ecco come quest’esperto di comunicazione ha risolto il problema:

“Noi accettiamo la responsabilità morale” fu la frase ripetuta da una trasmissione televisiva quando migliaia di persone morirono nell’incidente terrificante. Con quella dicitura, noi creammo una frase cui si potevano benissimo adattare anche gli avvocati delle più grandi società, perché esprimeva dolore ma respingeva le responsabilità prima facie, societarie ed economiche”.

Marc Rich è stato negli anni il più grande commerciante di materie prime con i paesi in via di sviluppo o  sottoposti ad embargo: in Iran Libia Cuba e nel sud Africa dell’apartheid ci voleva qualcuno che l’embargo lo saltasse e quel qualcuno era lui.

Ebreo ungherese e in fuga negli Stati Uniti. In trent’anni ha nascosto al fisco americano praticamente tutti i suoi guadagni con una società in Svizzera .

La società ha cominciato a guadagnare più di 100 milioni di dollari ogni anno dal 1985.

La genialità dell’uomo sta nell’aver inventato non una piccola truffa ma  un mercato tutto suo: lo spot market. Grazie alla sua amicizia personale con l’ayatollah Khomeyni e amicizie nel sud Africa in pieno  apartheid, grazie all’embargo di questi due paesi, fu proprio lui a diventare il principale trader delle materie che l’uomo riusciva a piazzare ovunque con un tecnica molto semplice : venderlo prima di acquistarlo.

Mai comprare barili se non si ha già il cliente e poi gestire tutta la filiera del greggio, e cioè la distribuzione attraverso le navi.  Controllando le navi si riesce a decidere quando farle arrivare in porto e quando no.

E gestire così il livello dell’acqua, fare salire o scendere la diga e di conseguenza il prezzo: aumentare il fabbisogno quando la temperatura è alta  tenendo le navi in mare e approfittare dei prezzi bassi dell’offerta perché materia prima proveniente da paesi con l’embargo.

Ma le cose cominciano ad andare male quando Rich diventa un ricercato, anzi il ricercato numero Fbi. Nessuna tassa dichiarata in Usa e conseguente fuga dal paese. Era il momento di chiamare qualcuno che lo aiutasse con la comunicazione, il creatore di un frasario operativo e di una rispettabilità civile, quantomeno in Svizzera, andava conservata.

Rich chiamò Peter Hargitay. Sempre lui. Fu lui a consigliargli di difendersi sottolineando che l’evasione fiscale è sì un reato negli Usa ma non lo è in Svizzera. Semplice no? Rilasciò interviste costernate mentre i suoi affari galoppavano: “Ho compiuto un errore, penso che la mia reputazione non verrà più recuperata e sono stato dipinto in un modo orribile come un workaholic, una macchina da soldi. Ma non è vero. Sono un uomo modesto, una persona calma che non ha fatto nulla di illegale” . Attraverso una serie di scatole societarie riuscì a distribuire il suo debito personale, mai pagato, e pagò una somma irrisoria come società.

Le uniche due parole da non pronunciare mai erano: evasione fiscale. Il suo sogno in fondo rimaneva quello di tornare in America per “riabbracciare mia madre”. Tra il 1985 il 1986 il suo amico Peter gli confezionò 30 interviste con giornali svizzeri riviste e stazioni televisive. Molte volte Peter interveniva a rispondere al posto suo, e quasi sempre rivedeva le interviste finite. L’immagine che ne venne fuori fu quella di un uomo da intervistare continuamente in quanto guru ed esperto mondiale di petrolio senza che apparentemente nessuno si accorgesse che il mercato del petrolio era, per un pezzo consistente, lui stesso.

Come dire, chiedere previsioni di mercato ad un uomo che era il mercato stesso.

Peter organizzò poi una sequela di donazioni ad artisti, scienziati e organizzazioni umanitarie in Svizzera. Detraibili naturalmente. Solo nel novembre di quell’anno la fondazione del suo datore di lavoro  donò $ 150.000 a un’orchestra da camera di Zurigo, altrettanti soldi ad un’associazione che si occupava di usare i cani per trovare le persone sotterrate nei terremoti. Sua moglie intanto poteva cantare la sua hit “Don’t look back”.

Il ricercato numero uno dell’FBI era diventato un santo anche se solo in Svizzera, Peter aveva fatto il suo. Fu Peter a confezionargli la risposta pronta che dava a tutti i petulanti giornalisti d’inchiesta: ”Oil? Isn’t that the stuff you pack sardines in?”

Bill Clinton il 20 gennaio del 2001, l’ultimo giorno del suo mandato e poche ore prima di lasciare la Casa Bianca, concesse la grazia a Rich come suo ultimo atto presidenziale. Tra tutte le cose che aveva da fare , svuotare i cassetti della Casa Bianca, staccare le foto e riassettare la scrivania, Bill trovò il tempo di pensare a lui. Chissà perché. Forse perché la  moglie di Rich era stata una munifica sostenitrice del presidente?

Peter Hargitay dove altro poteva finire dopo aver servito così bene in territori di confine tra la criminalità e i grandi affari?

Naturalmente la sua collocazione ideale a quel punto e con quella esperienza non poteva che  essere una: il calcio. E servire la persona che il calcio lo incarna, lo gestisce, lo comanda da vent’anni: Blatter, presidente e incontrastato e padrone della Fifa.

Non prima però di avere arricchito il suo curriculum con un ulteriori competenza indispensabile nel mondo delle PR : la droga, il musical,e infine il cinema.

La droga lo aveva portato in carcere anni prima perché nella 1995 i poliziotti curiosi giamaicani sequestrarono qualche chilo di cocaina su una nave della sua compagnia. Anche lui le navi quindi. Ma passò solo  qualche giorno sotto chiave ma ne uscì dichiarandosi diplomatico dell’esercito Svizzero (?) .

Poi era diventato di spettacolo ma nessuno sa come: produttore ad esempio di The King un musical su Martin Luther King a Broadway e, sotto la sponsorizzazione della Fifa,  una trilogia cinematografica intitolata Goal.

Blatter voleva assolutamente un uomo come lui.

Peter infatti deve trattare queste grane tirate fuori dai cronisti del Daily Telegraph, del Guardian, e del Daily Mail. Lo può fare perché  è stato assunto come special advisor, una sorta di spin doctor, da Blatter in persona , che si fida ciecamente dei servizi della sua società la European Consultancy Network – ECN che è il punto di arrivo di una vasta attività imprenditoriale di Hargitay a Londra: l’uomo infatti aveva prima fondato una società investigativa in grado di promettere ai suoi clienti di fornire dati sensibile dei competitor e di tenere le società dei clienti fuori dall’occhio del ciclone in caso di guai:

” Offrendo un atteggiamento nuovo questa la chiave, come lo sono i “mezzi non ufficiali” grazie ai quali si possono ottenere informazioni importanti. Si possono ottenere, e vengono ottenute, quotidianamente di ora in ora, di minuto in minuto… Si possono invadere le faccende più private di un cittadino, di ogni cittadino, basta inserire un numero della social security in un modulo”

Blatter ha un particolarità: se non riesce ad avere il potere per vie legali, le votazioni,  lo compra, se non riesce a convincere i giornalisti, li mette a libro paga, se vede qualche elettore deluso nelle periferia del mondo Fifa lo rimpinza di soldi per iniziative sportive fittizie e opinabili.

Ma nella periferia del mondo non tutti sono disposti a farsi comprare. Uno di questi era l’haitaino Jean- marie Kyss che invitato nel 1998 a prendere parte al Congresso Fifa per l’elezione del presidente viene bloccato all’aeroporto di Port au Prince e rimandato indietro dai “gangster del suo governo” che gli impedirono di prendere il volo per recarsi a quella votazione. Kyss chiamò il collaboratore più stretto di Blatter. Telefonò a Jack Warner, e lo pregò di far notare l’assenza e la sedia vuota del suo paese, Haiti. Warner si preoccupò invece di mettere su quel posto un suo aiutante che potesse votare per Blatter, Neville Ferguson della federazione di  Trinidad e Tobago fedele a Blatter perché da lui rimpinzato di soldi. Ma la sostituzione del dottor Kyss non fu la prima, due anni prima nel 1996, la sua assenza fu comunque colmata: al suo posto fu messa a votare la fidanzata di uno degli amici di Blatter, il capitano Horance Burrell presidente della lega calcio giamaicana.

La commissione messa insieme poi dallo stesso Blatter per indagare sul voto del 1998 che aveva rieletto Blatter e ora avrebbe dovuto disarcionarlo, concluse le indagini con un “rimprovero ufficiale ” per Neville Ferguson. Quindi nulla di fatto.

Blatter  è inarrestabile e vuole utilizzare il cinema per tentare di nuovo di penetrare il mercato americano attraverso gli immigrati di origine sud americana dopo il fiasco dei mondiali USA del 1994.

Peter è il produttore giusto anche se non ha mai prodotto un film ma qui gli si affida una trilogia.

Il film, una stucchevole e ignobile melassa miliardaria creata per raccontare la  parabola di un ragazzino americano di origini messicane, Santiago Muñez,  in grado, nonostante l’asma e un padre iracondo e tradizionalista, di giocare nel Newcastle e di portare la squadra in Champion è un papocchio propagandistico che unisce un sentimentalismo da telenovelas, resta nella memoria solo per la presenza nel cast del supporter Brian Johnson, il cantante degli ac dc vestito da tifoso,  che invece di sbraitare la sua arte assiste mellifluo alla gioia del padre del ragazzo messicano che assiste per caso in un pub inglese e prima di morire, all’esordio del figlio e anche , alcuni mesi dopo e sempre nello stesso pub, alla presenza della madre del ragazzino che viene così a sapere dal rocker che il capo famiglia ha potuto assistere all’esordio dell’orgoglio di mamma e del fu papà.

Peter non sembra fermarsi davanti agli insuccessi ed è inarrestabile: da una parte crea una specie di agenzia investigativa, dall’altra si vende come lobbista in grado di indirizzare l’assegnazione di un mondiale.

A cascarci sono gli australiani e la FFA che scucirono a Hargitay diversi milioni di dollari australiani.

Ma il mondiale finisce in Qatar e Hargitay, licenziato dalla Fifa nel 2007, si sposta a lavorare nel 2009 per Mohamed bin Hammam, presidente dell’Asian Football Confederation per nove anni e quindi squalificato a vita dalla Fifa perché colpevole di aver sfidato Blatter nell’elezione a presidente  nel 2011 e aver provato a comprarsi, anche lui come Blatter,  i voti della federazione Caraibica.

Di Peter non si sa quasi più nulla tranne che tiene lezioni universitarie nei maggiori campus europei, compresa la Bocconi. Sulla droga in Giamaica? Su come far sparire le responsabilità di un disastro ambientale? Su come produrre film con la Fifa o spettacoli a Broadway?

Nessuno lo sa.

Tranne lui.

 

Youth: i giovani italiani carne da macello.

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Comincio oggi una serie di articoli su chi ci sta depredando. Non certo con l’idea o l’auspicio che questo cambi qualcosa, ma invece nella certezza che tutti i belati dei miei coetanei siano ancora più balbi proprio perché privi di fatti e veri nemici.

Nemici come questi.

Parte prima: la Corte Costituzionale

Partiamo da un dato di fatto: un gruppo di esegeti della Costituzione, la Corte Costituzionale, ha ribadito l’impossibilità di qualunque riforma che riguardi i cosiddetti “diritti acquisiti”.

Ha sancito di nuovo la regola aurea del Marchese del Grillo : noi siamo noi e voi, la mia generazione e quelle dopo la mia, non siete un cazzo .

I giudici della Corte Costituzionale italiana guadagnano il triplo dei colleghi statunitensi, (il presidente ad esempio guadagna 549 mila euro l’anno contro i 173 mila euro del presidente di analoga corte negli Usa).

La nostra corte Costituzionale costa il triplo dei quella Britannica, la Corte costituzionale ha un costo di pensioni di 200.000 euro l’anno a giudice di media.

Come organo costituzionale, al pari di Camera, Senato e presidenza della Repubblica, la Consulta organizza autonomamente attraverso l’Ufficio di presidenza (tre giudici più il segretario generale) le sue attività e dispone a proprio piacimento delle risorse economiche (il 90 per cento se ne vanno in spese fisse), senza la minima interferenza esterna.

Un giudice costituzionale semplice, ovvero non il presidente, guadagna 416 mila euro l’anno, il presidente della Repubblica 218.

Il presidente della Corte non viene scelto in base ai meriti ma in base all’anzianità di carica.

Per questo c’è un continuo rinnovo del presidente, carica praticamente ricoperta a rotazione da tutti prima o poi, permettendo di andare in pensione con una retributiva calcolata sul suo ultimo stipendio da, appunto, Presidente.

Per questo per soli otto mesi sono stati presidenti Annibale Marini, Piero Alberto Capotosti e Gustavo Zagrebelsky; per 4 mesi Valerio Onida; per 3 mesi Giuliano Vassali e Francesco Paolo Casavola; addirittura per appena 44 giorni Vincenzo Caianiello, presidente dal 9 settembre al 23 ottobre del 1995.

Questa casta di gerontocrati ha una struttura amministrativa di circa 220 persone, come il distaccamento  nazionale di una multinazionale.

Il costo complessivo per le pensioni di ex dipendenti della corte è di 13 milioni di euro l’anno. , il personale della corte costituzionale prende 68 mila euro di pensione l’anno di media. Ogni giudice ci costa ogni giorno 750 euro di sole auto blu e dispone di due autisti che costano 50 mila euro l’anno ciascuno.

La mia generazione di grafomani e scienziati della comunicazione assiste zelante a tutto ciò e cioè al saccheggio sistematico del proprio futuro deciso da questi “servitori dello Stato”.

(fonti: http://www.lavoce.info/archives/14387/la-corte-costituzionale-costi-sprechi-scandalo/

http://espresso.repubblica.it/palazzo/2008/04/30/news/alla-corte-dei-privilegi-1.8255).

Caronte Moretti e la sua geografia.

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Nei film fino a Palombella Rossa, Moretti ci racconta anche un’archeologia del presente.

I suoi quartieri sono quelli di una Roma borghese proprio dove però la borghesia non è mai esistita o è morta e sepolta e sopravvive solo nelle prassi dell’arraffo partitico e clientelare e nei gangli di una giurisprudenza kafkiana e avvocatizia: Flaminio, Monteverde, Prati.

Difficilmente il regista si spinge in questo primo periodo oltre questa toponomastica.

Quando esce lo fa per trovare luoghi metafisici in cui inserire i vertici del suo cinema: una scorrazzata a Garbatella, una remata in panama bianco sulla barchetta di Villa Borghese, la scuola di Monte Mario, la piscina , la parrocchia e il mare, come luoghi della mente e della nostalgia. E persino il bellissimo ex drive in di Casal Palocco diventa un simbolo nostalgico e un rifugio .

Più approdi e oasi mentali che vere e proprie tessiture di racconto che rimane invece legato a pochi spazi, sempre quelli.

Forte  è  lo straniamento nel vivere quei luoghi e l’ adesione feticistica a questi spazi ricostruiti, vera cifra del suo stile controllato e nevrotico di allora. Spazi che trovano una sintesi nel lavoro di set per rendere, ad esempio,  la piscina di Palombella Rossa quello che è nel film: antichizzarla, toglierle ogni patina di contemporaneità.

Tutto va depurato dagli spigoli, anche quelli  delle periferie e dei quartieri medi o del centro storico, la contemporaneità è sempre rimandata.

Una costruzione maniacale dei luoghi, soprattutto le case riprese con ansia voyeuristica, per creare il proprio acquario consolante di stanze e solitudini borghesi ai limiti della follia sciolta solo dalle canzoni popolari o dal ballo.

Poi in Caro Diario una liberazione, uno scorrazzamento selvaggio e  liberato a tal punto da fare in vespa le strade del disastro speculativo e urbanistico degli anni sessanta .

Orizzonti che, in questo artista ossessionato e tremebondo, risultano essere davvero un altrove da giungla: Spinaceto e giù fino  all’idroscalo di Ostia.

Da qualche film invece il movimento espansivo si  è invertito e si è incistato in un ritorno alla placenta senza alcuna ironia.

Moretti non ha più nulla da dire che prescinda dalle sue paure e  contrae Roma e la sua ricchezza in un dedalo di ombre e poche strade .

Gli interni, le camere e i corridoi, tutti i suoi ambienti, rimangono frugali, da ceto medio onesto e penitente, da rifugio nelle piccole cose importanti come ad esempio i libri.

Ma questi appartamenti diventano culle per morti o moribondi.

Il set diventa un parcheggio perpetuo, di attori, anime, comprimari, macchinari, camion e  il cinema non finge un racconto ma lo spolpa per rettificarne la fine.

Nessuna eresia e ironia, solo facce ortodosse, spente. Persino il Papa non esce da Roma Prati.

L’unico spasmo di vita in questo ultimo zombie movie è John Turturro che almeno ha una fisicità esplosiva ed è persino vivo e  balla. Ma anche lui  è visto con sospetto e avvertito come uno screzio nelle esigenze del copione a grande tema: che sia troppo allegro e che respiri persino in un momento di lutto?

Continuamente richiamato all’ordine dalle emicranie della motteggiante suora laica, la petulante regista, deve scontare l’aridità esangue dell’anti retorica di questi stitici intellettuali romani, il lutto della megera  e i toni in sordina di un cinema di contenuti: i disoccupati e il lavoro.

E giustamente non ricorda nessuna delle battute orribili e da messa cantata di sinistra.

Gli operai non piacciono alla regista perché si tagliano le sopracciglia e non hanno facce operaie come quelle immaginate da questi entomologi di Monteverde, lombrosiani da apericena.

Moriamo tutti insieme con mamma, sembra dirgli il fratello, e lei, la figlia  e sorella affranta  che poi è in realtà lui, si adegua nel lutto dell’ attesa.

Hai da morì mammina!

La gioia, anche quella di un’adolescente in sella al suo primo motorino, è riportata all’ordine dalla morale anti consumistica della contrattura: pure il motorino è usato e fa veramente schifo e viene provato sotto casa in una cerimonia di indugi e patemi con una scena da Kitano della municipale.

I genitori zompettano ebeti, la povera e bella lolita già pensa a come tornare al latino con nonna.

Pare vero e forse lo è a Monteverde tra ragazzini asmatici e frustrati da genitori nevrotici.

E’ dal Caimano e ancora di più da Habemus papam che la Roma morettiana è una cartografia di ombelichi raggrinziti, rughe brutali, sipari.

Spazi claustrofobici, neri, che vanno a tombare prima di tutto l’autore.

Sempre più vittima delle proprie campionature ossessive e della proprio autoanalisi  che vuole spacciarci come universali.

Privo in quest’ultimo lavoro persino di quella ironia geniale e forse  involontaria che lo ha sempre tanto disturbato e che a noi spettatori ci ha sempre invece deliziato.

Forse questo film è il frutto più maturo della vera vita di Moretti e dei suoi amici, tutti reclusi in una toponomastica che raccoglie la borghesia intellettuale romana penitente ed emotiva, ricca e perseguitata di paure.

E cioè il quartiere cimiteriale di Monteverde dove i volti esangui e atoni di questi amici, esistenzialisti a gettone, compagnoni appassiti, si incontrano ogni giorno per lavorare insieme in un incubo bunueliano senza alcuna possibilità di uscita nel reale.

Il reale però resiste a questi esegeti, resiste a loro e ai loro tormentosi soliloqui e per questo quando raccontano ad esempio il lutto, diventano ridicoli.

Roma e il suo orrore di crisi conclamata ogni volta disarmano il discorso di Moretti e dei suoi sceneggiatori.

La realtà li rende balbi, muti,  spanati e pretenziosi.

Ma loro e il loro mondo di finzione verosimile e finanziata, visti anche  i successi meritati delle loro opere tra vedovanze colte e cateteri da festival, non lo sanno.

E anche la fuga sognata dell’anziana madre nel marasma del traffico  romano per scappare a quei due mostruosi figli,  è solo fantasia. Sogno.

Il suo destino è la morte a casa. A Monteverde mentre Moretti e la Buy-Moretti la guardano schiattare.

Un incubo.

E a nulla vale il suo tentativo comprensibilissimo di rimanere in ospedale ” Almeno fino a lunedì”  di fronte agli inviti di un figlio grifagno e appollaiato alla base del letto come una sorta di Caronte in attesa.

Hai da morì mammina ma a casa con noi !

E, anche da morta,  lei rimane rinchiusa in questa scenografia claustrofobica, fatta di ortopedie sanitarie, flebo, decubiti, pitali, parcheggi e strade sotto casa (quella del regista) oggetti feticcio che vanno dalle credenze piene di vocabolari (quelli veri della vera madre del regista) alle montature di occhiali, fino ai libri polverosi ( sempre quelli veri della vera madre del regista) , dai centro tavola alle sveglie in ottone su comodini con tristi luminarie a perimetrare letti matrimoniali a sepolcro.

Tutto il cinema di Moretti  ricorda ormai gli enormi androni del rigattiere per eccellenza delle nostre periferie romane  e della nostra crisi.

La catena  “Mercatino dell’usato”  cioè i garage pieni di muffe distribuiti in varie zone di Roma che accumulano  e rivendono arredi , divani e cucine, sedie e cassapanche,  e paccottiglia degli anziani, anche le scarpe e i vestiti,  morti o in rovina economica.

A Mercatino si trova una stratificazione di memorie, un’archeologia di valori ed estetiche andate, un mondo che ci opprime con la sua presenza e il suo rimpianto di un’opulenza sbeccata e ormai insostenibile perché andata.

Per sempre.

Tutto un universo che implode in un movimento di  contrattura, quella tipica del falso benessere ridotto a polveri.

Quanto ti ho amato caro Nanni, tu e la tua forza eversiva e dissacrante della giovinezza,  ma le merendine di quand’eri bambino e i pomeriggi di maggio non torneranno più.

Infanti sul tetto del cinema America

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Oltre alla evidente buona fede degli occupanti, che li rende non migliori ma anzi doppiamente colpevoli, l’essenza ideologica dell’occupazione del cinema America è l’infantilizzazione delle vittime.

Questo processo che è la base per cementare un rapporto solido tra carnefici e vittime sembra dato ormai per scontato e dovuto.

Un suggello e timbro di acquisita nobiltà della lotta e delle sue ragioni grazie al placet di un consiglio di vecchi saggi che rivede in quei barriti una giovinezza andata e una ragione per non dedicarsi solo a cure termali.

Vittime e carnefici sono naturalmente inconsapevoli dei loro ruoli.

Nonostante i primi, vista la situazione sociale, dovrebbero essere mossi e morsi da rabbie intestine,  feconde.

E non assopiti da teatrini di bonomia, languido zelo e finto missionario fervore su cause spanate che sono solo un brulichio di minuscoli destini personali e piccoli opportunismi da narcisi.

Insomma dovrebbero essere incazzati questi giovani e non sono nulla, ma anzi, peggio, complici perfetti.

Ma incazzati per cosa?

Le vittime sacrificali sono appunto i giovani, categoria sociale volutamente sbrindellata nei suoi confini proprio dai vecchi.

Un’età che ormai è  un rimandare continuamente l’epoca della  responsabilità e cioè dell’autonomia e del lavoro.

Nella categoria dei giovani in Italia rientrano tutti,  ma soprattutto  tromboni cinquantenni, ben pasciuti, eterni cultori di una perpetua e lugubre festa delle medie: la loro festa.

L’appuntamento con ciò che conta davvero, il lavoro e una critica sul perché questa necessità sia ormai impossibile grazie a poteri ben definiti e da combattere, sono temi esclusi e marginali.

Come se non esistessero.

Esiste invece il nemico di quartiere, il piccolo ladruncolo imprenditore che è ladro a prescindere e proprio perché imprenditore.

Esiste cioè la logica fascista e televisiva con cui questi ameboidi si sono davvero formati del Divide et impera , ovvero quella logica di Striscia la Notizia e delle Iene: forti con i deboli , deboli con i forti.

Il  problema del lavoro e del tempo sociale per trovarlo e coltivarlo e garantirsi una pensione,  l’unico vero problema che dovrebbe ricompattare tre generazioni di infanti e fargli occupare ministeri, minacciare i politici, andare a cercare una generazione di padri irresponsabili, non esiste.

A questo si sostituisce un mondo di santuari e cardinali che trova il suo altare e la sua cattedrale nel culto feticistico e immondo della cultura ormai un fantasma che ha logorato la sua ombra.

Una cultura mai intesa come processo , come cioè risultato di una microfisica dei poteri e in cui si cristallizzano sclerosi, campi e ipocrisie.

In cui ad esempio non si contesta mai l’Università come fabbrica di disoccupati che serve solo a chi ci insegna.

Una cultura che non serve a fare l’unico scopo per cui vale la pena  leggere e formarsi: criticare e dubitare.

Una cultura  in cui sarebbe facilissimo scegliersi i veri nemici e combatterli se la cultura stessa avesse fornito strumenti di lucidità critica e non etichette.

Ma è invece una cultura intesa come campo di battaglia che ripropone il linguaggio tragico di generazioni rapaci , che hanno colonizzato anche la lingua di questa gente  nel suo essere completamente svuotata di fecondità e presa.

Ecco allora un esercito di crociati bamboleggianti che blaterano retoriche balbe: ” i giovani come protagonisti e non fruitori della cultura” , hanno “l’urgenza ” e ” la necessità” di risolvere la sempre  ” difficile trattativa” per la finalità nobile di “sbloccare gli spazi culturali” al fine di rappresentare “la soluzione al disagio giovanile, alla violenza, ai problemi di integrazione, e quanto ciò  sia molto più efficace della militarizzazione dei territori”.

E via discorrendo con tutto un sproloquio funesto di “vertenze sociali e culturali dei territori”.

Tutto cioè un plumbeo vocabolario di tristezze infinite nella lingua dei loro comunicati ufficiali, lingua  contratta e vetusta come i loro pensieri, eloquio che scivola nello sproloquio, minato dalla noia che declassa qualunque spirito critico, lo disarticola in una recita dovuta che risuona come un muggito innocente.

Dove vedano i giovani frotte di militari a Trastevere non è dato sapere.

Ma dall’alto del loro nido, la cameretta rifugio che tutti  ci costruivamo nell’infanzia e che ora è diventata il tetto di un cinema inutile e di una Trastevere pasciuta, queste comparse vanno al macello della loro vita con il sorriso sulle labbra e il pugno chiuso.

Innocui, appagati dalle  lasagne materne, senza alcun pensiero acido e critico che si insinui nelle cose per disgregarle, senza i nemici evidenti e certi,  ma anzi compartecipi dell’igiene che li vuole eterni giovani da fanfara, da dibattito, da istanza critica.

In un carnevale senza gioie con funesti eroi di cartapesta di altre generazioni ad infiammarne gli sbadigli, contratti in scadenze, urgenze,mozioni, spasmi barricadieri , senza la passionalità nei loro sofismi  che non sia quella dovuta .

Esattamente come il riflusso automatico di un ruttino digestivo.

 

P.T Anderson: manuale di kitsch per retoriche colte.

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Quello che colpisce nelle recensioni sull’ultimo film di P. T. Anderson, Inherent Vice,  è l’unanimità del giudizio che va dal capolavoro al capolavoro.

E’  invece possibile leggere, secondo me, questa ennesima prova certamente ricca e indigesta di un grande regista, come un campionario perfetto di consolazioni  kitsch per esegeti colti, armamentario e frasario per ogni recensione possibile.

Una vera miniera di sussulti e rimandi per chi è goloso di complessità da sviscerare .

Il dubbio è : non  sarà che chi produce questo tipo di prodotto e scrive queste cose conosce benissimo il suo riferimento concreto? Il suo target? Non sarà cioè che questo kitsch sofisticato sia possibile e fecondo perché basato sul culto della cultura (Garboli) e quindi sia finalizzato e costruito esattamente come il kitsch dell’analfabeta?

Cioè con la stessa finalità di suscitare emozioni e retoriche apparentemente complesse ma in realtà ovvie, codificabili  e condivise nel proprio campo di appartenenza e scambiate per profondità esegetica e sentimentale quando sono invece prevedibilissimi crampi.

Una  miniera piena di spunti per costrizioni sofferte e stipsi  analitiche in cui riconoscersi reciprocamente?

Ecco allora tutto un armamentario generico da convegno dei giusti. In primo luogo la retorica della purezza dell’intento da attribuire sempre al “regista-autore™ ”  che, proprio in quanto tale, si  carica di croci e fardelli da flagellante per noi tutti e ” non strizza l’occhio ™ ” , ” non  si compiace mai di™”, ” non  cede al ricatto ™ “,  “non cerca facili vie di fuga™”.

P.T. Anderson?

E lo può fare solo in quanto è : “in America uno dei pochi registi rimasti  ™“.

Ma anche  altrove. Per carità. Ovunque.

Ecco poi un terreno fertile per le più varie ramificazioni mentali, vista la complessità ostentata di questo papocchio.

Ramificazioni   per scatenare le care vecchie solfe della critica nostrana, possibili solo a patto di rinfocolare lo sdegno aristocratico delle elitarie “minoranze avvertite ™” .

Minoranze sempre “per scelta ™”,  assise in uno sdegnoso aventino pontificante e ruminante, spesso riuniti attorno al focolare di qualche santone ancora imperterrito e temuto, maestro di privazioni e dispensatore di patenti e anatemi a colpi di etichette che inceneriscono come :  “fascista”.

Minoranze, quindi,  ancora capaci di “resistere™” e “intuire™” i messaggi dell’America e dei suoi sabotatori interni: gli artisti.

Ma solo quelli veri,  verissimi,  artisti doc . Che però , strano, l’America manipolatrice produce e coltiva evidentemente come metastasi impazzite o senza accorgersene.

Questo film è  pieno di possibili retoriche ready made da saccheggiare anche perché del film vero e proprio, della storia,  non si capisce quasi mai un cazzo e quindi qualunque aggiunta pindarica e spericolata è ben accetta e possibile. Anzi auspicabile.

Ecco allora la sempre verde  ” fine del sogno americano ™”  (che invece si cementerà come ideologia proprio negli anni ottanta ma la nostra critica ha un sogno americano diverso per ogni decennio).  Il  “simbolico ™”  e “sintomatico ™” arrivo di “Ronald Reagan” ( solo di sfuggita  citato nel film)  come risultato maturo dell’epoca di Nixon secondo una continuità tutta inventata possibile solo rimuovendo Carter e i suoi disastri (come quello ad esempio di affamare la mai abbastanza rimpianta Unione Sovietica con embarghi odiosi sul grano).

Tutto fatto e creato per spiegare cosa?  Ma certo!  “La fine di un’epoca ™

Epoca, in realtà, mai cominciata e inventata del tutto, usata come memoria posticcia e passato affettivo  del tutto  identitario e consolante (Appadurai). Inventato  proprio dallo stesso regista che è nato negli anni settanta e che ricostruisce l’epoca come sfida di stile spendaccione e arzigogolo manierista più che come ricognizione nella “memoria storica di un paese “.

Chissà cosa ritrova poi di se stesso un italiano negli anni settanta americani. Mistero.

Come farsi mancare l’amatissimo cinema del passato, feticcio e amuleto, simbolo di stagionatura e qualità? Anche qui la chiave commerciale nostalgica e di consumo. La “New Hollywood ” da ritrovare in  Anderson secondo un percorso teleologico  da ” vero cineasta ” in nome di un “cinema che non muore mai,  nonostante tutto™”

A nulla vale il fatto che il regista si sia interamente formato con l’immaginario della televisione  e che solo in un lavoro di vero e proprio design industriale e di staff, reso possibile dalla professionalità e ricchezza del cinema americano, possa ricreare,  ad esempio, alcune estetiche di Altman funzionali al racconto e spacciarle poi, come marketing della nostalgia, come scelte di riconoscenza e passaggio del testimone.

(Infatti senza il fotografo Robert Elswit   non ci sarebbe l’estetica di Anderson http://blogs.indiewire.com/thompsononhollywood/how-inherent-vice-nightcrawler-dp-robert-elswit-captures-the-pulse-of-la-20141031).

Una  critica piena di turgori e rancori ma anche lasca e innocua, spasmodica nelle sue schiume come pure nel  suo spiaggiarsi in languori peace and love, trova qui succulento approdo per eccitarsi a comando.

Il film è infatti “vertiginoso “, ” azzardo rizomatico” , ” complessa stratificazione” e sempre “postmoderno” .

Ma vertiginoso perché?  Vertiginoso perché  il romanzo da cui è tratto, è di Thomas Pynchon  il misterioso cantore dell’entropia contemporanea e,  in parte e forse meno chiaramente di altri  come Wallace,  Ballard, Don DeLillo, cantore  della paranoia come matrice che alimenta questa stessa entropia.

Ma soprattutto autore fondamentalmente illeggibile, distante e  le cui uniche cose sensate perché intelligibili per umani non votati all’autocombustione,  sono i racconti giovanili.  Quindi fertile luogo di deriva mentale su cui poter dire tutto e il suo contrario soprattutto da parte di coloro che, pochissimi e davvero eroi penitenti, sono riusciti a finire i suoi libri.

Ecco allora la  sempre utile patente di aristocratica purezza. Nel  film garantita dalla mancata premiazione all’Oscar  e nello scrittore dal mancato premio Nobel .

I premi del “sistema” escludono sempre i migliori, espulsi dai custodi dell’industria mainstream, e cioè da grifagni e luciferini funzionari uniti nel complotto delle scelte.

Come se Anderson fosse un regista indie.

Ecco poi il rimando nostalgico e feticista all’uso di una pellicola scaduta, immaginando in questo feticcio vintage e ammuffito, un ritorno all’artigianato da bottega e paesello di menestrelli del cinema dei mestieri   contro il corrotto ” post cinema”, persino, orrore,  digitale!

Non capendo invece che si tratta , anche, di una sapiente e orchestrata strategia di marketing e lancio del film pensata proprio per quel target specifico : critico cinematografico da quotidiano cinquantenne privo di competenze ma gravido di nostalgie e giovane cinefilo brufoloso a caccia di amenità.

Il risultato è un film di fatto incomprensibile dove ci si può riconoscere nell’indolenza  “poetica” (sarà questo l’intento di Anderson? ) di un protagonista slabbrato  che ci riporta alla letargia dei sedati o, meglio ancora, al ronfo che riscatta  o, peggio, alla riscoperta   di valori “naturali” corrotti dal contemporaneo.

Come quelli dell'”Amicizia ” e dell'”Amore ”  per ” salvarci dal disastro™”  (http://www.internazionale.it/opinione/goffredo-fofi/2015/03/04/vizio-di-forma-paul-thomas-anderson-2)

A noi comuni mortali resta il dubbio però che nessuno in realtà ci abbia mai impedito di coltivarli entrambi questi valori  e soprattutto a prescindere dal polpettone di P. T. Anderson.

Masscult, midcult: perché rileggere Umberto Eco mentre moriamo di fame.

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Rileggere oggi un classico della saggistica italiana come “Apocalittici e integrati”, è un’esperienza spiazzante.

La prima edizione di questo testo è , infatti,  del 1964, un’era geologica fa.  Eppure molte delle questioni poste nel saggio rimangono ancora inevase nel nostro dibattito culturale, molti torpori messicani che acquietano ogni acume sono ancora rifugi di chi prova a fare critica utilizzando formulari, molte auto indulgenze sono ancora la norma .

Forse, mi viene sadicamente da pensare, perché il testo non viene più letto da nessuno, pur essendo citato quasi sempre.

Per semplificare al massimo, alcune delle idee che Eco critica e chiarisce rimangono ancora oggi moloch indiscussi, urgenze date per scontate, strumenti spanati usati come clave per utili generalizzazioni  e grande serbatoio di pigrizie in cui la nostra critica può attingere a piene mani senza preoccuparsi di discuterne la validità o il senso.

Ad esempio il rapporto “uomo massa- feticcio culturale” ritorna sempre come un fantasma categoriale decisivo per un’euristica dell’industria culturale stessa.

Anche oggi in cui definire i confini della stessa industria risulta un compito di complessità monumentale.

Ma sembra sempre però non morire del tutto la presunzione dell’intellettuale che di quell’industria e dei suoi processi produttivi ne è parte integrante.

Il cipiglio dell’intellettuale umanista apocalittico si impegna così, con vocaboli turgidi e istinto sacrificale,  a rispondere alle domande: come capirla l’industria culturale ? Come svelarne i diabolici giochi?

Quasi sempre con l’idea della totale passività del ricevente, manipolato ma anche compartecipe dell’inganno.

Naturalmente è un rapporto, uomo massa- feticcio culturale, che oggi si dà  in forme mutate e non così ideologiche come nel ’64, ma con la stessa indiscussa verità di strumento “utile” a capire dove stiamo andando.

Con lo stesso crampo intellettuale di allora e con la stessa presunzione totalizzante, è una coppia usata ancora per spiegare le logiche economiche più svariate  ma quasi sempre marchiate da uno scontato utilitarismo e immancabilmente complottarde, sempre sottostanti cioè alle decisioni di chi la cultura la pianificherebbe dall’alto.

Una sorta di grande kitsch del capitalismo che pianifica i risultati emozionali  nei propri prodotti e li finalizza a suscitare risposte emotive che facilitino ulteriore consumo utilizzando varie leve ma soprattutto seminando nel terreno fertile dell’uomo-massa.

Non se ne discute però mai il paradosso fondativo che invece Eco aveva capito benissimo già in quel saggio.

Proprio lì infatti si chiarisce che  l’uomo massa è esso stesso il frutto maturo di un processo feticistico, l’uomo massa e la sua passività indottrinabile è un feticcio esattamente come il feticcio culturale che sarebbe costretto a subire.

E’ il frutto cioè di un pregiudizio intellettuale e di fatto non esiste al di fuori di queste logiche oppositive digestive, scambiate per acume e disvelamento.

Categorie usate e date per scontate anche negli spazi di maggiore libertà che internet ci offre.  Libertà che la rete dovrebbe offrirci perché svincolati da logiche di appartenenza o più giustificabile sussistenza. Anche lì, nell’ampia e qualificata produzione di contenuti critici, questo dogma feticistico, questa coppia polare,  ritorna come chiave decisiva di analisi e confronto per spiegare processi complessi, per ridurli.

Nessuno che si chieda mai se esista davvero.

Altro concetto che le nostre pigrizie intellettuali usano spesso per svelare le altrui “pigrizie” o i minacciosi e mimetici assedi della “grande manipolazione”  capitalistica, è quello di Midcult.

Cioè, per chiarire, un’esperienza privilegiata che eleva lo spettatore e ne appaga le esigenze di commestibilità di prodotti culturali che però in realtà gli rimangono del tutto estranei nella loro essenza destabilizzante e dubitativa.

Midcult come cultura che consola e che non fa riflettere quindi, come ottenimento di uno status, sociale e  di appagamento,  più che come feroce pungolo di una rinascita delle coscienze.

Tutto vero ma…

Come giustamente fa notare Eco rileggendo Dwight MacDonald,  l’autore che lo ha inventato, anche lui meritatamente citato da tutti, visto il valore euristico del testo, ma mai letto da nessuno nonostante si tratti di un libretto di poche pagine, per arrivare al concetto di Midcult  bisogna prima operare una rimozione elitaria.

Liquidare cioè un altro ambito di analisi in poche pagine, ovvero quello di Masscult, e concentrarsi su un territorio di mezzo, un purgatorio di chi crede di elevarsi umiliandosi.

Secondo Eco,  MacDonald  agisce in molte parti del suo libro esattamente con le stesse logiche  dell’oggetto della sua critica.

Rimuove cioè l’essenza perturbante di ciò che indaga e cristallizza una cartografia che funziona sulla base di una censura di fondo o un mancato interesse per il masscult.

Dato come luogo scontato, inferno dei reietti, e non come oggetto culturale da sottoporre a disamina attenta, il masscult rimane una discarica da evitare e non qualcosa di davvero serio, un termometro del contemporaneo.

Un po’ come quelli che si vantano di non guardare la televisione.

Come uscirne? Forse anche rileggendo Umberto Eco, Apocalittici e integrati, 1964.

Maccio liberaci dal male!

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Sono anni che lo spettatore italiano da una parte è flagellato dai pensieri austeri dei monaci della Cultura,tutti finanziati dallo Stato e sclerotici registi pensosi, scolastici e generazionali, costretti, non si sa da chi, a pagare l’obolo de “i conti con il proprio passato“.

Un passato rievocato se va bene.

Ma di solito quasi sempre inventato come un sussidiario nostalgico con l’effetto straniante di un album di figurine, un ricettario, un’antologia a cui i “giovani” devono ” guardare” per capire i Veri Valori Veri ( come direbbe Maccio) dell’immaginario midcult più retrivo di questi vecchi rottami e tromboni di sinistra e dei loro allievi cooptati.

Ovvero ripetitori balbi di una liturgia fatta di provincie meccaniche, famiglie in crisi, lutti, psicotiche che si struggono mangiando poco, monaci, mutazione antropologiche mal padroneggiate e pasolinismi da cinema delle purezze e delle arcadie.

Sempre perdute.

Dall’altra lo spettatore tapino ha come alternativa quella di abbassare il livello minimo di segnali di vita cerebrale e abbandonarsi al “sogno” in  consolanti paesaggi Divani e Divani di un sud solare e tropicale (la Puglia) e di una montagna da decubito e acque termali e sciacqui ortopedici in torrenti incantevoli  e biciclettate (il Trentino) dove famiglie “spiritosone” o gruppi di amici “simpaticoni” ammiccano a tutti noi la loro assoluta inutilità e recitano un’adolescenza perpetua e imbarazzante.

Maccio, consacrato dalla televisione per cui ha auto prodotto, in cantine e ambientazioni miserabili, centinaia di ore di programmazione arrangiandosi, formatosi cioè con la gavetta vera e con un immaginario e competenze tecniche ( è un bravo montatore) al passo con i tempi, oggi è lui il solo vero idraulico liquido del cinema italiano.

L’uomo che ci libera, dissacrandoli,  di tutti i crampi estetici, dati ormai per scontati e dovuti, della nostra cinematografia.

Dal tempo estatico della sospensione  meditabonda di faccioni pensanti, all’anticapitalismo fatto di panoramiche e totali su pecore o miserabili e correlato di pauperismo e scenari naturali con suburre, primati e stalle medioevali e sud di cavernicoli taglia gole criminali o capre in luce caravaggesca, fino all’ostentato vittimismo recitato sullo schermo da attori un sacco introspettivi o, peggio e a comando, in convegni di arraffoni senza un soldo in cui, prima di sbranare buffet, si piange miseria tutti insieme sperando nell’obolo del vassallaggio Mibact e Rai.

I due enti rimasti con qualche spicciolo per oliare la gestione ministeriale dei poteri, burocratica polverosa e politica del cinema e sempre censoria persino a loro insaputa.

Fedele al suo motto salvifico” Machecazzomenefregaame“Maccio ci spurga e salva da tutto questo.

Nel suo film si  elimina subito uno degli ostacoli maggiori alla resa narrativa e cioè gli attori, tutti equamente pessimi, del cinema italiano “alto” e di Stato.

Si pensi solo alla follia estetica ed etica di usare Scamarcio  in tutti i filmoni dovuti e memorialistici dell’epoca delle ideologie scolastiche, tutti lautamente finanziati da noi, in cui il nostro recita tutto e il suo contrario ed è costretto, in un crampo da stipsi e un’avida ansia da idrovora,  a impersonare un campionario di tipi umani anni settanta con le espressioni plastiche, due, che la natura gli ha concesso: il giovane militante in Mio fratello è figlio unico, lo stragista nero in  Romanzo Criminale, il terrorista rosso in La prima linea, e il poliziotto infiltrato e poi contestatore nel Il grande sogno.

Poveraccio, tutta la Storia di un’altra generazione sulle sue spalle in un golgota penitenziale a cui Scamarcio, ovvero un manichino Oviesse, si sottopone con impegno indigesto.

Per non parlare degli inumabili attori medi e di massa, igienici e sottovuoto, mascheroni consolatori come Bova e Argentero e Leo, capitati per caso e per sbaglio davanti alla macchina da presa, relegati alla consolante funzione di peluche dell’immaginario femminile, fatto, secondo questo cinema , di risatelle fiacche, ammicchi romantici, sguardi in lounge bar e abbracci al tramonto su scogliere.

Un  immaginario peraltro che nel cinema italiano è sempre in realtà maschile, lolitesco e tipico di guardoni  golosi e terrorizzati dall’altro sesso dove le donne al cinema sono mamme e mogli castratrici o depresse da ora del tè e reading o appunto lolite provocanti che traviano trentacinquenni spiaggiati e pingui, bellocci e impigriti come un Moncicì e fondamentalmente anche loro asessuati anche se fingono di non pensare ad altro mentre danno di gomito ai compagnoni che le trame da asilo nido gli mettono a fianco.

Maccio non usa mai gli attori dovuti e di accademia e ci risparmia la purga dell’ossessiva presenza di monumenti da altare della patria e calchi da reference system per sostituirli con maschere mostruose e bravissime, tutte scelte e scoperte da lui. Anche qui talento puro.

E si può finalmente respirare liberi perché non oberati dagli sfiati da moribondi degli psicologismi da scrivania, isterie ostentate come Verità, depressioni malinconiche ma tutte finte , scritte, baloccate e recitate e viste come Profondità di Spirito e resi poi invece come languori da recita delle medie che in Italia si chiamano attorialità:  https://www.youtube.com/watch?v=WMVgw-2lbsk

 

Ci libera cioè di tutto questo orrore puro tirando semplicemente lo sciacquone e regalandoci l’afasia iconica di Herbert Ballerina, la crudeltà neo realista di Rupert Sciamenna, la bruttezza isterica e sempre urlata della bravissima Anna Pannocchia che seppellisce, con le sue grida da erinne obesa e inferocita, il cinguettare cacofonico delle nostre meste attrici da  metodo lexotan  o urlatrici e urlatori di professione in grado di recitare come se fossero in un spot di Mariottide ma sicuri invece di incarnare il Grande Dolore non rendendosi conto dello straniante effetto kitsch  https://www.youtube.com/watch?v=NxqaIH_z_no.

Spariti i mostri dell’impegno Mibact e il loro cinema memorialistico e nostalgico e , solo per loro, dovuto.

Spariti i sermoncini da espiazione sulla “necessità” di questo o quel racconto.

Spariti i grupponi di adolescenti quarantenni incastrati nell’ambra della loro nullità.

Sostituiti tutti da questi mostri crudeli e dall’estrema libertà di Maccio che incenerisce tutto.

In Capatonda grazie a Dio la Storia non esiste, il paese e il suo passato sono stati rasi al suolo dal cemento e dalla demenza diffusa, la memoria non ha senso, la recita politica appare per quello che è realmente: affari di rapaci approfittatori o sussulti di impresentabili moralisti senza nessuna presa.

Il mondo è manicheo: o grigio se visto con gli occhi di un patetico attivista o a colori se visto dalle budella petomani di un lurido mentecatto. In entrambi i casi non c’è da fare i conti con nulla che non sia la pesantezza davvero struggente del presente, di oggi.

L’italiano medio di Maccio è del tutto neorealista, altro che surreale, perché viene dalla televisione ed è plasmato sull’ossessione del claim, incastrato in un linguaggio claustrofobico e pubblicitario e ad alta memorabilità. Le semantiche scivolano una nell’altra in un pasticcio scimmiesco e la lingua e le sue ossessive ripetizioni non devono fare solo ridere ma permettere anche richiami primari, ripetere in maniera nevrotica perché senza alcun oggetto, mantra di psicologie spaesate  e folli, frasi insensate che destrutturano tutto un apparato di senso ormai completamente avariato e lo rendono comico nella sua verità disvelata.

Anche qui la spanata critica italiana, che ha giudicato il film con il solito prontuario di banalità pronte all’uso tipo ” è televisione” ( come se esistesse ancora la distinzione) è un sketch prolungato ( come se non fosse così anche il nostro quotidiano in cui siamo tutti attori involontari di Friends)  ha visto un “tradimento” di non si capisce bene quali dovute costruzioni più ardite e più comiche.

E invece Maccio fa ridere proprio perché non cerca un fondamento, un messaggio. Incarna un personaggio crudele e reale come non si vedeva da anni nel censorio cinema italiano: misogino, petomane, bigamo, nevrotico, erotomane, mammone, retore, cocainomane che ama scopare e anche farsi inculare, che non ha un’identità che non siano i soldi e il consumo e che trova un se stesso accessorio solo quando si convince di essere Gullit.

Milano poi non è né la Puglia né il Trentino da realismo magico e da cinema Pro loco della nostra industria reazionaria dell’immaginario.

Ma è invece un luogo orribile quale effettivamente oggi è, con colate di cemento ovunque, spazi televisivi che sono gli unici concessi per costruirsi un’identità sociale e luoghi di divertimento dove il nostro eroe, scambiato per un calciatore che non gli assomiglia affatto da un popolo di lobotomizzati, trova se stesso ovvero il nulla medio che rappresenta.

E lo riesce a fare per ragioni semplici: ha coraggio, ha esperienza, ha la televisione e il web che in caso lo aspettano  per riprenderselo. E ha, caso raro, persino un pubblico. Noi italiani medi.

Lo spettacolo deve continuare

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Reportage scritto  su Cinecittà pubblicato nel penultimo numero di Nuovi Argomenti

Lo spettacolo deve continuare  (versione pdf )

 

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Immaginare Cinecittà come un luogo unico, non ha senso. Ce ne sono infatti quattro, sparse tra Umbria, Marocco, Pontina e Tuscolana. Cinecittà non è più la sede fisica dell’industria del cinema: è sfarinatura e approdo di un brand che migra da un luogo all’altro e suscita ogni volta memorie e arraffi, possibilità abortite, coagulo di fallimenti mai definitivi, sonnambulismo di luoghi moribondi senza sepoltura senza più un’economia reale ad innervarli. Accumulo stratificato di nostalgie e ladrocini agiti o sperati.

Cinecittà a Roma è un luogo diviso in due. La parte originaria, la Cinecittà della Tuscolana , è ciò che resta dopo le infinite vicissitudini economiche. È trambusto di passaggi di proprietà, creste, fallimenti. Il controllore si è comprato il controllato e non ha, per ora, intaccato un reliquiario di set in disarmo sporadicamente rianimati dalla televisione, dai tentativi di rilancio con slogan di circostanza: la cultura, il grande cinema, il salvataggio del lavoro, il futuro del Paese. In realtà ciò che rimane nella sua evidenza sono luoghi sepolcrali, assediati dai fantasmi dei ricordi e dalle ragioni latenti di speculazioni imminenti.

L’altra Cinecittà è invece un parco a tema sul cinema mai aperto, sempre in procinto di inaugurazione, almeno dal 2011. Cinecittà World, ricco di attrattive che giacciono per ora come sagome insensate, monumenti rovinosi nel nulla di una chilometrica statale di periferia, la Pontina, anch’essa slabbrata e senza un centro che non sia qualche cattedrale del consumo di massa.

Le foto della serie Sanctuary sulla Cinecittà dei set, scattate da Gregory Crewdson nella città del cinema alle luci dell’alba e del tramonto e in bianco e nero, colgono la dimensione di bellezza e tristezza dei set abbandonati, usabili ormai come banca di organi, ricicli, rattoppi.

Una fotografia in particolare cerca di bloccare il fantasma del luogo, la sua essenza sfuggente: l’inquadratura di una guardiola di uscita da Cinecittà.

 

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Questa foto, l’unica della serie in cui appare una figura umana, una donna nella guardiola e una macchina che sta evadendo dal posto, sintetizza al meglio la stratificazione dei significati, la dimensione notturna del luogo, l’assoluta insensatezza e dissonanza della presenza umana in un posto di rovine costruito proprio per dare una casa alla fantasia degli uomini. Per animare fantasmi, gli attori, e per dare loro una dimora, il cinema.

La tecnica fotografica che usa Crewdson, scattare cioè la stessa scena di un set con varie profondità di campo, per poi ricomporre in post produzione un’immagine cristallizzata che diventa incontro di tempi diversi, dà volume e carne ai fantasmi; li fissa nella sostanza tangibile della foto: ciò che fugge rimane incagliato nell’immagine. Una casa e un nido al pulviscolo del possibile. Qui i ricordi di una storia, la storia del cinema, si aggirano ovunque. Non si arrendano alla scomparsa definitiva e trovano nuova linfa in una forza latente intangibile.

In queste foto, che setacciano l’anima del luogo, si ripete il miracolo del corpo cinematografico come corpo che vive e muore nei particolari, dove ogni ripresa diventa ripresa di affetti innominati. Di un’eccedenza irriducibile, di un’ombra.  La donna della guardiola guarda davanti a sé nel vuoto. Immersa nella rigida geometria razionalista del posto, è proprio lei l’eccezione, l’intruso, la piega nella simmetria, la vita nella città delle ombre.

Un uomo grasso nella notte che profuma di resina ondeggia su un prato verde, procede a passi lenti e felpati sull’erba circondato da alti pini marittimi, estenuato dalla calura estiva e dalla solitudine. E’ lì per recitare tutti i personaggi del Re Lear. Shakespeare è la recita che sa fare meglio, l’ancora a cui appigliarsi quando dimentica se stesso per le troppe menzogne raccontate a tutti sulla sua storia e vendute come verità.

Il luogo in cui si muove sembra uno spazio di raccordo tra i set di Cinecittà, e lui un attore in disarmo che smaltisce la sbornia. In realtà il suo copro è un grumo di talenti mai stemperati, una rovina eterna tra le rovine della città eterna. Un copro che vive a Roma da qualche anno, perso nella stasi, felice di godere amori rapinosi, cerimonie che lo seducono e lo esaltano come il regista dei registi, in cui può recitare la sua unicità e la sua cattiveria e le sue bizze. Lui è il marziano a Roma di cui scriverà Flaiano. Protagonista a Roma di film come il Cagliostro, impone sempre se stesso e le sue manie: cominciare a recitare dalle due di pomeriggio in poi da grande attore di teatro; ingaggiare tre “Muse” sul set, donne bellissime, per garantirgli l’ispirazione; imporre sempre il suo personaggio mastodontico al regista, un vecchio russo messo a dirigere il film per saldare debiti di gioco con il produttore. Il regista non sa come gestirlo, i due litigano spesso. Sfuggente ipnotista, iracondo o buono come il personaggio doppio che interpreta, incapace di piegare del tutto il destino al proprio capriccio, è divertito dalla vita, dal fatto di poter recitare anche quella volta il suo repertorio amato come ad esempio i giochi di prestigio che lo riconciliano con l’infanzia, una gallina tirata fuori da una giacca, la moltiplicazione delle monete, un bambino gaudente e un despota nello stesso corpo.

Nel giardino quella notte non si sente nemmeno in lontananza il brusio della città eterna o il laborioso frastuono dei set. C’è invece la frescura marina che viene ad trovarlo ogni sera dalla costa, ad accompagnare ogni suo passo faticoso mentre l’intero paese che lo ospita senza conoscerlo, Fregene, dorme. L’uomo arriva al centro, si volta lentamente verso il suo unico spettatore che è uno sceneggiatore, Piero Regnoli, venuto lì da Roma per riuscire a estorcergli qualche parola scritta. Fagli scrivere assolutamente qualcosa o almeno fallo parlare e scrivi tu! Gli hanno ordinato in città.  A Roma recriminano la storia e non solo le sue balle e visioni, storia che è già stata pagata e deve servire per un film che si deve fare ma di cui per ora non esiste nulla. Tranne il suo copro, tranne lui, goffo pachiderma sbarcato anni prima da Hollywood, spiaggiato qui come una balena bianca, imponente monumento a se stesso dimenticato sul confine tra la ribalta del teatro e la tribuna di tutti i megalomani che ama incarnare: Macbeth, Kane, Quinlan, Lear, Otello.

L’attore non si preoccupa troppo, non crede a Cinecittà e al cinema romano, ama l’aria del luogo e respira a pieni polmoni un tempo atmosferico eterno, un tempo senza lancette, senza mappe e perimetri che non siano ricordi in cui perdersi.

Perdersi mentalmente: a Roma non è possibile una coerenza mentale; perdersi fisicamente, a Roma non è possibile non deambulare in un corpo all’ingrasso perpetuo; perdersi moralmente, a Roma non è possibile non essere in colpa per furti fatti o orecchiati. Chi è senza peccato a Roma ruba la prima pietra. E sa che in questa città disossata tutto il possibile si risolve in attesa.

La fiera avanza quindi nel giardino invece di lavorare, ed è completamente inghiottito dal buio. E proprio quando sembra sparire in una fitta siepe di alloro, accende un faro che gli illumina la schiena di taglio, e poi un altro sulle balze della sua pancia, e poi un terzo a profilare il suo volto unico, lui, l’icona del cinema mondiale nella notte di Fregene.

Ha preparato per il suo visitatore un palcoscenico improvvisato e ha usato la luce da teatro per delimitarlo, ha usato i trucchi che conosce meglio per mettere di nuovo al centro delle scena se stesso, Orson Wells.

Molti anni dopo Pietro ha ottenuto qualcosa, un suo ruolo, in una terra in cui manca il nutrimento primo, il lavoro.

E’ sempre stato ammirato da chi gli vive accanto, Pietro.

Persino Saviano, che era un suo compagno di scuola, si ricorderà di lui quando sarà il momento. E’ giocato ogni volta dalla sua vitalità sbruffona, agitata, ma rimane sempre consapevole. Qui vicino a Caserta, pensa, sono qualcuno ma non abbastanza, sono il principe del circondario, sono il primo tra dieci, do una forma evidente all’anima sollevando pesi e mostrando tutta la volontà in un impegno quotidiano a vuoto ma costante, il body building.  Sono l’immagine e il calco per chi cerca modelli nella porta accanto, so dov’è il bianco e il nero, so da dove vengo e nonostante tutto, tutto il fragore di Cinecittà che mi renderà l’uomo più famoso d’Italia, io, Pietro, provo a restare me stesso. Vorrei la ribalta del teatro e mi offrono la tribuna della politica, vorrei imparare a recitare ma mi recriminano come fenomeno da baraccone da esporre a Roma sul palco e da consumare e spremere in fretta finché duro come clown.

Un giorno mentre me ne stavo a casa a giocare con il mio cane mi squilla il telefono, era Maurizio Costanzo, che con la sua voce suadente mi avvertiva che c’era qualcuno che voleva salutarmi. Così la voce al telefono: ” a’ paraculo, te me de vi fa capì se sei de destra o de sinistra… ma me sa che te sei solo un gran paraculo” Ora tu (Davide Ferrario) penserai che mi avesse fatto parlare con “Er Ventresca” o con “Er Monnezza”. Invece avevo parlato con Francesco Rutelli

Prima di Costanzo lo nota la camorra, lui li evita per quanto sia possibile, un ruolo però glielo danno, amministratore di condominio, un ruolo di crudele pragmatismo e psicologia spiccia, il suo primo palcoscenico. Assopire con chiacchiere rassicuranti i riottosi, punire gli inadempienti, fare circolare una linfa vitale nei polverosi linguaggi dei commi, minacce sempre accennate come sciabole spuntate, decreti ingiuntivi minacciati, sottobosco di regolamenti sbilenchi, sempre interpretabili per perpetuare un tempo di bonaccia: il Purgatorio del possibile a rendere inutile qualunque governo, cinema anche questo.

Tutti loro, come nel mondo del cinema a cui aspira di arrivare un giorno, hanno ragione e al tempo stesso torto, tutti loro vivono per confermarsi come cesellatori di eccezioni per sentirsi vivi nella riconferma del cavillo dimenticato e riesumato dalla loro rabbia certosina.  Tutti loro, i condomini, mai riducibili a un ordine e una disciplina. Qui impara a recitare, qui comincia a lavorare.

Da dove ripartire dopo la guerra? Finita la guerra Enrico ha un’idea, aprire un negozio di caricature per gli americani, Funny face Shop, il suo socio è Federico Fellini. Bisogna mangiare. Cinecittà è sfibrata da storie che niente hanno a che fare con il cinema. I tecnici sono sparsi a altri lavori, cercare ognuno il proprio porto che dia qualcosa da mordere una volta al giorno. Molti sanno che la vita riprenderà dal vizio e alcuni aprono fiaschetterie per fare tornare i conti.

La città è attraversata da sergenti americani con lo stomaco pieno di birra. Geiger, uno di loro, scompare nella notte brancolando nel buio. La maestosità della città eterna lo schiaffeggia, lo assopisce di più, lo sbarella, lo snerva. Vuole via del Tritone ma non la trova. Lui ha visto orrori che ha nella memoria e adesso vuole solo dimenticare, lasciarsi abbagliare dal bello o stordire dal vizio, bordelli, alcol, vuole riprendersi e riconoscersi, ma ha scelto la città sbagliata. A Roma è solo possibile assecondare la deriva, mai aggredirla, mai rivendicare una direzione o un proprio posto definito. Perdere la pesantezza del tempo e dimenticarsene, anestesie.

Lui non riesce a trovare via del Tritone, inciampa in alcuni cavi messi in mezzo alla strada. Si sfracassa al suolo, impigrito dall’alcol non tira fuori le mani dalle tasche e le ossa del naso gli scoppiano in faccia, il sangue esce come l’acqua dalle fontane della città. Si rialza e impreca, si mette a seguire i cavi per arrivare ai colpevoli, è una maschera di sangue che grida impazzita e in inglese. Spalanca le porte dove quei cavi si rifugiano e irrompe in un teatro; abbagliato dalle luci artificiali si ritrova immerso in un bagno di bianco che copre le facce dietro i fari, profili che appaiono uno ad uno riemersi dall’abbaglio, volti preoccupati ma incapaci di dare lo stop alla riprese. Geiger è finito dentro un film. A soccorrerlo è proprio Fellini, l’unico che mastica un po’ di inglese. Lo fa sedere, gli rovescia la testa e lo aiuta. Dopo mezz’ora si riprende e capisce che quello che ha davanti a sé è un set. Vuole sapere la storia, c’è un prete che muore fucilato dai tedeschi e a lui sembra strano che muoia solo lui e infatti, lo rassicurano, ne moriranno altri. Geiger chiede se c’è il lieto fine, dice che in America lo vogliono sempre e lui lo sa perché è un produttore di Hollywood. Fellini ne inventa uno e gli racconta che il lieto fine è proprio lui, l’americano, gli americani tutti, venuti a liberarci.

Geiger si alza in piedi, rattoppato al meglio con il naso otturato da tappi di stoffa, sembra avere ritrovato l’equilibrio e si rivolge a tutti con tono enfatico: “Lo compro!” grida nel vuoto di un’eco tombale. Che ha detto? Chiede qualcuno a Fellini.

Ricomincia il brusio del set, l’americano imbarazza, è l’ennesimo povero cristo ubriaco, lo hanno aiutato, certo, ma ora devono comunque continuare a lavorare e finire la giornata, non possono stare appresso ad un ubriacone. Che se torni al bordello, che cerchi i suoi amici e vada con loro a continuare la sbronza nella notte e si preoccupi di non precipitare nel fiume, essere rapinato, si preoccupi di rimanere vivo almeno fino all’alba.

La prima volta che sono entrato a Cinecittà l’ho fatto per andare a vedere i provini di un Maestro. Il mio ruolo era cercare di convincerlo a mettere nel suo film d’epoca, la Bologna anni cinquanta, un sponsor e ammortizzare così i costi dell’opera. Si chiama product placement ed è la legalizzazione di un prassi consolidata e abusiva, infilare marche e farsi pagare, una volta sottobanco ora legalmente, alla ricerca di un recupero disperato di soldi, gli spiccioli necessari ad oliare un meccanismo arrugginito, o quelli benedetti per la chiusura di un budget sbilenco. Amiamoci e cerchiamo, ognuno a suo modo, di portare a casa qualcosa.

Il cinema è anche questo.

Adesso gli sponsor vogliono accordi scritti, garanzia che qualcosa appaia sul serio nel film, nella fuga dei fotogrammi, perché si pianti, cementi e radichi nello spettatore, nella continua rincorsa alla sua memoria. Le memorie infatti sono più penetrabili nell’emotiva e sonnambolica immersione di chi vede un film. L’abbandonarsi può trovare così ancore di memoria e scatenare richiami per il dopo, per il consumo, per l’uscita nel mondo reale illuminato dalle vetrine, a caccia di quello che si è visto nel film. Se il corpo cinematografico è un corpo che vive e muore nei particolari, proprio su questi si può fare leva per scatenare una voglia emotiva di consumo, che leghi lo sponsor a un contesto coinvolgente, a una storia; l’eterna ricerca di una narrazione volta ad ammantare il reale e renderlo digeribile. La ricerca di qualità, lo spessore esistenziale ed emozionale prestato ad esempio ai tubi di patatine, alla marca di aperitivo, alle macchine in cui valorizzare e inquadrare l’alcantara o altro. Bisogna colonizzare i sogni, perché gli spazi reali sono saturi. Se manca la qualità entrare invece nelle commedie slabbrate con un target specifico, popolate da eterni adolescenti. Sfruttare L’arrendevolezza di chi si rilassa in un prolasso di crampi di risate. Il pubblico di riferimento, il target e le storie d’amore, le nostalgie adolescenziale, usare tutto sfondo narrativo immaginifico ma talmente tarpato da risultare vicino a chiunque, in cui piantare lo sponsor. Ma non è questo il caso, qui si parla con un Maestro, anche di produzione, trent’anni di carriera lo rendono un esperto anche di soldi e poteri.

Spedito dal mio committente a controllare, persuadere, cercare un punto di incontro tra l’iperuranio dell’arte filmica con la sua pomposa retorica e il crepuscolare arraffo di un ‘insegna Campari da sbattere in qualche angolo del film, luminescente, grassa ed evidente.

Il Maestro è assiso sulla classica sedia da regista e bofonchia con il fratello consigli, fa entrare e uscire giovani volti venuti dalla provincia e si percepisce nei movimenti e nei gesti indispettiti la sua nostalgia.

In questi provini non trova ciò che cerca, manca continuamente la presa, non c’è mai il viso che si aspetta. Il Maestro cerca in loro qualcuno che non c’è più, lo fa con ossessione. Sono provini e fa recitare loro un monologo, una sequela di banalità esistenziali che quei corpi devono incarnare e che le loro parole devono rendere abissale profondità, unicità percepita o almeno recita plausibile. Il maestro, che per la seconda volta li esamina e quindi ha alimentato in loro, tutti loro, il fuoco della speranza, è lì in fondo per perdonarli tutti. Dopo averli provinati vuole che confessino il loro azzardo, perché eliminerà il sogno dalla maggior parte di loro e per sgravarsi dal peso di una scelta crudele deve sapere che non hanno puntato tutto su di lui. E invece è vero il contrario.

Lui che cerca una faccia sbozzata, assurda, antica e comica, con gli occhi che rivelino un’anima, ci dice. Questi volti non sono antichi come li vorrebbe lui, molti di loro sono anche bravi ma già rapaci, golosi e vogliosi di farcela, si sono formati con le competizioni artificiali, con l’utopia della svolta, con la logica del saranno famosi . E invece non lo saranno.

Lavora per purificarsi e dopo il monologo biasciato e timido si preoccupa di saper che lavoro “vero” facciano. Chi è carrozziere in Emilia, chi cameriere a Sud, chi disoccupato, chi calciatore in seconda categoria, chi studente. E mentre si raccontano non c’è nemmeno la rabbia dell’inganno ma una grinta artefatta, già recitata ed esangue, mentre lui si diverte a spostarli nel suo presepe di ricordi polverosi e affetti irrecuperabili, affetti perduti, innominati e ignoti che però non sono loro. Cerca un fantasma preciso, cerca Leonardo Sottani. Ma è morto.

Quando entrano a Cinecittà cercano infatti non lo studio cinque di Fellini ma la casa del Grande Fratello e si perdono nei vialetti alberati del luogo, tacitati dal canto delle cicale.

Il maestro aspetta le pause tra uno e l’altro, il susseguirsi di questi volti opachi come nella filiera di un macello. E poi si volta verso noi, io e la funzionaria del broadcast, ci guarda e ci chiede: ” Di questo che ne pensate?”. La funzionaria che mi accompagna cinguetta parole balbe, non ha un vocabolario per commentare e, anche se lo avesse, lui le parla sopra, e non vuole veri consigli, ma conferme per le scelte che ha già fatto, dalla prima volta che li ha visti. Loro, gli altri, aspettano fuori il giudizio, intrattenuti dal fratello del regista che racconta come ha scoperto Leonardo, al bar ad accompagnare un amico per il provino e poi scelto al posto dell’amico stesso proprio dal fratello del maestro.

Recita tutti i ricordi ma davanti ad una platea che è troppo giovane per sapere primo chi è lui, poi chi è Leonardo e infine cos’è Cinecittà fuori dalla luce televisiva del reality. Capisco che tutti sono professionisti dei provini di Cinecittà, recitatori a soggetto per incarnare parti che non contano per loro, l’importante è salire sul palco e cercare di svoltare. Una di loro mi racconta che ha fatto la comparsa ad Elisir, questo il suo ruolo principale da attrice. Ci tiene a specificare che non faceva proprio la comparsa ma il pubblico. Alzava una paletta e a volte veniva chiamata anche per rispondere ai quiz sulla salute: il duodeno, la prostata, il cancro al seno. Lei rispondeva muta alzando la paletta e il giorno dopo la riconoscevano in strada, tutto il popolo che guarda Elisir.  Qualcuno mi racconta che ha pensato di avercela fatta quando è stato preso come sosia di George Michael a Beato tra le donne e si ricorda che è stato gettato in piscina per essere eliminato ma che è arrivato ad un passo dalla finale, proprio ad un soffio, proprio perché allora aveva quella chioma cotonata e biondo mesciato che lo faceva sembrare George.

E’ stato anche a La sai l’ultima e lì era già diverso, tosato a dovere ha puntato tutto sulla mimica che mi ripete davanti: braccia che roteano, capo che si protende verso di me, l’ascoltatore, il pubblico, e ritmo nel racconto di una barzelletta tra moglie e marito, armadio, corna, amante. Ritira fuori l’entusiasmo, una grinta speciale, la storiella di Batman e della sua amante, ci tiene a chiarire che non era proprio Batman ma uno vestito così ritrovato incastrato non si sa bene dove dopo un salto da supereroe. E si sente che lui si identifica con il poveraccio e mi dice che però questa storia è vera e che c’è poco da ridere e uno vicino infatti conferma e dice che ad un amico di suo fratello è successo qualcosa di simile e che non bisogna ridere. E ridono tutti.

Poi mentre me ne racconta un’altra in cui l’unghia di una donna finisce dove non dovrebbe creando problemi all’ennesimo Batman di turno, si rende conto che sta sprecando il suo entusiasmo e un bagliore nello sguardo lo fa ricredere, capisce che si sta impegnando con uno sconosciuto, cioè io.  Fare il suo numero, perle ai porci, sente che io non sono né beato né tra le donne né troppo interessato a sapere l’ultima. Sorrido per il suo impegno ma gli servo nel cammino verso la svolta? Mi chiede e si informa, faccio parte dei direttori del cast? Conosco il maestro? Si rende conto invece che sto lì per altro e per caso, proprio come lui. Quindi si ferma, rimette le mani a posto e le braccia non roteano più, tira fuori da un borsello di pelle uno specchio e un pettine ” Scusa me vado a ricompattà” mi dice.  Si avvicina al fratello del maestro che intanto ha formato intorno a sé un gruppo di persone ricompattate. E cita i film di famiglia e loro annuiscono e entra nei particolari e loro annuiscono e tutti sembrano conoscere tutto del regista e per questo annuiscono, trenta persone che provano a catturare il suo sguardo. Lui ripete un’epica della nostalgia, la sua però, il suo monologo, la sua recita di glorie, allori, marce trionfali e premi. Il cinema. Quelli partecipano alla gloria riflessa che li fortifica nella loro acquolina e sembrano dire: amaci anche a noi fratello di famoso regista, portaci con te nel vostro regno. Lui sproloquia loro annuiscono e lui continua come se non ci fossero.

Dopo un’ora di provini quelli fuori ad aspettare commentano che quella lentezza è segno di cura, che il maestro ci tiene, che pensa prima di scegliere. Invece di scoraggiarli del tutto quell’attesa li esalta, memori di tante ingiustizie subite, che te le raccontano tutte, di quella superficialità che li ha fatti, solo per ora, cadere nella schiera delle ombre per il caso crudele alimentato dalla cecità di uomini non professionali. Quella volta che sono finiti nella piscina proprio qui a Cinecittà, spinti dalle Spintarelle, indispensabili boia pettoruti e sorridenti aguzzine artefici della condanna di Beato tra le donne, la spinta nell’acqua e poi il saluto subacqueo alla famiglia che da casa grida disperata per la fine. E’ finita, eliminati per un soffio e proprio sulla soglia della casa dorata, piena di donne, odalische adoranti e loro più che mai belli e pronti per la finale. Ma uno di loro ce l’ha fatta mi dicono, ora è un attore famoso e non se ne sta più qui in fila ad aspettare di farsi cuocere a fuoco lento, ad elemosinare un’apparizione, ora fa le fiction serie Alessandro Preziosi e si capiva che poteva diventare qualcuno già quando fu il beato in una puntata tutta per lui in cui non era nessuno e uscì vittorioso senza nessun tuffo. E me lo giurano, non era nessuno e ora ha vinto il Telegatto che te lo danno solo se sei diventato qualcuno.

Io e la funzionaria dopo due ore di provini veniamo portati su un lungo viale dove il regista ha fatto ricostruire i portici di Bologna e la cosa è bellissima per me, capisco la simulazione e il lavoro e il sogno e tutte le cose importanti della città del cinema mentre il ritmo dei martelli dei falegnami ci accompagna e seguiamo il mastodontico Maestro che saluta tutti con fare gentile e tutti lo rispettano perché è uno dei due o tre rimasti a farli lavorare per il cinema. Tutto si sta spostando a Sofia dove i costi sono più bassi, le maestranze costano un terzo e gli americani hanno anche investito lì sulla post produzione, qui cosa resterà? Qualche trave di una Bologna del dopoguerra riciclata da qualche gangster movie a sua volta riesumato dal set più ambizioso degli ultimi anni quello cioè di Scorsese. Scorie di materiale edile, mattoni della fantasia, rabberci, riporti, recuperi. L’industria del riciclo, mentre nella notte qualcuno giura di aver visto sfilare ancora Teodosie, Amalasunte, principesse orientali, gladiatori, bighe e cupole al posto dei capelli, campanili che ondeggiano sul capo di molte comparse.

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Attraversare la città del cinema non interessa molto la funzionaria che mi accompagna che sbadiglia stufa del suo lavoro donato, si stiracchia, guarda spesso l’orologio, oberata da problemi pratici, la spesa, i figli. Qui fa caldo e si lavora, pochi stanno tirando su questo scenario e lei si piazza all’ombra e mi fa vedere una foto della famiglia, tutti bellissimi come i ricchi di Pane e Cioccolata, biondi, con maglioncini di cotone e pettinati e freschi sorridono all’obiettivo: marito e due figli e lei. Questo spaccato da yachting club stona un po’ con le bestemmie sonanti di indaffarati tagliagole intenti a tirare, segare, sollevare. Il sole le cicale e gli aerei di quello che era il primo e unico aeroporto di Roma, rompono i suoni di un racconto di artigiani e il suo. Lei messa nella televisione pubblica per gemmazione parentale e poi scivolata nel cinema ad occuparsi di qualcosa che la deve aver fatta sospirare di desiderio davanti ai potenti, i padri, in qualche aperitivo al golf club e poi fatta atterrare qui. Ora, in questo vitale trambusto di arraffoni, professionisti dei trucchi del mestiere, , lei sbadiglia mentre cerchiamo dove piazzare la luccicante verità ad intermittenza: l’insegna Campari.

Sente cardo signorì?”  Le chiede uno e lei risponde “Abbastanza” rivelando tutta la sua vita, che è abbastanza, anche quando è spedita qui al confine del sogno senza però meravigliarsi mai.

Pietro intanto ha fatto carriera è entrato nelle simpatie del signor Maddaloni, che ha ditta di costruzioni e foraggia la camorra locale, ed è stato lui ad intermediare per farlo diventare l’amministratore del condominio con il benestare di “Salvatore il pazzo”, il camorrista di zona, proprietario del terreno su cui sorge il condominio stesso.

Infatti Pietro è l’unico che loro conoscono ad aver fatto il corso per amministratori di condominio e deve subito risolvere conflitti. Auriemma, uno dei camorristi scontenti, lo invita a casa perché e gli dice che c’è una soluzione migliore per il suo futuro: farlo partecipare a un corso di preparazione per la vendita multi level di polizze assicurative. Pietro comincia il corso che dura tutta una giornata ed è finalizzato a indottrinare i venditori che alla fine devono comprare anche loro cinque assicurazioni “Ed è per questo che voi sarete i primi a credere in voi stessi, ad essere orgogliosi del vostro prodotto, a sposare il prodotto che rappresentate … Immaginate un concessionario Mercedes che giri in Fiat? O Bill Gates e che usi Mac? McDonald’s che mangi Burghy? Forza, prendete la penne e dichiarate la vostra fede… Al primo rigo del foglio che avete dinanzi scrivete il vostro nome urlate la vostra fede… Ready to go!” Tutti firmarono tranne Pietro e Carmelo, l’unico con cui il culturista di Caserta ha socializzato, un tabaccaio di Nola, molto felice perché da poco ha avuto la licenza per aprire nel tabaccaio anche la ricevitoria del lotto.

Il paese che non c’è dovrebbe aprire a fine 2014. Cinecittà World. Già nel 2011 doveva inaugurare questa astronave dello spettacolo atterrata tra i pericoli di un tutto pericolante, le corse folli sulle macchine esagitate, la certezza di una landa mai curata o finita eppure viva. La Pontina. Questa arteria è una pista d’asfalto che ricompone continuamente se stessa e corre su ciò che resta, scaglie di asfalto che si trasformano in erba, cespugli ispidi e duri che sono travolti da calcestruzzi, lavatrici e materassi saturi di caldo e pioggia, pronti per un’esplosione della loro materia interna, ormai gonfiata all’inverosimile dall’aria della strada, da un pulviscolo persistente che fa crescere le cose, un clima che è un tepore avvolgente di stasi e rovina.

Nessuno si ferma se non per buttare rifiuti o consumare le prostitute fasciate e fosforescenti che si coprono con l’ombrello sia per la pioggia sia per il sole, agli svincoli, alle inversioni di marcia. Dietro di loro enormi e palazzi mai finiti, luoghi di uffici immaginari, scheletri per scrivanie mai arrivate e orbite vuote per spazi divelti di quelle che sarebbero dovute essere finestre o sono stati capannoni per merci che non ci sono più. Molti anche i parcheggi recintati di auto concessionarie fallite. Resta all’interno qualche carcassa d’auto e fuori tepore avvolgente che si stende sulle nuove rotonde e le rovine dell’eterna incuria. All’incrocio, come i gemelli siamesi in formaldeide del circo di clown di Fellini, a terrorizzare la memoria dell’infanzia eccitandola con il brivido di un fuoco esistenziale, il loro, i due gemelli siamesi a chiedere elemosine, uno senza il braccio destro, l’altro senza il sinistro, sicuri che l’incubo che gli ha uniti nella disgrazia, distribuendola a ciascuno come equa mancanza, li abbia ora ricomposti lì. Spettacolo di miserabili che funziona davvero ma solo perché in coppia, uno ad allungare il braccio buono sulla carreggiata destra l’altro il sinistro sulla carreggiata sinistra. Armonia. Sai che si vogliono bene e che se anche si odiassero sarebbero costretti a stare insieme come le coppie dei comici a fine carriera che per continuare a campare si sopportano solo sul palco, la strada. Sono come una coppia di anziani che per non perdere se stessi si aggrappano all’altro in un film di vendette quotidiane, sempre le stesse, ma mossi dal tempo e con sempre meno domande e maggiori necessità.

Anche la Pontina non potrebbe fare a meno dei due, perché sono i suoi veri abitanti, sono il suo quotidiano, come le puttane e il fiume ininterrotto di rifiuti vero l’argine di una strada che sfarina ogni giorno di più nei suoi dintorni, impalpabili, abbandonati, vuoti. In tutto questo sorge Cinecittà World cioè il trasloco in questo altrove di un brand per commercializzarlo al di fuori del recinto claustrofobico del cinema, ormai poco vendibile, e rimetterlo in gioco qui, in questo altro recinto, nella scoppiettante idea di un parco giochi a tema dove prima c’erano gli studi falliti di Dino Città.

Qui arriva John Huston dopo aver girato “La notte dell’iguana”. John non ama la stasi di un set e trasforma gli studi di Dino città in un bestiario. Sta per girare la Bibbia e un elefante ogni mattina si lascia grattare la pancia dal regista, poi quando John si allontana gli riprende con la proboscide la mano e la porta di nuovo verso la sua pancia. L’uomo si stupisce ogni volta, è il gioco del risveglio e accetta di rinnovarlo sempre nella scommessa di una coccola cercata da quel grosso pachiderma. Asseconda l’enorme animale a tal punto che nel film, quando impersonerà Noè, continuerà a grattare quell’elefante che ripete la scena degli affetti senza che nessun addestratore lo abbia istruito. Gli animali nel film, come in una fila scolastica, seguono John in fila due a due verso l’Arca.  Le stesse fila di clienti che dovrebbero assediare i cancelli per ora chiusi di questo posto, consumatori di questa vera arca del divertimento nel nulla dell’evidenza, dove, come recita il volantino, l’atmosfera che ci sarà permetterà a tutti di “vivere il cinema” nel nome di quel marketing emozionale che è la vera radice per vendere l’inessenziale e colonizzare le proprie memorie future. Sentimento, emozione, calore come semi che restano e facilitano un ritorno nelle cattedrali dell’emozione provata e scatenano la nostalgia, primo input per una catena di luoghi e oggetti da rivedere e ricomprare, il legame per futuri biglietti. Questa l’essenza del parco a tema, queste le sue prerogative: colonizzare l’infanzia. Di attrattive dovrebbero essercene tante: il Tempio di Moloch, simbolo del film Cabiria, le montagne russe a prova di vertigini che attraverseranno vecchi saloon e ripide cascate. Ma per ora solo i fantasmi dei film abitano ancora questo posto e dovranno essere evacuati dal ” Super splash” e dalla “Torre di caduta”, le attrazioni monumentali che hanno già ora una forma. La Torre soprattutto si erge sicura dalle rovine della Pontina per avvistare l’orizzonte, una specie di pertica arabeggiante, enorme ma popolata di spifferi e appoggiata proprio su un elefante gigante.

Rubini in Intervista entrava per la prima volta a Cinecittà proprio seguendo gli elefanti ma adesso l’elefante di cartone che hanno costruito qui, su disegno di Dante Ferretti, non può alzarsi e non può andarsene. Può solo tenere sul dorso finto questo azzardo orientale proiettato verso il cielo, già in bilico, ancora chiuso, spettrale. Crollerà? Il cielo dove promette di portarci la gigantesca navicella spaziale, che è poi quella cupola nera a forma di rettile piantata in mezzo al parco, prevista nel progetto e già realizzata, ponte di decollo che però sembra appena precipitata e incapace di schiodarsi da qui. Chissà se sotto le guglie della torre, sotto il dorso addobbato dell’elefante e tra le pieghe delle sue balze di cartone non si nasconda ancora Noè, pronto ad uscire di notte, quando la quiete gli permetterà di girare lontano da occhi indiscreti, di ripetere le sue carezze alla pancia dell’enorme mammifero. C’è tra queste rovine una parentela notturna che le lega tra loro: emanano buio, ancora disabitate e senza rumori e sembra che questo autunno perenne le renda ancora più consone al modello, la vera Cinecittà, da cui derivano e di cui vogliono rinverdire i fasti confermandone di fatto la deriva.

Nella casa madre infatti il movimento è tutto finalizzato al recupero di rottami riadattati: lo sfascio dei portici della finta Bologna è ora appoggiato sulle impalcature della Broadway di New York, il set di Roma antica si trasforma in poche mosse nell’antico Egitto e la basilica di Assisi nella Firenze di Giotto. Se lo si vuole. Sono talmente affezionati a questo reliquiario che vogliono spremerlo all’inverosimile, fino alla consunzione delle strutture, seguendo uno sfruttamento cannibalico che rattoppi i tessuti sfilacciati e li rivenda come nuovi allori appassiti. Woody Allen venuto a Roma per girare il suo film, a Roma però non qui, viene invitato con tutti gli onori. Sceso da un taxi con il suo direttore di produzione italo americano, ad accoglierlo trova la fanfara italica del cerimoniale e del codazzo, lunghissima pletora di presidenti e direttori e vicepresidenti e vicedirettori di incarichi moltiplicati. Tutti assonnati dal torpore dei pomeriggi primaverili romani e satolli nella quotidiana attesa postprandiali di qualcosa da fare per riempire la giornata, sono eccitati e rianimati per la presenza divo. Lo trascinato in giro in un tour insensato negli spazi riesumati, nell’ortopedia architettonica che raddrizza e rilancia scenari piegati e abbandonati, le quinte riutilizzate, i fondali riadattati. Woody si rende conto che tutto giace nella stasi museale, per primi i potenti, e che tutto qui vive nel culto nostalgico di una tavola imbandita per turisti deportati. Loro, un corteo cinematografico di funzionari, camerlenghi, dirigenti di qualcosa, prelati, amanti, figli e figliocci, se ne accorgono ma vogliono che se ne vada via deluso e lo costringono a vedere anche il pezzo pregiato, la scoria eccelsa, il diamante raro: un sommergibile. L’interno residuale di un kolossal bellico, un film milionario, U-571. Lo invitano a salire, a toccare gli ottoni a controllare la precisione del periscopio. E qualcuno azzarda l’ipotesi che se proprio non gli servirà Cinecittà almeno potrebbe usare il sommergibile. Certo c’è il problema che il film, come tutti i film, ha persino una trama che magari non prevede sommergibili, siluri, sciabordio delle acque. Ma tentar non nuoce, vedemo che se po fa, pensano speranzosi.  Woody stringe le mani a tutti, si affretta a risalire in taxi e a sparire verso la città eterna, eterna soprattutto nei suoi vizi.  To Rome with love.

 

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L’unico tempio  che vive di luce propria ed è tra le attrazioni più forti nella visita a questi posti,  è sicuramente la Casa del Grande Fratello, lo spazio vivo di un culto contemporaneo, gigantesco cuore pulsante di un immaginario collettivo che irradia dalle sue finestre, dalla sua piscina , dai suoi divani, la persuasione di un’estetica outlet, così lontana eppure così vicina, il desiderio di appartenenza ad un mondo fantastico ma reso limitrofo per farlo consumare meglio a tutti, non più il divismo degli unici e dei rari ma un divismo pronta consegna, un divismo Ikea, la porta magica che dal nulla porta alla fama senza alcuna gavetta. Come ogni santuario che si rispetta anche questo ha luoghi di culto specifici: il confessionale ad esempio, luogo per la televendita di se stessi e in cui provare a disegnarsi addosso una personalità e spiegare i propri conflitti inesistenti, confessare il proprio design, il proprio ruolo da concorrenti e la propria unicità acquistabile con il televoto. O la piscina in cui mostrare l’evidenza dei corpi sacrificati ad una giovinezza immobile e da scaffale, una statuaria collezione di bozzetti lubrificati e funzionali per possibili ammucchi sempre sfiorati e simulati e auspicati dagli autori. O la camera da letto dove si spera in qualche incontro reale tra ombre per ringalluzzire le ombre che li seguono da casa stravolte da sbadigli. Ed entrando qui dentro si capisce benissimo la doppia dimensione di questo che è pur sempre cinema. La dimensione dei corpi e quella degli oggetti, i divani, i tavoli, i cessi, gli addominali e i seni, con relazioni tra loro economiche, economia dell’azione, del tempo, del racconto. Con le cose, i divani ad esempio o i vestiti, ben più importanti di chi ci si siede sopra o di chi li indossa. Ed è possibile sperare in un Grande Fratello in cui siano gli oggetti i protagonisti assoluti della storia e gli uomini, i concorrenti, relegati ad un ruolo di vendita accessoria. Finora questo set così sacro, questo luogo di puro cinema,  identico ovunque nel mondo per essere riprodotto come l’Ikea, solo con piccoli ritocchi glocal per renderlo più digeribile a chi rivendica un gusto nazionale da sedurre con le giuste strategie, ha avuto un solo riutilizzo in chiave horror in Dead Set, serie televisiva britannica trasmessa da E4 e qui da noi da Mtv, dove  gli unici sopravvissuti all’epidemia dei morti viventi che hanno invaso il mondo, si trovano rinchiusi e protetti nella vera casa del Grande Fratello inglese.

Gli ultimi umani, i concorrenti, ribaltano così la logica da entomologo con cui funziona il format che permette a tutti noi di guardare ma non toccare queste cavie, questi morti viventi. In Dead set sono loro a guardare il mondo di zombie che li assedia e che si moltiplica.

Dall’immensa navicella spaziale di Cinecittà World partono nervature di acciaio di quella che dovrebbe essere una montagna russa ma i condotti di metallo, che curvano in pieghe paraboliche, servono solo a trasportare nel cielo il cingolo che dovrà sorreggere la cabina del trenino e ora sembra invece una lingua slogata, sradicata dalla gola per ciondolare nel cielo. Il trenino, le urla eccitate, il rumore del cingolo che porta in alto: non c’è niente che si muova davvero. Tutto è spento, parcheggiato e sospeso.

E nel salto nel vuoto solo immaginato si dovrebbero rivivere le sfide alla vertigine dei cascatori di Cinecittà, quella di un tempo. Gli stuntman non esistevano come professione, scrive Sergio Leone, ma ce n’era uno solo, detto er faciolo perché appunto cascava. Era in grado di fare tutto quello che serviva, tuffarsi nel nulla da altezze rompicollo, sfidare quelli arrivati da fuori, gli inglesi, che volevano insegnare il mestiere per rendere al meglio le scene dell’ennesimo Kolossal: Elena di Troia. Er faciolo accetta la sfida e incitato dalle comparse prende lo slancio, doppio giro della morte per poi gettarsi da 10 metri, un’altezza improbabile, sulle scatole di cartone messe lì dagli inglesi. L’altezza però è troppo vertiginosa. Silenzio, una pausa infinita, er faciolo non si muove, giace esattamente come le montagne russe mai partite nel parco a tema. La croce rossa se lo porta via.

Intanto tutti gli altri, registi, sceneggiatori, attori, quelli che hanno soldi da spendere, escono di scena e se ne vanno in città a mangiare: Romoletto, Pirdonati, Gigetto, Cesaretto a via della Croce e Piperno a Monte cenci, salsicce e fagioli da Necci, Il panzone a Via del Porto, Ciceruacchio sempre a via del porto, Cecchino al mattatoio, Al Crazy, Al capriccio, al Pipistrello, al Florida, o il triste Little bar di via Sistina, nessuna orchestra, pianista con profilo tagliente. In questi posti puoi incontrare Flaiano, Arbasino, Mario Pannunzio, Sandro de Feo, Maccari, Ercole Patti, Vincenzo Cardarelli, Corrado Alvaro, Vitaliano Brancati, Vincenzo Talarico, Scalfari, Pier Paolo Pasolini, Laura Betti, Moravia, Malaparte Gassman, Fellini.

Qui invece a Cinecittà World è un’altra epoca e uno dei locali più frequentati in zona, in attesa che aprano quelli del parco, è El Paso, disco pub, pizzeria e live music. Il karaoke non manca e le partite di calcio sono proiettate su schermi giganteschi. Penzola ovunque la bandiera americana in questo enorme hangar, dove ci si perde tra finte balle di fieno, finti steccati da rodeo e tavoli western. Ogni settimana El paso ha i suoi eventi come il mercoledì dei single, il giovedì con “la piramide quiz show” che se vinci, vinci un soggiorno per sei persone. O il sabato con l’evento “rido e canto: una singolare sfida a colpi di karaoke”. Del menù molti amano gli spaghetti all’Ubriacona, la pannocchia di mais ai ferri, la bruschetta Demoralizzata, o hamburger Pizzicotto e il più richiesto, il Buttafuori: salsiccia, pancetta, capocollo, lattuga, pomodoro, ketchup, maionese.

Tutti sanno che il parco a tema prima o poi aprirà a pochi chilometri da qui ma nessuno ci crede fino in fondo, sono anni che lo dicono, che lo annunciano e loro sono stufi anche di parlarne. E’ vero che qualcosa si vede già da fuori, che sono pure partiti i colloqui per tanti posti di lavoro, ma i lavori sembrano essersi fermati di nuovo, Cinecittà World sembra il cimitero degli elefanti, sempre loro, ciò che resta dopo un’epidemia di morti viventi, una bomba H che lascia in piedi giostre insabbiate e incagliate in una baita senza mare piena di fossili. A vederli da fuori la Torre, il Super Splash, il Tempio, sembrano le parti di un cimitero di rovine imperiali, una villa hollywoodiana enorme che abbandonata dai suoi divi, lussuosa e piena di feste ma ora chiusa da tempo, assaltata dalle ombre della pineta mai sradicata, rifugio nelle cortecce di cicale impazzite, lucertole filiformi e gabbiani ingrassati a dismisura nutriti dai rifiuti in grado non più di volare ma di appollaiarsi  sulle curve paraboliche delle montagne russe. L’astronave è ferma, non in procinto di solcare galassie spinta da razzi propulsori intergalattici. Sembra la protagonista del racconto di Ballard in cui gli astronauti atterrati come eroi e di ritorno dalla missione spaziale sono attesi per conferenze, onori, premiazioni. Ma non scenderanno mai più dalla navetta, suscitando prima curiosità poi allarmismo e poi solo dimenticanza. Marziani a Roma. Tra i gerani l’astronave se la stanno per mangiare l’invasione dei pollini, l’umidità del mare, il pulviscolo di asfalto prodotto dalle macchine che consumano ciò che resta delle Pontina. Quello che sembra un orizzonte futuribile è in realtà il panorama destinale di tutto questo, una periferia infinita e senza forma che si anima di assenze e supplenze perché non c’è più lavoro, un’astronave atterrata in una landa deserta da cui non scende mai nessuno e su cui non sale nessuno perché proprio non riesce a decollare.

Eppure a El paso la vita c’è. La vita si mette in scena in fondo al locale ogni sabato, all’interno di un recinto in cui c’è la gara del toro meccanico che è cadenzata dal rumore dei tonfi sui cuscini rossi per attutire le cadute di tanti che si divertono a sfidarsi. I balzi imbizzarriti dell’indomabile bestia elettrica.

Questa è la loro dolce vita. La tagliata è sempre hot ed è servita su un vassoio di ghisa che ti continua a cuocere davanti. E questo non è il massimo degli effetti speciali che ti può offrire El paso: ci sono anche gli schermi per le partite che sono davvero cinema e sembra che i giocatori, in ogni anticipo o posticipo serale, in ogni scivolata o scatto, ti possano cascare in braccio da un momento all’altro. Qui non c’è lo spettacolo moribondo di una capitale lontana, spasmodica solo nelle sue nevrosi ombelicali, nelle sue megalomanie culturali da basso impero. Il vento di bonaccia sedativo e annichilente del “si dovrebbe e si potrebbe” fischia altrove, i velieri sono salpati da un pezzo e non sono mai passati di qui, un luogo fuori da ogni rotta famosa. Le parole e i gesti qui sono sempre performativi, se c’è da menare si mena, se c’è da godere si gode, in nome di un’economia dell’anima che non permette lo spreco ampolloso delle chiacchiere e dei distinguo: Cinecittà World, sembrano pensare qui, è roba vostra.

Pietro ce l’ha fatta ma non si aspettava certo che il successo fosse così: ” I giornali assediarono il mio tranquillo condominio… io ero un po’ stanco, volevo capire cosa gli altri avevano detto sul programma e su me e volevo andare a vedere le puttane del nucleo industriale di Marcianise. Stanno lì belle tranquille, non comunicano ansie o competizione e ti dicono ” proviamo ad amarci?”… Ho conosciuto Diana tre anni fa. E’ bionda giovane spiritosa e per questo è corteggiatissima. Lei aveva visto la macchina con cui ero arrivato, una 126 verde. Non potevo essere un avvocato, né commerciante… però potevo essere un giovane boss latitante…  Diana ha lavorato per un po’ in strada, poi in casa, ora ha sposato un avvocato di Modena ed aspetta un bambino… Una segretaria mi chiama e mi dice di attendere poiché il signor Pier Silvio Berlusconi voleva parlarmi… Quando un casertano medio organizza una partenza per Milano, cominciano i preparativi molto tempo prima. Occorre trovare l’amico che ti porta alla stazione, il treno che ti porta a Napoli, il mezzo che ti porta a Capo di Chino e i biglietti, gli orari, le coincidenze, i check in. Con un certo imbarazzo spiegai a Piersilvio che accettavo l’invito con molto piacere che gli avrei fatto sapere con precisione il giorno del mio arrivo dopo aver consultato un’agenzia o al limite mio zio Sandro “ma sei pazzo? -replicò immediatamente Berlusca- sei mio ospite, domani una macchina viene a prenderti e ti porterà a Roma dove c’è un aereo che aspetta per portarti a Milano… Gli avrei parlato dei miei progetti come autore per un nuovo programma tv, ricco di sorprese e novità! Eh sì! Sono proprio fortunato. Andai a letto.

Quando Cinecittà era il luogo grandioso di produzioni monumentali la piscina ospitava Ben Hur, Quo Vadis, la battaglia di Cleopatra, ma i palazzoni intorno cominciavano già ad accerchiare il luogo che per Fellini era un reclusorio, un rifugio antiatomico ma sicuramente ancora una fabbrica di talenti artigiani e invenzioni. Le bighe di Ben Hur, ad esempio, richiedevano 75 cavalli comprati in Jugoslavia dai discendenti della cavalleria austro ungarica. Tutte le bighe erano costruite dentro Cinecittà ma gli americani volevano anche i freni idraulici nei mozzi dove c’erano i tamburi. I freni non servivano a nulla, gli italiani lo sapevano, non servivano certo a frenare quattro cavalli in corsa e questa è l’eccesso di organizzazione all’americana. I raggi della ruota saltavano rotti da uno sperone. Nei raggi le cariche esplosive attivate dal guidatore per fare staccare la ruota. Sotto la biga un punzone che si pianta in terra facendo rotolare la carrozza e staccandola dai cavalli, il guidatore, se va bene, salta fuori. E a sacrificare le ossa i cavallari italiani che costano centocinquantamila lire contro i mille dollari degli americani. Dal caos di tutto questo lavoro tanti elementi riescono ad unirsi in una voce sola, una prova d’orchestra compiuta. Il cinema scalzava allora persino i presidenti della Repubblica e De Nicola, che abita in quattro stanze a palazzo Giustiniani non può rientrare nelle sue residenze perché il Quirinale è affittato agli americani che ci girano dentro alcune scene del Cagliostro come se fosse Versailles.

Oggi a Cinecittà tra i pini ciò che rimane è un fondale di legno che delimita l’orizzonte, lo riempie di senso e forma. E’ il profilo di una villetta a schiera, gli esterni per la prima fiction girata nella città del cinema. La villetta è esattamente come quella di un catalogo di un’agenzia immobiliare, un luogo per i milioni di spettatori che ci vorrebbe abitare. Guardandola meglio però è anche il paradigma della villetta a schiera delle cronache, incubatore di mattanze familiari. Conserva un aspetto fiabesco solo se non ci si gira intorno e se non si vede cosa nasconde. Dietro la facciata infatti, il nulla: la villa non c’è, farla davvero costava troppo quindi restano le assi di legno che sollevano un plastico e le buste di plastica che rattoppano le colate di acqua piovana che potrebbero fare marcire tutto. Restano tubi innocenti che puntellano lo sfracello. Le villine sono addirittura due, entrambe malconce. Negli anni, questa finta via di fondali è cresciuta e anche Cettina, personaggio prima minore ma poi portato sugli scudi dal pubblico, ha avuto diritto alla sua casa qui. Hanno cioè aggiunto un fondale più avanti per farli stare tutti insieme come se ci vivessero davvero e come se esistesse davvero la comunità di questa Italia in miniatura, eden di risolti e meta dei desideri del pubblico. Amici, parenti, nonni, vicini, incontri, amori, rancori, figli, tutti insieme a Poggio Fiorito, il paese inventato di soli fondali. E ti chiedi vedendo ondeggiare questi accrocchi se il vento abbia mai afflitto abbastanza i finti villini che ora cadono a pezzi ma restano comunque in piedi. Se ci sia davvero la possibilità che il vento di mare carico di salsedine che lambiva Orson Wells decida una volta per tutte di portarsi via tutto con una tormenta che faccia decollare in cielo Cettina, Nonno Libero e gli altri parenti compreso il medico, dando finalmente spessore tragico, volume e intreccio ad una litania da sonnambuli. Immaginare i milioni di persone che ascoltano ogni settimana questi cantori di asfissie essere in grado per una volta di vedere con i propri occhi cosa c’è dietro la villetta e cioè questo spiazzo con l’erba e la cicoria, con i tubi sbilenchi piantati in terra che sorreggono un pezzo di legno fradicio, abbandonato e forse nemmeno più ripreso.

La menzogna e la verità di questo posto.

La verità ad esempio dell’impresentabile Geiger dell’inizio di questo racconto, capitato come un fantasma iracondo sulla ribalta di un sogno, soldato perduto in un mondo alieno, vittima scampata alla guerra. Sarà davvero lui a portare Roma città aperta in America e a fare conoscere il film.  Come aveva promesso quella notte.

La menzogna di Orson che non finirà mai di scrivere Operazione Cinderella come avrebbe voluto lo sceneggiatore venuto da Roma per farlo lavorare. Spente le luci che lo illuminano a giorno nel giardino di Fregene, per tornare nel buio delle notte, Orson non rinuncerà mai a recitare la menzogna dell’attore.

Pietro Taricone sarà l’ultimo grande divo nato da Cinecittà anche senza la verità del cinema e anche senza aver mai visto realizzare il film su se stesso, Parabolico, scritto con Davide Ferrario.

La casa del Grande Fratello prederà fuoco varie volte così come i tanti concorrenti ridotti a fantasmi dal tempo, spariti nel dimenticatoio di un teatro che chiude ogni anno per riaprire quello successivo con nuove maschere da consumare. Spariti tutti tranne lui, l’unico a restare anche se l’unico a morire.

Oggi tutti possono visitare la Casa, un biglietto da dieci euro per esplorare il Confessionale e le camere da letto, il magazzino e la cucina e i bagni che sono i posti che piacciono di più.

Vengono da tutta Italia, si entra ogni ora, fino alle sette di sera e dentro, se siete fortunati, potete trovare anche qualche divo della stagione appena trasmessa, che vi accoglie e ruota a turno con gli altri concorrenti.  Si fa la foto con voi, si fa la foto anche nel Confessionale e in bagno e sotto le docce spente. E’ come voi, è accanto voi, uscito dal teleschermo per voi.  Infatti quando entro io c’è Angela ad aspettarmi, e tutti le corrono incontro, è Angela mi dicono e io la guardo meglio e capisco che pur non avendola mai vista, perché non guardo GF da anni, mi ricordo perfettamente di lei. E ho paura.

 

grande fratello

Lei mi abbraccia e mi bacia. Questa è la visita delle sei di pomeriggio, la penultima, e lei ride a tutti e si sposta per la casa come una brava massaia e spiega tutto a tutti. E’ generosa Angela, forse per contratto e ad una certo punto invita tutti a seguirla in bagno dove impazzano i selfie e i commenti si sprecano ma lei assicura che lì, almeno lì, le telecamere non la hanno mai seguita. E Maria di Torre Maura sospira felice, almeno lì niente riprese ripete, che io non ce la farei a fare le mie cose, mi dice.

Angela mi mette un braccio intorno al collo e chiedo ad uno di farmi una foto con lei perché comincia a piacermi proprio e mi pento di non avere seguito la stagione. Mi pento di ignorare la sua aura.  Forse perché è l’ultima visita e lei è stanca, forse proprio per i mille abbracci e le mille foto di questa settimana dove è lei di turno a ricevere gli spettatori, forse per tutto questo lavorio estenuante nel simulare affetti con chi la ama davvero, forse per tutti questi accidenti, Angela puzza, le puzzano davvero tanto le ascelle.

“Marco è stato cattivo” le dice qualcuno e io mi sento in dovere di dire qualcosa perché non voglio sentirmi escluso da questa sceneggiatura: “Quest’anno sei stata la mia preferita” dico e ci credo davvero. Saluti e baci e poi di nuovo dentro le rovine di Cinecittà. Uscendo ci aspetta un treno intero, parcheggiato tra cespugli appassiti, infestato di erbe, arrugginito, non ha binari né davanti né dietro, non si muove da qui.

Anche Leonardo Sottani in arte Nik Novecento non se n’è mai andato da questo posto. Rimane lui il personaggio da cercare inutilmente in tutti i volti dei provini di tutti i film futuri del Maestro, la sua ossessione segreta, la triste malinconia di un risveglio nelle prime ore del mattino.

La donna nella guardiola di Cinecittà non è mai esistita se non in quella foto.  Ma se guarderete a lungo nell’immagine vi renderete conto che è proprio voi che cerca: quello sguardo è per voi.

 

TORO SPAGNA

Il toro meccanico, abbandonato in un’angolo oscuro del locale El Paso a Borgo del Piave, se ne sta immobile come un’ombra fino a quando non viene la sera. E come ogni ombra di cinema è però il montante interiore di ogni scena possibile.

Quando si accende per diventare la giostra principale del locale, tra gli sbuffi idraulici che lo fanno agitare e muovere, tra i sussulti di rabbia degli intrusi cacciati dal suo dorso, quando si anima nella notte della periferia laziale senza più confini, lo fa perché anche qui, persino qui, tutti possano vivere a fondo il proprio spettacolo, evitare gli inciampi dei più segreti pensieri, consumare una dolcezza ordinaria.  Dimenticare.

 

 

 

 

 

 

 

Elogio dell’impiegato assente.

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Nella ricerca spasmodica di colpevoli che ne assolvano altri, niente è così inutile come il moralismo contro gli assenteisti .

Il pubblico impiego , lo dice la definizione stessa, presuppone due cose che in Italia e forse altrove non esistono:  una res publica e un impiego.

La sua natura ontologica è la totale inutilità, un’eccedenza metastatica e perpetua di ruoli, un moltiplicarsi di gradi, una stratificazione di sigle impiegatizie per dare qualche appiglio identitario a spaesati esseri una volta umani e qualche vaga speranza di scatti quasi sempre per anzianità ovvero consunzione.  Carriere verso mete remote sempre più soggette all’arbitrio e al caso, all’estrazione fortunosa, al culo: la dirigenza.

In concreto il nulla ma istituzionale,  una volta almeno macchina oliata di consenso ma ora baraccone lacunoso  e vendicativo, punch ball per iracondi precari o disoccupati, esclusi e schiumanti, vogliosi di siesta statale stipendiata , sfogatoio per politici in vena di sfoderare piume di efficienza  e  sempre incubatore di terribili depressioni, luogo di perdizione mentale per assecondare la soddisfazione sempre più grama di un assegno mensile che paghi e certifichi la propria inutilità.

Unica possibilità di salvezza è dunque almeno non assecondare questa clinica carceraria.

Cercare in tutti i modi di assentarsi, sfoderando ciò che resta di un’intelligente propensione alla truffa, talento italico naturale e genetico, certificati finti, ferite dell’anima forse vere ma sempre eterne, semestri di convalescenza che diventano quinquenni , mattinate e mesi spesi a fare la spesa e svezzare pargoli invece che inchiodati ad una scrivania, perimetro inutile della propria gabbia.

Voi e la formica, voi e il laminato plastico, voi e la pianta di ficus polverosa, voi e il mouse vetusto o peggio voi e il collega, i colleghi tutti, invadenti, lamentosi, malvagi e malati e, se andate in ufficio, sempre presenti.

Quindi l’unica libertà oceanica che evita i cimiteriali ritrovi , luoghi battezzati secondo le più inutili definizioni burocratiche, ministero, municipio, comune regione provincia e enti tutti e partecipate varie,  sarebbe minata non poco se venisse meno l’unica possibilità di fuga e salvezza degli assunti: assentarsi.

Immaginare infatti la perfetta presenza di tutti loro nel luogo di “lavoro”, tutti insieme e senza assenti, vorrebbe dire immaginare gli uffici stipati di gente mai vista prima, gli spazi saturati da assunti di cui però si era persa la memoria e la traccia, ritrovarseli di fronte, tornati dalla loro vera vita che è ormai altrove.

Una riesumazione di masse insoddisfatte, alienate si diceva un tempo.

Per fargli fare cosa poi? Ci sarebbe cioè l’esigenza di una coreografia dirigenziale che movimenti queste persone incattivite e recintate. Ma verso qualche scopo? Qualche compito?

Addirittura lavoro?

Il dirigente dovrebbe cioè persino dirigere, funzione che non gli si può mai chiedere se non a patto di accettare le conseguenze funeste e imprevedibili tipiche di un capo pragmatico e manager credulone.

Miglioramenti che non migliorano, riforme che non riformano, manie di protocollo e nuove regole incomprensibili che inceppano consuetudini consolidate per fare peggio lo stesso nulla che si faceva prima.

Inimmaginabili i costi sociali per le depressioni risorgenti in coloro che abituati ad una vita smeralda e libera dal lavoro, si ritrovino improvvisamente a dover rispettare orari e regole dimenticate e del tutto inutili, si ritrovino cioè davvero costretti a non fare nulla tutti i giorni e pure in presenza.

Offensivo poi questo ritorno al lavoro in massa.

Sarebbe visto come invasione soprattutto da chi in quell’ufficio c’è rimasto sempre, mummificato e inchiavardato al sogno dello straordinario, del compenso maggiorato.

Colui cioè che, con il suo esempio, ha costruito la sua moralità statuaria e sdegnosa, l’impiegato modello, una perversione inspiegabile e masochistica che però esiste ancora.

Custode e vestale patologica della propria inutilità, testardamente convinto del suo valore testimoniale e demenziale: io , impiegato in qualcosa che non ricordo e  che però sto qui tutti i giorni !

Come spiegargli che anche gli assenti che lui accusava di tutto sono ora tornati?

Meglio assentarsi sempre quindi. La cosa migliore sarebbe non andare mai dall’origine, fin dal primo giorno, mostrando malattie mutilanti e definitive.

Ma in caso si sia deciso di curiosare almeno una volta ogni tanto nel proprio ufficio, necessario e sano sarebbe procurarsi al più presto le ragioni e le strategie per la cosa più umana: sparire.

La resa del cinefilo

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Come affrontare il  festival del cinema di Torino a quarantadue anni quando la soglia di attenzione si abbassa e si stempera in una perpetua resa postprandiale senza nemmeno più bisogno del pranzo?

Dove si rischia di russare senza accorgersene e già prima di entrare in sala. Dove  dopo poche righe fitte di romanzo corposo e necessario o dopo poche immagini di trame che non decollino subito con squillanti richiami primari, violenza, sesso, musica, duelli eroici, amori, si rischia di tracollare comatosi .

Per quale motivo praticare questo sforzo titanico di restare vigili?  La risposta è semplice: per godere.

Un  consumo bulimico di immagini, come se non bastassero quelle che ci pervadono quotidianamente, è il modo migliore per ribadire con forza che il consumo, qualunque esso sia, è un atto dotato di senso e non un travaso passivo.

Smentire cioè le ovvietà di una litania costante, un racconto tanto spanato quanto ideologico, dove il consumatore è un tapino manipolabile da oscure forze.

Nell’esperienza dell’ accumulo di immagini del festival, tutta la passività di chi guarda e tutta l’ansia irrazionale di totalità e completezza che lo pervade, vedere tutto, è non solo un atteggiamento auspicabile ma anche un’esperienza estetica autentica.

Una resa impegnata,  un consapevole disimpegno: essere per almeno una settimana al centro di una corrente impetuosa di storie e farlo contro la necessità dell’interpretazione delle stesse, della coerenza, della tassonomia.

Per sedare per una volta, invece di acuire e coltivare, l’ipertrofia vendicativa dell’intelletto che ridurrebbe tutto ciò, questa esperienza estetica,  a ragioni cristallizzate o peggio cronologie scolastiche.

I festival di cinema non quindi solo e soltanto come occasione culturale per ricostruire linearità storiche, per formarsi e scambiare toponomastiche di ricorrenze di genere, stili, epoche, filmografie. Non solo soltanto luoghi per   cementare le proprie convinzioni e rafforzare il proprio piumaggio narcisistico da dotti monaci del cinema tra adepti generalmente brutti e  tristi.  Ma come occasione salvifica per  perdersi.

Perdersi  intanto nel proprio sonnambulismo da sala come condizione necessaria per godere a pieno i sette film al giorno di media. Perdersi nelle ellissi della propria memoria frantumata, nelle trame che si sovrappongono una sull’altra, nei generi che sconfinano in altri generi, perdersi in una landa, un sostrato  di malinconie e gioie, insensatezza e programmazione, luoghi deserti e metropoli,  anime perse e ritrovate, destini segnati e fughe possibili, che rendono a pieno il senso del godimento di quest’arte.

Spezzare per qualche giorno la consolazione di  procedure ortopediche,  una ricostruzione del senso che voglia anche imbrigliarlo,un dubbio perturbante ricondotto all’alveo dell’interpretazione.  Lasciare tutto altrove, lasciare andare il “filisteismo interpretativo” ( Susan Sontag).

Il vecchio soccorso nel deserto del Nevada ( Melvin and Howard)  sarà davvero Howard Huges e sarà andato  davvero a Desert Inn di Las Vegas a fare acquietare i suoi fantasmi  o avrà finito i suoi giorni in una spiaggia dell’isola di Amity in fermento per l’imminente festa del 4 luglio ( Jaws)?

E quell’anziano catorcio umano di detective di Los Angeles, rabbioso, catarroso e malato, ritroverà il gatto di un’entusiasta e irrazionale Lily Tomlin (The Late Show) o dovrà scappare rincorso da un’autocisterna posseduta dai demoni della contemporaneità a bordo della sua Plymouth (The duel)?

Le formiche ci uccideranno tutti , buoni e cattivi (Phase IV) o c’è la possibilità di sedarle al suono di un sassofono in un appartamento divelto e desolato culla della propria solitudine ( The Conversation)?

E’ bello tornare da un festival con queste domande insensate e lasciarle senza risposta.

Roma: provare a spiegare la logica di un disastro.

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Come si arriva al disastro attuale  di Roma? Quale logica lo rende possibile?

Le ragioni sono fondamentalmente di carattere economico e di riforma strutturale dell’amministrazione della città per renderla plasmabile alle esigenze elettorali di un’oligarchia di gerarchi impresentabili, bulimici, classe dirigente da terzo mondo che però ha bisogno del consenso capillare e controllato e che struttura questo sistema in vent’anni di sfacelo.

Qual è il settore che meglio di tutti può garantire un afflusso costante di voti e al tempo stesso una sconcertante mancanza di controllo? L’amministrazione pubblica. Ma come riformarla e piegarla ai voleri di questa pletora di incapaci? Smantellando il pubblico, lo Stato, e creando un parastato del tutto impresentabile ma venduto secondo l’ideologia dell’efficientismo privato e in realtà più fallimentare del pubblico stesso.

I dipendenti comunali sono 25 mila (dei quali 6 mila vigili) e prendono uno stipendio medio netto di 1.300 euro al mese . Sembrano troppi ma in realtà in quasi tutti i settori sono pochi. Carenze che vengono “colmate” con le esternalizzazioni dei servizi, creando una giungla di aziende partecipate che impiegano 32 mila dipendenti (75% fra Ama, Atac e Acea), del cui stipendio medio non si sa nulla perché ogni azienda ha un suo contratto.

Da una parte così il Comune si preoccupa di tagliare e bloccare le assunzioni mantenendo un personale vecchio inefficiente e soprattutto insufficiente.

Dall’altra in vent’anni questa classe politica crea un vero e proprio parastato regalando fondi e competenze ad aziende partecipate di cui si sa poco o nulla tranne i costi che gravano sulla società esattamente come realtà statali ma senza alcun controllo.

Ecco allora che viene creato un sistema di centinaia di società che forniscono esattamente quello che una volta forniva il Comune, con una giungla di contratti e ricche retribuzioni, assunzioni a chiamata diretta e del tutto fuori controllo, rinuncia di gestione in interi settori che dovrebbero essere il punto di forza e di eccellenza delle politiche di sinistra: il welfare, l’accoglienza degli immigrati e il reinserimento sociale degli emarginati.

La sinistra champagne e la destra fascista possono così occuparsi dei due rispettivi ambiti di propaganda.

Da una parte la cultura, intesa come mangiatoia pubblica e moltiplicazione di spazi insensati ad imitazione di realtà europee, senza gli stessi soldi e le stesse competenze, moltiplicando i poli museali  e riducendoli a greppie e mangiatoie per famigli senza alcuna politica culturale coerente. Parcheggio per dame e i loro sospiri.

Dall’altra la gestione della paura dell’immigrato attraverso fondi dati ad amici trasversali (Buzzi) e al tempo stesso oggetto di propaganda razzista per fomentare, con richiami pavloviani, l’estrema destra e i suoi ragli da bestiame.

Il tutto in una recita sconcertante il cui unico scopo è alimentare la propria cerchia a turno, facendo ricadere i costi della stessa sulla società, sui cittadini.

Oggi il capolavoro di un’inchiesta talmente sviante e spuntata ma in fondo forse indispensabile come un conato.

Si parla di 60 milioni di euro su un budget comunale di 6,5 miliardi di euro, si parla di persone che tutti conoscevano da 25 anni, si parla cioè del classico crampo di restaurazione a breve termine e fomento per iracondi e schiumanti “puri” manipolabili dal richiamo del sangue sperato, la vendetta e la forca, e in realtà classici protagonisti possibili di future  abbuffate.

Un paese e una città governati da tribù di affamati perenni e inetti,  chiusi nel proprio bozzolo come se non esistesse la globalizzazione, ma furbi nel talento innato di piegare ciò che resta dello Stato alle proprie esigenze intestinali e rapaci.

La scomparsa della sinistra, per chi si è mai vagamente riconosciuto nelle politiche di welfare e di accoglienza di quella parte, nell’idea cioè di una società progressista governata secondo i dettami di giuste politiche sociali e inclusiva, è talmente cocente e sconcertante che sarebbe ora di chiedere una seria commissione parlamentare d’inchiesta sulla gestione delegata dello Stato da parte di una struttura come la lega delle cooperative, vero motore economico di una banda di oligarchi predoni.

The courage of life is a magnificent mixture of triumph and tragedy diceva Kennedy.

Per questo rimanendo oggi solo molte rovine senza alcun trionfo è molto difficile essere coraggiosi in questa città.

Motley Crue: il cinema italiano tra esploratori e guardiani

Tutte le slide della mia ricerca e dell’intervento al Motley Crue del Kino. Non so a chi possano interessare. Dimostrano però alcune cose semplici : il cinema italiano non cresce e non sa crescere, il sistema di finanziamento pubblico va riformato radicalmente spostando tutto sugli sgravi fiscali, il sistema di dati e di studi, il loro confronto statistico e la loro valutazione sulla base di una media ponderata non viene mai fatto perché troppi sono i centri si spesa, troppe le strutture che si sovrappongo e perché questo aumenta le possibilità di piccola sussistenza . Conclusione da Tiresia? Il Cinema italiano così com’è ha massimo cinque anni di vita poi deve chiedere altri soldi allo Stato. Ma è proprio lo Stato oggi che condiziona i contenuti e uccide il cinema stesso sia da un punto di vista economico che culturale. Quindi o diventare esploratori o sparire da guardiani.

 

Mibact for dummies: le ricorrenze per scrivere una sceneggiatura di Stato

 

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Nel bellissimo dibattito avvenuto al Motley Crue del Kino se non avessi perso il filo del ragionamento che pure avevo cercato di dare al tutto, incastrato nei mille rivoli di stimolanti polemiche anche un po’ urlate, avrei cercato di rispondere ad alcune domande personali che derivano dall’esperienza di uno dei miei lavori.

Esistono delle ricorrenze nelle sceneggiature del cinema di Stato? Nel cinema cioè che deve rispondere a finanziatori pubblici ed è quindi limitato nelle sue possibilità espressive non dallo scrittore , che di fantasia e talento ne avrebbe di solito da vendere, ma dal committente? Queste ricorrenze sono censorie? Tendono cioè a depotenziare il lavoro destabilizzante e di messa in dubbio che una storia diversa da certi canoni potrebbe avere? Rispondono cioè all’ideologia dell’interesse culturale ovvero un’attribuzione di valore e di legittimità culturale delegata a commissioni di Stato che operano su basi discrezionali, un concetto che vede la cultura come Pantheon di santi e reliquie da conservare, statico e gerarchico, e non la cultura come processo di codificazione e logica dei processi simbolici?

Secondo me sì ed ecco un rudimentale tentativo di dare un prontuario di regole per una buona sceneggiatura di Stato.

Avrei poi cercato di vendere al produttore in sala la struttura per una sceneggiatura che trovate alla fine di questo articolo:Il giovane Pasolini

Mibact for dummies. Temi.

1-Si ha da soffrire. Estetica manieristica della gravità (Giacomo Manzoli©)   Profondità  è tale solo se è tragica. Poche commedie ;

2- Il Non Detto. I temi , le psicologie, le ambientazioni vanno evocate non dette. Nel film si deve intuire qualcosa  di intangibile ( vedi grande tema).  Il non detto è  realizzato attraverso la triade : sapori/odori/ piccole cose che però i primi due ancora non funzionano in sala e quindi resta solo il terzo;

3- Mai film davvero di genere, forse perché dicono troppo? ;

4- Il contemporaneo è, a prescindere , deriva morale;

5- Il passato è, a prescindere, o “monumentale” o meglio ( più soldi) “ storia tragica di questo paese”;

6- Il Grande Tema  (vedi non detto): scegliere sempre un tema  eticamente ineccepibile e didascalico. Nel dubbio  rifarsi ai titoli dei temi della maturità degli ultimi dieci anni;

Mibact for dummies. Luoghi ed Estetiche

—Lo spazio: deve essere acquatico, pneumatico, e notturno: o spazio placenta o spazio dell’interiorità di un personaggio perduto. Gradita color correction sul livido, gradite luci al neon.

—Il tempo: è il tempo della contemplazione e dello sguardo, inquadrature interminabili contro il logorio della vita moderna e della sua essenza: “il consumo”. Inquadrature  anticapitaliste  e anacronistiche.  Una temporalità estetica ed estatica

—Il silenzio e il primo piano le forme per eccellenza delle denuncia  e della deriva morale;

—Le nuche: riprendere nuche che camminano dà un’idea di qualcosa e nel dubbio dà minutaggio (volevo essere Gus Van Sant);

—Periferia Suburre  Aspromonti e Campagne e Lidi Laziali : alterità e fuga, w la natura “altra”;

—Lenzuolata di primi piani con musica sotto: inizio terzo atto e amabili faccioni,arriva la fine che riscatta, arriva lo star system ;

—Motorino o corsa a perdifiato : sinonimo di adolescenza, libertà, rivolta ( in due senza casco) amore e desiderio e fuga: corri che ti passa.

Mibact for dummies Psicologia

1- Protagonista scappata/o dal dolore ( dentro di lei quindi non si vede ma si intuisce);

2- Vuole scoprire altri valori (altri, evidentemente, da quelli di una società “sazia e disperata”);

3-La povertà è un valore in sé e una purezza. Se racconto i poveri ci guadagno sempre;

4-Legame con la terra. La natura è sacra e santa ed è stata corrotta o anche no ma comunque è stata. Non si sa perché lo sia e cosa sia ma lo è in quanto Natura;

5- Forme imperative: “ Devi essere!” se non sai cosa non ti preoccupare e Sialo! L’importante è che ti contrapponga (meglio in quanto donna) al non essere (consumo, alienazione urbana, amori senza passione, inquinamento);

6- “ Devi sperare” meglio se “nonostante” ( capitalismo, società dei consumi, città e sempre inquinamento)

7- In sintesi:  Fede, speranza e carità!

( sette punti di Giacomo Manzoli : “II film Mibac apparato e forme simboliche nel cinema italiano contemporaneo)

 

Proposta di struttura per una perfetta sceneggiatura Mibact : “Il giovane Pasolini”

—Brand value inarrivabile: che c’è in Italia di più culturale e brandizzabile di Pasolini?

—Grandi temi (mica uno solo) : elaborazione del lutto ( il fratello), rapporto edipico, senso di colpa, rapporto padre/figlio, la mamma buona, l’abuso e lo scandalo, la scuola, la provincia giudicante, il partito, l’omosessualità;

—Spazio: il borgo natio vs la città corruttrice;

—Tempo estatico: il tempo della neve del borgo e della morte vs il tempo delle rutilanti periferie della città di calcio e sesso;

—Passato: sia monumentale (una Roma che non c’è più) sia storia tragica di questo paese ( una Roma corrotta e corruttrice);

—Nuca: Pasolini giovane attraversa sempre la nuova periferia di nuca;

—Deriva morale: fuga e desiderio a Roma;

—La profondità del dialogo e della psicologia: Non si deve vedere mai mettere in scena ( c’è il rischio che si capisca)  ma Pasolini parla nel film guardando in macchina con i testi dei suoi libri perché è tanto profondo (vedi recenti poeti che recitano le poesie);

—Il genere: il filone della Martoneide con possibile spin off ne “Il Giovane Pascoli” Autore amato da Pasolini che Pasolini stesso incrocia in un sogno fantasmatico del film: scena chiave del Non detto o perdita dell’innocenza ( sua o di Pascoli a scelta);

—Reference system: Alba Rohrwacher nel parte di o Laura Betti o la Callas o la madre, rischioso farle fare Ninetto;

—Fondi sicuri: Mibact, Film Commission Friuli, Film Commission Roma, Rai cinema;

— Regista perfetta? Opera terza di S. N., regista al femminile ;

—Merchandising e licensing del brand “ Il giovane Pasolini” : penne, taccuini, profumi Pasolini, occhiali, edizione  speciale dell’Alfa Pasolini, dildo unisex, serate a tema.

 

 

La lezione di Franco Maresco

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L’immensa ricchezza narrativa di questo paese avanguardista, folle e slabbrato, vero laboratorio sperimentale di scenari futuribili da terzo mondo con velleità,  l’eccezionalità e unicità  surrealista dell’Italia di oggi, selvaggia , tribale, arcaica, primitiva,  non sono temi che interessano il  cinema di  “interesse culturale”,  ma sono i luoghi prediletti della poetica di un maestro suo malgrado:  Franco Maresco.

La sua è una vita artistica corsara, necessariamente in esilio, ma proprio per questo  liberata dalle traiettorie di  un cinema catastale, ministeriale, le cui funzioni sono ormai  o rivendicare ad oltranza un ruolo, sempre sedato e innocuo, nel girello bambinesco della recita politica della vita culturale  o piangere nella nostalgia di una “tradizione tradita”, il grande cinema di una volta,  o chiudersi a riccio nella denuncia tanto necessaria e finanziabile di complotti e nemici.

Un cinema morto da anni che si dibatte in dinamiche psichiatriche, un circolo di mutuo soccorso anche economico  in cui si recitano grandi tradizioni ormai mummificate:  Morettifici, Pasolinifici, Bellocchifici,Olmifici, tra il didascalico e il pontificante.

Talmente integrati nell’ecosistema autoreferenziale che ormai non c’è più nemmeno la necessità del pubblico e dove persino i loro santi e sacerdoti più acuti, Moretti  e Bellocchio su tutti, sono ormai delle reliquie museali a cui si invidiano capacità predittive e di cui si aspettano i vaticini nel prossimo film.

Un cinema assolutamente incapace di raccontare la sua essenza, la sua intima e forse salvifica, se fosse sfiorata da un dubbio ironico e di rabbia, inutilità.

Maresco è invece un autore colto che vive di stratificazioni, Pirandello, anni di cinefilia coltivata come ossessione, la parabola evangelica di Pasolini e Buñuel, il jazz, la fantascienza, la Sicilia e i suoi grandi letterati cinefili come Gesualdo Bufalino, la mafia.

Ma invece di paralizzarsi in pose pensose da statua di Rodin, con corollario di derive morali da evocare in ogni situazione anestetizzata,  Maresco si sporca da sempre le mani.

Ecco la differenza: Maresco vive.

Si estenua,  si esaurisce, rivendica la possibilità di stravolgere tutto, di fare cinema denunciandone continuamente la morte. Perdersi nell’accumulo delle proprie nevrosi come la vera essenza e matrice del suo atto creativo.

Ricomporre le prove di un delitto che viene però ripetuto e rifatto ogni volta e a cui partecipa proprio colui che dovrebbe scoprirlo.

Maresco accumula una visione del mondo che non è. Non è  catastrofica perché è oltre la catastrofe, non è giudicante perché è raccontata dagli ultimi che non hanno alcuna capacità di giudizio, non rientra nelle categorie del sociologico e antropologico perché entrambe inutili rispetto  all’immersione nel sottoproletariato di questo  “gladiatore della suburra” , non segue dinamiche storicistiche, non aspira a nessun progresso o rifugio nostalgico, non è politica e non è neppure più tragica.

Eppure, in questo ultimo film,  racconta esattamente ciò che resta di importante e fondativo oggi in Italia: lo Spettacolo, la società dello spettacolo come chiave per capire chi siamo diventati e perché.

Il paradosso del suo ultimo film, Belluscone,  in cui la cosa più difficile è tenere insieme un materiale metastatico e un pensiero ramificato e una gestione già fallimentare prima ancora di cominciare,  è paradossalmente il suo rigore tematico.

La maestria di Maresco sta infatti tutta nel padroneggiare sempre due livelli.

Da una parte il film, tutti i suoi film, si perdono in mille rivoli.

Che sono i rivoli del cinema inteso come nostalgia, quando va bene, e come putrescenza quando va male.

Putrefazione cinefila che pervade ogni racconto lineare e lo mina per ricomporlo in una forma jazzata tra standard e improvvisazioni .

Dall’altra rimane  la logica stringente del progetto. Una logica apparentemente delirante ma invece coerente che racconta la storia d’Italia degli ultimi venti anni ripercorrendo il filo rosso che tiene insieme il sottoproletario di Palermo e l’uomo più potente d’Italia. E lo fa alla luce di un concetto che tutto livella e rivela: lo spettacolo appunto.

Ciccio Mira è Berlusconi e viceversa.

Entrambi simboli di  una mutazione antropologica di cui si ignora l’origine e le cause,  con due destini inversi eppure paralleli.  Uno il votante l’altro il votato, uno il miliardario anche grazie alla mafia, l’altro l’impresario locale grazie sempre alla mafia.

Di chi è la colpa di questo avvicinamento paradossale tra “classe dirigente” e suburra ? Di questo sfracello antropologico? Dove comincia e attecchisce la possibilità, ormai non più remota, di sovrapporre Ciccio e Silvio e addirittura renderli intercambiabili?

A Maresco di tutta questa pomposa necessità di risposte rivelative in cui incagliarsi e consolarsi, di tutta la retorica della denuncia condita con il vittimismo delle lagnanze politiche, con la necessità, indimostrabile,  di fare “un cinema necessario” che renda anche benissimo quando si passa all’incasso Mibac e all’esame per avere l’ “interesse culturale” , di tutto questo cinema che è controparte mortifera e reazionaria del giacobinismo vendicativo  alla Travaglio, a Maresco di tutti i miasmi di questa asfissia  mefitica, non frega assolutamente nulla.

A Maresco interessano gli uomini e la loro storia destinale sempre marchiata a fuoco dalla morte.

E non è un caso che entrambi i suoi film finiscano su una tomba.

Quello  che indaga questo film è appunto una vertigine  che è al tempo stesso divertente e terrorizzante. Un tipo di racconto che è concesso solo se si ha coraggio e una precisa visione autoriale.

Se si è, in parole semplici, dei maestri.

Fare, oggi in Italia, cinema d’arte per Maresco significa mentire, giocare,  perdersi volontariamente nel proprio stesso lavoro mettendo fuori campo proprio quello che invece ci si aspetta di vedere: la denuncia, il piagnisteo, la vendetta, la sclerosi dei sorrisi dovuti.

Chi vuole  un paesaggio ordinato tra buoni e cattivi  si ritrova invece i volti imperscrutabili di Ciccio Mira, personaggio liminare ed estinto,  Dell’Utri, sfinge del potere più sibillino ed estinto anche lui , Erik e la sua canzone di speranza condannata, Berlusconi e il suo apparire solo in immagini televisive e iconiche che ne rivelano l’essenza fantasmatica e sacra.

E poi il contorno del pubblico festante delle piazze che adora i movimenti pelvici del mesciato cantante neo melodico che però non sa di esserlo, non sa cosa sono i neo melodici cioè lui stesso.

Fantasmi inafferrabili.

Persone, mostri, che incarnano  al meglio un dubbio che il film ci suggerisce: questi uomini, seguiti e adorati dalla loro scuderia di altri mostri, non saranno in realtà una parte essenziale di noi?

Che cosa siamo? Mi domandasti una settimana o un anno dopo, formiche, api, cifre sbagliate
nella gran zuppa putrefatta del caso?

Siamo esseri umani, figlio mio, quasi uccelli,
eroi pubblici e segreti

(Roberto Bolaño, Godzilla in Messico)

 

Francesco Piccolo, l’intellettuale Teletubbies.

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L’intellettuale umanista, sulla cui capacità esegetica del contemporaneo è buona educazione sorvolare visto che ne ignora i fondamenti computazionali e scientifici, da figura arcigna e regale, pavone pontificante,  si è improvvisamente trasformato in un pacioso teletubbies.

Dagli strali escatologici e nostalgici di sacerdoti del pensiero senza alcun attrito reale, i vari monaci comunisti Asor Rosa, Vattimo e Paolo Flores d’Arcais che sono passati da una nostalgia di palingenesi ad un più ruspante giacobinismo giustizialista da tribunali del popoli,  fino al più defilato e incomprensibile  Severino,  ai fantasy scambiati per lavori di sociologia, la tragicomica versione di Guerre stellari scritta in chiave accademica ovvero Impero di Toni Negri e Michael Hardt, sembra che oggi siamo approdati ad una figura definitivamente museale e zuccherosa, reazionaria e di design, che piace agli adulti e anche ai bambini ovvero l’ intellettuale teletubbies.

Lisergico, affabile, colpevole per sua stessa ammissione e quindi inattaccabile, aiuta come una filastrocca ad addormentarci consolati.

L’  intellettuale teletubbies  fa parte di un’ecclesia di ex che si ritrovano nel vago passato “communista così” e che, se non c’erano perché troppo giovani, giurano e si affrettano ad affermare di esserci stati anche loro.

Il grande freddo di una generazione molto prescindibile, che altrove ha accettato le sue disastrose sconfitte e si lecca le ferite e che qui da noi è talmente buona e comunitaria (altrove si parla di lobbisti ma qui non si può e non usa) da consolarsi vicendevolmente.

L’intellettuale teletubbies è ecosostenibile. Piange da finto orfano e finge di essere defilato, e quindi libero. Crede ciecamente nel proprio buon senso e pur essendo dovunque conti davvero stare, autore, romanzierie , premiatore e premiato, è sempre pronto ad assecondare vecchi pontefici di area e ad ascoltare chiunque e  mantenendo sempre un tono minore da musica d’ambiente in un lounge bar, è terrorizzato dall’idea di disturbare con idee proprie preferendo invece non darsi pace nella sua ricerca spasmodica e infantile di affetti pur avendo sempre genitori sociali munifici e ben presenti , in primis la Rai in cui lavora come autore di trasmissioni che lui crede importanti e di cui non nota la chiara propaganda scambiata per pedagogia.

Il suo scopo è mantenere il proprio posto nel mondo strapagato ma sottotraccia, scopo legittimo e comprensibilissimo e ammirevole dopo tante fanfare e la sua, in fondo, è un’innocenza evidente, non ha colpe, non ha accusatori, piace a tutti, è amabile come il pupazzone che rappresenta e come lui concilia il sonno.

Il risultato del suo pensiero, persino onesto, è però uno slow food di idee di “qualità” con una spolverata folcloristica di note esistenziali riconoscibili da tutti.  Chi infatti non ha mai scavalcato un muro da ragazzo o rubato qualcosa persino non a Caserta?  E la sua onestà intellettuale o almeno esistenziale, colui che scrive quelle cose le ha almeno vissute davvero, (persino il pericolo di colera signora mia!) non si è annoiata in città come i suoi lettori, cittadini appunto bolsi e da consolare ad oltranza, curiosi di punteggiare la loro noia da ombrellone con  tutto ciò che per loro rappresenta l’incrocio tra l’esotico e lo straniamento: il sud, la criminalità, la politica, l’impegno.

L’intellettuale teletubbies garantisce questo ricettario in una forma liofilizzata e carica tutto con un’intimità pacificata, la sua,  e una profondità in cui immergersi in sicurezza. Poco importa che in fondo al mare non ci sia niente da vedere.

Nessuno si perde davvero nei suoi racconti reazionari ma di sinistra, così digestivi ma anche così veri e caricaturali, davvero piacevoli: il primo amore, l’incontro con la politica, la partita, la fede partitica e infine il santo da reliquiario che dà sfoggio e lustro alla pennica: Berlinguer, un passo avanti, un azzardo rispetto all’inflazionato Pasolini ormai spendibile solo in rassegne cinematografiche di provincia.

Sapori odori piccole cose, onestà e bellezza ritrovate nel mondo senza direzione di oggi così pieno di “deriva morale ” e sempre alla ricerca di grandi figure esemplari che ci vengono offerte dal gestore del presepe, lui.

L’album Panini più Donna Letizia più il ricettario di Frate indovino. Il desiderio di essere come tutti. E di piacere a tutti, meglio se giusti o in via di redenzione.

Un’aerodinamica dell’ovvio, una pleiade di figurine umane da segnaletica stradale per noi spaesati, da Berlinguer al calciatore, ma talmente amorfe e sbiadite che in questo pantheon di insignificanze persino  Berlinguer, una delle figure meno incisive  della storia patria,  può essere apprezzato come riferimento cardinale nel disordine che scompagina. Non sia mai, tutti insieme verso la boa sicura del passato seguendo l’intimità e il microcosmo dell’ auto fiction dell’autore.

A fare da collante al tutto, vero cemento ideologico imperdonabile, uno stile da catechismo con addirittura sviolinate di incarnazione dell’Idea che, per chi se la fosse persa per strada, è sempre quella comunista:

Posso dire adesso, con lucidità, che quando diventai comunista, per me Berlinguer rappresentava un uomo pratico e intelligente che dava corpo, concretezza, a questa idea astratta idea astratta del progresso: qualcuno che proponeva di costruire il futuro, accoglierlo, viverlo, comprenderlo, anche criticarlo, ma starci dentro. Ad altri sembrava poco il suo senso del progresso,  a me bastava. Era temperato , ma, appunto, pratico ed evidente

Un mix perfetto  tra una vita da mediano di Ligabue, dove bisogna “starci dentro” finché ne viene finché ce n’è, e un testo di catechesi di iniziazione cristiana dei fanciulli , cristiani e anche comunisti e anche  “corpo e concretezza ad un’idea”. Gesù?

Senza dimenticare la contemporanea “cultura del management”  “pratica ed evidente”, dove Berlinguer è “temperato ma pratico” e così ridotto potrebbe essere adatto agli esercizi di visualizzazione in un corso di coaching aziendale prima di camminare sui bracieri ardenti.  Tutti insieme.

Il ruolo sociale e politico dell’intellettuale teletubbies diventa così quello di essere il google maps del senso comune tra l’ilare e il vittimistico e il nostalgico, ben miscelati insieme e senza gerarchie.

Una mappatura, ridanciana o pensosa ma sempre passatista o malinconica, di idee sparse  nella realtà in cui l’utente iperinformato e inebetito e  travolto  decide di “farsi un’opinione”.

Quasi sempre  una notizia di cronaca con un tema tanto monumentale quanto sfuggente e inutile che però, guarda caso , è sempre emotivo e commovente e quindi vendibile nella catena delle emozione un tanto al chilo tipo, a scelta: immigrazione, femminicidio, criminalità, corruzione, giustizia, famiglia, cultura, meglio se cinema, e, ultimamente, teste mozzate.

Il  google maps dell’intellettuale teletubbies  interviene in questo marasma e ti dice dove arrivare e cioè di solito ad una rassicurante ovvietà ma ben scritta, scritta cioè in modo tale che la possa leggere e capire anche Peppa Pig.

Sempre  con un’aura di profondità  e costrizione da stipsi sofferta che commuove la lettrice di Io donna e garantisce la triade del culturale, dell’eroico e del necessario. Un gavazzare ma pallido e assorto, penitente e senza nessuna ostentazione di gioia ma con tanta corrucciata profondità o superficialità,  a scelta e a seconda del contesto.

Piccolo, con la bravura e talento indubitabili della sua autoironia, altro stigma necessario di questa microfisica dei poteri (a chi interessa è Foucault)  di un intellettuale di corte ma senza dubbio simpatico,  spiega questo processo a pagina 165 del suo libro:” Ci eravamo perfino spinti a scrivere, alcuni di noi, che era molto brutto che Israele e Palestina fossero in guerra da così tanto tempo, e che bisognava trovare una soluzione; non avevamo idea quale, ma nessuno ne aveva idea, quindi il proposito era sufficiente; e poi pensavamo, scrivevamo, che in tutti i luoghi del mondo ci sarebbe stato bisogno di pace e non di guerre. Scrivevamo che bisognava dare lavoro ai disoccupati, che la cultura era importante, e un sacco di altre cose che sono tutte lì, a testimoniare il mio ( nostro) senso civile”

Ora , prescindendo dallo stile che tiene insieme un testo di  Valerio Scanu  e l’ecumenismo di pensiero di Fra Cionfoli, questa auto assoluzione e questa bonomia della sincerità, che non sono  richieste da nessuno e sembrano tipiche di chi vuole piacere a tutti i costi e non disturbare  autodenunciandosi,  sono la sintesi del teletubbies e rendono questo testo tutto rotondo, anatomico e paffuto, come una puntata degli amati pupazzoni e con l’idea pedagogica che c’è anche in loro: intrattenere e consolare.

Ma quale sarebbe allora la colpa di Piccolo?  Nessuna evidente, tranne proprio forse proprio il fatto paradossale di non averne alcuna e di favorire, in ogni riga che scrive, il lisergico e letargico abbandono in cui ogni osservazione anche moderatamente eccitata rientra sempre nel verbo “infangare”.

Pura letteratura della bonaccia  la sua, che sembra scritta da un uomo minacciato da una pistola alla tempia che vuole tanto farsi amare dal “suo mondo”. E invece alla tempia non è puntato, grazie a Dio, proprio nulla e il capino può dormire tranquillo tra un doppio guanciale.

Perché se tutti sono colpevoli, nessun è colpevole, purché sempre tutti insieme, appassionatamente, tra noi. Ovvero loro.

Si narra infatti che la Bbc sorpresa dagli ascolti record dei Teletubbies  di Sabato mattina, abbia commissionato un’indagine per capire il perché di quel picco. I solerti funzionari della televisione pubblica britannica scoprirono così che il Sabato mattina, agli abituali bimbi in età prescolare, si aggiungevano gli adulti appena tornati dai rave, drogati, strafatti , inconsapevoli e incredibilmente felici di addormentarsi seguendo il calmante televisivo.

Il desiderio di dormire come tutti.